24/07/2010

Sensazioni d'estate - tra guerra annunciate e (altrui) speranze deluse


Sensazioni d’estate - tra guerre annunciate e (altrui) speranze deluse

24 - 07 - 2010

di Dagoberto Husayn Bellucci



“Guarda che giornata di sole che c’è
qui in città si soffre che caldo che fa
aria condizionata
nel traffico che c’è
meno sudato arriverò da te
poi prepara tutto che al mare si va
la tua pelle nera tra un po si farà
un ritmo cubano
la radio suona già
tutto programmato se ti va
quando esta noche tramonta el sol
mon amour mon amour
yo quiero darte mi corazon
mon amour mon amour
a piedi nudi vicino al mar
a bailar a bailar
toda la noche quisiera estas
mon amour mon amour
si tu me quieres te doy mi vida
te regalo todo mi amor
y te regalo tambien la luna
yo por ti la voy a buscar
io ti guardo e rido mi girò il caffè
tu mezzo limone lo tuffi nel tè
guardiamo verso il cielo
fra poco arriverà
la prima stella che ci guiderà
quando esta noche tramonta el sol
mon amour mon amour …”
( Gigi D’Alessio – “Mon Amour” – Album “Buona Vita” – 2003 )
“È inevitabile che in questo mondo di sfruttatori e di sfruttati non sia possibile alcuna grandezza che per ultima istanza non abbia il fatto economico. Vengono bensì contrapposte due specie di uomini, di ani, di morali, ma non occorre avere molto acume per accorgersi che unica è la sorgente che le alimenta. Così è anche da un medesimo tipo di progresso che i protagonisti della lotta economica traggono la loro giustifi cazione. Essi si incontrano nella pretesa fondamentale di essere ognuno il vero autore della prosperità sociale per cui ognuno è convinto di poter minare le posizioni dell’avversario quando riesce a contestargli ogni diritto di presentarsi come tale.”
( Franco Giorgio Freda – “La disintegrazione del sistema” – ediz. di “Ar” – Padova )
Ci raccontano che nella penisola italiota faccia caldo…probabile ….come, del resto, fa caldo ogni stramaledettissima estate ….

Niente di nuovo piu’ o meno…tra le coste del “belpaese” ‘pinguini’ del resto non se ne sono mai visti…

D’accordo che con l’afa e l’umidita’ si stia male…d’accordo anche che per molti il troppo caldo possa dare “alla testa” e la canicola incitare a reazioni emotive abnormi (..questo in fondo sarebbe il meno…capita anche d’inverno…del resto se uno “nun ce sta cu a capa” c’e’ poco da fare…) e siamo fin troppo d’accordo che l’appiccicume prodotto dai contatti umani in questi periodi divenga oggettivamente insopportabile…

Tolleriamo qualunque opinione…sara’ che qui , su al nord Europa, siamo sotto pioggie piu’ o meno torrenziali un giorno si e l’altro pure; sara’ che fa fin troppo freddo da doverci premunire di dormire con un paio di piumoni e che gli agenti atmosferici sono particolarmente benigni e misericordiosi nei nostri confronti (….lassu’ qualcuno ci ama…e non solo, fortunatamente lassu’…) e ci dilettano con un’alternanza di solicchio primaverile al quale si sovrappongono sonore e interminabili scrosciate d’acqua modello tardo-autunnale…insomma ci spiace per i ‘sudanti’ italioti ma stavolta, e per una volta tanto dopo troppe estati libanesi torride e afose, ce la passiamo termologicamente alla grande…

E’ un periodo “pieno di sorprese” come direbbe Samuele Bersani…sorprese assolutamente ‘fascinose’ e degne di attenzioni…ed e’ anche un periodo, al di la’ delle ‘apparenze’ (….che spesso ingannano…anzi…diciamo pure quasi sempre….sebbene secondo Sant’Agostino anche l’estetica sia una delle prove dell’esistenza del Divino noi diciamo che il ‘diavolo’ ci mette quasi sempre lo ‘zampino’ …a Modena ci mettera’ invece lo zampone… e quindi le apparenze tendono ad ingannare…), di ennesime verifiche e di una, piu’ o meno profonda, fase di ‘meditazione’…

Stiamo cioe’ ‘conteggiando’ assieme a pecore, capre e cavalli che da queste parti ‘abbondano’ (…ne’ mancano altri esemplari ovini, bovini e suini….quello che invece sembra proprio inesistente – assieme ai rettili – e’ la ‘fauna’ canide-ululante….lupette “interessanti” relativamente poche…e poco “mordaci”…) quali saranno le nostre prossime mosse – i ‘saliscendi’ dell’anima – in vista di un riposizionamento tattico-strategico ‘conforme’ …

Valuteremo…il tempo non ci manca ne’, sia chiaro, attestati di stima e cameratismo che sono giunti da ambienti piu’ disparati….

Ora, al di la’ dell’approvazione o disapprovazione altrui, anche qualche ‘plauso’ una tantum fa pure piacere…meglio comunque non ‘abituarcisi’ troppo e adagiarsi su allori che non conosciamo, non abbiamo mai conosciuto ne’ ci interessa conoscere…

Si vive alla giornata in cerca di emozioni nuove e di una distinta realta’ rispetto anche ad un recente passato che ci ha visti presenti in altri lidi e su altri ‘fronti’…diciamo che dove ci troviamo e’ semplicemente fin troppo ‘pacioso’ per poterci “aggeniare” a sufficienza…non ci andavano a genio fino all’altro ieri le relativamente tranquille terre libanesi figuriamoci quanto possiamo resistere nella bambagiosa Europa del nord…troppo ‘perfettina’, troppo ‘linda’ e troppo ‘formato cartolina’ come ‘opzione’ esistenziale… Tant’e’ …valuteremo…

Intanto stiamo concedendoci un meritatissimo periodo di relax ‘compagnati’ bene e altrettanto meglio intrattenuti… Lupe, lupastre e pastore rigidamente “deutsche” non mancano …

Al di la’ di ogni altra considerazione c’e’ da dire che occorrerebbe realmente qualche ‘imput’ nuovo per ‘destare’ la nostra accidiosa e oramai cronica disaffezione verso le cose “mortali”…piu’ o meno tutte…anche quelle cosiddette di politica internazionale: allora ‘signori’ usraeliani attacchiamo o non attacchiamo prima, dopo o durante il prossimo mese santo del Ramadan questa benedetta (…e’ proprio il caso di dirlo….) Repubblica Islamica dell’Iran cosi’ tanto ma proprio tanto “fastidiosa”?

Mah…che volete che vi diciamo…che, al di la’ delle ‘ciancie’ sioniste e dei tanti, pure troppi, blateramenti a stelle e strisce non si ‘vedono’ assolutamente i “come” di una eventuale aggressione alla metafisica apparizione statal-platonica di Comunita’ Organica spartanamente concepita e spiritualmente in ordine che e’ la Teocrazia shi’ita iranica…

Teheran come Berlino… Asse di proiezione di luminose scie della Tradizione Informale…segno della presenza del Divino e rappresentazione metastorica che uniforma ideali, tendenze, cuori e anime ‘scolpendo’ una forma di Stato assolutamente conforme ai piani della Trascendenza Superiore ovvero mitofanica apparizione dell’Assoluto…

Come ieri il Terzo Reich nazionalsocialista oggi la Repubblica Islamica e’ cuore pulsante e centro nevralgico dell’asse della contrapposizione planetaria che divide il nord capitalistico-mondialista, giudaizzato e kippizzato, americanocentrico, borghese e usuraio, democratico e parlamentaristico dal mondo dei ribelli e dei non uniformati alle politiche di omologazione planetaria…

L’Iran – una teocrazia irradiante un messaggio di rivolta per una restaurazione dei Valori della Tradizione – contro il mondo moderno del coca-capitalismo e dei Mc Donald’s, delle multinazionali e della mercificazione dell’esistenza, contro il mercimonio degli individui ridotti in schiavitu’ nelle catene di montaggio del sistema giudaico-mondialista che suinamente concepisce l’essere esclusivamente nella sua materialita’ quale strumento di produzione, oggetto deambulante e mero consumatore.

Un sistema d’iniquita’ e di menzogna che ha eretto a dogma insindacabile per tutte le societa’ occidentali contemporanee il mito del cosiddetto “sterminio” di sei milioni di soggetti di razza e/o religione ebraica ovvero la cazzata interplanetaria dell’Olocausto, la favola delle camere a gas e dei forni crematori che ha donato ad “Israele” la supremazia su questa parte di mondo che e’ quella che, negli ultimi tre secoli, ha guidato con le sue scoperte scientifiche e tecniche, con le sue conquiste e le sue ambizioni militari, l’intero pianeta.

L’Occidente giudaico-mondialista sembra dunque essere, un po’ come il mito americano e la cultura tutta vaccara statunitense delle “new frontier’s” , inarrestabilmente lanciato verso la definitiva conquista planetaria…

L’One World, mondo unidimensionale e uniformato alle logiche della mondializzazione in stile consumistico-capitalista e’ l’obiettivo finale…. ma…c’e’ sempre un “ma”….purtroppo per lorsignori del Sistema Mondialista rimane l’ostacolo Iran…

Riusciranno i “loro” eroi a ….

Noi affermiamo che l’Occidente americanocentrico e sionistizzato non potra’ avere mai ragione della Repubblica Islamica dell’Iran ne’ politicamente ne’ militarmente.

Non fermeranno il programma civile nucleare iraniano le nuove sanzioni e le minacce che quotidianamente arrivano contro Teheran dall’emporio criminale sionista e dalla “Black House” (la casa del terrore) di Washington… ne’ potra’ niente l’amministrazione del colorato Obama e della massmediaticamente e universalmente cornificata Hillary Clinton…

Non potranno perche’ Teheran non e’ ne’ Baghdad ne’ tantomeno Kabul.

E perche’ di la’, oltreoceano come oltre il Mediterraneo – nella Palestina occupata dal regime criminale instaurato dalle bande ebraiche dei terroristi dalla stella di Davide fatti affluire in Terrasanta da tutte le parti del globo per mantenere una illegale e assassina pseudo-legittimita’ di un’occupazione ogni giorno sempre piu’ iniqua e sempre piu’ folle – , le turbe sioniste della finanza mondialista e quelle del rabbinato ultra-ortodosso, i potentati finanziario-economici delle multinazionali come gli sgangherati stati maggiori dei kippizzati in divisa sanno tutti perfettamente che niente potranno contro Teheran…capitale mondiale del fronte del rifiuto del Nuovo Ordine Mondiale e caposaldo della Tradizione.

Perche’ dunque ‘preoccuparsi’ troppo visto che …tutto va come deve? Indipendentemente da cio’ che ci ‘raccontano’ i Frattini di turno e di quanto possano agitarsi le fiamme nirenstein la situazione e’ sostanzialmente ‘conforme’…

L’Europa inesistente da sessantacinque anni osserva l’evolversi di una situazione che, nel Vicino Oriente, potrebbe farsi davvero esplosiva…

Il problema e’ che a scherzare con il fuoco si finisce con il bruciarsi…e questo l’hanno capito pure I sionisti dopo le (dis)avventure militari sgangheratamente lanciate 4 anni fa contro il Libano e 1 anno e mezzo or sono contro la striscia di Gaza…

Qualcuno, se dubbi ancora esistono, potra’ domandarsi come mai – standocene tranquillamente e pure ‘paciosamente’ – ai confinI dell’Europa settentrionale ci ‘occupiamo’ ancora di “area vicinorientale”? Mah…sara’ che forse Franco Giorgio Freda potra’ rispondervi meglio e piu’ conformemente di Noi laddove affermava quarantun’anni fa con lucidissima e rigorosa esposizione analitica della realta’ continentale che: “Credo, infatti, di non affermare nulla di nuovo, sostenendo che quanto più intensamente noi siamo radicati nel centro, tanto più agevolmente possiamo muoverci sui punti della lontana circonferenza, senza distanziarci – per ciò che vale, per l’essenziale – dal centro. Ho detto prima: serrare i ranghi, per dar vita a una organizzazione politica elastica.

Ora voglio aggiungere: serrare i ranghi per possedere una organizzazione politica in grado di dare un colpo d’ala a uomini destinati alla conquista del potere. Noi abbiamo sinora camminato. Non dobbiamo temere le conseguenze di un’autocritica quando essa sia libera e dignitosa e, perciò, diremo: siamo regrediti!

Siamo rimasti passivamente uniti agli “altri”, agli schemi politici degli “altri”, ai falsi problemi degli “altri”, alla réclame ideologica degli “altri”: abbiamo riconosciute come nostre le fi nalità – che erano, quanto meno, equivoche – degli “altri”.

Il comportamento di tutti – prima dei capi, poi, di conseguenza, del loro seguito – è stato, nella migliore delle ipotesi, quello degli ingenui, nella peggiore, quello degli ottusi.

Il nostro discorso politico, agli inizi, si imperniava sull’Europa, e noi credevamo che l’Europa fosse veramente un mito e rappresentasse una autentica idea-forza: mentre solo molto tardi ci siamo persuasi che questa parola rifl etteva una semplice defi nizione geografi ca, cui nemmeno era lecito attribuire una capacità propagandistica originale, in un’epoca in cui anche le copisterie, le lavanderie, le tavole calde e gli hotels delle stazioni termali si chiamano “Europa”!!

Noi parlavamo di concezione politica europea da contrapporre alle varie concezioni nazionalistiche patriottarde, ma non ci siamo accorti (o non abbiamo voluto accorgerci?) che questo poteva valere solo nei confronti della destra nazionalistica minuscolo-borghese -sopra tutto quella nostrana – e che, perciò, tutto si esauriva nei termini di una polemica qualunquistica (anch’essa superata, ormai, dal momento che gli stessi ragazzotti neofascisti guaiscono: Europa – Fascismo – Rivoluzione!!).

Abbiamo parlato in termini di “civiltà europea”, senza scalfi re neanche la superfi cie di questa espressione e senza verifi care, calandoci nel fondo del problema, se esista, in realtà, una omogenea civiltà europea, e quali ne siano gli autentici coeffi cienti di signifi cato – alla luce di una situazione storica mondiale per cui il guerrigliero latino-americano aderisce alla nostra visione del mondo molto più dello spagnolo infeudato ai preti e agli U.S.A.; per cui il popolo guerriero del Nord-Vietnam, col suo stile sobrio, spartano, eroico di vita, è molto più affine alla nostra fi gura dell’esistenza che il budello italiota o franzoso o tedesco-occidentale; per cui il terrorista palestinese è più vicino alle nostre vendette dell’inglese (europeo? ma io ne dubito!) giudeo o giudaizzato.

Noi abbiamo propugnata l’egemonia europea, rivolgendoci a un’Europa che era stata ormai americanizzata o sovietizzata, senza considerare che questa Europa era diventata serva degli U.S.A. o dell’U.R.S.S. perché i popoli e le nazioni europee avevano assorbite – successivamente, ma non conseguentemente, alla sconfi tta militare – le esportazioni ideologiche degli U.S.A. e dell’U.R.S.S.

Senza considerare che il collasso culturale-politico-economico era intervenuto proprio perché era cessata quella tensione, era franato quel supporto che aveva suscitato in alcuni popoli, in alcuni uomini europei, in certe epoche storiche (e soltanto in alcuni e solo in determinate epoche storiche!) quella dimensione superiore di civiltà che noi pretendevamo di attribuire tout court all’Europa.

È giunto il momento di terminare di baloccarci col fantoccio “Europa” o di fare i gargarismi colla sua espressione vocale. Con l’Europa illuministica noi non abbiamo nulla a che fare. Con l’Europa democratica e giacobina noi non abbiamo nulla a che vedere.

Con l’Europa mercantilistica, con l’Europa del colonialismo plutocratico: nulla da spartire. Con l’Europa giudea o giudaizzata noi abbiamo solo vendette da fare. Eppure, allorché si parla in termini di “civiltà europea”, si considera tutto questo: non ditemi che si parla anche di questo: si parla, purtroppo, solo di questo!

O, forse, noi “volevamo” mirare ad altro? Comunque, se si voleva mirare ad altro, noi di quest’”altro”, fi nora, non abbiamo mai realmente, compiutamente parlato. E io sono sicuro che se avessimo veramente considerato e posseduto quest’”altro”, noi non avremmo a questo contenuto fornito un contenente, o, meglio, un’etichetta, o, meglio ancora, una “immagine di marca” rappresentata dalla parola “Europa”.

Sono affi orate tali e tante componenti spurie, da respingere, da sotterrare; sono intervenuti tanti – oso dire: troppi – fattori, che hanno adulterato e corrotto questo liquido europeo sino a renderlo liquame, perché esso possa ancora subire positivamente un processo di decantazione.

L’Europa e una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli e che ha contratto tutte le infezioni ideologiche – da quelle delle rivolte medievali dei Comuni a quelle delle monarchie nazionali antimperiali; dall’illuminismo al giacobinismo, alla massoneria, al giudaismo, al sionismo, al liberalismo, al marxismo. Una baldracca, il cui ventre ha concepito e generato la rivoluzione borghese e la rivolta proletaria; la cui anima e stata posseduta dalla violenza dei mercanti e dalla ribellione degli schiavi.

E noi, a questo punto, vorremmo redimerla, sussurrandole parole magiche: dicendole, per esempio, che essa deve concedersi esclusivamente agli “europei”… da Brest a Bucarest??!! Noi abbiamo alzata la bandiera dell’Europa senza comprendere che questa non poteva rappresentare per noi alcun signifi cato valido e omogeneo: senza osservare quanti fossero i fi li e i lacci da cui era composto il suo tessuto stracciato e quanto stereo esso nascondeva! Abbiamo preferito, insomma, nascondere la nostra incapacità di voler scegliere ciò che per noi vi era di autentico e vero, e di saper respingere quanto vi era di spurio e di equivoco in seno alla tradizione (cioè, in questo caso, alla storia) europea, illudendoci di colmare tale vuoto col ricorso alla formula, alla parola “Europa”.

Senza considerare, come prima elicevo, che esiste oggi una Europa democratica- borghese o democratica-socialista; così come ieri esisteva una Europa fascista e nazionalsocialista e una Europa democratica; così come l’altro ieri esisteva una Europa giacobina e una Europa controrivoluzionaria.

Senza considerare che molti, anche i tecnocrati del M.E.C., vagheggiano una loro Europa: una Europa fondata sulla sinistra gerarchla che imporrebbe alla base della piramide lo sfruttamento “razionale” del lavoro italiano e, al vertice, 1 investimento del capitale internazionale.

Invece di adottare questa formula equivoca (che doveva servire solo a distinguerci da coloro che sostenevano altre formule – quelle nazionalistiche – altrettanto equivoche), era necessario dire in nome di quali principi, attorno a quale idea del mondo, secondo quale direzione di effi cacia, i migliori tra gli uomini europei dovevano vincolarsi in una o r g a n i c a u n i t à p o l i t i c a s u p e r n a z i o n a l e .

E a questa diversa realtà avremmo potuto ancora dare il nome di “Europa” se la “vecchia Europa” – l’Europa dei secoli bui (per capovolgere il signifi cato di una nota frase di un vecchio buffone), l’Europa dei comuni antimperiali, l’Europa della chiesa romana, l’Europa protestantica, del mercantilismo, dell’illuminismo, del democratismo borghese e proletario, l’Europa massonica e giudaica -, questo spettro mostruoso non si fosse parato dinanzi a quegli uomini di ben diversa razza.

Mi sono soffermato su questo punto, perché esso segnala il carattere più evidente dei nostri errori, e perché il motivo dell’”Euro-pa” ha costituito, negli anni di attività politica della nostra organizzazione, il punto focale in cui confl uivano le nostre prospettive politiche.” (1)

Gia’ …copione praticamente ‘noto’…L’Europa e’ morta, sepolta in quel bunker sotto la cancelleria di Berlino nella primavera del 1945…

Provatevici pure a ‘rianimarla’…Se la rianimazione fosse possibile sui cadaveri sarebbe anche un tentativo ‘apprezzabile’ e pure auspicabile.. Ma qui siamo oramai, e anche da un pezzo, passati dalla fase obitoriale a quella della putrefazione scheletrica…

Purtroppo per gli europei siamo gia a livello di fosse che questo continente alla deriva – senza piu’ anima ne’ idee, senza una direzione e senza una leadership consapevole – si e’ scavato con le sue stesse mani giorno dopo giorno consegnandosi spiritualmente, razzialmente, politicamente ed economicamente alla sodomizzazione kosher della Sinagoga Mondialista…

E c’e’ poco da fare se qualche Nirenstein da ‘di matto’… E’ estate….

A qualcuno il caldo da alla testa…a qualcun’altro invece non c’e’ bisogno del caldo…Ad altri ancora invece servirebbe un antartico refrigerio….

Gran brutta bestia l’infelicita’…

‘Stateci’ ‘bene… e…ci raccomandiamo…siate felici perche’ – per dirla con Arthur Schopenhauer – “Bastare a se stessi costituisce certamente la qualità più utile per la nostra felicità”.

Noi ci “bastiamo” abbondantemente…

Il mondo si divide in due categorie: da una parte la spasmodica inconsapevole e infantile ricerca della felicita’ dall’altra la sicurezza interiore di chi ha smesso la ‘cerca’….

Au revoir

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

24 Luglio 2010

Note –

1 – Franco Giorgio Freda – “La disintegrazione del sistema” – ediz. di “Ar” – Padova 1987;




http://belluccidago.wordpress.com/2010/07/24/sensazioni-destate/

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01/07/2010

Eresia Maxima

Eresia Maxima

17/06/2010 ·

di Dagoberto Husayn Bellucci

….fino a scoprire ad uno ad uno i vostri nascondigli
senza rimpiangere la mia credulità:
perché già dalla prima trincea
ero più curioso di voi,
ero molto più curioso di voi….(…)
E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci,
mi sentivo meno stanco di voi
ero molto meno stanco di voi.

Potevo stuzzicare i pantaloni della sconosciuta
fino a farle spalancarsi la bocca.
Potevo chiedere ad uno qualunque dei miei figli
di parlare ancora male e ad alta voce di me.
Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo
con una scatola di legno che dicesse perderemo.
Potevo chiedere come si chiama il vostro cane
Il mio è un po’ di tempo che si chiama Libero.
Potevo assumere un cannibale al giorno
per farmi insegnare la mia distanza dalle stelle.
Potevo attraversare litri e litri di corallo
per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci.

E mai che mi sia venuto in mente,
di essere più ubriaco di voi
di essere molto più ubriaco di voi.”

( Fabrizio De Andrè – “Amico Fragile” – Album “Volume 8″ – 1975 )

“Il borghese è pacifista, pietoso, pietista, pronto a commuoversi, sempre
umanitario, infecondo, ostile alla militarizzazione e al nazismo. L’Asse Roma-
Berlino sta sullo stomaco a questi borghesi.”
( Benito Mussolini – “Diario 1935-1944″ di Giuseppe Bottai )

“La burocrazia e l’esercito permanente sono dei “parassiti” sul corpo della
società borghese, parassiti generati dalle contraddizioni interne che dilaniano
questa società, ma parassiti appunto che ne “ostruiscono” i pori vitali.”
( Vladimir Ilic Lenin )

“Vivere pericolosamente” era ‘adagio’ d’epoca fascista che – invitando la
gioventù a prendere l’iniziativa e guidare i destini della Rivoluzione
mussoliniana – fissava obiettivi incitando il popolo italiano a svegliarsi per
l’affrontamento di quella prova insuperata che sarà il secondo conflitto
mondiale alias la seconda guerra d’aggressione giudaica contro l’Europa
dell’Ordine Nuovo e delle Rivoluzioni Nazionali.

E “vivere pericolosamente” è anche imperativo categorico che abbiamo fatto
nostro da una ‘vita’….senza ‘rischi’ non ci ‘divertiamo’ riconoscendo
peraltro – con Julius Evola – che la patria d’”elezione” è quella laddove si
combatte per le proprie idee non esistendo oramai da oltre sessant’anni alcun
‘patrio suolo’ da ‘difendere’ nè soggetti, i più al limite ed oltre l’assurdo,
con i quali ‘confrontarsi’ efficacemente ossia riconoscendo ‘stili’ e
‘caratteri’ razziali conformi…. Se abbiamo smesso di ‘cercare’ (…la cerca
del nulla…) “sodali” è perchè – dopo tanti anni – visto ‘uno’ visti
‘tutti’…

Al di là dunque delle altrui rappresentazioni e delle forme assunte dalla
politica contemporanea, dei soggetti deambulanti nella vuota voragine di
valori, idee e ideali che caratterizza la società moderna e indipendentemente
da quali saranno gli ‘esiti’ di decomposizione terminale di aree più o meno
“antagonistiche” fissiamo “l’orizzonte immutabile” di quella che è la realtà
fattuale italiana del Terzo Millennio. Una mezza realtà ovvero la
rappresentazione tra il reale ed il virtuale di un paese ( …”‘o paese ‘cchiu
stupete du munne” parafrasando Remo Stellucce tifoso storico
dell’Internazionale e conoscente lattanziano di altre ‘epoche’….ovviamente
anche Maurizio Lattanzio – insuperato Grande Guascone nonchè velenosissima
penna ‘a sonagli’ dell’estrema destra italiana…- tifava Inter…la squadra
più ‘fascista d’Italia”…assieme chiaramente a Lazio e Hellas ….quest’anno
siamo in ‘attesa’ del miracolamento dei veneti….e del loro pronto rientro in
cadetteria….) che non esiste più…dilaniato ad un livello di semi-coscienza
collettiva che ha portato all’ecatombe generale degli spiriti ed
all’ammassamento dei cervelli nel gran calderone finto-hooliwoodiano (…la
scenografia del nulla…) magistralmente – ….la ‘grandezza’ capovolta del
‘demonico’… – realizzato da venticinque anni di de-ideologizzazione della
politica, destrutturazione della società, disarticolazione dei livelli di
guardia personali che hanno reso l’individuo moderno (l’italiota-medio) un
perfetto deficiente deambulante senza senso e senza obiettivi nella vuota
contemporaneità del Nichilismo trionfante.

Con o senza Berlusconi, con o senza il contorno di
veline/velette/letterine/escort, con o senza il proclama cloroformizzante della
Si(o)nistra Italiota (…quella veltronian-kennedjana americanizzante…) il
risultato probabilmente sarebbe stato identico: il berlusconismo, da taluni
percepito quale ultimo stadio della non-politica, rappresenta nient’altro – nè
più nè meno – che l’attracco ideale di un certo modo di pensare la politica, di
una certa attitudine politica, di una certa idea della politica (la stessa che,
peraltro, aveva trionfato negli anni Ottanta all’epoca della Milano da Bere di
craxiana-pillitteriana memoria e del socialismo ‘tricolore’ rampante del
‘ballerino’ della Farnesina …’tal’ Gianni De Michelis…). Inutile quì
stilare ‘classifiche’, domandarsi se facciano più o meno schifo gli ex missini
ex alleanzini approdati al berlusconismo omologante o gli ex comunisti ex PDS
arenatisi nelle secche del ‘democraticismo’ in stile ‘yankee’ ….Inutile e
peraltro improponibile confronto: fanno semplicemente schifo tutti quanti!
Senza ma e senza se diciamo che c’è ben poco da ‘salvare’ ….Nemmeno le
‘apparenze’ oramai…Lo sbracamento della politica procede parallelo a quello
della società di massa che ha i suoi miti, i suoi stereotipi, le sue mode ed i
suoi costumi in quel modello americano di consumo per il quale conta ciò che si
è in funzione di quanto si produce e, soprattutto, di ciò che si consuma (…
capitalismo…) mentre per gli animaletti parlanti nella terra di nessuno post-
modernista sarà ‘funzionale’ qualunque autorappresentazione di sè ‘conforme’ a
determinati interessi contingenti (…nella società dell’immagine conta
‘apparire’ ….l’essere, la dimensione interiore dell’individuo, il suo ruolo e
la sua percezione ‘verticale’ sono stati schiantati dal magma incandescente del
nulla contemporaneo che innalza simboli e modelli di riferimento meno che
mediocri e stabilisce inarrivabili ‘top-ten’ di demenza oramai
quotidiana….).

Qualcuno volesse provare a rappresentare all’estero, al di fuori
dell’Occidente mondializzato, la situazione italiota o semplicemente intendesse
riportare gli avvenimenti ‘cronachistici’ contrassegnati da un’impressionante
serie di idiozie più o meno infarcite da altrettanti episodi criminosi, si
ritroverebbe probabilmente a lasciar a dir poco esterefatti e basiti i suoi
eventuali interlocutori….Perchè la cronaca italiota è di quelle che
‘meritano’ attenzione: altissima percentuale di violenze di ogni ‘segno’  (…e
anche ‘razza’, nazionalità e/o religione….), stupri e ammazzamenti di ogni
sorta, atti di teppismo irrazionali ed irragionevoli, criminalità diffusa….
Siamo al teatrino dell’assurdo di gente che ammazza il vicino di casa perchè il
cane abbaia, di idioti che buttano lavatrici o si divertono a tirar sassate da
un cavalcavia, di dementi che per una sigaretta richiesta e non data inscenano
vere e proprie caccie all’uomo con accoltellamenti ‘vari’ (…l’amico Eugenio
Manzini, da noi incontrato lo scorso settembre per le strade di Modena, aveva
peraltro lucidamente sottolineato che oramai “non rischi una coltellata per una
sigaretta non data…la rischi anche se gli giri un pacchetto intero”…)….e
non dimentichiamoci la ‘lambretta’ volata giù da una curva di San Siro alcuni
anni or sono…. E’ l’emersione dell’irrazionale. L’affermazione di escrescenze
infere ‘destate’ dal sub-conscio di individualità malate….

Pazzia collettiva e demenza individuale si ‘accavallano’ nelle notizie di
‘nera’ allineandosi – nei palinsesti di telegiornali che raccontano il nulla,
parlando di nulla e occupando di niente – al lato, a fianco o comunque vicino,
a quelle altre forme di omologazione culturale di massa che sono le notizie
gossippistico-puttanesche da anni, oramai, occupanti in pianta stabile perfino
i salotti-buoni della politica. E anche in questo campo siamo ai livelli
bassissimi dell’”escortismo” provincialistico-universitario ..(…”dove sono
andati i tempi di una volta per Giunone/ quando per fare il mestiere ci voleva
anche un pò di vocazione” ‘cantava’ il Grande Fabrizio Faber De Andrè quasi
quarant’anni fa ne “La Città Vecchia”…) che non arrivano minimamente a
rappresentazioni di “superbia” troiesca quali quelle – ‘riportateci’ da
“cronache bolognesi” passate -di una Signora (…a volte la “S” maiuscola
s’impone…) che – cornificato a dovere il consorte per tutta una vita – post-
mortem aveva fatto preparare uno “specialissimo” testamento incaricando un
conoscente dell’invio di una missiva anonima (…la famosa “lettera al
minatore” del Grande Totò…) ‘ilustrante’ abbondantemente all’”affranto”
maritino le sue ‘gesta’ erotico-sessuali … Massima perfidia femminile!

La puttanopoli italiota oramai non saprebbe riconoscere più neanche un culo
femminile figuriamoci tutto il ‘resto’…. E quando si parla di I’tal’yà la
prima, logicissima, immagine che ‘balena’ alla mente è quella delle derive
assunte oramai dal Politico: indipendentemente, lo ripetiamo, da ‘tizio’,
‘caio’ o ‘sempronio’ di turno siamo ai minimi storici per ciò che concerne il
concetto stesso di Politica; di fronte ad un niente che domina incontrastato
l’orizzonte politico ed erompe nella scena pubblica mediatica attraverso la
figurazione scenica del “fabbrichetta” rifatto e tirato (…l’uomo di
plastica…) del Cavaliere di Arcore…l’arricchito mestatore affaristico che
ha costruito il suo impero mediante abusi e corruzione con l’imbroglio di chi
si sente protetto e ‘rassicurato’ dal Potere politico….Il Grande
Intrallazzatore mediatico ha decisamente oscurato tutto e tutti gli altri
‘copartecipanti’ e corresponsabili della Grande Truffa post-ideologica
denominata Seconda Repubblica.

E’ in questo pandemonio di demenzialità contorte e irrilevanti convergenze,
intese truffaldine e tangentocrazia persistente, nel rubacchiare come fine e
nel disporre della propria posizione d’autorità per dare l’assalto alla
cosiddetta “scala sociale” sistemica che si delinea una bassissima politica che
è espressione naturale di quella deriva ontologico-individualistica che ha
caratterizzato il ‘paese’ dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni …
Obnubilata l’identità nazionale, disintegrati i miti ideologici, annullata la
volontà popolare la ‘casta’ ha rappresentato la nazione Italia come
un’autentica espressione geografica incastonata nel concerto di Stati
dell’Unità Europea …. Nell’epoca decisiva che vedrà il grande rimescolamento
delle ‘carte geopolitiche’ mondiale, in un periodo che è caratterizzato
dall’avvento di nuovi attori geopolitici (India, Cina, Brasile ma anche nazioni
meno sviluppate che si stanno affacciando nel Great Game planetario dei nuovi
rapporti di forza internazionale quali l’Argentina, il Venezuela, il sud-est
asiatico…) e dalla tenace resistenza opposta dall’Imperialismo statunitense
schierato militarmente (ma anche, soprattutto, economicamente) a difesa dei
propri interessi e delle proprie posizioni l’Europa non esiste! Non riesce ad
esistere! Per quanto ci si sforzi di ‘indorare’ la ‘pillola’ siamo di fronte al
fallimento del “progetto Europa”: il Vecchio Continente è quello delle banche e
della finanza parassita, dei giudeuri e delle casseforti delle multinazionali,
della concezione antiquata del diplomaticismo che, peraltro, questi politicanti
da strapazzo non sanno più nè come nè dove affermare andandosi ad impantanare
su posizioni irrilevanti dinnanzi ad autentiche tragedie alcune delle quali
vissute alle proprie porte, davanti al cortile di casa, perfino dentro casa (e
qui non potremmo non ricordare il dramma della ex Yugoslavia….dov’era
l’Europa? dov’erano gli europei mentre altri europei si scannavano bellamente
per tutte le regioni slave? cosa facevano i Gianni De Michelis dell’epoca per
fermare il massacro oltre-confine che dalla Slovenia alla Croazia passando per
Bosnia Erzegovina ed infine Serbia e Kosovo hanno lacerato, disintegrato,
distrutto popoli, etnie, villaggi e città in una contesa barbara e crudele
d’”altri tempi” alla quale – ‘piaccia’ o ‘meno’ ai ‘risikandi’ della
geopolitica – pose fine soltanto l’intervento armato degli Stati Uniti?).

La vicenda del conflitto civile slavo ha dimostrato, con un decennio
d’anticipo rispetto alla applicazione del così tanto celebrato ed osannato
“Trattato di Maastricht” che l’Europa non è più: priva di una politica europea
comune degna di questo nome, incapace di assumere perfino posizioni univoche
rispetto a tutte le principali evoluzioni della recente storia mondiale degli
ultimi vent’anni ed assolutamente inerte e imbelle dinnanzi ai genocidi che
dall’ex Yugoslavia all’Africa passando dalla Palestina occupata all’estremo
Oriente si sono susseguiti ininterrottamente.

Quest’Europa flaccida e stoltamente servile di fronte ai diktat-desiderata
atlantico-sionista ha mostrato abbondantemente il suo volto: semplicemente
inesistente! Manca l’elemento umano, mancano i progetti, manca l’unità europea.
L’Europa naviga senza timone nelle acque agitate delle tempeste geopolitiche
internazionali sforzandosi a malapena di restare a galla senza mete senza
obiettivi e senz’alcuna speranza di incidere neanche diplomaticamente sui
principali eventi che contrassegnano e domani ancor più distingueranno il
futuro della politica mondiale. Piccola politica del quieto vivere. Piccole
idee del pacifinto mantenimento dello status quo. Piccolissimi e mediocri
attorucoli (i Sarkozy, i Berlusconi, le Merkel, i Brown e – dietro loro con
loro – tutto il resto del ‘baraccone’ politicante delle “piccole patrie” di
gollista memoria) irresponsabilmente assurti alle rispettive ‘fortune
elettoralistiche’ nazionali ed alla guida dei rispettivi esecutivi attraverso
l’inganno e la menzogna di propagandistiche ed illusorie promesse (…’buone’
solo per il popolo-gregge dei ‘belanti’ deambulanti castrati ontologicamente
nella terra di nessuno post-nichilistica….)  che mai potranno nè tantomeno
vorranno mantenere e ‘assisi’ ai posti di ‘comando’ illusori delle Istituzioni
sistemiche a difesa degli interessi privatistico-usurocratici delle grandi
consorterie massonico-settarie delle diverse lobbie’s economico-finanziarie e
dei gruppi di pressione imperanti in ogni tugurio democratico alias società
dell’alienazione di massa e della spartizione partitocratico-pescecanesca dei
‘dividendi’.

E la politica dov’è? Ed il ‘dibattito’ politico dove sta? E, in tutta questa
serie di contrattazioni affaristiche, dove rimane il senso del ‘politico’?
Forse abbandonato stancamente nell’alcova di qualche ‘squillo’ d’alto bordo o
dimenticato nella preistoria ‘patria’ dei “padri costituenti” di una
repubblichetta delle banane abbandonatasi ed appiattitasi sulle posizioni del
più squallido e servile filo-atlantismo, americanizzata più dell’America,
imputtanitasi da sessant’anni abbondanti di asservimento generale alle
politiche imperialistiche provenienti d’oltre-oceano e privata di qualsiforma,
anche minimale, di “sovranità nazionale”.

La deriva della società italiana è lì davanti agli occhi di chiunque sappia e
voglia osservare lo spettacolo indecente di una classe politica di nani e
ballerine, di soggetti incapaci di prendere una benchè minima decisione,
decisamente irresponsabili quando (siano di ‘destra’ o di ‘sinistra’ poco
cambia) varano manovre finanziarie strappalacrime ad un popolo abituato a subir
tacendo che ormai supinamente non leva più neanche le ‘consuete’ lamentele di
‘facciata’…. Passate le epoche delle contestazioni e delle rivolte più o meno
pseudo-rivoluzionarie viviamo i tempi ultimi della “fine della storia” con
l’atteggiamento quasi compiaciuto di chi, castrato a dovere (…cappone ‘made
in Italy’…), può solamente attendere sornione e impaziente l’altrui
castrazione…viaggiamo così, incerti e indecisi, verso l’One World, mondo
unidimensionale anti-identitario e virtuale; nettamente plagiati dall’effimero
che inonda oramai onnipervadente i mezzi d’informazione di massa. A nessuno
interesse niente di nessuno perchè queste sono le dinamiche di normalizzazione
sistemico-sinagogiche tirannicamente calate, quasi fossero una novella spada di
Damocle, sulle teste (…tralasciamo di ‘cosa’….) di soggetti depauperizzati
e irretiti da sessantacinque anni di democraticismo e da un trentennio di
edonistiche ed illusorie promesse mancate.

Ora di fronte a questo scenario pre-mortem (…campane a lutto di una
nazione…) occorrerebbe un’inversione radicale, di trecentosessanta gradi,
della rotta: occorrerebbe una rivolta idea, nazionale e socialista, incendiaria
e devastante di tutto l’esistente. Ma si sa….tra il ‘dire’ ed il ‘fare’….
restano gli ‘oceani’ di idiozia dei contemporanei.

L’eresia maxima di fronte al vuoto postnichilistico panorama contemporaneo
sarà rappresentata dall’eruzione informe di nuove forme di ribellione,
dall’avvento inaspettato di forze sovraumane, dall’escissione dal consorzio
sociale dei burattini sinagogici di un soggetto nuovo, differenziato,
indifferente, irriverente ed irriducibilmente deciso a stravolgere
completamente l’attuale panorama politico, i dogmi dominanti, le opinioni
correnti, i convincimenti contemporanei. L’eresia suprema dovrà essere la
negazione di tutto l’opinionismo sinagogico-sistemico: sradicamento totale dei
non valori di questa società e di questo mondo, radicalizzazione di tutte le
correnti anti-sistemiche attualmente ridotte allo stadio larvale da una
progressiva erosione che ha incanalato nella Grande Cloaca ‘circense’ del
gossippismo straccione istinti e pulsioni politiche ed identità frastagliate e
svendute sull’altare del Vitello d’Oro della macchina produttivistico-
consumistica del capitalismo globale.

Una lucida, fanatica, irriducibilmente radicale eresia dovrà riprendere la
strada verso la disintegrazione dei palinsesti costituvi l’ordinamento
borghese: alla piovra individualistica della catena di montaggio consumistico-
capitalista opporre l’estetica scintillante della figura dell’Operaio
Militante; la fanatica utopia dei Consigli Rivoluzionari di Fabbrica (
riecheggi pure la eco del “Tutto il potere ai Soviet!” …sempre meglio della
castrazione mondialista che ha svuotato di ogni valore ideali e politica) ed
infine la costituzione di uno Stato Comunistico Prussiano dell’Aristocrazia
Razziale di una nuova ‘casta’ di Signori….

Eresie? ‘Certo’….. Opporre al modello di sviluppo liberalcapitalistico
dominante la Socializzazione delle Imprese! Lo Stato – uno Stato ‘degno’ di
questo nome – la pianti di sovvenzionare pubblicamente e correre periodicamente
in soccorso – offrendo ‘stampellistiche’ misure di ‘aiuti’ e finanziamenti -
alla FIAT (principale azienda italiana) e decida di statalizzarla
definitivamente…. Lascino agli operai di socializzare le principali imprese
nazionali. Statalizzino le banche d’affari dei privati pescicani della
borghesia italiana e quelle, troppe, già in mani straniere. L’operazione di
riequilibrio dell’economia nazionale sia destituita da ‘opportunismi’ piccolo-
accattoneggianti e si risollevi il mondo dell’agricoltura vessato da anni e
quello della piccola-media impresa autentico perno della nazione italiana.
Siano restituite alla Cultura ed all’Arte, al Turismo ed al cosiddetto “made in
Italy” il loro ruolo di battistrada all’estero di un “modello Italia” antiquato
nell’era della globalizzazione e comunque indifferente all’assalto concentrico
delle multinazionali straniere. Aboliamo il vocabolo “privatizzazione” dai
libri di scuola della Politica! La Politica ritorni alle redini di questo paese
e della sua economia. Ritorni la funzione eminentemente produttivistico-
patrimoniale del libero mercato riconducendo aziende e imprese sotto il
controllo dello Stato. Siano espropriati i patrimoni privati fraudolentemente
accumulati dalla grassa borghesia sulle spalle degli onesti lavoratori e della
nazione.

I ‘Berluscone’s’ si trovino un’oasi di pace da qualche parte…ce ne sono
‘molte’ dall’Atlantico al Pacifico…. Gli Elkann abbandonino la ‘preda’ …. I
De Benedetti rinuncino a mestare nel torbido… Le Nirenstein – se proprio ci
tengono tanto a “monitorare’ e censurare in ogni ‘dove’ – facciano le valigie e
cerchino casa altrove… (non ce ne facciamo assolutamente niente di soggetti/e
giudei e giudaizzanti eletti parlamentaristicamente e inviati a Roma a
“rappresentare gli interessi di Israele”….)…. I ‘furbetti’ del
‘quartierino’ (…gli utili idioti delle terze/quarte file della piccola
finanza provinciale italiota…) infine ritornino a farsi da parte….

La Banca Centrale, banca privata, sia completamente riassorbita dallo Stato.
Si abbandoni al suo destino la moneta unica europea, il giudeuro che tanti
danni ha prodotto all’economia reale nazionale, e le nazioni del ‘consorzio’
imbroglioni e imbonitori finanziario di Strasburgo e dintorni.

Uno Stato degno di questo nome disconoscerebbe immediatamente i trattati di
“pace” firmati dall’Italia vinta nel 1947 ….rimetterebbe in discussione
immediatamente la presenza militare statunitense sul territorio nazionale,
uscirebbe dall’Alleanza Atlantica e dai diktat statunitensi ed allontanerebbe
qualunque rappresentanza diplomatica ‘scomoda’ fautrice di linee di politica
estera non funzionali ai nostri reali interessi mediterranei e europei.

E, dulcis in fondo (…ma le “cosucce” da fare sarebbero numerose…) sia
eliminata la malapianta massonica che tutto domina e tutto investe e compenetra
di sè; siano combattute fino in fondo le diverse organizzazioni mafioso-
criminali e – soprattutto – si affronti vis a vis apertamente e coraggiosamente
l’eterna questione maledetta eliminando l’influenza della gènia maledetta dal
nostro territorio nazionale (…si ‘sentono’ “israeliani”….’decidessero’….o
emigrassero verso altri ‘lidi’ …l’America è sufficientemente ‘grande’ e
abbondantemente ‘conforme’ ai loro istinti usurocratico-predatorii..).

Come lucidamente affermava Maurizio Lattanzio anni fa, dalle pagine di “Islam
Italia”, senza anti-mondialismo non esiste anti-imperialismo ‘plausibile’ …
allo stesso modo senza anti-giudaismo non può dirsi ‘compiuto’ alcun serio
tentativo di analisi o ‘ricognizione’ foss’anche semplicemente scrittoria
relativa all’anti-sionismo. Una politica autenticamente rivoluzionaria dovrà
pertanto affrontare la questione ebraica e quella monetaristico-finanziaria del
mercantilismo usurocratico internazionalista…i due principali cancri che
comprimono e sottomettono la libertà dei popoli e la sovranità delle nazioni.

Qualcuno potrà chiamare questo programma semplice utopia e politica
irrealizzabile…. Qualcun’altro potrà sempre sottolineare l’inattuabilità di
proposte politiche ‘antiquate’….Altri ovviamente non mancheranno di rilevare
l’indiscutibile ‘follia’  demagogica di parole d’ordine di un “passato che non
passa”….Noi diciamo soltanto trattasi di lucida, semplicemente lucida, e
fanatica eresia …..o ultima ratio prima della fine….

Au revoir…

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

17  GIUGNO 2010

 

 

http://belluccidago.wordpress.com/2010/06/17/eresia-maxima/

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RebelDia

RebelDia

09/06/2010 ·

di Dagoberto Husayn Bellucci


“Da stasera o da domani alzerò una barricata

di foto, dischi e lattine di birra chiara e ghiacciata,

scalderò pasta e fagioli, alluderò tutti i telegiornali,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.


Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la gioia dei sessanta come una volta griderò

Da stasera o da domani alzerò una barricata

di sogni, fumetti e barattoli di rossa e buona marmellata,

guarderò la mosca planare, lascerò il campanello suonare,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.

Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la rabbia dei settanta come una volta griderò

Da stasera da domani alzerò una barricata

seduto sul pavimento mangerò fichi, uva e cioccolata,

agirò da clandestino, starò insonne fino al mattino,

piangerò per te che non so se sei già all’inferno o in paradiso,

ma hai perso il sorriso.

Dammi una chitarra e poi vedrai come canterò

la noia degli ottanta come una volta urlerò

Griderò…..”

( Nomadi – “60  70  80″ – Album “Like a Sea Never Dies” (live) – 1989 )

Anno decimo del terzo millennio era cristiana….qualcuno ha “pronosticato”
che, entro un paio di anni, tutto dovrebbe finire…millenaristiche e
apocalittiche visioni di una società andata a ‘male’ e sostanzialmente incapace
di rettificare il proprio corso discendente e la propria involuzione storica.

Una domanda si impone: se la situazione di generale disastro – etico e morale,
politico ed economico, spirituale e ideale – appare oramai evidente ai più a
chi si deve ascrivere la responsabilità di questa vera e propria discesa in un
baratro del quale neanche si vede la fine? Esiste cioè un’organizzazione – o
più organizzazioni – che hanno preparato scientificamente una società
all’interno della quale funzionano perfettamente meccanismi di alienazione
mentale di massa e di depauperizzazione delle coscienze? Esiste un’esilarca
capace di imporre all’umanità direttive indipendentemente da governi ed
istituzioni nazionali e sovra-nazionali legalmente riconosciute come
“rappresentanti” delle volontà popolari?

A questa domanda tentò di rispondere alcuni anni fa Sergio Gozzoli con una
monografia dedicata ad un “viaggio nel labirinto del potere mondialista” che,
nella sua introduzione, sosteneva una verità all’epoca – fine anni Ottanta – a
malapena ‘percepita’ da esigui settori culturali anticonformisti: “Che il
potere reale – scriveva allora Gozzoli (1) – non stia sempre e del tutto nelle
mani dei governi, delle istituzioni ufficiali, sono oggi in molti a
riconoscerlo. Chi, per esempio, debba essere il candidato di un partito alle
elezioni presidenziali USA, e fra i candidati debba alla fine essere eletto, e
quali linee politiche la sua Amministrazione debba seguire, lo decide in realtà
una ristretta cerchia di personaggi che operano dietro le quinte. Si parla
comunemente di establishment, di lobbies, di “oligarchia finanziaria”. Chiunque
segua con un minimo di impegno e di attenzione, o anche solo di curiosità, le
cose della politica in generale – qualunque sia la sua posizione ideologica o
il colore della sua militanza – conosce per esempio i nomi dei Rockefeller e
dei Rothschild e si rende ben conto della immensa influenta che essi esercitano
oggi sull’economia e sulla politica del mondo. Non che sia cosa nuova. Sono
almeno due secoli che gli eventi mondiali vengono potentemente influenzati, e
negli ultimi tre quarti di secolo addirittura determinati, non soltanto e non
solo dalle forze politiche tradizionali – statisti e rivoluzionari, vertici
militari e religosi, masse popolari e movimenti ideali – quanto piuttosto dalla
casta bancaria internazionale. Sono poche centinaia di uomini che controllano,
insieme alla gran parte delle ricchezze monetarie della terra, i debiti
pubblici della maggior parte degli Stati. Dai loro finanziamenti dipende la
stabilità monetaria ed economica, e quindi sociale e politica, di quasi tutti i
maggiori paesi: i più dei governi infatti – pena la bancarotta e il caos – non
possono fare a meno dei loro prestiti e, soprattutto, della loro competenza
tecnica in materia monetaria.”.

Esattamente! E’ dalle decisioni che vengono prese da qualche assise di questi
plutocrati internazionali, da questi autentici apprendisti stregoni e
alchimisti di formule socio-politiche rigorosamente progressiste e
democratiche, che dipende la sorte di migliaia, milioni probabilmente miliardi
di individui. E’ il sistema o, per esser chiari, sono queste alcune delle
principali organizzazioni che compongono il “sistema” del Mondialismo ossia la
cupola di un potere finanziario tecnocratico che dirige i destini di popoli e
nazioni e determina gli avvenimenti della politica mondiale da tre secoli a
questa parte indirizzandoli verso quelle formule di organizzazione ed
amministrazione conformi ai diktat/desiderata del Potere Occulto.

Un potere che si andrà manifestando nel corso della storia fino all’apogeo
trionfale della conquista delle menti della plebaglia francese alias
Rivoluzione illuministica e anti-teocratica del 1789 la prima seria operazione
direzionale programmata, realizzata e portata a termine dietro le quinte dagli
ambienti dell’Alta Finanza: al grido populistico “rivoluzionario” dei tre
principii guida della Rivoluzione (Libertè Egalitè Fraternitè) le masse
parigine decreteranno l’inizio di una nuova epoca dominata dall’ideologie e
dalle utopie del progressismo, del laicismo, della secolarizzazione.

Il mondo da allora non sarebbe più stato lo stesso: la rivoluzione francese -
la rivolta del Terzo Stato (la borghesia) contro il clero e l’aristocrazia -
sancirà l’avvento nella modernità inondando l’Europa prima e il mondo poi del
virus egualitaristico-massonico, della rivoluzione dei Lumi della “Dea
Ragione”, proclamando la morte dell’autorità “per diritto divino” e quella del
potere temporale della Chiesa; presentandosi essa stessa come contro-Chiesa
lanciata contro tutte le forme di oscurantismo “medievale” e contro tutte le
Istituzioni del pianeta uniformate ai valori della Tradizione. La Rivoluzione
di Francia fu la rivolta organizzata dalle logge massoniche e la rivincita
dell’ebraismo cosmopolita per l’applicazione di un programma di sovversione
globale mirante alla disintegrazione di qualsivoglia ordinamento etico-morale
fondato sui valori della Religione, della Razza e – successivamente attraverso
le teorie socialistico-marxiste – della Nazione.

Non si comprenderebbe altrimenti la storia degli ultimi 230 anni senza
considerare l’efficace proclama sui “diritti dell’uomo” e la sua elezione a
vero e proprio dogma della società contemporanea plasmata ad immagine e
somiglianza del Grande Architetto dell’Universo di tutte le logge e di ogni
conventicola settaria più o meno illuminata dalla “Ragione” (…quella per cui
Massimo Fini, intellettuale non conformista di notevole intuito, ha
giustamentente scritto che…aveva torto…).

Una vera e propria contro-teologia quella del progressismo e della cieca
fiducia nell’umanità (…che scalza e disintegra la stessa concezione di
popolo, nazione e Stato pure proclamata dalla borghesia francese e dal fervore
rivoluzionario giacobino con i moti dell’89…) che determinerà le successive
ventate di isteria populistico-rivoluzionaria che attraverseranno tutto
l’Ottocento e la prima metà del Novecento: dalle rivoluzioni (massoniche)
europee del 1848 (…i risorgimenti…) all’esperimento della Comune
rivoluzionaria di Parigi del 1871 passando per il golpe ebraico di Lenin nella
Russia degli zar (1917) apice di un moto sovversivo che tutto travolge e tutto
distrugge ai piedi del progresso, della ragione, della scienza e della tecnica,
dell’umanità che lancia il suo dissacrante “assalto al cielo” e nega Dio prima
di arrivare – con l’esistenzialismo, il naturalismo, il relativismo e il
darwinismo – a negare l’uomo.

I diritti dell’uomo rappresentano la pietra miliare sulla quale poggiano le
odierne strutture del potere mondialista: ONU e annessi e connessi istituti
sovranazionali, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, banche centrali
e fondazioni ‘filantropiche’, società multinazionali e affiliate con -
leggermente più ‘occulti’ – i vari, nell’ordine, Round Table,  CFR, Bildeberg
Group, Pugwash Conferences, Trilateral Commission & ‘company’ ad alimentare,
propagandare in senso preogressitico-illuminista e dirigere tecnocraticamente
il corso degli eventi nei quattro angoli del pianeta.

La storia viene ‘prefabbricata’ nel chiuso di qualche loggia massonica, nel
ristretto circolo di qualche apparato segreto mondialista, all’interno dei
consigli di amministrazione di qualche compagnia multinazionale, nel segreto
delle sinagoghe autentici covi di sovversione e destabilizzazione dell’ordine
mondiale. Le parole d’ordine del Mondialismo sono quelle dell’89 riviste e
‘corrette’, ‘modernizzate’, per garantire la gestione del potere su scala
globale: libertà, uguaglianza, fraternità internazionali. Diritti dell’uomo
dogma supremo al quale devono inchinarsi e sottomettersi Stati e nazioni,
governi e istituzioni. E’ un ricatto che dura da oltre due secoli e influenza,
avvolge e uniforma i destini di miliardi di individui in ogni parte del
globo.

Ma cosa sono esattamente questi stramaledetti “diritti dell’uomo” di cui si
‘ciarla’ tanto e altrettanto si scrive? Perchè questa rincorsa all’umanitarismo
più banale che oramai abbonda nei programmi politici e sociali di tutte le
organizzazioni ed i circoli pubblici e privati delle diverse nazioni? Che cosa
si nasconde dietro alle belle parole sui “diritti dell’uomo”?

Innanzitutto un ricatto psicologico che coinvolge e colpisce quelle nazioni
“ree” – agli occhi dei potenti del pianeta – di non volersi “uniformare” al
modello democratico oligarchico occidentale in particolare alle democrazie
plutocratiche per eccellenza (Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti). Sono
questi i tre modelli principali che vengono presentati al resto del pianeta
quali “esemplari” e storicamente credibili esempi di integrazione,
pacificazione sociale, uniformità ideali e stabilità organizzativo-statale.
Tutte le altre “democrazie” non uniformate al modello anglo-sassone o a quello
francese saranno senz’altro da ‘correggere’, la loro evoluzione in senso
‘democratico’ da migliorare e le loro stabilità dipenderanno dall’ennesimo
ricatto di questa o di quell’altra organizzazione mondialista (mediante le
usurocratiche pressioni ai ‘fianchi’). Esistono poi i cosiddetti “stati
canaglia” che sono quelli maggiormente a rischio: Iran, Siria, Corea del Nord,
Irak, Afghanistan sono senz’altro i principali pretendenti alla “maglia nera”
ma anche nazioni quali la Bielorussia,la Birmania, la Cina, il Venezuela,
l’Arabia Saudita e molte altre ancora non sono messe poi così bene a causa del
“mancato rispetto dei diritti umani” (e da questo punto pure la Russia per
quanto normalizzata e ricondotta nell’alveolo delle nazioni ‘democratiche’ non
se la passa troppo meglio).

Vediamo dunque che il ricatto sottile che accompagne le pressioni, le
strategie e le mire dei tecnocrati mondialisti punta principalmente a mettere
in discussione lo status quo delle singole nazioni, dei singoli Stati, che – di
volta in volta – verranno chiamati a rispondere sull’applicazione o meno dei
“diritti umani”. E’ un ricatto psicologico (che si accompagna a quello
economico-monetaristico di strangolamento-strozzinaggio minacciato dalle
sopramenzionate istituzioni mondialiste) che trova un preciso riscontro
nell’attitudine delle organizzazioni internazionali ebraiche che, fin dalla
seconda metà del XIXmo secolo, operavano per la garanzia ed il rispetto delle
libertà delle differenti comunità israelitiche mediante gruppi di pressione fra
i quali si misero in luce a “combattere l’antisemitismo” l’Alliance Israelites
Universelle e il B’nai B’rith. La questione dei “diritti umani” non conosce nè
razza nè religione, è sovranazionale e sovraistituzionale, sovrasta l’ONU e
tutte le bandiere nazionali: è onnicomprensiva, onnipervasiva e onnipresente
laddove la Plutocrazia deciderà di applicarla come forma ricattatoria di
pressione, controllo o mutamento delle politiche di quel determinato Stato.

Perchè ciò possa avvenire è inscritto nella logica stessa, internazionalista e
cosmopolita, della dichiarazione dei diritti dell’uomo e nella sua
estensibilità a 360 gradi e lungo tutti i paralleli terracquei: nessuna nazione
o Stato, popolo o razza, potrà mai sentirsi al riparo dalle ire e dai fulmini
dei potenti oligarchi che hanno in mano la possibilità di giudicare chi
garantisca e chi applica i pretesi “diritti dell’uomo” e, per contro, sulla
base di una altrettanto pretestuosa concezione di autorità sovranazionale chi
siano coloro i quali meritino sanzioni ed eventuali castighi per la mancata
applicazione degli stessi diritti.

“I diritti collettivi – ha scritto Ghislaine Renè Cassin ne “L’Action
Gaulliste” del 30 aprile 1980 – non sono i diritti dell’uomo.” L’ideologia del
diritti dell’uomo, originariamente, manifesta anzi una vera fobia della
collettività. La legge Le Chapelier del 14 giugno 1791, che pose fine alle
antiche corporazioni, proibisce le associazioni professionali perchè “contrarie
alla dichiarazione dei diritti dell’uomo”!. (…) Nei fatti, l’ideologia dei
diritti dell’uomo, assolutamente inefficace (…) di fronte ai dispotismi
contemporanei, è in compenso fondamentale alla destrutturazione delle società
“libere”. “Spingete un pò il fanatismo – scrive Louis Pauwels – e sentirete che
tutto quel che obbliga l’individuo a comportarsi da cittadino è contrario ai
diritti dell’uomo. Celebrerete il culto del’individuo innalzato contro lo
Stato. Vedrete l’esattoria, il commissariato di polizia, la caserma e la scuola
come delle Bastiglie che schiacciano l’uomo. Invocherete la grazia divina di
una completa rottura di solidarietà con la città, la sorte della nazione, il
destino della patria. Ogni costrizione in vista di un bene collettivo si
opporrà ai diritti dell’uomo. (…) L’origine signorile della libertà
individuale e soprattutto il suo riconoscimento giuridico riguadano solo un
aspetto di ciò che intendiamo per libertà: l’indipendenza e non la liberazione,
l’autonomia e non l’emancipazione, o ancora le libertà e non la libertà.” (2)

Ci troviamo di fatto dinnanzi ad un mostruoso Leviatano…quello dei “diritti
dell’uomo”!  Uno dei tanti Leviatani (esistono anche quelli dei “diritti” delle
minoranze etniche e razziali, quelli delle minoranze “sociali”, quelli infine
della difesa ad oltranza di ogni devianza e di tutte le depravazioni possibili
e immaginabili) che compongono il Leviatano supremo rappresentato dall’attuale
concetto di autorità ovvero di un Potere inteso quale sopraffazione
dell’individuo, dei singoli, dei popoli e delle collettività  che si eprime
mediante coercizione e controllo ed è l’espressione – illegittima benchè
legalizzata, subdola benchè operante alla luce del sole – che rappresenta
oramai la quintessenza di tutti i Poteri, di ogni Autorità, di qualunque
Istituzione onnipervadente la società contemporanea di massa.

Potere come oppressione delle coscienza, obnubilamento delle volontà,
disintegrazione dell’anima e dell’identità dell’individuo. Contro una simile
mostruosità occorre ancora una volta levare un grido, una voce, di libertà ed
opporre una ribellione, una reazione, un rigetto del livellamento imposto
dall’alto, del moderno sistema di condizionamento e della sua pretesa
normalizzatrice. In quale modo sia possibile reagire crediamo sia stato
lucidamente e superlativamente tracciato da Ernst Junger nel suo “Il Trattato
del Ribelle” laddove sottolinea come “poche parole come ad esempio “ho detto
no” (…) sarebbero infinitamente più efficaci. (…) Basterebbe un secco “no”
e chiunque cui capitasse sott’occhio capirebbe al volo di che cosa si tratta.
Sarebbe un segno che l’oppressione non è perfettamente riuscita. I simboli
spiccano in modo particolare proprio su un fondo uniforme. (…)  I segni
possono essere colori, figuri e anche oggetti. Quando hanno carattere
alfabetico, la scrittura si converte in ideogrammi: acquista immediatamente
vita, fornisce materia per le spiegazioni. Si potrebbe abbreviare
ulteriormente  e in luogo del “no” tracciare una sola lettera – una R per
esempio. Starebbe a significare, tra l’altro: Raduno, Riflessione, Riscossa,
Rivolta, Rabbia, Resistenza. O magari Ribelle.” (3).

Perchè “ribellarsi è giusto”? Essenzialmente l’atto di ribellarsi è
legittimato da un’oppressione preesistente. In secondo luogo diviene tanto più
legittimo e conforme laddove si consideri che viviamo nel mondo degli ‘altri’,
uniformati ai modelli degli ‘altri’, sottoposti alla tirannia degli ‘altri’ che
ci controlla, spia e cerca di sottometterci alle altrui volontà, ai loro
diktat, alle loro regole e leggi. Viviamo, piaccia o meno, nel mondo degli
“altri”: alieno totalmente e radicalmente alla nostra “welthannshauung”
(visione del mondo) e quindi, indiscutibilmente, nemico. Niente diviene dunque
più legittimo, conforme e sostanzialmente rivoluzionario che un atto di
ribellione: dire “signornò” alla società contemporanea ed al Sistema è
innanzitutto un dovere e oltremodo un atto di resistenza che è preludio per una
presa autentica di coscienza in senso antagonista. Rifiutare le logiche di
asservimento del mercato, quelle alienanti della pubblicità e quelle
normalizzanti della propaganda sarà il primo passo verso una reale distinzione
tra chi si porrà al di fuori del Sistema (delle sue leggi come della sua
apparentemente caotica forma strutturale ossia all’esterno dei telai
istituzional-sbirreschi di omologazione rappresentati dall’insieme dei partiti,
dei sindacati, delle istituzioni pubbliche e private) e chi ne accetterà la
dittatura.

E che di dittatura, mascherata dietro alle solite belle parole d’ordine della
democrazia e della libertà, del consumismo e del progresso (…gli specchietti
per le allodole moderne con le quali il Sistema prende “due piccioni con un
fava” ingannando prima e irretendo poi finendo per erigere un’autentica
struttura di potere repressiva che , quando vuole, distende inesorabilmente le
sue strutture repressive blindando e incarcerando ogni forma individuale -
mediante le ‘note’ liste di proscrizione – o collettiva di dissenso…), si
tratti crediamo ci sia poco da “disquisire” laddove è oggettivamente reale non
solo il rischio ma anche la capacità di eliminazione di qualunque articolazione
critica di opinione e, particolarmente, anche in presenza di parvenze rumorose
ma innocue di pluralismo che risultano funzionali al Potere, alle sue logiche
di omologazione e di controllo ed alla sua capacità di estensione della sua
autorità (….”…la dittatura c’è ma non si sa dove sta/ non si vede da qua,
non si vede da qua…” canta Daniele Silvestri…).

Le moderne forme del totalitarismo democratico sono quelle che hanno creato i
meccanismi diabolici di persuasione occulta, l’ipnotismo omologante della
pubblicità e della propaganda, tutti i sistemi di spionaggio e controllo dei
quali si serve abbondantemente il Potere: le società occidentali contemporanee
sono un esempio lampante di questa deriva sbirresca come, peraltro già
riconosceva ed aveva individuato lucidamente lo stesso Junger laddove sosteneva
che l’estensione di misure “militari” di prevenzione dell’ordine pubblico con
le quali i moderni Stati-Leviatani arrivavano a concepire l’esistenza di
milioni di individui rasentavano la psicosi e stavano a rappresentare le fobie
dei detentori del potere, incerti, insicuri, intolleranti dinnanzi alla
semplice idea, alla prospettiva futura, di un cambiamento brusco di regime, di
una modifica del loro status quo sul quale, in definitiva, risiede la loro
autorità fondata sull’oro e sull’applicazione di leggi d’emergenza, stati di
polizia, organizzazioni istituzionalizzate criminali al servizio dei loro
interessi particolaristici. E che di istituzioni “criminali” – intese nella
loro reale condizione di copartecipanti al “banchetto” e quindi co-responsabili
delle disfunzioni, delle malattie e dei malesseri del Sistema (fra i quali il
ladrocinio pubblico e privato sarebbe in fondo il lato meno ‘criticabile’) – si
possa tranquillamente parlare intendendo con ciò tutti i gruppi di pressione,
le lobbie’s e soprattutto gli apparati repressivi in armi è un dato di fatto
che crediamo sia legittimo sottolineare laddove il Potere si esercita, oggidì,
soprattutto mediante indottrinamento e controllo propagandistico mediante i
nuovi strumenti di condizionamento dei mass media che formano la cosiddetta
opinione pubblica. Perchè questi eserciti pubblici al servizio di interessi
privati sono nè più nè meno forze di natura  gangsteristico-mafiosa (gruppi di
pressione al servizio di questa o quell’altra fazione della “casta” dei
mercanti) e organizzazioni puntate contro qualunque forma di dissenso, pronte a
stroncare qualsiasi anelito di libertà e a disintegrare ogni ipotesi di
rivolta. Il significato più profondo di questa realtà oramai onnicomprensiva
viene riconosciuto da Junger laddove sottolinea che gli eserciti “diverrano
tanto più idonei all’azione nichilistica quanto più svanisce in essi l’antico
nomos, inteso come tradizione. Nella stessa misura si rafforza necessariamente
il loro carattere di mero strumento d’ordine e con esso la possibilità da parte
di chiunque detenga le leve del potere di servirsi dell’esercito a suo
piacimento. (…) Dove poi si presentano come soggetto politico, rappresentati
dunque dai generali, le prospettive di successo saranno meno favorevoli che nel
caso in cui a portare avanti l’azione siano i partiti di massa. La tendenza a
coinvolgere nel movimento un numero troppo alto di persone anziane e valori
antiquati mette in pericolo l’impeto nichilistico dell’azione. (…) Ciò che
più di ogni altra cosa è adatto a qualsivoglia utilizzazione e subordinazione è
l’ordine tecnico, il quale tuttavia proprio attraverso questa subordinazione
trasforma le forze che di esso si servono, facendone dei lavoratori. Ciò vale
anche per le organizzazioni ad esso collegate: leghe, associazioni industriali,
mutue, sindacati e via dicendo. Predisposte come sono al puro funzionamento, il
loro ideale consiste nel non far niente di più che “premere il pulsante” o
“girare l’interruttore”. Queste organizzazioni si adattano perciò, senza
particolari modificazioni, a forze apparentemente contrapposte. Il marxismo
vide ben presto nello sviluppo delle concentrazioni e dei monopoli
capitalistici un utile strumento. Con il loro crescente automatismo, gli
eserciti acquistano una perfezione da insetti, e continuano quindi a combattere
in posizioni che l’arte militare di vecchio stile considerava un delitto
mantenere.” (4).

Ad una prima analisi relativa ai meccanismi coercitivi di massa non deve
sfuggire l’imponente spiegamento di mezzi tecnici – massmediatico-informatici -
che sono stati messi al servizio del Potere: la rivoluzione tecnologica che ha
contrassegnato gli anni Ottanta/Novanta del XXmo secolo rappresenta il
superamento ed un’evoluzione pericolosissima delle vecchie tecniche di
controllo sistemico. L’aumento delle disponibilità offerte dalla tecnica è
anche un salto di qualità che facilità il lavoro di controllo, contrasto e
repressione di tutti quegli apparati che il Potere domina e del quale si serve
per mantenere in istato di subordinazione i suoi “cittadini” che, nel caso in
questione – per il Leviatano moderno -, sono considerati nè più nè meno alla
stregua di “sudditi” beoti ai quali elargire le briciole (panem et circensis)
di un sapere informatico organicamente concepito per individuare, monitorare e
meglio catalogare le forme eventuali di dissenso presenti nel corpo sociale.

L’estensione dei mezzi d’informazione, la loro apparente facile fruibilità e
disponibilità sono tecniche nuove ma non meno insidiose di un controllo che
resta alto e mantiene costante la sua attitudine preventivo-repressiva: ne è
una palese riprova il dibattito che da anni si è sviluppato, proprio in seno
agli stessi organi di controllo del Sistema, sulle “libertà d’espressione”
particolarmente insidiose che rappresenterebbero i moderni strumenti
computeristici con appelli, ad ogni piè sospinto, a “chiudere” la “rete”
internet la quale, sia detto per inciso, rappresenta lo specchietto per le
allodole dei complessati moderni attirati sapientemente verso forum e social-
network tutti “under controll”.

Eppure va da sè che, accanto a quest’opera di ‘monitoraggio discreto’
esercitata da dietro uno schermo da qualche apparato di poliza, sia costante e
continua sul territorio l’attività di repressione ‘classica’ altrettanto
facilitata dal vertiginoso aumento di ‘occhi informatici’ (fotocamere e
telecamere, bancomat e carte di credito) i quali si vanno a integrare con
l’incremento del numero di effettivi dislocato e con la loro aumentata tecnica
d’indagine e di controllo. Questo surplus di agenti e ‘segugi’ sistemici appare
oltremodo esagerato ma contraddistingue il livello, e anche la ‘raffinata’
attività di ‘persuasione’ di massa (…fiction televisive comprese…),
raggiunto e la capacità di intervento elevatissima ottenuta dall’interazione
fra uomini e mezzi che formano una forza dissuasiva non indifferente e sempre
allertabile per qualsiasi evenienza.

In una società complessa, articolata in una serie di diversi centri di potere
decisionali, modellata sul mito della tecnica e della scienza messe al servizio
dell’efficienza, visibili segni di un potere che si ritiene acquisito questa
dimostrazione di forza oltre a lasciare perplessi è sintomatica di uno stato di
ansia che evidentemente può, in qualunque momento e in determinate circostanze,
sopravvenire a turbare il sonno di lorsignori detentori del potere. Una simile
paura costituisce il primo, fondamentale, segnale di instabilità e insicurezza
ma – in particolar modo – è la prima obiettiva istigazione “a delinquere” che
viene ad alimentare un bacino, almeno ipotetico, di opposizione reale e non
fatua di nemici irriducibili dell’ordine costituito.

“Noi – sostiene Junger (5) – ci limiteremo a ipotizzare che, in una città di
diecimila abitanti, cento di loro siano determinati a smantellare il potere.
Una metropoli di  un milione di abitanti conterà dunque diecimila Ribelli, se
vogliamo servirci di questo termine pur non avendone ancora valutato appieno la
portata. E’ una forza imponente – sufficiente persino a far crollare forti
tiranni. Le dittature non sono soltanto pericolose, sono esse stesse sempre in
pericolo poichè l’uso brutale della forza suscita ovunque ostilità. Stando così
le cose, la presenza di esigue minoranze pronte a tutto costituisce una
minaccia, in particolare quando esse abbiano messo a punto una loro tattica.
Questo spiega la crescita abnorme della polizia. A tutta prima sembra
sorprendente che un impero che gode di schiaccianti consensi abbia ingigantito
la polizia fino a trasformarla in un esercito. Ed è ciò che è realmente
avvenuto. Da un uomo che in una sedicente “votazione per la pace” ha votato
“no” ci si dovrà aspettare la resistenza, soprattutto quando il potere comincia
a dibattersi nelle prime difficoltà. Se le cose si mettono male, non si potrà
invece contare, con altrettanta sicurezza, sul consenso dei rimanenti
novantanove. In casi del genere la minoranza è simile a un agente chimico dagli
effetti potenti e imprevedibili. Per individuare, osservare e controllare i
punti in cui inizia questo processo è necessaria una imponente forza di
polizia. La diffidenza cresce di pari passo con il consenso. Quanto più il
numero dei voti “positivi” si avvicina al cento per cento, tanto più aumenta il
numero delle persone sospette, essendo probabile che gli oppositori abbiano
ormai abbandonato l’ordine statisticamente accertabile, per trasmigrare in un
ordine diverso, invisibile, che abbiamo individuato come l’ordine di quelli che
passano al bosco. D’ora in poi tutti, nessuno escluso, dovranno essere tenuti
sotto controlo: lo spionaggio manda i suoi agenti a esplorare ogni isolato,
ogni edificio. Cerca persino di intromettersi nelle famiglie e celebra i suoi
estremi trionfi con le autoaccuse nei grandi processi propagandistici: qui
vediamo l’individuo fare la parte del poliziotto di se medesimo e contribuire
al proprio annientamento. Egli non è più, come nel mondo liberale, un’entità
individuale: lo Stato lo ha smembrato in due parti, l’imputato e il suo
accusatore. Questi Stati armati fino ai denti, che si vantano di possedere il
monopolio del potere, e al tempo stesso appaiono tanto vulnerabili, offrono
davvero uno strano spettacolo. La cura e l’attenzione che devono dedicare alle
forze di polizia minano la loro politica estera. La polizia erode il bilancio
dell’esercito, e non quello soltanto. Se le grandi masse fossero così
trasparenti, così compatte fin nei singoli atomi come sostiene la propaganda
dello Stato, basterebbero tanti poliziotti quanti sono i cani che servono a un
pastore per le sue greggi. Ma le cose stanno diversamente, poichè tra il grigio
delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno
dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto questi lupi sono forti in se
stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano la loro
qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. E’ questo l’incubo
dei potenti.”.

Il gregge belante nell’ovile di casa può repentinamente, improvvisamente,
trasformarsi in un branco di lupi assetati: è questa la particolarità di una
condizione di assoluta fragilità di un Sistema che si è costruito solo ed
esclusivamente sugli slogan propagandastici, sulle parole d’ordine buone per i
comizi dei politici e da riportare ad ogni tornata elettorale su qualche
manifesto, sul tam tam tambureggiante dell’opinionismo servile dei mezzi di
informazione che osannano ad ogni buon conto le magnificenze del Potere
relegando l’individuo alla sua mercè. Da questo stato di polizia mascherato, da
questa condizione di apparente libertà che costituisce il principale punto di
forza ed insieme di debolezza delle società moderne, può sempre nascere – in
qualsiasi momento – una ribellione perchè dinnanzi alle forme nuove assunte dal
totalitarismo, dietro alla maschera sorridente e arrogante di un potere che si
autocelebra quotidianamente, nella penombra si possono annidare ribelli e
nemici. Ribelli dei quali ovviamente non è attualmente possibile parlare….
Nell’attuale scansione spazio-temporale manca qualsivoglia forma organizzata di
dissenso: la tabula rasa sistemica che ha colpito le aree potenzialmente
antagoniste dell’Occidente giudaico-mondialista nel periodo compreso fra la
fine dei Settanta e i primi Ottanta ha reso pressochè nullo il valore di
contrasto e tutte le iniziative volte a mutare una direzione di marcia generale
caratterizzata da una progressiva normalizzazione. Occorrerà ‘preparare’ il
“terreno” per chi verrà dopo di noi: è alle future generazioni di un domani
lontano che sarà consegnato il ‘testimone’; è ai ribelli di domani che verrà
delegato il compito di riprendere l’assedio delle metropoli capitalistiche
occidentali. Ribelli che saranno, un domani, pronti a prendere d’assalto la
cittadella del potere quando si sentiranno sufficientemente preparati e forti
per colpire: avranno appreso l’arte del sabotaggio industriale, le tecniche
della guerriglia, l’utilizzo dei mezzi per ribaltare rapporti di forza
altrimenti improponibili ed allora, a quel punto, costituiranno un esercito,
una forza armata, capace di essere immediatamente operativa e di contrastare le
forze ‘regolari’ della repressione del Sistema borghese.

Questa “armata” di ribelli “passati al bosco” sarà l’embrione di quel
movimento di liberazione nazionale sul quale si dovranno fondare le nuove
impalcature di un’ordinamento diverso; essi – i ribelli – costituiranno
l’avanguardia militante e la coscienza vigile di quel voto “no” che
raccoglieranno come un invito, un incentivo ed un segnale di solidarietà per
aggregarsi in nuclei sempre più ampi di nemici del Potere. Attaccare i simboli
del potere, colpire dietro le linee del nemico, sabotare gli ingranaggi della
macchina di produzione – dei consumi e delle idee – saranno le manifestazioni
di un dissenso che diviene ribellione, di una ribellione che in trasformazione
può diventare rivoluzione: sono le premesse naturali per il rovesciamento
dell’ordine costituito e i cardini per una metodologia di lotta e di vittoria
che impegnerà l’avanguardia rivoluzionaria mobilitata attorno all’obiettivo
principale della lotta al Sistema per la disintegrazione del Sistema. Hic et
nunc.

Al ribelle occorre il caos: occorre la produzione del caos, dell’instabilità,
dell’insicurezza. Il ribelle si prepara ad una battaglia contro forze ingenti,
ingentissime, molto più preparate e meglio armate di lui; forze addestrate per
controllare e soprattutto reprimere, forze inquadrate in brigate, battaglioni e
legioni speciali di agenti in servizio permanente ed effettivo al lato del
Potere. Esemplare in questo senso potrà essere quella specie di “guerriglia
urbana” settimanalmente ‘inquadrata’ e ‘pre-ordinata’ attorno all’evento
sportivo: lo stadio diviene il campo di battaglia, le città possono
trasformarsi rapidamente nella cittadella nemica da espugnare, il ‘branco’ dei
lupi-ultrà che si muove al seguito della squadra ha lavorato per un’intera
settimana strategie da ‘blietzkrieg’ per cogliere il ‘nemico’ (sia che si
tratti della tifoseria avversaria sia che si tratti dei tutori dell’ordine in
divisa)  di sorpresa. Ovviamente quella della violenza-ultrà e del “pericolo”
che i gruppi organizzati del tifo rappresenterebbero è semplicemente una
“messinscena” che oramai viene abitualmente “lasciata evaporare”: fuochi fatui
di norma che non impensieriscono il Potere che difatti lascia campo libero per
lo scatenamento temporaneo di forme di ribellismo ininfluenti e incapaci di
spostare anche di un millimetro i rapporti di forza nè tantomeno di ledere
l’autorità dei rappresentanti istituzionali. La guerriglia ultrà domenicale è,
in fondo, una specie di “gioco”, una finzione, un ‘mimare’ quella che dovrebbe
essere la guerriglia rivoluzionaria…o, perlomeno, è ciò che pensano e
desidererebbero sempre i detentori del Potere, coloro i quali hanno in mano le
leve dei comandi del ‘gioco’. Non è detto comunque che, un domani, da queste
‘fazioni’ sbandate di ribelli ‘domenicali’ non siano possibili forme
organizzate compiute di ribellismo anti-sistemico laddove queste masse
costituirebbero indiscutibilmente una forza consistente capace di disarticolare
e scombussolare per qualche ora gli apparati repressivi sistemici. E’ dagli
sbandati delle metropoli grigie e fumose,  dai ghettizati, sottopagati e
sfruttati della catena di montaggio consumistica, dal sottoproletariato, da
questa specie di embrionali agglomerati ribellistici e dagli istinti di rivolta
e insubordinazione della gioventù che si deve ripartire, lo si voglia o meno,
per costruire l’avanguardia rivoluzionaria dei ribelli, il nucleo centrale e la
classe dirigente del futuro partito rivoluzionario antiborghese e
antisistemico. Anche in questa ‘direzione’, soprattutto in questa direzione,
sarà necessaria un’opera di ‘catechesi’ rivoluzionaria (…i ‘fondamentali’
…) primo momento reale per dare al futuro combattente anti-mondialista una
coscienza della propria missione storica. L’indottrinamento di quadri dirigenti
e militanti costituisce pur sempre l’abc dell’azione politca di rottura delle
regole e dei limiti imposti dal Potere. Questa fase avanzata della lotta deve
comunque costituire un’opzione sempre valida per quel ‘balzo in avanti’ nella
costituzione del partito rivoluzionario di massa.

Ma facciamo un passo indietro e torniamo al nostro ribelle…a chi ha detto
“no”…a coloro che si sono opposti in forme che possono ancora essere
embrionali, incoscientemente o coscientemente che sia,al potere costituito. A
questa schiera di irriducibili antagonisti devono essere date parole d’ordine
per continuare la lotta politica, devono essere instillati valori che,
inizialmente,  a malapena forse riusciranno a riconoscere come propri, devono
infine essere consegnate ‘direttive’ elementari ma concrete di azione
rivoluzionaria. I ribelli non hanno divisa, soffrono la disciplina troppo
severa, l’irrigidimento e l’inquadramento soffocanti: sono spiriti liberi che
hanno a cuore la libertà – la loro e quella del loro ‘branco’ – e come tali
tendono a muoversi, indisciplinati e fuggiaschi, alla stregua di un branco di
lupi.

Il ribelle conosce perfettamente la libertà e non sarà disposto a rinunciare
ad essa quindi può, anzi deve, costituire un elemento incendiario, un
catalizzatore di energie  e la prima linea di un fronte offensivo che intenda
colpire al cuore il sistema e le strutture di controllo e repressione del
potere costituito. E’ questa l’avanguardia rivoluzionaria e sono questi i
compiti che spettano ad una avanguardia rivoluzionaria: colpire senza sosta,
colpire e scappare, mordi e fuggi, sabotare, disintegrare dietro le linee,
disconnettere e disarticolare laddove possibile i meccanismi regolatori del
Sistema.

“Chiamiamo (…) Ribelle chi nel corso degli eventi si è trovato isolato,
senza patria, per vedersi infine consegnato all’annientamento. Ma questo
potrebbe essere il destino di molti, forse di tutti – perciò dobbiamo
aggiungere qualcosa alla definizione: il Ribelle è deciso a opporre resistenza,
il suo intento è dare battaglia, sia pure disperata. Ribelle è dunque colui che
ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi
nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la
conseguenza etica, che è il fatalismo. Considerandolo sotto questo aspetto, non
avremo più dubbi circa il significato che il passaggio al bosco assume non
soltanto nel pensiero ma anche nella realtà di questi nostri anni.” (6)

Il Ribelle è di istinti anarchici perchè profondo è il suo concetto di
libertà, perchè sente la libertà come una condizione naturale, perchè persegue
l’obiettivo – con tutte le proprie forze ed i mezzi che ha a disposizione -
della sua libertà: è l’autarca-nichilista dei nostri giorni lo stilema di
riferimento e l’archetipo del rivoluzionario del Terzo Millennio.  Il Ribelle
jungeriano sente di non appartenere più a niente e niente ha da perdere in una
lotta disperata contrassegnata dalla rinuncia a qualunque cosa all’infuori
della libertà. E’ un nichilista, un inguaribile romantico, un irriducibile
asceta dell’azione per l’azione. E’ colui che varca imperturbabile il
“meridiano zero” e si da alla macchia, compiendo quel ‘passaggio al bosco’
essenziale per “vivere” pienamente la sua libertà altrimenti blindata,
controllata e violentata dalle forme preventivo/repressive del Potere. In lui
vive e rivive la passione e l’eredità ideale del nichilismo, il fuoco sacro
dell’azione romantica, il radicalismo del combattentismo di quegli arditi o di
quei legionari fiumani che andavano, baionetta tra i denti e fucili spianati, a
“cercar la bella morte” sui campi di battaglia della prima guerra mondiale.
Nella sua immagine rivive la furia anti-modernista dei primi socialisti,
l’impeto tsunamico delle prime manifestazioni sindacaliste, la sfida lanciata
ad un potere borghese dall’irruenza anarcoide del tardo Ottocento (….”la
fiaccola dell’anarchia” cantava Francesco Guccini ne “La locomotiva”….).

Ora occorrerà una ‘distinzione’ ‘conforme’ giacchè le considerazioni finora
espresse devono situarsi al di là di un ‘posizionamento ideologico’ e ancor più
lontano da qualunque condizionamento o ‘fascinazione’ partitico-politica:
occorre cioè ‘fissare’ i  ‘limiti’ della nostra “chiamata alle ‘armi’” e
identificare su di un piano non astratto qual’è il tipo-umano al quale ci
riferiamo quando parliamo del nostro ribelle.

Esistono azioni che possono mutare radicalmente lo scenario socio-politico di
un determinato Stato ed esiste una forma, divisa interiore, che dev’essere
concepita quale ‘luogo’ ideale del deposito di valori verso i quali situare la
predetta azione di rottura: qualora intendessimo riferirci ad una mutazione dal
basso dell’ordine costituito occorrerà pur sempre invertire la rotta in senso
ascendente, ponendo la sfera della nostra azione su di un piano verticale per
ciò che riguarda i principii teorici mentre risulterà necessariamente conforme
una dimensione su di un piano orizzontale per quanto concerne la pratica
quotidiana (essere tribù attualmente non sposterebbe di un millimetro gli
attuali equilibri di potere e condurrebbe le future avanguardie rivoluzionarie
ad una sonora disfatta). Occorre cioè ‘fissare’ qualche ‘dato ontologico’
riguardo al nostro ribelle.

A questo proposito, e giustamente, scrive Julius Evola: “una caratteristica
dei tempi ultimi è l’urgenza, la spinta e l’azione di rottura esercitata dal
basso, e in funzione del basso, sulle strutture esistenti: il che corrisponde
al solo significato proprio e legittimo del termine “sovversione”. Questa
situazione ha per evidente presupposto la crisi dell’insieme delle strutture di
cui si tratta: siano esse strutture politico-sociali che culturali e
intelletuali. Così essa si accompagna ad un processo contro il mondo moderno,
la società borghese e il capitalismo, contro un ordine ridottosi ad essere un
disordine esteriormente frenato, contro forme di esistenza divenute prive di
ogni significato superiore, disumanizzanti, creatrici – per usare un termine
ormai abusato – di “alienazioni”. La rivolta contro tutti questi aspetti di una
civiltà problematica può essere legittima. Ma ciò che caratterizza i tempi
ultimi è la carenza di ogni azione rettificatrice, liberatrice o restauratrice
dall’alto: è il fatto che si permette che l’iniziativa e l’azione, spesso
necessaria, di rottura, avvengano appunto partendo dal basso; dal basso, inteso
sia con riferimento a strati sociali inferiori, sia a valori inferiori. Così la
conseguenza quasi inevitabile è lo spostarsi del centro di gravità verso un
livello che sta ancor più giù di quello delle strutture entrate in crisi e
divenute quasi prive di ogni contenuto vitale.” (7)

Queste considerazioni preliminari di Evola ci inducono ad una chiarificazione:
allo sgretolamento circostante dell’insieme delle strutture che costituiscono
il mondo in decadenza che definiamo borghese occorre guardare con distacco,
disinteresse e assoluta superiorità: la difesa dell’esistente non deve
interessare nè su di un piano materiale-operativo nè tantomeno su un livello di
partecipazione più o meno ideale; occorre mantenere le distanze e saper mediare
fra posizioni difensivistico-legalitarie, funzionali al mantenimento dello
status quo ed a ritardare il suo inevitabile crollo, e banale primitiva
istintività disgregatrice fine a sè stessa.

Il livello di sfaldamento etico e quello di assoluta devastazione ontologica
non ci permettono passi falsi nell’una o nell’altra direzione: se da un lato si
andrebbe a procastinare l’inevitabilità della fine, del tramonto, della società
borghese; dall’altro lato si accelererebbero esclusivamente pulsioni tellurico-
materialistiche che aumenterebbero esclusivamente lo stato caotico senza
imprimere una svolta rettificatrice al quale, comunque, deve tendere
un’avanguardia rivoluzionaria consapevole di operare per l’avvento di un mondo
nuovo e l’edificazione/educazione di un tipo umano completamente rigenerato ed
alieno dalle sirene fascinanti e dai miti incapacitanti del progressismo e
dell’umanesimo dei quali sono abbaondantemente infarcite le teorie
internazionalistico-egualitariste. La nostra lotta ribellistica ha obiettivi di
costruzione di un ordine nuovo; mira alla creazione di Imperium, di comunità
organiche, di società e sistemi sociali liberatisi definitivamente da tutto
l’insieme posticcio di quelle superstizioni utopistiche che hanno
caratterizzato la storia umana dalla rivoluzione dei Lumi francese fino ai più
recenti avvenimenti del Sessantotto novecentesco.

E su questo crediamo non esista alcuna discussione così come non dovrebbero
esisterne – per quanti realmente antagonisti e ribelli al Sistema -
relativamente alla necessità di una radicale opposizione a tutto il mondo dei
valori borghesi ed all’ordinamento politico e sociale che di quei valori e di
quegli ideali è il ‘tenutario’ ed assieme l’erede ‘degnissimo’. La
disintegrazione del Sistema è premessa d’azione rivoluzionaria e consegna
militante alla quale non deve mancare il contributo di tutti coloro i quali
sono (o tali si proclamano) non soltanto ‘alternativi’ ma irriducibilmente
nemici ed avversari.

Evola in merito infatti sottolinea ludicamente come “che si possono denunciare
gli errori, i difetti e le degenerazioni di un sistema, si può essere, ad
esempio, contro la borghesia e contro il capitalismo, però partendo da un piano
situato al disopra e non al disotto di esso, in nome non dei valori
“proletari”, cosiddetti “sociali” o collettivistici, bensì di quelli
aristocratici, qualitativi e spirituali: i quali valori potrebbero dar luogo ad
un’azione rettificatrice perfino più radicale, qualora si trovassero uomini
veramente alla loro altezza, muniti di sufficiente autorità e potere, tanto da
prevenire e stroncare con una rivoluzione dall’alto qualsiasi velleità o
principio di rivoluzione dal basso.” (8).

Dunque aristocrazia elitarismo e visione ascetico-tradizionale sul piano dei
principii per un’azione ribellistica e disintegrativa delle ultime ‘vestigia’
decadenti e desolanti del Potere della borghesia. Questa la divisa-interiore
che dovrà caratterizzare il nostro Ribelle “contro il mondo moderno”; il
Ribelle di Junger, la metallica forma spartana di uno stilema di ‘razza’
superiore, di un lucido fanatismo che mira ad essere sempre più
irriducibilmente e radicalmente fanatico!

Il Ribelle jungeriano è l’autarca nichilista, un singolo braccato da un
ordine che esige innanzitutto il controllo capillare e la repressione
sistematica per autocelebrarsi e legittimare la propria autorità. Contro questo
Sistema si desterà un “uomo-nuovo”, un individuo alieno dai compromessi e
insensibile alle fascinazioni diversive, superiore alle sirene adulatorie ed ai
meschini e vili giochetti di potere; un individuo – evolianamente parlando -
realmente “differenziato”; un soggetto-nuovo della Storia, l’asse di
congiunzione tra i valori della Tradizione informale eterna e le radicalità
ideologico-politiche espressione di quel mondo del combattentismo,
dell’arditismo e dell’azione che consacrarono la “generazione del fronte” che,
nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, seppe creare i presupposti per
un nuovo idealismo ed una nuova visione eroico-virile della vita. Il Ribelle
che intendiamo prefigurare per l’avvenire sarà, in condizioni improponibili di
rapporti di forza illogici ed assurdi, disposto all’atto estremo, a dare
costantemente battaglia, a proseguire irriducibilmente la lotta. E’ a questo
individuo che ovviamente sono indirizzate queste considerazioni d’ordine
generale…. Un individuo che non ha niente, ovviamente, a che spartire con il
luccichio civettuolo e illuministico dei ‘proclami’ sui diritti dell’uomo e
sull’egualitarismo sociale perchè – contro queste costruzioni del pensiero
borghese – saprà irrompere la furia cieca della ribellione, l’azione diretta e
devastante che frastuona, scuote e risveglia le coscienze, il faro illuminante
imprevisto ed imprevedibile del grande sovvertimento, il caos informe che
genera emozioni e nuove forme di vita e, dulcis in fondo,  il grido di rivolta
del ribelle inquieto ed inquietante dei tempi moderni: dal caos ad un nuovo
ordine; dal magma incandescente del vuoto post-nichilista a forme altre di
evoluzione; dalla sfera emotiva, tellurica lunare e discendente ai valori
eterni della razionalità consapevole e responsabile e ad una concezione
metafisica, solare e ascendente della vita e dell’uomo.

Al di là del bene e al di là del male perchè, comunque, ribellarsi è giusto!

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

10 GIUGNO 2010

NOTE -

1)  Sergio Gozzoli – “Sulla pelle dei popoli – Viaggio nel labirinto del
potere mondialista” – Nr. speciale de “L’Uomo Libero – Rivista trimestrale -
Milano – Anno IX – Nr. 27 – Giugno 1988;

2) Alain De Benoist/ Guillaume Faye – “La religione dei diritti dell’uomo” -
in “Diorama Letterario” – Firenze -  Nr. 127 – Giugno/Luglio 1989;

3) Ernst Junger – “Trattato del Ribelle” – Ediz. “Adelphi” – Milano  1990;

4) Ernst Junger – “Oltre la linea” – Ediz. “Adelphi” – Milano 1993 ( crf  E.
Junger/M. Heiddeger – “Oltre la linea”);

5) Ernst Junger – “Trattato del Ribelle” – Ediz. “Adelphi” – Milano 1990;

6) Ernst Junger – ibidem;

7) Julius Evola – “Rivoluzione dall’alto” – (crf  J. Evola – “Ricognizioni -
Uomini e problemi” – Ediz. “Mediterranee”  – Roma 1974;

8) Julius Evola – ibidem;

 

 

http://belluccidago.wordpress.com/2010/06/09/rebeldia/

00:34 Scritto da: metropolista in Politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook