31/08/2010

Per i palestinesi in Libano maggiori diritti civili

Per i palestinesi in Libano maggiori Diritti Civili

di Dagoberto Husayn Bellucci

Ogni mattina ti alzi e speri che ci sia acqua corrente ed elettricità. Lo fai in fretta, perché sono in tanti a dividere quello che dovrebbe essere un bagno, anche se nessuno ti aspetta. La stessa casa dove sei nato e cresciuto, per la legge libanese, non ti appartiene, anche se tuo padre ha lavorato sodo per comprarla. Puoi studiare, finché ti aiutano, ma dopo se non hai i soldi non puoi andare all’università. Poco male, direbbe qualcuno dei tuoi amici, tanto anche se ti laurei non puoi ambire a niente di più di un posto da manovale o di addetto alle pulizie.”

( Vita di un palestinese in Libano)

Storicamente reietti e dispersi per tutto il mondo arabo dopo la “nakba” (la tragedia) ossia la costituzione nella primavera del 1948 dell’entita’ criminale sionista alias “stato d’Israele” – solennemente e unilateralmente proclamata da Ben Gurion e terroristicamente ‘applicata’ dalle bande mercenarie kippizzate fatte affluire in Palestina dai quattro angoli del pianeta dalla macchina propagandistica di Sionne – ; i profughi palestinesi vivono la loro condizione di diseredati spesso soffrendo la discriminazione dei “fratelli” arabi per i quali, in tante occasioni, si sono dimostrati piu’ un “peso” ed un fardello insopportabile che non una popolazione alla quale gli eventi della storia e le decisioni delle potenze mondiali hanno assegnato l’ingrato compito di affrontare, spesso in solitudine, il “nemico dell’uomo”.

Cacciati dalle armi della banditaglia sionista, costretti a vivere in condizioni al limite del tollerabile in vere e proprie baraccopoli – ammassati tra sporcizia e fango, senza energia elettrica ne’ servizi minimali degni di questo nome – per i palestinesi al di fuori della Palestina occupata spesso la vita e’ stata ancor piu’ dura e difficile di quanto non lo fosse per i loro fratelli rimasti sotto il giogo e la tirannia israeliana.

Una condizione intollerabile dalla quale in diverse occasioni i profughi hanno provato ad uscire: come negli anni sessanta nella Giordania di re Hussein (il piccolo re al soldo dell’imperialismo britannico e di quello statunitense che per sbarazzarsi dell’Olp di Yasser Arafat scateno’ i suoi beduini della Legione Araba nel massacro del “settembre nero” nel 1970 arrivando quasi a scatenare un mezzo conflitto interarabo con la vicina Siria) o come nel decennio successivo nel Libano dove avevano formato uno stato nello stato lanciando dalla frontiera meridionale del paese dei cedri i loro attacchi contro l’entita’ sionista.

La storia, nota, del conflitto civile libanese nasce proprio dall’esasperazione provocata dalla massiccia presenza palestinese in larghi strati della popolazione libanese, soprattutto tra i cristiani maroniti che mal sopportavano quella che per loro era una illegittima intrusione in uno Stato che ritenevano necessariamente di dover trasformare in una sorta di “enclave crociata” filo-sionista….

Questo era il sogno delle “falangi” (i Kataeb) di Bashir Gemayel che diedero  – con il tragico assalto ad un pullman di lavoratori palestinesi nell’aprile 1975 presso il quartiere a maggioranza maronita di Ein el Roummenieh lungo quella che, qualche mese piu’ tardi, diventera’ tristemente nota come la “linea verde” che separava le zone musulmane da quelle cristiane della capitale libanese – inizio alla loro “guerra santa” in versione neo-crociata…sorta di “scontro delle civilta’” ante-litteram che trasformera’ in pochissimo tempo il Libano in un’enorme maceria fumante e in una sorta di terra di nessuno dove bande mercenarie di tutte le confessioni ed etnie si combattevano casa per casa, quartiere per quartiere all’insegna del “tanto peggio tanto meglio”.

Anni durissimi, anni di lutti e tragedie quelli che segneranno la storia del Libano in guerra: per quindici lunghissimi anni (1975-1990) nessuno vorra’ realmente saperne di fermare il conflitto civile libanese; tanti, troppi, interessi contrapposti e troppi affari all’ombra delle vittime, in massima parte civili innocenti (come quelli massacrati dalle milizie falangiste, e sotto l’occhio benevolo dei loro complici israeliani, la notte del 16 settembre 1982 ai campi profughi di Sabra e Chatila e di cui il numero esatto rimane incerto…chi parla di 2500 morti…altri di 3000 e c’e’ chi sostiene che l’eccidio a colpi di machete ne avrebbe provocati quasi 5000), di una guerra sporca dentro la quale entreranno le potenze regionali e, infine, le due superpotenze mondiali che all’epoca si spartivano il pianeta (Stati Uniti e Unione Sovietica).

Tutti hanno giocato sulla pelle del popolo libanese e tutti si sono sporcati del sangue dei libanesi. A maggior ragione poi di quello dei palestinesi del Libano che, da attori principali e da milizia armata costituitasi per proseguire la resistenza contro “Israele”, si ritroveranno stretti tra l’incudine israelo-maronita e il martello siriano.

Oggi i tempi sono cambiati anche se, inevitabilmente, sotto sotto le ceneri dell’odio e del rancore rimangono accese e c’e’ sempre qualcuno – soprattutto gli alchimisti delle centrali di destabilizzazione atlantica ed i loro alleati sionisti – interessato a riaccenderle.

Il vento e’ mutato nel Libano da quando la Siria impose manu militari la normalizzazione nell’autunno 1990 arrivando a smilitarizzare tutte le milizie. Da quell’autunno sono passati venti anni e, dopo il ritiro del contingente militare siriano (aprile 2005) e tre anni di logorante contrapposizione politica tra maggioranza filo-occidentale e opposizione filo-siriana, la situazione e’ andata ulteriormente stabilizzandosi con la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Beirut e Damasco che ha sancito un ritorno a condizioni di cooperazione necessarie per entrambi i due Stati per fare fronte comune contro chi vorrebbe portare sedizione e scompiglio fra i quattro milioni di libanesi.

Nella giornata di ieri 19 agosto infine un nuovo passo verso una ulteriore normalita’ e’ stato sancito dall’Assemblea Nazionale libanese. Il parlamento ha deciso di adottare una nuova legislazione che accordi maggiori diritti civili ai rifugiati palestinesi come richiedevano da tempo sia le organizzazioni in difesa delle liberta’ fondamentali sia i diversi gruppi palestinesi presenti nel paese.

La nuova legge permette infatti ai palestinesi di essere assunti dalle imprese, ma rimane loro vietato l’accesso ad alcune professioni in campo medico e giuridico. La legge presenta diritti più diluiti pero’ rispetto alla proposta fatta mesi fa dal parlamentare druzo Walid Joumblatt, che domandava anche il diritto per i palestinesi di divenire proprietari di terreni o case.

«È un passo nella buona direzione – ha detto Nadim Houri, responsabile dello “Human Rights Watch” in Libano – Ma deve essere accompagnato da riforme amministrative e campagne di sensibilizzazione presso i datori di lavoro per incoraggiare l’assunzione di palestinesi».

In ogni caso con la nuova legge i rifugiati potranno fare lavori sotto contratto (finora essi erano impiegati come manodopera illegale solo nell’agricoltura e nell’edilizia) e avere coperture mediche e pensionistiche. Rimangono ancora esclusi per loro impieghi statali, nell’esercito, in polizia, come medici o avvocati, non essendo cittadini libanesi.

I rifugiati non hanno ancora accesso alla proprietà, ma alcuni deputati hanno spiegato che il tema, lasciato cadere, potrebbe essere affrontato in una legge a parte. Altri uomini politici libanesi sostengono invece che accordare il diritto di proprietà o il permesso al lavoro ai Palestinesi incoraggerebbe la naturalizzazione, una questione esplosiva in questo paese multi-confessionale ancora ossessionato dallo spettro della guerra civile.

In particolare sono i parlamentari delle Forze Libanesi, l’ultra’destra maronita guidata dall’ex collaboratore del Mossad ed attuale deputato Samir Geagea (condannato e incarcerato per 12 anni per spionaggio a favore di “Israele” e liberato nella primavera 2005 sull’onda della pressione internazionale e di quella pseudo-rivoluzione “dei cedri” nata affatto spontaneamente dopo l’assassinio dell’ex premier Hariri e volatilizzatasi nel volgere di pochi mesi), e alcuni tra quelli del partito di Amin Gemayel (la Falange) a richiedere modifiche impauriti da uno sbilanciamento demografico della popolazione a vantaggio dei musulmani (identica “paura” porto’ trentacinque anni fa allo scatenamento della guerra civile).

Ad oggi, i palestinesi non hanno nemmeno accesso ai servizi pubblici e devono affrontare delle restrizioni in ambito scolastico e universitario.

Osservatori libanesi sottolineano che il problema palestinese non può essere addossato sui soli libanesi, ma è una questione di cui la comunità internazionale deve farsi carico, affrettando una soluzione al problema israelo-palestinese.

Attualmente secondo quanto riportano le statistiche dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del loro status di cittadini di serie “b”) sarebbero più di 425.000 i palestinesi rifugiati in Libano, in gran parte sunniti, e  sparpagliati in 12 campi profughi dove vivono ammassati in aree gremite e in condizioni insalubri, come quello di Beddawi, nel nord del Paese o come quello di Nahr el Barad (a Tripoli sempre nel nord del paese) dove scoppio’, nell’estate di tre anni fa, la rivolta dei fondamentalisti salafiti alqaedisti di “Fatah al Islam” un gruppuscolo eterodiretto dall’ideologia jihaidista binladista, finanziato – come si venne poi a sapere mesi piu’ tardi – anche dalla famiglia Hariri al potere e dai suoi potenti alleati di Riad.

Una sollevazione che fece centinaia di vittime tra le file dell’esercito nazionale chiamato, per la prima volta dalla guerra civile, a ripulire il campo diventato un covo di terroristi.

Il dibattito sulla legge ha suscitato discussioni infuocate e ha polarizzato il parlamento lungo linee etnico-religiose. Solo a poco a poco si è giunti a una discussione più obiettiva.

Il problema palestinese comunque dovra’ essere affrontato, come dimostra l’atto parlamentare odierno, per mettere fine ad una condizione di insostenibile ingiustizia che va trascinandosi ai danni dei cittadini palestinesi residenti senza diritto di residenza e privati della possibilita’ di ritorno nelle proprie terre sotto occupazione israeliana.

Il parlamento finalmente sembra aver deciso di voler risolvere una volta per tutte e per via legislative questo “problema”: un problema che si trascina da oltre sessant’anni.

I palestinesi del Libano infatti sono quelli di tre generazioni: quelli arrivati immediatamente dopo il primo conflitto arabo-sionista del 1948, quelli giunti successivamente dopo il conflitto cosiddetto dei “sei giorni” del 1967 e infine quelli arrivati negli anni successivi dalla vicina Giordania e da altri paesi.

I 400mila palestinesi del Libano rappresentano ovviamente soltano una minima parte, neanche il 10% del totale, dei circa cinque milioni di palestinsi sparsi in giro per il mondo dopo la loro “diaspora” involontaria subita sotto le armi israeliane.

A proporre il varo della nuova legge e’ stato un vecchio amico della causa palestinese, il leader druso Waleed Jumblatt. E’ sua la propoasta che ha portato il parlamento di Beirut a decidere di aumentare i diritti per la minoranza palestinese che, fino a ieri, si vedeva vietare oltre una cinquantina di lavori secondo quello che era l’odioso articolo 50 della vecchia Legge sul Lavoro del 1964.

”La legge approvata non è sufficiente e non rispecchia quello che davvero i palestinesi in Libano vogliono”, racconta a PeaceReporter Rola Badran, direttrice della Palestinian Human Rights Organization (Phro), organizzazione indipendente nata nel 1997, per proteggere i diritti umani dei rifugiati in Libano.
”La vita per i palestinesi nei campi profughi è davvero dura, in particolare per i più giovani. Nel campo dell’istruzione, per esempio. Finita la scuola superiore, garantita dall’Unrwa, non esiste per loro l’opportunità di accedere all’università, perché l’agenzia Onu non è in grado di garantire un’istruzione accademica – racconta la direttrice – Per andare all’università bisogna pagare molto e se il ragazzo o la sua famiglia non sono in grado di pagare le rette, cosa che accade nella maggior parte dei casi, l’istruzione accademica è preclusa. Quando, in qualche modo, questo è possibile, un giovane palestinese dopo la laurea non trova lavoro perché è trattato come uno straniero. Ieri nel parlamento di Beirut è passata una legge che migliora impercettibilmente la situazione, ma resta nel contesto di una legislazione discriminatoria, che non offre i pieni diritti a questi ragazzi. Basterebbe recepire le convenzioni internazionali in materia di diritto allo studio, per esempio, o quelle dei diritti dei lavoratori”. (1)

Il Libano, anche nel campo dell’estensione dei diritti civili ai suoi “ospiti” palestinesi, sembra realmente che stia voltando pagina.

Segnali. Segnali che fanno sperare.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

21 Agosto 2010

Note –

1 – Articolo di Christian Elia – “Essere palestinesi in Libano” del 18/08/2010 da Peacereporter.it ( al link informatico: http://it.peacereporter.net/articolo/23661/Palestinesi,+Libanesi)

 

 

 

 

http://belluccidago.wordpress.com/2010/08/21/per-i-palest...

02/09/2009

Un documento storico per 'riflettere': L'appello dell'Unione Cristiana di Palestina


UN DOCUMENTO STORICO PER 'RIFLETTERE':

L'APPELLO DELL'UNIONE CRISTIANA DI PALESTINA



CONTRO L'INSTAURAZIONE DELL'ENTITA' CRIMINALE SIONISTA,

CONTRO LA TEORIA DEGLI SCONTRI TRA LE CIVILTA',

DI NEOCONSERVATRICE-SIONISTICA STRATEGIA




di Dagoberto Husayn Bellucci





"Il mondo ci ha tacciato
di briganti e di assassini di uccisori
di donne e di bambini

ma nessuno vuol vedere
i corpi straziati dei nostri figli
sotto i carri armati

i campi devastati
dal fuoco americano
i nostri corpi
dalle iene di sharon

Ma tra le dune sorge
il mitra di Settembre Nero
Sulla Palestina ora rivive
lo spirito guerriero

Troppo ci pesava
il bastone da pastore
i nostri figli preferiscono il fucile

l'odio che han sorbito
con il latte delle madri
ora esplode negli aerei della EL AL

troppo ci pesava
portare sulla schiena
il dominio di una razza di mercanti

se con l'oro hanno comprato
la mia casa e la mia terra
la mia libertà si paga con il sangue!

E tra le dune sorge
il mitra di Settembre Nero
Sulla Palestina ora
rivive lo spirito guerriero

Gridano "Shalom"
bruciandoci le case
cantano pace e ci violentano le donne

Aiuta chi è più ricco
baionette ai moribondi
queste sono le leggi di Mosé

ma a noi indicò Maometto
la strada da seguire
il nostro Allah si onora col tritolo

a chi predica la pace
massacrando la tua gente
dal Corano il nostro Dio
risponde guerra!

E tra le dune sorge
il mitra di Settembre Nero
Sulla Palestina ora
rivive lo spirito guerriero"



( Marcello De Angelis/270bis - "Settembre Nero" - album "Decimo" - 2003 )



Gli ambienti radicali della politica imperialistica statunitense, rappresentati dallo schieramento cosiddetto "neo-conservatore" e 'religiosamente' 'ispirati' dai 'deliri' messianico-apocalittici di provenienza protestante-calvinista, che identificano nella perfida Albione alias la Gran Bretagna e soprattutto nei gruppi "w.a.s.p. - white anglo-saxon-protestant" la novella Sion e la cosiddetta "tredicesima tribù" dell'antico "regno d'Israele" rappresentano - unitamente al Sionismo nelle sue diverse forme e agli ambienti giudaici nelle loro differenti 'emanazioni' (lobbistico-oligarchiche, estremistico-politiche e commercial-usurocratiche attraverso le multinazionali 'sparpagliate' nei quattro angoli del pianeta) - i principali fautori e fomentatori, da anni, del cosiddetto "clash of the civilization's" (lo scontro tra le civiltà) che tanti tanti 'apologeti' e 'lacchè' ha 'raccattato' in ogni parte del mondo arrivando ad influenzare le scelte di politica estera non solo dell'amministrazione americana ma anche, indirettamente, le decisioni di molti esecutivi del Vecchio Continente e di tante nazioni al di fuori dell'Occidente.



Teorie che, si ricorderà, sono contrassegnate essenzialmente da una logica di perenne conflittualità tra la "civilizzazione" dominante - quella occidentale americano-centrica, mondialista, democratica e capitalistica dell'Establishment di Washington che possiede le casseforti 'planetarie' anche mediante l'uso strumentale di istituzionalità 'pubbliche' sovranazionali (Nazioni Unite, Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, WTO e altri organismi funzionali alle logiche di sfruttamento usurocratico-mercantilistiche 'utili' per la realizzazione dell'One World, il mondo unidimensionale economicistico-tecnocratico 'sognato' dall'Oligarchia del Denaro) - e le civiltà 'percepite' come poco inclini ad assecondare queste logiche vampiristico-sciacallesche di sfruttamento delle ricchezze mondiali con particolare riferimento, secondo quanto espose una quindicina di anni or sono su "Foreign Relation's" (mensile ufficiale del C.F.R. - Council on Foreign Relation's, istituzionalità 'discreta' che dirige la politica estera yankee), il defunto teorico neo-cons Samuel Huntington di elette 'ascendenza'.



Il Neoconservatorismo statunitense si riferisce in particolar modo ad una visione della politica estera della superpotenza a stelle e strisce tesa essenzialmente a risolvere "bellicamente" i conflitti presenti a livello planetario nei quali siano considerati "a rischio" "gli interessi e la sicurezza nazionale" di Washington che, all'indomani dell'attacco 'terroristico' dell'11 settembre 2001 del quale ricorre tra pochi giorni l'ottavo anniversario, vennero esteri dalla passata amministrazione Bush a tutto il perimetro geopolitico e strategico mondiale assumendo l'America le redini di quella sorta di "crociata" rivolta essenzialmente contro il "terrorismo internazionale" del quale fu indicato come principale esponente e rappresentante Osama Bin Laden e la sua organizzazione del crimine alias "al Qaeda".





Non staremo in questa sede a sottolineare - come peraltro già abbondantemente fatto - scrittoriamente la funzionalità e l'efficacia di una simile struttura mobile che opera clandestinamente e occultamente a livello mondiale ricevendo il 'plauso' di determinati ambienti islamici: al Qaeda è la "struttura" di contenimento e di raccordo del fondamentalismo d'ispirazione wahabita-salafita; direttamente o indirettamente finanziata per anni dalla CIA e dai servizi d'intelligence occidentali impegnati in Afghanistan nella guerra di contenimento e dissuasione condotta da Brzezinkski - allora consigliere militare del presidente Carter - e dagli stessi ambienti "neo-cons" contro l'Unione Sovietica.



Al Qaeda ha 'raccattato' tutto il 'partigianato' del radicalismo 'esagitatorio' musulmano dando vita ad un 'network' del terrore che si è propagato a macchia di leopardo in tutte le società islamiche provocando ovunque bagni di sangue e scontri fratricidi alimentati ad arte dai 'predicatori' 'osamiti' in particolar modo attenti a fomentare la sedizione e nuovi contrasti tra sunnismo e sciismo. Questa non nuova strategia risulterà funzionale per le logiche espansionistiche dell'Occidente americanocentrico che sfrutterà - "divide et impera" - questa guerra strisciante tra i gruppi islamici per rivolgere le proprie attenzioni su aree vitali dello spazio geopolitico eurasiatico: le guerre asimmetriche e le aggressioni militari statunitensi condotte di volta in volta contro Iraq, Sudan, Afghanistan, Somalia e i tentativi di destabilizzazione in Palestina, Libano e Iran confermano una sapiente regia che collega l'organizzazione bin-ladista all'oligarchia mondialista che controlla la politica estera USA.



La tesi neoconservatrice sullo scontro tra le civiltà è l'ultimo parto di un gruppo (lobby) di pressione che ha cominciato a muoversi sulla scena politica statunitense fin dalla fine degli anni Settanta: inizialmente di "sinistra" i futuri "teorici" del Neoconservatorismo americano costituirono l'organizzazione "Trilateral Commission" alla quale affidarono le sorti di rielaborare i futuri rapporti mondiali in vista della realizzazione dell'One World , il Governo Unico Mondiale.





"Le articolazioni strutturali di un simile progetto si fondano sulla integrazione 'trilaterale' dei "grandi insiemi" geoeconomici: USA, Eurasia e Giappone, i quali saranno sottoposti al dominio dei tecnocrati-funzionari dell'apparato di potere plutocratico installato nei consigli d'amministrazione delle banche e delle multinazionali. - scrive Maurizio Lattanzio (1) - Queste sono le strutture operative del comando oligarchico dal quale l'Alta Finanza ebraico-massonica internazionale pianifica e concretizza l'asservimento dei popoli del pianeta mediante i meccanismi capitalistico-finanziari della grande usura".



Generalmente "liberale" (se non addirittura socialisti o trotzkisti) e simpatizzanti del Partito Democratico (l'ala 'sinistra' dello schieramento politico americano) i futuri dirigenti e teorici "neo-cons" puntarono ad una strategia di compromesso rivolta in particolar modo ad ottenere un accomodamento con l'URSS per la creazione di un partnerariato mondiale ispirato dal "socialismo fabiano" della Fabyan Society.



Nei primi anni '70 lo scrittore e attivista socialista Michael Harrington usò il termine "neoconservatori" per connotare ex membri della sinistra mondialista statunitense che si erano spostati sensibilmente a destra – e che Harrington definiva sarcasticamente "socialisti per Nixon". In queste prime accezioni, i neoconservatori rimanevano sostenitori del welfare state, ma si distinguevano dal resto della sinistra per la loro alleanza con la politica estera dell'amministrazione Nixon, specialmente riguardo all'anticomunismo, al sostegno della Guerra nel sud est asiatico e alla forte avversione nei confronti dell'Unione Sovietica. Tale politica verrà sostanzialmente mantenuta per tutto il decennio Settanta e accelererà nel decennio successivo con l'arrivo alla Casa Bianca di Ronald Reagan.



Questa azione diretta all'inclusione dell'URSS e dei suoi satelliti nel 'condominio planetario' si concretizzerà a metà anni Settanta con gli Accordi di Helsinky con i quali, l'America, riconoscerà ai sovietici lo "status quo" sui territori d'influenza fino a quel momento 'conquistati' dal Cremlino.



La 'svolta' determinante che muterà il panorama politico mondiale sarà proprio l'aggressione sovietica all'Afghanistan, 'favorita' e 'ispirata' più o meno direttamente dall'Amministrazione Carter (...'un trappolone' nel quale l'Armata Rossa verrà coinvolta...uscendone con le ossa a pezzi..).



I nuovi-conservatori applicheranno durante l'era-Reagan e successivamente con l'avvento al potere dell'ex presidente Bush senior una politica del confronto diretto e dell'interventismo spregiudicato abbandonando la tradizionale politica internazionalista, realista e isolazionista della "sinistra" americana.



Attualmente il neo-conservatorismo statunitense viene associato a riviste quali "Commentary" e "The Weekly Standard" e all'attività di propaganda e informazione svolta con efficacia e maestria ai 'fianchi' delle istituzioni della superpotenza a stelle e strisce dai cosiddetti "think tank" tra i quali ricordiamo l'"American Enterprise Institute" (AEI), il "Project for the New American Century" (PNAC) o fondazioni quali la Heritage Foundation o la "Rand Corporation" sinergiche e complementari dei diversi gruppi di pressione d'ispirazione ebraico-sionista quali 'AIPAC o il B'nai B'rith.



Al centro delle 'preoccupazioni' neo-conservatrici sono essenzialmente la sicurezza nazionale e l'esportazione, manu militari, della democrazia attraverso la costituzione di cosiddetti "gruppi di supporto" pro-democrazia che operano contro quelle nazioni o regimi considerati "pericolosi" per la stabilità americana in realtà contro qualunque Stato non assecondi le logiche neo-imperialistiche di Washington o le politiche egemoniche della Finanza multinazionale etero-diretta da Wall Street.



Nella strategia neocons è dunque funzionale anche il sostegno a dittature e regimi totalitari che garantiscono e rappresentano gli interessi americani nel mondo.



L'autore Paul Berman nel suo libro Terror and Liberalism descrive questa concezione con le parole "Libertà per gli altri significa sicurezza per noi. Lasciateci provare a liberare gli altri."



Secondo Irving Kristol, precedente caporedattore del Commentary e adesso membro anziano dell'istituto conservatore American Enterprise Institute di Washington ed editore della rivista dei "falchi" The National Interest, un neoconservatore è un "liberal colpito dalla realtà" ossia una persona con idee progressiste passata al conservatorismo dopo aver visto l'impatto pratico delle politiche liberal, sia all'estero che all'interno del paese.



Per alcuni i precedenti intellettuali del neoconservatorismo possono essere ricercati nei lavori del filosofo politico Leo Strauss. Anche se Strauss ha raramente sostenuto argomenti di politica estera, ad opinione di alcuni Strauss ha influenzato la visione di politica estera dei governi neo-conservatori, soprattutto riguardo l'applicazione del diritto internazionale in situazioni in cui è implicato il terrorismo. Inoltre gli studi di Strauss sulla scrittura reticente secondo alcuni spiegherebbero alcune posizioni del movimento neoconservatore in tema di etica sociale e di tutela dei valori tradizionali come applicazione concreta dell'idea che anche se cultura e moralità sono solo una invenzione dell'autorità dei filosofi/profeti, sono tuttavia elemento indispensabile di ogni società umana.



La visione neocons comunque la si voglia guardare è contraria all'internazionalismo, al realismo e all'isolazionismo che, in taluni momenti della storia politica americana, hanno contraddistinto la politica estera dell'America, anche per ciò attualmente la stragrande maggioranza dei neo-cons appoggiano il Partito Repubblicano mentre esiste, ed agisce all'interno della "lobby" neo-conservatrice, quella schiera di organizzazioni e gruppi d'ispirazione protestante "religiosi" che si ispirano ad una visione messianico-apocalittica e che Daniel Tanguay sulla rivista "Commentaire" ha descritto parlando come di una tacita alleanza tra intellettuali neocons e destra religiosa.



« Tanguay cita da un lato la critica dello stato assistenziale, che mise a nudo,negli anni Settanta, gli effetti perversi di politiche sociali generose, in primis la distruzione delle famiglie, l’anomia sociale, il diffondersi di violenza e criminalità nei ceti più sfavoriti. E dall’altro il rigetto dell’edonismo individualista e libertario praticato dai ceti medi,che si immaginavano progressisti e all’avanguardia, mentre non facevano altro che minare le fondamenta del vivere civile. Da qui la necessità del riarmo morale, in nome di valori borghesi, come la responsabilità del singolo, la costanza nello sforzo, l’autosacrificio, il lavoro, la famiglia. E soprattutto il ricorso alla religione per riaffermarne la legittimità politica. I neocon dunque non fanno altro che riattingere a piene mani alla religione come correttivo democratico, secondo la tesi famosa di Tocqueville che vide in essa un fattore di moderazione e stabilità della democrazia in America»

(Marina Valensise, Il Foglio 21 ottobre 2006)



Tra i principali esponenti del neoconservatorismo americano ritroviamo oltre al già citato Zbigniew Brzezinski diversi esponenti della "Trilateral Commission" o del Council on Foreign Relations (o direttamente di entrambi) fra i quali: Paul Wolfowitz, Dick Cheney, Donald Rumsfeld ispirati - a metà anni Sessanta -soprattutto dalle idee del senatore Henry M. Jackson.



In merito a quali siano le 'percezioni' alle quali sono ancorati gli esponenti neo-conservatori rimandiamo ad una serie di articoli di Miguel Martinez (4) apparsi alcuni anni or sono.



Contro queste visioni, dettate da isteria espansionistica, smania 'conquistatrice' e livellatrice e 'visioni' più o meno escatologico-messianiche direttamente o indirettamente collegate ai deliri sionisti relativi alla ricostruzione del Terzo Tempio di Gerusalemme (neo-cons e sionisti lavorano alacremente assieme ponendosi quale punta d'ariete della spinta 'religioso-onnicomprensiva' occidentalista) e alla prospettiva di scatenamento di un conflitto termonucleare contro le nazioni islamiche (mondo islamico e Cina sono state identificate da Huntington come le due principali 'civilizzazioni' 'avversarie' del predominio occidentale e verso le quali 'muovere' in termini di contenimento, sopraffazione e eventuale disintegrazione per il mantenimento dello status quo dei rapporti di forza geopolitici, strategici, commerciali e bellici internazionali) - 'utopia' e 'delirio' da "fine della storia" - riproponiamo qui un illuminante documento prodotto da tutte le Chiese cristiane d'Oriente precedente all'instaurazione dell'entità criminale sionista occupante la Terrasanta palestinese.



E' un documento importante che smentisce il "clash of civilization's" giocoforza dominante sulla scena massmediatica mondiale che determinerebbe una conflittualità inevitabile tra mondo occidentale e mondo islamico intendendo in particolar modo nell'accezione "occidentale" qualcosa di 'derivazione' "ebraico-cristiana". Si tratta di una concezione deviata che ha trovato numerosissimi proseliti anche negli ambienti giornalistico-massmediatici italioti fra i quali si 'contano' i quotidiani filo-sionisti del "Foglio", di "Libero" e de "Il Giornale" e, nel recente passato, in personaggi oltremodo oltranzisti e radicalmente ostili al mondo islamico fra i quali impossibile non ricordare la scomparsa Oriana Fallaci.



Le provocazioni, le disinformazioni, le menzogne create spesso e volentieri ad arte per fomentare odio e aumentare il senso di insicurezza tra i moderni occidentali, nonchè uno smisurato filo-sionismo che ha contagiato formazioni politiche del panorama nazionale (dalla Lega Nord a numerosi parlamentari e politici del centro-destra berlusconiano passando per diversi altri soggetti 'schierati' al contrario nel centro-sinistra che non lesinano il loro appoggio alla causa sionista) , hanno costituito il principale 'avallo' delle politiche terroristiche perpetrate dopo l'11 settembre 2001 dalla superpotenza statunitense e dal suo alleato "israeliano" nella regione del Vicino Oriente dalla quale tutto 'nasce' e tutto 'ritorna' perchè, dulcis in fondo, è la questione di Gerusalemme che determinerà le sorti finali della contrapposizione tra Occidente (e non, come si vorrebbe, "cristianità") e mondo islamico.



Il documento in questione riporta l'appello lanciato dall'Unione Cristiana di Palestina il 3 marzo 1948 a tutto il mondo ed è un'esortazione, firmata dalle undici principali confessioni cristiane di Terrasanta, a bloccare i progetti per l'instaurazione della cosiddetta "homeland" per il popolo ebraico ovvero la nascita dello stato-pirata d'"Israele".


Riportiamo:



" DICHIARAZIONE DEL COMITATO DELL'UNIONE CRISTIANA DI PALESTINA

indirizzata a tutte le organizzazioni religiose e politiche del mondo

"La dolorosa e deplorevole situazione oggi prevalente in Palestina ha spinto i rappresentanti di tutte le comunità cristiane, di ogni Chiesa, a tenere un incontro al fine di discutere le condizioni straordinarie a cui il paese è giunto facendosi carico, come hanno fatto, delle proprie responsabilità, dal punto di vista spirituale, morale e materiale, verso i membri delle rispettive comunità. L'incontro si è tenuto fra i rappresentanti dei:

- Patriarcato Ortodosso

- Patriarcato Latina

- Patriarcato Ortodosso-Armeno

- Custodia di Terra Santa "cattolica"

- Patriarcato Copto

- Vicario del Patriarcato Melkita

- Metropolita della Comunità Ortodossa Siriaca

- Vicario del Patriarcato Cattolico Armeno

- Comunità Evangelico-episcopale Araba

- Vicario del Patriarcato Cattolico Siriaco

- Comunità Luterana Arabo-palestinese

Avendo considerato accuratamente la situazione qual'è oggi in Palestina essi decidono di indirizzare a tutti gli organismi religiosi e politici del mondo questa dichiarazione con la quale essi intendono manifestare profondo dolore e forte indignazione per la deplorevole situazione in cui la Terra Santa, che è culla della pace, si è venuta a trovare e ciò quale diretta conseguenza della politica sbagliata che è stata imposta al paese e che è culminata nel piano di spartizione.

E' nostra ferma convinzione che la pace non sarà ristabilita e che nessun tentativo di promuovere la "pace di Gerusalemme" sarà coronato da successo a meno che gli organi che agiscono per la determinazione del futuro della Palestina non rimuovano le cause che hanno fatto della Terra Santa un campo di battaglia e ristabiliscano i principi di giustizia e mantengano il diritto all'autodeterminazione quale è previsto dalla carta dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.

L'Unione Cristiana desidera dichiarare in termini inequivocabili che i suoi componenti denunciano il piano di spartizione nella ferma convinzione che questo piano comporta la violazione della sacralità della Terra Santa, la quale per sua natura e storia è indivisibile e rappresenta una usurpazione dei diritti naturali degli arabi che sono il popolo del paese.

L'Unione Cristiana desidera inoltre dichiarare che ogni tentativo di imporre con la forza una politica sbagliata sarà inevitabilmente destinato al fallimento: perchè il diritto è un'arma più potente della forza.

In vista del nostro incontro riservato con le varie categorie delle nostre comunità consideriamo nostro dovere attirare l'attenzione di tutte le autorità responsabili sul fatto che la Comunità Cristiana di Palestina, di ogni chiesa è in completo accordo, nei principi e nei fatti, con i propri confratelli Musulmani nel loro tentativo di resistere e respingere ogni violazione dei propri diritti o usurpazione della propria terra.

Noi quindi ci appelliamo a tutti quelli che hanno potere ed autorità perchè facciano ogni sforzo al fine di ristabilire la pace e la tranquillità in Terra Santa, revocando il piano di spartizione, assicurando l'unità della Palestina e promuovendo il benessere e la prosperità di tutte le sue genti.

Gerusalemme 3 marzo dell'anno di Nostro Signore 1948" (5)



'Questa' la posizione ufficiale di tutte le Chiese Cristiane di Terra Santa contro i progetti di costituzione dello Stato ebraico....



Il 'resto' di ciò che vi viene 'raccontato' sono tutte, solo, 'ciancie' sioniste perchè il mondo si divide in due categorie: chi sostiene i piani dell'imperialismo statunitense ed i deliri terroristico-messianici del Sionismo e del Giudaismo internazionali e chi lotta e resiste per difendere i suoi sacrosanti diritti inalienabili ad una Patria libera, armata e indipendente!

Con la Palestina: ora e sempre!



DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

1 settembre 2009



DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)



per TerraSantaLibera.org

http://www.terrasantalibera.org/Dag...Pal estina.htm





NOTE -



1 - Maurizio Lattanzio - articolo "Il Mondialismo" - dal mensile "Orion" nr 15 - Dicembre 1985;

2 - Roberto Giammanco - "L'immaginario al potere - Religione, media e politica nell'America reaganiana" - ediz. "Antonio Pellicani" - Roma 1990; Testo fondamentale per comprendere la natura e le istituzioni del potere americano nell'epoca in cui la destra neo-conservatrice assumerà in prima persona la direzione della politica interna ed estera degli Stati Uniti.

3 - Marina Valensise - dal quotidiano "Il Foglio" del 21 ottobre 2006;

4 - Miguel Martinez - "Armageddon: l'impero americano e l'immaginario del dominio universale" dalla rivista "Praxis" - nr 32 - Maggio-Giugno 2003;

5 - Documento riportato nel volume "Dossier Palestina - Nakba - L'espulsione dei palestinesi dalla loro terra" - ediz. "Ripostes" - Salerno-Roma 1990 pp. 135-137;

16:52 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: PALESTINA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

29/08/2009

Attentato a Gaza: 18 morti e almeno ottanta feriti durante riunione di Hamas

ATTENTATO A GAZA: 18 MORTI E ALMENO OTTANTA FERITI DURANTE RIUNIONE DI HAMAS


di Dagoberto Husayn Bellucci-23-9-2005

E' alto il bilancio dell'attentato che , poche ore fa, ha scosso Gaza. Durante un meeting organizzato dal braccio politico della Resistenza Islamica, Hamas, un autobomba e' esplosa causando la morte di almeno 18 persone ed il ferimento di altre ottanta (molti tra questi in gravissime condizioni). Tutte le televisioni arabe hanno diffuso la notizia nell'arco di pochi minuti collegandosi con Gaza. La riunione era indetta da Hamas per sostenere - una volta ancora - le ragioni della Resistenza islamica. Il portavoce di Hamas aveva ribadito, in un intervista pubblicata su "La Repubblica" di oggi, che il movimento non avrebbe mai disarmato rifiutando di cedere le armi all'Autorita' Nazionale Palestinese come richiede l'entita' sionista. "Israele non ha alcun diritto di chiedere niente ad Hamas e al popolo palestinese" e' stato il laconico commento che hanno diffuso fonti della Resistenza Islamica in Libano. Secondo autorevoli esperti la situazione in Palestina (nella striscia di Gaza come nel resto del territorio sotto occupazione) rischia di esplodere per le continue pressioni che amministrazione americana e entita' sionista continuano ad esercitare contro il popolo palestinese. L'ennesimo episodio di terrorismo ( la mano e' quella del Mossad anche se - immediatamente - i sionisti hanno smentito ...com'era ovvio attendersi ) condotto contro Hamas non fara' altro che precipitare ed inasprire la situazione.

15:44 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: PALESTINA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook