31/08/2010

Per i palestinesi in Libano maggiori diritti civili

Per i palestinesi in Libano maggiori Diritti Civili

di Dagoberto Husayn Bellucci

Ogni mattina ti alzi e speri che ci sia acqua corrente ed elettricità. Lo fai in fretta, perché sono in tanti a dividere quello che dovrebbe essere un bagno, anche se nessuno ti aspetta. La stessa casa dove sei nato e cresciuto, per la legge libanese, non ti appartiene, anche se tuo padre ha lavorato sodo per comprarla. Puoi studiare, finché ti aiutano, ma dopo se non hai i soldi non puoi andare all’università. Poco male, direbbe qualcuno dei tuoi amici, tanto anche se ti laurei non puoi ambire a niente di più di un posto da manovale o di addetto alle pulizie.”

( Vita di un palestinese in Libano)

Storicamente reietti e dispersi per tutto il mondo arabo dopo la “nakba” (la tragedia) ossia la costituzione nella primavera del 1948 dell’entita’ criminale sionista alias “stato d’Israele” – solennemente e unilateralmente proclamata da Ben Gurion e terroristicamente ‘applicata’ dalle bande mercenarie kippizzate fatte affluire in Palestina dai quattro angoli del pianeta dalla macchina propagandistica di Sionne – ; i profughi palestinesi vivono la loro condizione di diseredati spesso soffrendo la discriminazione dei “fratelli” arabi per i quali, in tante occasioni, si sono dimostrati piu’ un “peso” ed un fardello insopportabile che non una popolazione alla quale gli eventi della storia e le decisioni delle potenze mondiali hanno assegnato l’ingrato compito di affrontare, spesso in solitudine, il “nemico dell’uomo”.

Cacciati dalle armi della banditaglia sionista, costretti a vivere in condizioni al limite del tollerabile in vere e proprie baraccopoli – ammassati tra sporcizia e fango, senza energia elettrica ne’ servizi minimali degni di questo nome – per i palestinesi al di fuori della Palestina occupata spesso la vita e’ stata ancor piu’ dura e difficile di quanto non lo fosse per i loro fratelli rimasti sotto il giogo e la tirannia israeliana.

Una condizione intollerabile dalla quale in diverse occasioni i profughi hanno provato ad uscire: come negli anni sessanta nella Giordania di re Hussein (il piccolo re al soldo dell’imperialismo britannico e di quello statunitense che per sbarazzarsi dell’Olp di Yasser Arafat scateno’ i suoi beduini della Legione Araba nel massacro del “settembre nero” nel 1970 arrivando quasi a scatenare un mezzo conflitto interarabo con la vicina Siria) o come nel decennio successivo nel Libano dove avevano formato uno stato nello stato lanciando dalla frontiera meridionale del paese dei cedri i loro attacchi contro l’entita’ sionista.

La storia, nota, del conflitto civile libanese nasce proprio dall’esasperazione provocata dalla massiccia presenza palestinese in larghi strati della popolazione libanese, soprattutto tra i cristiani maroniti che mal sopportavano quella che per loro era una illegittima intrusione in uno Stato che ritenevano necessariamente di dover trasformare in una sorta di “enclave crociata” filo-sionista….

Questo era il sogno delle “falangi” (i Kataeb) di Bashir Gemayel che diedero  – con il tragico assalto ad un pullman di lavoratori palestinesi nell’aprile 1975 presso il quartiere a maggioranza maronita di Ein el Roummenieh lungo quella che, qualche mese piu’ tardi, diventera’ tristemente nota come la “linea verde” che separava le zone musulmane da quelle cristiane della capitale libanese – inizio alla loro “guerra santa” in versione neo-crociata…sorta di “scontro delle civilta’” ante-litteram che trasformera’ in pochissimo tempo il Libano in un’enorme maceria fumante e in una sorta di terra di nessuno dove bande mercenarie di tutte le confessioni ed etnie si combattevano casa per casa, quartiere per quartiere all’insegna del “tanto peggio tanto meglio”.

Anni durissimi, anni di lutti e tragedie quelli che segneranno la storia del Libano in guerra: per quindici lunghissimi anni (1975-1990) nessuno vorra’ realmente saperne di fermare il conflitto civile libanese; tanti, troppi, interessi contrapposti e troppi affari all’ombra delle vittime, in massima parte civili innocenti (come quelli massacrati dalle milizie falangiste, e sotto l’occhio benevolo dei loro complici israeliani, la notte del 16 settembre 1982 ai campi profughi di Sabra e Chatila e di cui il numero esatto rimane incerto…chi parla di 2500 morti…altri di 3000 e c’e’ chi sostiene che l’eccidio a colpi di machete ne avrebbe provocati quasi 5000), di una guerra sporca dentro la quale entreranno le potenze regionali e, infine, le due superpotenze mondiali che all’epoca si spartivano il pianeta (Stati Uniti e Unione Sovietica).

Tutti hanno giocato sulla pelle del popolo libanese e tutti si sono sporcati del sangue dei libanesi. A maggior ragione poi di quello dei palestinesi del Libano che, da attori principali e da milizia armata costituitasi per proseguire la resistenza contro “Israele”, si ritroveranno stretti tra l’incudine israelo-maronita e il martello siriano.

Oggi i tempi sono cambiati anche se, inevitabilmente, sotto sotto le ceneri dell’odio e del rancore rimangono accese e c’e’ sempre qualcuno – soprattutto gli alchimisti delle centrali di destabilizzazione atlantica ed i loro alleati sionisti – interessato a riaccenderle.

Il vento e’ mutato nel Libano da quando la Siria impose manu militari la normalizzazione nell’autunno 1990 arrivando a smilitarizzare tutte le milizie. Da quell’autunno sono passati venti anni e, dopo il ritiro del contingente militare siriano (aprile 2005) e tre anni di logorante contrapposizione politica tra maggioranza filo-occidentale e opposizione filo-siriana, la situazione e’ andata ulteriormente stabilizzandosi con la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Beirut e Damasco che ha sancito un ritorno a condizioni di cooperazione necessarie per entrambi i due Stati per fare fronte comune contro chi vorrebbe portare sedizione e scompiglio fra i quattro milioni di libanesi.

Nella giornata di ieri 19 agosto infine un nuovo passo verso una ulteriore normalita’ e’ stato sancito dall’Assemblea Nazionale libanese. Il parlamento ha deciso di adottare una nuova legislazione che accordi maggiori diritti civili ai rifugiati palestinesi come richiedevano da tempo sia le organizzazioni in difesa delle liberta’ fondamentali sia i diversi gruppi palestinesi presenti nel paese.

La nuova legge permette infatti ai palestinesi di essere assunti dalle imprese, ma rimane loro vietato l’accesso ad alcune professioni in campo medico e giuridico. La legge presenta diritti più diluiti pero’ rispetto alla proposta fatta mesi fa dal parlamentare druzo Walid Joumblatt, che domandava anche il diritto per i palestinesi di divenire proprietari di terreni o case.

«È un passo nella buona direzione – ha detto Nadim Houri, responsabile dello “Human Rights Watch” in Libano – Ma deve essere accompagnato da riforme amministrative e campagne di sensibilizzazione presso i datori di lavoro per incoraggiare l’assunzione di palestinesi».

In ogni caso con la nuova legge i rifugiati potranno fare lavori sotto contratto (finora essi erano impiegati come manodopera illegale solo nell’agricoltura e nell’edilizia) e avere coperture mediche e pensionistiche. Rimangono ancora esclusi per loro impieghi statali, nell’esercito, in polizia, come medici o avvocati, non essendo cittadini libanesi.

I rifugiati non hanno ancora accesso alla proprietà, ma alcuni deputati hanno spiegato che il tema, lasciato cadere, potrebbe essere affrontato in una legge a parte. Altri uomini politici libanesi sostengono invece che accordare il diritto di proprietà o il permesso al lavoro ai Palestinesi incoraggerebbe la naturalizzazione, una questione esplosiva in questo paese multi-confessionale ancora ossessionato dallo spettro della guerra civile.

In particolare sono i parlamentari delle Forze Libanesi, l’ultra’destra maronita guidata dall’ex collaboratore del Mossad ed attuale deputato Samir Geagea (condannato e incarcerato per 12 anni per spionaggio a favore di “Israele” e liberato nella primavera 2005 sull’onda della pressione internazionale e di quella pseudo-rivoluzione “dei cedri” nata affatto spontaneamente dopo l’assassinio dell’ex premier Hariri e volatilizzatasi nel volgere di pochi mesi), e alcuni tra quelli del partito di Amin Gemayel (la Falange) a richiedere modifiche impauriti da uno sbilanciamento demografico della popolazione a vantaggio dei musulmani (identica “paura” porto’ trentacinque anni fa allo scatenamento della guerra civile).

Ad oggi, i palestinesi non hanno nemmeno accesso ai servizi pubblici e devono affrontare delle restrizioni in ambito scolastico e universitario.

Osservatori libanesi sottolineano che il problema palestinese non può essere addossato sui soli libanesi, ma è una questione di cui la comunità internazionale deve farsi carico, affrettando una soluzione al problema israelo-palestinese.

Attualmente secondo quanto riportano le statistiche dell’UNRWA (l’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del loro status di cittadini di serie “b”) sarebbero più di 425.000 i palestinesi rifugiati in Libano, in gran parte sunniti, e  sparpagliati in 12 campi profughi dove vivono ammassati in aree gremite e in condizioni insalubri, come quello di Beddawi, nel nord del Paese o come quello di Nahr el Barad (a Tripoli sempre nel nord del paese) dove scoppio’, nell’estate di tre anni fa, la rivolta dei fondamentalisti salafiti alqaedisti di “Fatah al Islam” un gruppuscolo eterodiretto dall’ideologia jihaidista binladista, finanziato – come si venne poi a sapere mesi piu’ tardi – anche dalla famiglia Hariri al potere e dai suoi potenti alleati di Riad.

Una sollevazione che fece centinaia di vittime tra le file dell’esercito nazionale chiamato, per la prima volta dalla guerra civile, a ripulire il campo diventato un covo di terroristi.

Il dibattito sulla legge ha suscitato discussioni infuocate e ha polarizzato il parlamento lungo linee etnico-religiose. Solo a poco a poco si è giunti a una discussione più obiettiva.

Il problema palestinese comunque dovra’ essere affrontato, come dimostra l’atto parlamentare odierno, per mettere fine ad una condizione di insostenibile ingiustizia che va trascinandosi ai danni dei cittadini palestinesi residenti senza diritto di residenza e privati della possibilita’ di ritorno nelle proprie terre sotto occupazione israeliana.

Il parlamento finalmente sembra aver deciso di voler risolvere una volta per tutte e per via legislative questo “problema”: un problema che si trascina da oltre sessant’anni.

I palestinesi del Libano infatti sono quelli di tre generazioni: quelli arrivati immediatamente dopo il primo conflitto arabo-sionista del 1948, quelli giunti successivamente dopo il conflitto cosiddetto dei “sei giorni” del 1967 e infine quelli arrivati negli anni successivi dalla vicina Giordania e da altri paesi.

I 400mila palestinesi del Libano rappresentano ovviamente soltano una minima parte, neanche il 10% del totale, dei circa cinque milioni di palestinsi sparsi in giro per il mondo dopo la loro “diaspora” involontaria subita sotto le armi israeliane.

A proporre il varo della nuova legge e’ stato un vecchio amico della causa palestinese, il leader druso Waleed Jumblatt. E’ sua la propoasta che ha portato il parlamento di Beirut a decidere di aumentare i diritti per la minoranza palestinese che, fino a ieri, si vedeva vietare oltre una cinquantina di lavori secondo quello che era l’odioso articolo 50 della vecchia Legge sul Lavoro del 1964.

”La legge approvata non è sufficiente e non rispecchia quello che davvero i palestinesi in Libano vogliono”, racconta a PeaceReporter Rola Badran, direttrice della Palestinian Human Rights Organization (Phro), organizzazione indipendente nata nel 1997, per proteggere i diritti umani dei rifugiati in Libano.
”La vita per i palestinesi nei campi profughi è davvero dura, in particolare per i più giovani. Nel campo dell’istruzione, per esempio. Finita la scuola superiore, garantita dall’Unrwa, non esiste per loro l’opportunità di accedere all’università, perché l’agenzia Onu non è in grado di garantire un’istruzione accademica – racconta la direttrice – Per andare all’università bisogna pagare molto e se il ragazzo o la sua famiglia non sono in grado di pagare le rette, cosa che accade nella maggior parte dei casi, l’istruzione accademica è preclusa. Quando, in qualche modo, questo è possibile, un giovane palestinese dopo la laurea non trova lavoro perché è trattato come uno straniero. Ieri nel parlamento di Beirut è passata una legge che migliora impercettibilmente la situazione, ma resta nel contesto di una legislazione discriminatoria, che non offre i pieni diritti a questi ragazzi. Basterebbe recepire le convenzioni internazionali in materia di diritto allo studio, per esempio, o quelle dei diritti dei lavoratori”. (1)

Il Libano, anche nel campo dell’estensione dei diritti civili ai suoi “ospiti” palestinesi, sembra realmente che stia voltando pagina.

Segnali. Segnali che fanno sperare.

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

21 Agosto 2010

Note –

1 – Articolo di Christian Elia – “Essere palestinesi in Libano” del 18/08/2010 da Peacereporter.it ( al link informatico: http://it.peacereporter.net/articolo/23661/Palestinesi,+Libanesi)

 

 

 

 

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Agosto caldo nel paese dei cedri

Agosto caldo nel Paese dei Cedri

NUOVE RIVELAZIONI SUL “CASO HARIRI” MENTRE HIZB’ALLAH CELEBRA IL QUARTO ANNIVERSARIO DELLA “VITTORIA DIVINA”

di Dagoberto Husayn Bellucci

Resta alta la tensione nel Libano dopo gli scontri che, due settimane or sono, hanno visto alla frontiera meridionale l’esercito nazionale confrontarsi con una pattuglia israeliana.

A distanza di neanche due settimane e con le rivelazioni del segretario generale di Hizb’Allah , Sayyed Hassan Nasrallah, su nuove manovre destabilizzatrici relative ad un dossier del TSL (Tribunale Speciale per il Libano) , entita’ giuridica internazionale creata dalle Nazioni Unite tre anni or sono per indagare sulla strage che costo’ la vita all’ex premier sunnita Rafiq Hariri (ucciso nel cuore della capitale Beirut assieme una ventina di uomini della sua scrota nel San Valentino di sangue del 2005); il paese dei cedri resta “caldo”.

E’ di oggi, giovedi’ 19 agosto, la notizia della condanna a morte per cinque libanesi accusati dalla corte del Tribunale Militare di Beirut di spionaggio a favore dell’entita’ sionista. Ieri la stessa corte aveva emesso un’altra sentenza contro l’ex generale sciita dell’esercito, Osama Berri, accusato in contumacia e contro un suo complice cristiano, Antoine Atme, entrambi rei di essere entrati in contatti con elementi del Mossad ed aver passato ai servizi d’intelligence israeliani informazioni e dati sensibili per la sicurezza nazionale.

La lista dei sospetti favoreggiatori pro-sionisti si allunga: oltre una settantina sarebbero le spie libanesi arrestate nel corso di questo ultimo anno in diverse operazioni della Securite’ Generale del Libano e dai reparti speciali militari.

Intanto anche sul fronte delle indagini sulla morte dell’ex premier Rafiq Hariri si registrano novita’ con la consegna al TSL, da parte del Partito di Dio sciita, di un voluminoso dossier.

Il dossier di Hizb’Allah apre nuovi scenari rispetto alla “pista siriana” finora seguita dagli investigatori designati dalla comunita’ internazionale: come aveva largamente anticipato alcuni giorni fa lo stesso leader di Hizb’Allah e’ tempo che si punti l’indice verso sud, verso l’entita’ criminale sionista. Tra i documenti in possesso del movimento di Resistenza libanese consegnati anche un filmato realizzato dal Mossad che comprenderebbe tutte le principali zone frequentate dall’ex primo ministro brutalmente assassinato in quella strage che apri’ le porte alle forze della sovversione mondialiste per la destabilizzazione del paese dei cedri provocando una mai chiarita serie di delitti politici, il ritiro siriano dal Libano dopo ventisette anni di presenza stabilizzatrice e l’aggressione israeliana contro le basi della Resistenza ed i principali centri civili sciiti dell’estate 2006.

Il Tribunale Internazionale per il Libano dovrebbe pronunciarsi quest’anno sulle incriminazioni per l’omicidio dell’ex premier libanese: il leader di Hizb’Allah, Hassan, Nasrallah ha affermato di attendersi che fra gli imputati vi siano dei suoi militanti e ha definito la corte “un progetto israeliano” per colpire il movimento sciita.

E sempre in relazione alla possibile svolta sulle indagini per l’assassinio dell’ex premier si registra anche la possibilita’ di usufruire di una nuova testimonianza: un ex ufficiale dell’esercito israeliano avrebbe infatti dichiarato di essere in possesso di informazioni riservate e decisive relative al caso e, per questo motivo, avrebbe richiesto “asilo politico” al paese dei cedri.

E’ quanto ha riferito nella sua edizione di ieri, 18 agosto, il quotidiano libanese “Al-Diyar”, secondo cui l’uomo, un israeliano di etnia drusa, avrebbe gia’ rivolto all’ambasciata libanese a Praga la richiesta per la concessione di un salvacondotto che lo porterebbe sicuramente ad essere uno dei testimoni-chiave di tutto “l’affaire Hariri”.

La sede diplomatica libanese nella Repubblica Ceca avrebbe risposto positivamente alla richiesta dello status di “rifugiato politico” invitando l’ex ufficiale israeliano a richiedere immediatamente e direttamente al Governo libanese a Beirut tutte le garanzie per un’immediato trasferimento in Libano.

Sempre secondo il quotidiano libanese sia il ministero degli Esteri che quello degli Interni starebbero provvedendo alla risoluzione del caso che potrebbe aprire nuovi ed inquietanti scenari sulla morte dell’ex premier e sulla stagione delle bombe che insanguino’ nella primavera 2005 il paese.

Questo proprio mentre Hizb’Allah, il 14 agosto scorso, ha celebrato in tutto il paese con manifestazioni e incontri il quarto anniversario della “vittoria divina” che ricorda la tregua raggiunta dopo 33 giorni di bombardamenti intensivi da parte dell’aviazione sionista (che costarono la vita a quasi 1400 civili e il ferimento di altre 3000 vittime innocenti in massima parte bambini al di sotto dei dieci anni) contro il paese…l’aggressione israeliana piu’ feroce dai tempi dell’operazione “pace in Galilea” dell’estate 1982 che porto’ i tank sionisti fino alle periferie della capitale. Allora fu semplice per i sionisti avere la meglio sulle milizie palestinesi dell’OLP chiuse nell’assedio della capitale (martirizzata e sottoposta a cannoneggiamenti per tre mesi; un’agonia che costo’ oltre 25mila vittime in massima parte civili) quattro anni fa le cose andarono ben diversamente per la tenace resistenza opposta da Hizb’Allah che blocco’ gli invasori dalla stella di Davide sul fronte di Maaron al Ras e Bint ‘Chbeil a neanche tre chilometri dal confine con la Palestina occupata.

Nasrallah ha ricordato agli aggressori israeliani che “la Resistenza resta vigile lungo tutta la frontiera meridionale ed e’ pronta ad assestare nuovi colpi quando e se il nemico sionista pensera’ di attaccare”.

A surriscaldare ulteriormente un clima gia’ sufficientemente “bollente” ci si e’ messa pure una disputa “religiosa” che ha visto, in quest’inizio di Ramadan vissuto ad alta tensione dal paese dei cedri, contrapporsi musulmani e cristiani: a scatenare la reazione delle comunita’ cristiane sarebbe stata la decisione delle due principali emittenti sciite del paese (“Al Manar” = Il Faro, legata al movimento di Hizb’Allah e “NBN” di proprieta’ del presidente del parlamento, avv. Nabih Berry, e direttamente collegata all’altro partito sciita , Haraqat ‘Amal) di mandare in onda un serial di produzione iraniana sulla vita di Gesu’ dal titolo “As Sayyed al-Massiih”.

La diffusione delle prime due puntate – come riferisce un’agenzia stampa ASCA da Beirut – , riferisce la Radio Vaticana, ha provocato sconcerto nelle varie comunita’ cristiane e la ferma condanna da parte dell’Assemblea dei Patriarchi e Vescovi Cattolici in Libano (equivalente della Conferenza Episcopale) e del Patriarcato Melchita-cattolico che hanno ottenuto la sospensione del programma.

Motivo della protesta il fatto che il serial in 17 puntate, prodotto a Teheran in persiano e doppiato in arabo, sia basato sul racconto del Vangelo apocrifo di Barnaba, secondo il quale a morire sulla Croce non sia stato Gesu’ bensi’ Giuda Iscariota che lo avrebbe sostituito. Il Centro Cattolico d’Informazione ha organizzato una conferenza stampa durante la quale il presidente della commissione episcopale per i mezzi di comunicazione sociale, mons. Be’chara Rai, ha espresso soddisfazione salutando la decisione delle emittenti di sospendere la trasmissione del serial nonostante il danno economico.

Analoga reazione di condanna era stata registrata in Tunisia nei confronti di alcuni serial tv iraniani come ”Giuseppe il Giusto”, ”Il Cristo” e ”La Vergine Maria”.

Alcuni avvocati hanno chiesto al Gran Mufti di intervenire per sospenderne la trasmissione perche’ i personaggi dei Profeti sono interpretati da attori, in netto contrasto con gli insegnamenti dell’islam sunnita iconoclasta.

Altri, onestamente, sono i “problemi” che il Libano deve affrontare.

Il Ramadan “caldo” della rovente estate libanese rischia di trasformarsi in un braciere ardente….

I sionisti, a sud, sono gia’ pronti ad accendere il fuoco sotto le ceneri…

Vedremo chi si “brucera’” maggiormente….

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

19 AGOSTO 2010

 

 

 

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06:13 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: LIBANO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

13/08/2010

Hizb'Allah accusa: "Mossad dietro assassinio Hariri"

Hizb’allah accusa:”Mossad dietro assassinio Hariri”

di Dagoberto Husayn Bellucci

Il Libano rimane il sorvegliato “speciale” della politica mondiale di quest’estate 2010: se guerra dovra’ essere nel Vicino Oriente potrebbe essere proprio dalla frontiera, caldissima nelle ultime settimane, tra il paese dei cedri e la Palestina occupata dall’entita’ criminale sionista che potrebbe incominciare…Ammesso e non concesso che poi la tensione degli ultimi due-tre mesi non vada, improvvisamente, scemando in un nulla di fatto. Davanti ad un mondo arabo-islamico che ha appena cominciato il suo mese santo del Ramadan sono puntati infatti gli occhi della comunita’ internazionale che continua ad interrogarsi su quali siano esattamente le intenzioni dell’accoppiata terroristica Us-raeliana: l’amministrazione Obama e’ realmente vicina a lanciare un’aggressione in grande stile (modello Afghanistan 2001 e Irak 2003) contro la Repubblica Islamica dell’Iran? Oppure gli americani lasceranno che siano i loro compari sionisti a colpire per primi le installazioni nucleari iraniane al centro da anni di un lungo e sostanzialmente inutile ed estenuante braccio di ferro tra Teheran e la comunita’ internazionale (dall’AIEA alle Nazioni Unite passando per Russia, Cina, Unione Europea e paesi arabi limitrofi e senza dimenticare chi – Stati Uniti ed “Israele” – continua a fabbricare accuse su accuse dimenticandosi probabilmente di detenere, ed e’ questo il caso dell’emporio criminale sionista, uno dei piu’ vasti e temibili arsenali dell’intera regione)?A tutt’oggi la situazione appare sostanzialmente fluida e in evoluzione: la politica mondiale cerca di scongiurare un conflitto dai piu’ ritenuto oramai inevitabile; l’Iran intensifica le proprie relazioni verso i partner strategici in zona (Ahmadinejad sara’ alla fine del Ramadan in visita a Beirut come ha annunciato meno di quarant’otto ore fa il ministro degli Esteri iraniano Mottaki) mentre a nuove offerte di collaborazione per cio’ che riguarda la situazione a Kabul e Baghdad – lanciate molti mesi or sono dall’amministrazione statunitense – qualche timida risposta inizia ad arrivare proprio in quest’ultimo periodo…non sarebbe ne’ un reato ne’ probabilmente un tradimento se la Repubblica Islamica dell’Iran intervenisse direttamente (…a dire il vero e’ gia’ – ed abbondantemente pure – intervenuta ma a qualche povero deficiente questo dev’essere sfuggito…) nelle questioni interne afghana ed irachena ma rappresenterebbe la sua logica posizione di media-potenza eurasiatica interessata a pacificare due Stati confinanti verso i quali Teheran ha interessi sia di natura politico-religiosa sia economica e con i quali ha ribadito di voler mantenere salde ed amichevoli relazioni.L’Iran non rappresenta un problema per alcuna nazione del Golfo persico ne’ ha mire di natura imperialistica rispetto agli Stati vicini: e’ questa la pluridecennale posizione geopolitica, strategica e militare sempre assunta dalla Repubblica Islamica iraniana e dai suoi dirigenti: una geopolitica che mira alla convivenza pacifica, alla stabilizzazione della zona (soprattutto adesso, eliminati due evidenti centri di crisi e di tensione regionali quali erano l’Irak saddamista e in particolare l’Afghanistan al qaedista-talebano focolaio terroristico e minaccia per tutte le nazioni vicine) e a mantenere quell ruolo di grande gendarme locale che nel Vicino Oriente Teheran ha sempre svolto ieri su delega statunitense – all’epoca della Persia imperiale dei pahlevi – attualmente in maniera del tutto indipendente dalle maglie della plutocrazia sionista e mondialista e sostanzialmente in piena autonomia rispetto all’Imperialismo yankee.

L’Iran puo’ dunque guardare agli Stati Uniti d’America (al Grande Satana di cui parlava l’Imam Khomeini) come ad un nemico storico con il quale in un modo o nell’altro si dovranno avviare forme nuove o di dialogo o di aperto contrasto bellico… da un lato perche’ e’ la situazione politica internazionale che richiede questa nuova assunzione di responsabilita’ ai dirigenti iraniani; dall’altro lato perche’ se l’amministrazione obamita insistera’ con le sue pressioni e minacce, con i diktat ed i ricatti, con nuove sanzioni economiche il destino di questo antagonismo cosmico sara’ ‘segnato’.

Il problema di fondo rimane la debolezza statunitense e sionista: sono realmente cosi’ folli ai piani alti del Dipartimento di Stato USA e presso i vertici militari israeliani da pensare seriamente di lanciare una nuova aggressione contro la Repubblica Islamica che inevitabilmente metterebbe a rischio anche il delicato assetto delle alleanze faticosamente raggiunto dagli americani rispetto ai loro alleati arabo-moderati e rimescolerebbe i rapporti di forza regionali a tutto svantaggio di queste forze estranee, ostili e bellicose sempre interessate a tenere sotto scacco ed in tensione l’intera zona?

Lanceranno – americani e sionisti – la loro guerra ebraica contro Teheran? Al di la’ di cio’ che gli iraniani potranno ottenere – ed ammesso e non concesso che ne siano realmente interessati (…quello che dovevano e potevano ottenere probabilmente lo hanno gia’ ottenuto da un pezzo …) ad ottenere qualcosa – nei quadranti geostrategici iracheno ed afghano; il vero nodo gordiano da sciogliere e’ quello che fara’ l’accoppiata del terrore us-raeliana nei confronti del problema nucleare (che oltretutto l’Iran potrebbe risolvere con l’aiuto di Venezuela e Turchia e – se solo a Mosca lo volessero realmente – attraverso la mediazione russa…la nuova Russia di Medvedev pare essersi invece completamente allineata ai diktat sionistico-statunitense lasciando un po’ in balia delle “ire” e degli “strali” propagandistici a stelle e strisce quello che un tempo poteva definirsi il suo miglior alleato nella zona….ma la geopolitica russa e’, e non da oggi, sottoposta all’influenza pesantissima ed ai condizionamenti della lobby filo-sionista interna che, al Cremlino come nel resto d’Europa, quando vuole si fa sentire…e in questo caso pare proprio che abbia alzato pesantemente la voce raccogliendo i suoi frutti…) ossia se Washington e/o Tel Aviv intenderanno pigiare sull’accelleratore di una folle e suicida corsa verso una nuova conflagrazione che coinvolgerebbe inevitabilmente tutta la regione…noi non ne saremmo cosi’ certi…anzi…

I rischi anche per i plutocrati mondialisti e per gli esperti del C.F.R. che dettano legge alle diverse amministrazioni USA sono enormi…

Mentre questo e’ il panorama generale in Libano Hizb’Allah passa al contrattacco e lancia accuse contro il Mossad ed il vicino emporio criminale ebraico: dietro all’assassinio dell’ex premier Rafiq Hariri vi sarebbero i servizi israeliani.

Noi questa ipotesi l’andiamo scrivendo oramai da oltre cinque anni: praticamente eravamo nel paese dei cedri all’indomani immediatamente dopo la strage del San Valentino (14 febbraio 2005) che colpi’ mortalmente l’ex premier sunnita e tutti gli uomini della sua scorta aprendo una stagione di destabilizzazione politica, di scontri contrapposti e sedizione sociale e confessionale alimentate ad arte dall’esterno che si concluderanno solo ed esclusivamente con la “marcia sciita” sulla capitale della primavera 2008 e l’imposizione di un nuovo accordo interpartitico tra le diverse fazioni della politica libanese chiamate a Doha in quell’anno a confermare i patti di collaborazione e pacificazione che furono sottoscritti nel 1990 alla fine del conflitto civile.

Per evitare che la spirale dell’odio etnico e confessionale e della relativa violenza potesse degenerare in una nuova guerra civile (che e’ stata davvero ad un passo dallo scatenamento con le note provocazioni, gli agguati mortali, gli attentati e le azioni delle neocostituite milizie haririste-sunnite e quelle delle squadracce d’azione dell’ultra-destra falangista-maronita raccolta attorno al partito estremista di Samir Geagea , le Forze Libanesi, sempre pronte per un triennio a provocare i partiti dell’Opposizione) sono accorsi non piu’ di quindici giorni fa il presidente siriano Bashar el Assad ed il monarca saudita re Abdullah… vedremo nel prossimo futuro se quest’incontro avra’ o meno modificato i destini, altrimenti critici, del paese dei cedri.

Mentre accade tutto cio’ Hizb’Allah ha dichiarato che disporrebbe di prove inconfutabili che collegherebbero “Israele” all’assassinio dell’ex premier libanese Hariri.

A sostenerlo e’ stato Ibrahim Moussawi , uno dei maggiori esperti politici del Partito di Dio sciita libanese e portavoce del movimento di Nasrallah, il quale – parlando all’agenzia di stampa palestinese “Ma’an” – ha dichiarato che presto il leader del movimento islamico filo-iraniano , Sayyed Hassan Nasrallah, presentera’ delle “informazioni globali e determinate” sul coinvolgimento dell’entita’ criminale sionista nella strage del 14 febbraio 2005.

Dopo esser stato chiamato direttamente in causa il Partito di Dio reagisce ed esce da una posizione scomoda di trovarsi, di qui a qualche settimana, invischiato in una delle piu’ brutte e nere pagine della recente storia politica libanese…

Dopo il tentativo di coinvolgimento della Repubblica Araba Siriana, costretta dalla sedicente “opposizione popolare” della cosiddetta “rivoluzione dei cedri” della primavera 2005 (eterodiretta dagli Stati Uniti attraverso la loro ambasciata ad Awqar nella zona settentrionale della capitale libanese) e dalle pressioni internazionali al ritiro del proprio contingente militare (fine aprile 2005); il TSL Tribunale Speciale per i crimini in Libano , creazione internazionale “onuista” destinata soltanto ad interferire pesantemente e faziosamente nella vita politica e giuridica nazionale, avrebbe incolpato alcuni dirigenti della formazione sciita aprendo cosi’ una nuova stagione di veleni e di tentativi di destabilizzazione politica.

Hizb’Allah non e’ rimasto ovviamente alla finestra ed ha reagito: prima attraverso le clamorose dichiarazioni del suo Segretario Generale, Sayyed Hassan Nasrallah, che ha sostanzialmente accusato ONU, Stati Uniti e entita’ sionista di creare e fabbricare prove e falsificare la realta’ degli avvenimenti ed oggi con questo nuovo affondo sul “caso Hariri” che rischia di rimettere in discussione tutta la politica libanese.

Nella sua dichiarazione pubblica, davanti alle telecamere, Nasrallah ha dichiarato che “pur non trattandosi di prove schiaccianti, quelle in nostro possesso possono essere di aiuto a scoprire la verita’ sul crimine Hariri” anche perche’ – dopo cinque anni da quell tragico assassinio e dopo tre da quando venne imposto al Libano il Tribunale Speciale – non sono state prodotte ancora documentazioni tali da far fare alle indagini alcun passo in avanti in alcuna direzione.

E se la “pista siriana” era apparsa fin dall’inizio come un castello costruito in aria creato ad hoc per imporre una sorta di confinamento della Repubblica Araba Siriana dalla scena libanese e regionale (con l’inserimento statunitense di Damasco nella famigerata “black list” delle “nazioni canaglia” “individuate” dal Dipartimento di Stato e la successiva imposizione USA di sanzioni economiche per una serie di personalita’ politiche sia siriane che libanesi alleate di Damasco) – progetto mandato in frantumi dall’inutile, demenziale e sgangherata aggressione israeliana contro il paese dei cedri dell’estate 2006 – quella della eventuale “pista sionista” non sarebbe affatto da scartare…anzi.

Innanzitutto perche’ i sionisti non sono nuovi a ‘calcare’ la scena libanese con attentati e stragi: una delle loro ultime operazioni fu l’assassinio di Elie Hobeika – l’ex leader delle Falangi maronite responsabile della strage al campo profughi palestinese di Sabra e Chatila del settembre 1982 – fatto saltare per aria a Beirut poche ore prima che deponesse davanti al Tribunale Internazione de L’Aia chiamando in causa quasi sicuramente il suo vecchio alleato (ed all’epoca premier israeliano) dei tempi dell’invasione israeliana del Libano l’allora ministro della Difesa di Tel Aviv….tale …Ariel Sharon….il macellaio di Sabra e Chatila appunto!

In secondo luogo perche’ l’ipotesi “israeliana” regge anche alla luce di una storia alquanto “bizzarra” come bizzarre (…usiamo un eufemismo ovviamente…) e strane sono tutte le storie di “intelligence” in questa parte di mondo…in Libano anche i cedri hanno occhi ed orecchie e niente di quello che accade puo’ dirsi “normale”.

Vediamo come Enrico Campofreda ha ricostruito l’intera vicenda: “ La tesi di Nasrallah punta su taluni filmati ricavati dai famosi droni che da anni Israele utilizza nella regione – i Territori Occupati palestinesi ne sono costantemente monitorati – per controllare e colpire nemici veri o presunti. Hezbollah catturandone alcuni ha raccolto il materiale video che veniva filmato, fra cui una ripresa che un aereo di ricognizione MK ha compiuto su alcune zone di Beirut: sia la cintura sud della capitale con la roccaforte sciita di Haret Hreit, quindi il piccolo colle dove ha sede il Parlamento, il centro dell’Hamra dove ci sono alcune ambasciate sino al punto del lungomare teatro dell’esplosione del camion-bomba che nel febbraio 2005 colpì premier e scorta che s’accingevano a transitare. Unico particolare: quel documento non ha data e neppure il marchio dell’Idf. Sicuramente i suoi comandi lo disconosceranno.

Che il Libano, privo di aviazione e difesa aerea, sia comunque un territorio in balìa di controlli esterni, in primis da parte israeliana, non è una novità. Satelliti e apparecchiature elettroniche aeree audio-video rappresentano un’evidente realtà, per quanto l’occhio d’osservazione tecnologico e umano abbia al tempo stesso altre nazionalità. E spie che lavorano per loro. A conferma delle proprie congetture il leader sciita mostra le testimonianze di agenti, catturati fino all’anno scorso, che collaboravano con Tel Aviv. La storia parte da lontano, da quando nel 1996 tal Ahmad Nasrallah (non un parente, solo un omonimo!) che prestava i servigi alle informazioni del Mossad veniva intercettato dalla sicurezza di Hezbollah. L’agente era in contatto coi comandi delle guardie del corpo di Rafiq Hariri e ne influenzava i tragitti, avallando le ipotesi d’un probabile attentato alla sua persona di cui da tempo il premier era al corrente. Fra i possibili attori un militante Hezbollah (un agente o un traditore non si sa) che venne arrestato dai siriani. Attraverso le voci dell’agguato e le infiltrazioni si potevano orientare spostamenti del leader e scegliere quando colpirlo. Per poi poter rivolgere le accuse a senso unico sulla componente siriana, che in effetti dopo la sua morte e le immense manifestazioni della piazza beirutina sgombrò il terreno dall’ultima propria presenza armata (Tsahal s’era ritirato dal sud del Libano nel 2000). Altre testimonianze di quelle che risultano spie al soldo sionista, pur essendo come l’agente Nasser un musulmano sciita, o l’agente Sader rivelano d’aver raccolto informazioni su residenze e tragitti extra beirutini di politici di primo piano quali il presidente Suleiman.” (1)

Ora e’ assolutamente presto per fare qualsiasi ipotesi: noi possiamo soltanto dirvi che questa idea che dietro all’assassinio Hariri vi fosse la solita mano sporca del Mossad circolava tra la comunita’ sciita ed era di pubblico dominio per chiunque praticamente fin dal…15 febbraio 2005…

Il resto ovviamente e’ cronaca di queste ultime ore con nuovi sconfinamenti di aerei spia israeliani nel sud del paese dove resta piuttosto alta l’allerta dell’esercito libanese ancora sotto choc per i fatti che hanno visto meno di una settimana fa una sua pattuglia scambiarsi tiri di armi automatiche e cannonate di tank e d’artiglieria con una confinante (o per essere piu’ esatti meglio scrivere “s-confinante” ) pattuglia israeliana….per un albero infine abbattuto dai dirimpettai dalla stella di Davide…

In Libano di norma in queste circostanze un po’ tutti si chiedono, piuttosto allarmati, “dove va il Libano?”….oramai piu’ nessuno si pone, e da anni, questa inutile domanda…

Sarebbe una domanda che probabilmente produrrebbe una risposta indiscreta perche’ – parafrasando il cult western all’italiana di Sergio Leone , “Per un pugno di dollari” – “non sono le domande ad essere indiscrete, a volte indiscrete possono essere le risposte”

….Quo vadis Libano?

E il silenzio invase la “sala”…………

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA “ISLAM ITALIA”

11 AGOSTO 2010

Note –

1 – Enrico Campofreda – “Per l’attentato a Rafiq Hariri Nasrallah accusa il Mossad” – articolo presente in rete al seguente link: http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o19161:e1 ;

 

 

http://belluccidago.wordpress.com/2010/08/11/hizballah-ac...

10:41 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: LIBANO | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook