16/05/2010
Il Ba'ath iracheno verso la rifondazione sceglie Damasco per la sua prima apparizione pubblica post Saddam
ALZO ZERO 2010
IL BA'ATH IRACHENO VERSO LA RIFONDAZIONE SCEGLIE DAMASCO PER LA SUA PRIMA
APPARIZIONE PUBBLICA POST-SADDAM
di Dagoberto Husayn Bellucci
A distanza di sette anni dalla guerra d'aggressione lanciata dagli americani
contro l'Iraq saddamista i nostalgici e gli eredi del vecchio Ba'ath irakeno si
sono dati appuntamento, lo scorso 29 aprile, nella capitale siriana Damasco per
quella che è stata definita come la prima fase costituente per la
"rifondazione" del partito.
Un evento storico se consideriamo che, da quando cadde Baghdad e con essa
tutte le strutture del vecchio regime saddamista, i reduci ba'athisti furono
costretti all'esilio, alla latitanza o alla resistenza in clandestinità.
Il Ba'ath irakeno intende ripartire da questa assemblea costituente ospite di
quello che, un tempo, veniva considerato un paese "ostile", quella Siria di
Assad dove fin dalla fine degli anni Sessanta un'altra fazione del Ba'ath, filo-
sovietica e aderente inizialmente alle teorie marxiste, aveva costituito un
proprio modello statale di sviluppo autonomo dalla linea della continuità
perpetrata da Baghdad. La spaccatura tra i due partiti Ba'ath - rispettivamente
al potere in Iraq con Saddam Hussein e in Siria con Hafez el Assad prima e con
il figlio Bashar (dal 2000 ad oggi) - non si è mai ricomposta nei quarant'anni
che videro spesso opposte le due leadership: capitò nel settembre 1980 quando
Saddam lanciò l'aggressione contro l'Iran sollevando le ire di Damasco (alleata
di Teheran) che accusò il vicino di fare il gioco dell'imperialismo sviando
forze e l'attenzione pubblica del mondo arabo dal conflitto palestinese;
successe un decennio più tardi quando l'armata statunitense si apprestava a
"riportare" ordine nel Golfo e "democrazia" nel Kuwait invaso (2 agosto 1990)
dalle truppe irakene. La Siria nell'occasione fece buon viso a cattivo gioco e,
in cambio di un contingente simbolico di uomini che peraltro non presero
neanche parte alle ostilità della coalizione mondialista nei 42 giorni della
prima guerra del golfo (gennaio-febbraio 1991), ottenne il nulla osta di
Washington per la normalizzazione del vicino Libano e l'instaurazione nel paese
dei cedri di una "pax siriana" che durò fino al febbraio 2005.
Il Partito Ba'ath Arabo Socialista in arabo حزب البعث العربي الاشتراكي), o
semplicemente Ba'ath (بعث, ossia "Resurrezione") venne costituito nel secondo
dopoguerra dal siriano Michel Aflaq e dal suo conterraneo Salāh al-Dīn Bītār.
Un'importante azione di quello che a lungo è rimasto l'unico partito politico
arabo di massa fu però svolta anche da Zākī al-Arsūzī di Alessandretta: un
alawita siriano che espose un programma irredentistico per la sua città (che,
in base agli accordi di pace nel primo dopoguerra, era stata attribuita alla
neo-costituita Repubblica di Turchia), in nome di un ideale panarabo che poi si
travaserà nel programma del partito Ba'ath. Un programma socialista e
nazionalista di rinascita araba 'puntato' sia contro il colonialismo europeo
sia contro i nuovi oppressori sionisti.
La dimensione nazionalista e le caratteristiche eminentemente borghesi della
prima cellula ba'athista estrometteranno quella che fu l'originario nucleo,
precedente la fondazione stessa del partito, che si ispirava anche alla
letteratura marxista. Gli stessi due padri-fondatori, Aflaq e Bitàr, pare
avessero trovato conforto nelle tesi di Karl Marx, di Friedrich Engels, di
Lenin e dei francesi Andrè Gide e Romain Rolland nel periodo nel quale,
entrambi, si trovarono a studiare - dal 1929 - all'Università della Sorbona a
Parigi. Al loro rientro in Siria si avvicinarono anche al Partito Comunista
locale salvo poi distaccarsene quando fu evidente che la stessa Unione
Sovietica sotto la direzione stalinista stava abbandonando la "solidarietà
internazionalista" a vantaggio di una prospettiva di allineamento ideologico
con i partiti comunisti. Questo iniziale interessamento al materialismo
dialettico d'ispirazione marxista sembra che cessò immediatamente dopo la
costituzione, in Francia, del Fronte Popolare di Leon Blum quando apparve
evidente l'asservimento ideologico e programmatico dei comunisti siriani alle
tesi dei loro "compagni" francesi.
La nascita ufficiosa del Ba'ath è del 1940 anche se le sue dimensioni saranno
inizialmente quasi irrilevanti per la stessa ammissione di Michel Aflaq e per
le vicissitudini del 1.o Congresso del partito (1947) al quale parteciparono
appena una decina di membri regolari fino a raggiungere la cifra rispettabile
di 4500 unità soltanto nel 1952 con l'ingresso di numerosi esponenti della
media borghesia siriana. E' del novembre di quell'anno che avvenne la fusione
tra Ba'ath e Partito Socialista Arabo (diretto da Akram el Hourani) che portò
come dote un gran numero di iscritti provenienti dalle campagne. Nel primo
convegno Ba'ath da lui organizzato ad Aleppo nello stesso 1952 i partecipanti
saranno oltre 40mila. Hourani era di umili origini, aveva alle spalle una
militanza nel Partito Socialista Siriano ed era stato l'animatore fino a quel
momento di un piccolo movimento d'ispirazione lontanamente fascisteggiante (il
Partito della Gioventù - Hizb al-shabāb).
La storia del Ba'ath iracheno si distinse da quella del suo omologo siriano
sia per le difficoltà incontrate inizialmente sia per la diversa dialettica
politica sviluppatasi in seno alla fazione che si arrogherà il titolo di
"ortodossa" e prenderà il potere a Baghdad soltanto negli anni Sessanta. Tra i
pionieri del nazionalismo ba'athista iracheno ricordiamo Fayez Ismā'īl,
originario di Alessandria d'Egitto e di origine alawita, e Wasfī al-Ghānim,
studente universitario fratello di un ba'athista di un certo rilievo siriano:
Wahīb al-Ghānim. Un terzo personaggio fu Sulaymān ‘Īsà, un poeta sunnita di
Aleppo.
La prima base fu Baghdad, nel suburbio di Ahdhamiyya ma presto l’azione si
allargò a Nāsiriyya, Ramādī, Basra, Najaf e nel resto delle provincie iracheno.
Quest'opera di penetrazione tra le masse popolari inizialmente lenta divenne,
con gli anni Cinquanta, un'inarrestabile movimento d'opinione, culturale e
politico, che mirava tout court alla presa del potere mediante la tecnica del
colpo di Stato di cui sarà maestro, qualche anno dopo, il Gen. Abdel Karìm al
Qassem.
E' da sottolineare come molti dei quadri dirigenti della prima ora erano
passati dalle fila dell'Istiqlàl ("Indipendenza") un partito politico iracheno
che aveva avuto un notevole seguito durante il periodo bellico e si nutriva di
ideali nazionalisti panarabi e da una decisa connotazione anti-britannica e
anti-imperialista che lo avvicinarono alle forze dell'Asse durante il periodo
della reggenza del Quadrato d'Oro di Rashid al Kailani.
Fra i primi organizzatori destinati ad assolvere dal 1951 un compito assai
rilevante per circa 8 anni all’interno del nuovo partito del Ba'a, ricordiamo
proprio un “istiqlaliano”, Fu’ād Rikābī, studente d’ingegneria sciita di 20
anni, essendo nato nel 1931 a Nāsiriyya.
La fazione irachena del Ba'ath nacque dopo quella originaria siriana (1947) e
dopo quella giordana sorta due anni dopo.
Il primo Comando Nazionale del Ba'ath fu votato nel marzo 1954 e l’Iraq, il
Libano, la Giordania e la Siria furono rappresentati rispettivamente in base ad
un rapporto 1:1:2:3. Alcuni dati dimostrano la realtà dinamica di un movimento
che, proprio relativamente all'instaurazione del suo consiglio direttivo
(Comando Nazionale) rimase per molti anni (compresi tra il 1954 e il 1970) la
forza popolare più incisiva del Vicino Oriente con una penetrazione lenta ma
costante in tutti i gangli politici, amministrativi e decisionali dell'Iraq e
della Siria dove infine prenderà il potere con due rivoluzione 'sorelle' e,
insieme, avversarie.
Rivoluzioni che hanno, da allora, visto marciare divisi i due regimi
ba'athisti al potere in Iraq e Siria: da un lato Saddam Hussein iniziava
l'accentramento del potere attorno alla sua persona ed al clan sunnita di
Tikrit; dall'altro lato Hafez el Assad proponeva una propria leadership
carismatica fondata essenzialmente attorno al nucleo alawita; i due partiti si
erano già divisi per programmi e indirizzi ideologici (accettando il marxismo-
leninismo i siriani e perseverando nel tradizionale panarabismo nazionalista
gli iracheni) e i due Stati avrebbero da allora condotto politiche anti-
imperialiste seguendo propri indirizzi storici, interessi geopolitici e
militari condizionanti inevitabilmente le scelte e le strategie che portarono
la Siria ad intervenire contro l'espansionismo israeliano nel vicino Libano (di
cui rivendicava storicamente l'unione alla madre-patria siriana) e l'Iraq alla
disastrosa avventura bellica contro l'Iran (avvertito come estraneo alla
nazione araba in quanto "persiano" e alla sua maggioranza confessionale sunnita
in quanto "sciita").
Attualmente il partito Baath, ufficialmente disciolto in Iraq, in realtà conta
ancora quattro milioni di membri ed è in ottimi rapporti con l’omonimo partito
fratello in Siria contrariamente a quanto abbia sostenuto, non da oggi, la
propaganda occidentale che ha forzatamente e pretestuosamente alimentato le
diversità tra le due fazioni ba'athiste per i propri interessi neo-
colonialistici.
A questo proposito occorre sottolineare come numerosi sono gli esponenti del
Consiglio di Governo Iracheno (IGC) che si trovavano in Siria prima della
guerra.
Il riavvicinamento delle relazioni tra Irak e Siria ha progressivamente
prodotto anche il nuovo corso del Ba'ath irakeno che da Damasco viene tollerato
e sostenuto dalle locali autorità sempre attente alle vicende del vicino da
quando, nella primavera 2003, l'Irak finì sotto occupazione militare
americana.
Oggi a distanza di sette anni dalla scomparsa del regime saddamista e con un
paese ancora sotto occupazione i vecchi dirigenti del Ba'ath irakeno sono
ricomparsi pubblicamente per avviare un "nuovo corso" come ha spiegato Ghazwan
Qubaissi, numero due della formazione di cui rimane leader l'ex governatore di
Mossul all'epoca di Saddam quel Mohammad Yunes al-Ahmad che figura tra i
principali sospettati di terrorismo dall'attuale esecutivo filo-americano che
governa il paese.
Secondo Qubaissi esistono le prospettive per una pacificazione responsabile
del paese e a questo scopo - parlando dinnanzi a oltre 500 militanti (ex
dirigenti e semplici simpatizzanti di quello che fu un tempo il partito più
potente del Vicino Oriente e l'unica voce dell'Irak - "abbiamo avviato le
trattative per la rifondazione del partito". Secondo Qubaissi "non esistono
differenze tra i membri del Ba'ath che operano a Damasco e coloro che
combattono in Iraq una battaglia di libertà. Tutti infatti stiamo contribuendo
alla liberazione del nostro paese". Riferimento dovuto a Ezzat Ibrahim al Duri,
all'epoca numero due di Saddam Hussein e il più alto grado fra gli ex militanti
Ba'ath ancora a piede libero e ricercato dalle forze d'occupazione oramai da
oltre sette anni. Qubaissi ha accusato i nuovi politici irakeni di essersi
venduti alla "democrazia importata" e di "aver deviato dalla riconciliazione
nazionale" estromettendo dalle nuove leve del potere gli ex ba'athisti e tutti
i quadri dirigenti nazionalisti dell'era Saddam.
Questa accusa arriva dopo che, alle ultime elezioni del paese dello scorso 7
marzo, la Commissione Giustizia aveva estromesso oltre 500 candidati dalle
legislative perchè sospettati di appartenere a formazioni della resistenza e
per il loro passato ba'athista.
Diversi funzionari del Ba'ath irakeno abbandonarono immediatamente il paese
dopo l'arrivo degli americani e , anche in seguito, raggiunsero la vicina
Siria. Ricordiamo come all'indomani dell'ennesimo attentato nell'agosto scorso
Irak e Siria vennero ai ferri corti per le accuse reiterate del governo di
Baghdad al vicino siriano di ospitare elementi compromessi con il terrorismo.
La Siria, dal canto suo, ha sempre negato qualunque responsabilità e ha
ribadito che sono le centrali di propaganda del nuovo regime irakeno che
cavalcano accuse infondate favorite dagli occupanti statunitensi. Secondo i
dirigenti siriani esiste una regia americana dietro alle accuse irakene:
Damasco ha ribadito anche recentemente - per la questione dei presunti missili
Scud inviati in Libano a Hezb'Allah - che "Washington intende alzare il tono
della polemica" pretestuosamente e utilizza l'opinione pubblica internazionale
per screditare la Siria. "Queste accuse sono ridicole" è stato più volte
sostenuto dai siriani che hanno peraltro sottolineato come l'attuale
amministrazione americana inizi a "trattare la Siria analogamente a come
trattava ieri l'Irak di Saddam". Propaganda che nessuno intende nè avallare nè
prendere sul serio se non nascondesse ovviamente la strategia
dell'accerchiamento e quella di tentare un isolamento diplomatico e
internazionale del governo Assad reo, agli occhi dell'America, di mantenere
l'equilibrio di forze nel Vicino Oriente per la sua alleanza con la Repubblica
Islamica dell'Iran e il suo sostegno alle resistenze palestinesi e libanese.
Tra l'altro le accuse americane di presunti rifornimenti di missili scud a
Hizb'Allah sono state clamorosamente smentite anche dal Gen. Alberto Asara
Cuevas, spagnolo attualmente al comando dell'UNIFIL operante nel paese dei
cedri, il quale ha sostenuto che non esistono arsenali missilistici in Libano.
Appare ovvio che qualunque analisi in merito all'influenza che potrebbero
esercitare gli ex ba'athisti irakeni nel quadrante geopolitico e strategico
vicino orientale sia al momento assolutamente avventata: anche limitandoci al
solo Irak questa riorganizzazione dovrebbe innanzitutto trovare un accordo di
massima con le autorità al potere a Baghdad. Accordo che ovviamente appare una
chimera fintanto che proseguirà l'occupazione militare statunitense e verranno
favoriti il clientelismo e il faziosismo religioso ed etnico di quei gruppi
maggiormente legati alle forze d'occupazione statunitensi che continuano a
pilotare ovviamente a loro favore la situazione irachena.
Appaiono invece chiare proprio da questo punto di vista le reiterate accuse
rivolte dall'amministrazione Obama, che in questo persegue l'identico obiettivo
della precedente diretta dal guerrafondaio Bush e dai neocons del partito
repubblicano, contro Damasco. Le relazioni bilaterali siro-irachene sono una
nota dolente per gli obamisti - con particolare riferimento al segretario di
Stato USA, Hillary Clinton, che non ha perso occasioni e palcoscenici per
invitare la Siria a rompere i suoi rapporti con Teheran pena rappresaglie anche
militari alle quali Washington continua a propendere per tutte quelle nazioni o
movimenti rivoluzionari che si oppongono al loro disegno di
normalizzazzione/democratizzazione, o meglio americanizzazione, dell'area.
La politica statunitense nei confronti della Siria non è modificata rispetto
all'epoca Bush: Washington tende a mantenere alta la pressione nei confronti di
Damasco come si è visto recentemente con la conferma delle sanzioni economiche
prorogate dal presidente Obama. La proroga delle sanzioni americane contro la
Siria è stata presa sulla base delle reiterate accuse di "aiuto alle
organizzazioni terroriste e la sua ricerca di armi di distruzioni di massa e
missili.". Mossa quest'ultima che deve intendersi più come un vero e proprio
tentativo di staccare la Siria dall'Iran che da una effettiva volontà di
inasprire un contenzioso che, per quanto riguarda gli americani, oramai
continua da cinque anni a questa parte senza sosta.
Il presidente Obama ha dichiarato che la Siria "rappresenta un grande pericolo
per gli Stati Uniti" (...il che è tutto un dire...), anche se ha ammesso che il
governo siriano ha fatto dei miglioramenti nella lotta al terrorismo. Le
sanzioni vennero imposte da George Bush, nel 2004, dopo che il Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite intimò a Damasco il ritiro del suo contingente
militare dal Libano (avvenuto nella primavera 2005), e prevedono la restrizione
delle esportazioni statunitensi verso la Siria. In aggiunta, i siriani non
possono navigare liberamente sul web tanto che non possono accedere al
programma open-source SourceFourge, al social network Linkedin e al browser
Google Chrome.
E' in questa situazione di perenne instabilità generata dai ricatti
dell'imperialismo statunitense che si devono inquadrare e positivamente
rilevare la visita dell'ottobre scorso a Damasco del leader del Consiglio
Supremo della Rivoluzione Islamica in Iraq (SCIRI) , Abdel Halim Khaddam al
Hakim il quale ribadì che "la Siria svolge un ruolo importante nella
ricostruzione dell'Iraq" richiedendo ai dirigenti siriani di operare “per
rafforzare i rapporti tra il popolo iracheno e quello siriano” e di “sostenere
lo sforzo del popolo iracheno per recuperare l’indipendenza, la sovranità e la
stabilità”. A Teheran è stato inoltre reso noto che l’Iran darà alla Siria
tutta l’assistenza che occorre nel caso in cui l’Accountability Act comporterà
delle sanzioni USA contro Damasco. I due governi a questo punto coordinano
molto strettamente ogni iniziativa e la 'connection' irano-siriana pro-Irak
ovviamente è fonte di notevole preoccupazione ai piani alti dell'Establishment
statunitense.
15/05/2010
12:43 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: IRAK | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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03/09/2009
Saddam Hussein: Condanna, vendetta o tattica geopolitica e militare degli USA
Saddam Hussein: Condanna, Vendetta o Tattica Geopolitica e Militare degli Usa.
di Dagoberto Husayn Bellucci
L'esecuzione dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein la mattina dello scorso 30 dicembre ha il sapore amaro di un ennesimo affronto che le forze atlantico-sioniste hanno voluto imporre ad un mondo arabo gia' deluso e lacerato dai recenti avvenimenti internazionali.
Un affronto ed un onta che, agli occhi della minoranza sunnita irachena (maggioranza nel Vicino Oriente), potrebbero rappresentare nuovo combustibile incendiario per le forze della Resistenza nazionale in particolare per quei movimenti e gruppi direttamente legati al vecchio partito Ba'ath.
Le forze dell'eterogenea coalizione anti-americana potrebbero dunque riaccendere il mai sopito conflitto civile nella martoriata terra dei due fiumi con il rischio di un escalation senza precedenti del terrore e della violenza, come la stessa opinione pubblica occidentale si attende e come ha previsto l'amministrazione sionista statunitense.
Violenza e terrorismo che si indirizzeranno ,una volta di piu', contro la comunita' sciita irachena rea , agli occhi della minoranza sunnita ieri al potere ai tempi di Saddam, di essersi accaparrata i principali posti nella nuova amministrazione e accusata neanche troppo velatamente di cooperare con gli occupanti anglo-statunitensi e le altre truppe mercenarie accampate in quello che fu l'indiscusso "regno" di Saddam Hussein.
La situazione invero non e' proprio così semplicistica: sul terreno geopolitico iracheno si stanno affrontando da tre anni e mezzo diverse forze spesso apparentemente accomunate da identici obiettivi di massima ma in realta' perseguenti le proprie mire geoeconomiche e politiche.
La Repubblica Islamica dell'Iran, spesso accusata a ragione o a torto, di svolgere un ruolo ambiguo nell'Iraq del post-Saddam aveva certamente tutto l'interesse ad una stabilizzazione della situazione alle sue frontiere occidentali e la presenza di una fortissima comunita' sciita nelle regioni meridionali irachene (con i due luoghi santi di Najaf e Karbala) indiscutibilmente hanno giocato un ruolo fondamentale nella strategia iraniana nell'area.
Da anni settori incontrollati di un'informazione asservita alle centrali sionistico-atlantiche e diverse "voci" che si dichiarano fuori dal coro "dominante" dei mass media sistemici hanno preteso stabilire un inesistente equazione Iran-Stati Uniti per quanto concerne le vicende irachene.
Convergenze o strategie geoeconomiche e geopolitiche della superpotenza statunitense , secondo taluni soggetti, avrebbero favorito l'espansionismo iraniano nella regione...
La condanna a morte con la quale e' stato eliminato l'ex presidente iracheno e' oramai un dato di fatto consegnato agli annali della storia: la democrazia manu militari esportata da Washington dunque si copre di un ennesimo crimine in barba alle voci belanti dell'inutile diplomazia europea, delle proteste di Mosca e della paraplegica attitudine pacifista dei "no Global" di tutte le risme e 'colori'.
Non c'e' niente di nuovo nel copione hooliwoodiano della messinscena giuridico-sanzionatoria che ha caratterizzato le fasi del processo-farsa contro l'ex Rais e i suoi piu' stretti collaboratori. La democrazia occidentale si nutre di sangue come sempre.
Nell'estate del 1943 il neocostituito Governo Badoglio - che di li' a poco avrebbe svenduto l'Italia ai nuovi padroni venuti d'oltreoceano e al nemico britannico per fondare una "repubblica democratica fondata sul lavoro" e sull'antifascismo militante - pose il suo sigillo di morte e d'infamia quale fondamenta delle future istituzioni repubblicane con l'assassinio dell'Eroe Alato e ultimo segretario prima del conflitto mondiale del PNF , Ettore Muti.
La farsa democratica che abbiamo dunque visto messa in scena a Baghdad ci ricorda un altro infame Tribunale Internazionale: quello di Norimberga.
L'infamia dell'impiccagione dell'ex Presidente dell'Iraq ce ne ricorda altre compiute dalle stesse mani dei boia giudeo-statunitensi una 'nota' notte del Purim di sessant'anni or sono....
Saddam Hussein e' soltanto l'ultimo in ordine di tempo tra i tanti "agenti" funzionali alle strategie statunitensi. Non dobbiamo dimenticarci come per molto tempo l'Iraq ba'athista e il suo Rais abbiano apertamente goduto del benestare politico e finanziario del Grande Satana a stelle e strisce.
Ne' come l'Iraq in guerra contro l'Iran durante gli anni ottanta fosse stato armato e sorretto dalla finanza e dalla plutocrazia mondialista per arginare il 'pericolo' dell'espansione della Rivoluzione khomeinista nel mondo arabo.
Un Saddam double-face dunque che per molti anni ha svolto il ruolo di agente dell'Imperialismo americano nella regione e che, dopo l'occupazione del Kuwait (al quale venne 'costretto' da una insanabile situazione debitoria e verso la quale fu 'indirizzato' dall'allora ambasciatrice americana a Baghdad tal madame Glaspie che di fatto dara' al Rais tutte le garanzie di non intervento attivando quella che si sarebbe rivelata come una autentica trappola mondialista ad un Iraq troppo armato per non impensierire l'entita' sionista e le mire geostrategiche statunitensi) , sara' eretto dalla carta-straccia sistemica occidentale a nuovo "pericolo per la pace mondiale" ....
Un Saddam Hussein che ha , per dircela tutta, pagato infine per i molti errori di politica estera e di strategia commessi nel corso della sua sanguinaria carriera di leader delle masse arabe.
Novello Saladino. Nuovo Nabucodonosor. Neo-Hitler secondo l'opinionismo bushista della prima guerra del Golfo dell'inverno 1991.
I giudizi su Saddam Hussein li lasciamo alla Storia. Quelli sulla sua condanna a morte e relativa esecuzione da parte dei massacratori yankee e dei loro complici iracheni vanno invece affrontati alla luce della cronaca e dell'attualita' politica di una nazione, l'Iraq, in preda da oramai tre anni e mezzo di una cruenta guerra civile.
Cui prodest la sentenza di morte dell'ex Rais? A chi infine risultava funzionale eliminare fisicamente Saddam Hussein?
Dietro a quella che piu' che una condanna pare una vera e propria vendetta dell'Oligarchia Mondialista (quasi a voler lanciare moniti ad 'altri' futuri candidati all'odio "patibolare" sinagogico-statunitense) si cela infatti un disegno strategico infame e criminale: esasperare la contrapposizione confessionale tra sunniti e sciiti e perseverare nel bagno di sangue quotidiano che ininterrottamente ha segnato la recente storia irachena.
Una strategia che, con tutta probabilita', Washington e i suoi sodali kippizzati dell'Entita' Criminale Sionista occupante la Terrasanta palestinese vorrebbero esportare al di la' dei confini iracheni , verso i confini settentrionali in direzione Damasco e Beirut.
La morte del Rais di Baghdad riaccendera' le mai sopite velleita' dei gruppuscoli jihaidisti siriani e le mai occultate volonta' delle forze pro-Usa libanesi? Accenderanno la miccia a Damasco e a Beirut, soffiando sull'odio confessionale e sulla reazione emotiva delle masse sunnite, i burattinai del Terrore di Washington e Tel Aviv?
Nel complicato puzzle geostrategico del Vicino Oriente anche la morte di un Saddam Hussein potrebbe rappresentare il pretesto per incendiare l'intera regione: un pretesto che soprattutto le centrali della destabilizzazione atlantico-sionista stanno aspettando da settimane.
30.12.06
17:42 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: IRAK | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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28/08/2009
L'attacco israeliano a Tuwaitah contro il reattore nucleare iracheno Tammuz il 7 giugno 1981
Di DAGOBERTO HUS'AYN BELLUCCI - Direttore Responsabile Agenzia di Stampa "Islam Italia" ;
"La nostra lotta contro il nemico sionista sarà crudele, accanita e prolungata, e verrà forse il giorno in cui il nemico sionista potrebbe anche usare la bomba atomica contro il mondo arabo e la nazione araba. Perciò noi arabi dovremmo essere decisi in ogni modo e (...) insistere per la creazione di tutto il necessario per conseguire la vittoria su coloro che presero la nostra terra sacra nell'amata Palestina."
"Le nazioni amanti della pace dovrebbero aiutare gli arabi ad avere bombe atomiche per controbilanciare quelle già in possesso di Israele"
Saddam Hussein - dichiarazione all' Iraqi News Agency del 23.06.1981
Il venticinquesimo anniversario della vile aggressione sionista contro il reattore nucleare Tammuz 1 iracheno è passato sotto silenzio com'era scontato succedesse.
Nessuno ha interesse a riaprire vecchi strascichi polemici su una delle più infamanti operazioni militari condotte dall'aviazione israeliana contro la sovranità nazionale di uno Stato arabo.
Attualmente Saddam Hussein, il rais di Baghdad, si trova dentro un carcere di massima sicurezza sotto la custodia delle truppe "alleate" , reo di crimini contro l'umanità è costretto a difendersi - da solo contro i suoi accusatori - da una serie di accuse che potrebbero portarlo dritto dritto ad una condanna a morte.
L'Iraq sognato da Saddam non esiste più.
A tre anni dalla seconda guerra mondialista del petrolio , scatenata nella primavera 2003 dall'Establishment sionista-americano che determina le scelte di politica estera dell'Amministrazione Bush, niente è rimasto in piedi di quella costruzione faraonica che ruotava attorno al Partito Ba'ath, al suo Presidente ( diventato con gli anni una sorta di "padre/padrone" dotato di potere assoluto e di diritto di vita o di morte per la stragrande maggioranza dei suoi connazionali ; diritto di cui Saddam - va ricordato - ha fatto ampiamente uso specialmente contro le minoranze degli sciiti e quelle dei curdi ) e ai suoi imponenti programmi di modernizzazione tecnologica, culturale e sociale.
L'Iraq del dopo-Saddam è sotto occupazione da tre anni, dilaniato da una cruenta guerra interreligiosa scatenata dagli abili alchimisti della politica internazionale, alimentata dalle strategie del "divide et impera" elaborate dai Centri di Studi Strategici statunitensi e fomentata dalle bande mercenarie "jihaidiste" appartenenti a quella galassia del terrore denominata "Al-Qaeda".
Almeno quarantamila civili iracheni sono morti durante questi ultimi tre anni e non meno di quindicimila sarebbero i soldati della coalizione multinazionale (le truppe mercenarie al servizio degli Stati Uniti e del Sionismo Internazionale) che hanno perso la vita per questa allucinante operazione di "normalizzazione" dell'Iraq.
L'attacco sionista contro Tuwaitah, località in pieno deserto dove gli iracheni avevano costruito il loro Centro di Ricerche Nucleari dalla metà degli anni settanta, è una di quelle pagine 'scomode' e non solo per "Israele".
E' scomoda per la Francia e anche per l'Italia che aiutarono, per lungo tempo, i tecnici iracheni per l'allestimento, la costruzione e la messa a punto della Centrale Nucleare; è scomoda per alcuni personaggi della vita politica francese (come l'attuale Presidente della Repubblica, il filo-sionista Jacques Chirac, che nel 74 volerà a Baghdad per incontrarsi con l'allora vice-presidente Saddam Hussein) ma anche per insospettabili ambienti della finanza, dell'economia, del commercio europei che - a quest'enorme affare di migliaia di milioni di dollari - all' "affaire" Osirak hanno preso parte.
Meglio dunque molto meglio dimenticare tutto.
Lo vorrebbe "Israele" che in quel giugno 81 violerà tutte le leggi internazionali - com'é , del 'resto', sua "norma" considerando che l'emporio criminale i sionisti lo hanno edificato violando sistematicamente tutte le risoluzioni e praticando il terrorismo indiscriminato - per bombardare il reattore nucleare iracheno e fermare la corsa all'arma nucleare di Saddam Hussein.
Vediamo allora di ricostruire le diverse fasi che portarono gli israeliani a bombardare Tuwaitah a cominciare dalla personalità del "rais" iracheno.
Saddam Hussein sembra, a leggere i resoconti delle cronache dei principali media occidentali, un personaggio uscito da qualche feuiletton settecentesco; una sorta di pirata della legalità internazionale imposta - foss'anche manu militari - dall'Occidente al resto del pianeta.
Saddam nasce a Takrit, nell'Iraq settentrionale, nel 1937. Iscritto al partito socialista nel 55 si metterà in mostra quattro anni più tardi quando, assieme ad altri compagni, attenterà alla vita dell'allora capo di Stato, il Gen. Abdul Karim Kassem. L'attentato fallisce e Saddam è costretto ad una precipitosa fuga che lo porterà dapprima in Siria quindi al Cairo.
Nel 63 è di nuovo in Iraq quando i nazionalisti del Ba'ath riescono a eliminare Kassem e conquistare - per un breve arco di tempo - il potere.
E' del Luglio 68 la svolta politica che segnerà i destini dell'Iraq: è la Rivoluzione Nazionale. Il Partito Ba'ath assume i pieni poteri con un colpo di stato; Saddam due anni più tardi sarà responsabile della Sicurezza Interna e vice di Hassan al Bakr.
Riordinerà i servizi di sicurezza piazzando suoi fidati nei punti chiave. Quando nel 79 diventerà Presidente della Repubblica il paese sarà praticamente un suo dominio sul quale eserciterà un potere praticamente assoluto.
Saddam Hussein ha un sogno: dare all'Iraq la supremazia del mondo arabo, incoronarsi leader di tutta la Nazione Araba seguendo le orme di Nasser e - soprattutto - dimostrare che l'Iraq è il centro geopolitico, economico e militare degli Arabi.
"Il nostro scopo - dichiarerà - è quello di costituire un Iraq potente, capace, socialista e farne una base affrancata, in grado di condurre l'intera nazione araba verso le mete finali: unità araba, liberazione da Imperialismo e Sionismo, e socialismo."
Saddam ha un programma di modernizzazione che dovrebbe permettere questo balzo in avanti al suo paese.
Sotto il suo regime sono varati e attuati interessanti progetti per ampliare i sistemi di irrigazione, ripristina vecchie tecniche di controllo per le irrigazioni e le inondazioni del Tigri e dell'Eufrate, somme enormi sono investite per costruire autostrade, ponti, centrali elettriche.
L'Iraq ba'athista avvierà una politica delle infrastrutture che porterà alla creazione di nuovi campi d'aviazione a Mosul e Busar; verranno ammodernati i porti di Busar e Umm Qasr. In campo industriale l'Iraq costruirà nuovi impianti petrolchimici, incrementerà la produzione del greggio - principale risorsa energetica e fonte di guadagno del paese (quinto produttore al mondo) - e introdurrà un sistematico e innovativo sistema per lo sfruttamento del gas naturale.
Nuove industrie (tessili, alimentari, edili, farmaceutiche) sorgeranno come funghi mentre Baghdad tornerà a splendere come ai tempi dei Califfi. Il regime ba'athista spenderà molto per la ricerca e per combattere le sacche di analfabetismo.
La popolazione irachena negli anni settanta vedrà cambiare il volto della capitale: università , centri studi, fabbriche, giardini e parchi sorgeranno ovunque.
Questo lavoro di modernizzazione ricorda in una qualche maniera quella Rivoluzione Bianca avviata dallo shah negli anni sessanta nella vicina Persia. E anche i metodi utilizzati da Saddam Hussein per mantenere e consolidare il potere non differiranno troppo da quelli usati dall'ex sovrano in Iran.
Saddam Hussein vuole il potere assoluto: i partiti dell'opposizione sono presto sciolti e i loro dirigenti e militanti incarcerati; anche la resistenza opposta dal partito sciita Da'wa dell'Ayatollah al-Sadr e dai movimenti di resistenza curdi verrà presto ridimensionata.
Sottolineando a più riprese l'avvenire radioso che avrebbe atteso l'Iraq e gli sforzi del regime Saddam Hussein ammodernava anche i settori militari acquistando, fin dalla metà degli anni settanta, caccia sovietici e francesi (essenzialmente MIG 23 e 25 dall'URSS e Mirage F1 dallan Francia), creando una squadriglia di elicotteri nuova di zecca ( tutti di fabbricazione francese: Allouette III, Super Frelon e Gazelle provenienti dalle fabbriche dell'ebreo Dassoult) e dotando il suo esercito di nuovi tank T 72 e T 62 ribattezzati "Leoni di Babilonia" e di missili Scud (se ne vedrà la 'reale' efficacia durante la prima guerra mondialista del petrolio del gennaio/febbraio 1991 quando - in massima parte - questi missili verranno o intercettati dal sistema antimissilistico americano "Patriot" o cadranno a vuoto mancando il bersaglio).
Ma è l'arma atomica il sogno proibito del Rais di Baghdad.
Sebbene l'Irak avesse firmato il Trattato di Non Proliferazione Nucleare fin dal 1968 - uno dei primi paesi a siglarlo - Saddam aveva le idee chiare per raggiungere ugualmente i suoi obiettivi 'nucleari'.
Contrariamente a quanto faranno altri leader del Terzo Mondo impegnati ad entrare nel 'club nucleare' (in quei primi anni settanta erano in corsa il Pakistan di Zulfikar Alì Bhutto ma anche l'India e la Libia) Saddam Hussein non nasconderà le sue intenzione.
Già nel 75 il Rais di Baghdad parlerà della ricerca di un grande reattore presumibilmente per uso pacifico come "primo sforzo arabo per un armamento nucleare". La dichiarazione venne rilasciata alla rivista libanese "Al Usbua al-Arabi" e non sarà mai ritrattata.
Due anni più tardi la stessa tesi viene sostenuta pubblicamente e con grande enfasi da uno dei vecchi membri del Consiglio del Comando Rivoluzionario Iracheno, Naim Haddad, il quale più che chiaramente dichiarerà durante una conferenza alla stampa estera: "Gli arabi devono avere una bomba atomica. I paesi del mondo arabo dovrebbero possedere quanto è indispensabile per difendersi.".
Già dalla metà degli anni sessanta , prima del ritorno del Ba'ath al potere, il Governo iracheno era riuscito a convincere l'alleato sovietico a fornirgli alcune attrezzature di ricerca nucleare tra le quali un piccolo reattore sperimentale da 2 megawatt. Il reattore entrerà in funzione nel nuovo complesso di ricerche nucleari creato a Tuwaitah , vicino Baghdad, a cominciare dal gennaio 1968.
Uno dei principali problemi affrontato dal Governo Ba'athista sarà quello di creare un equipe di tecnici e scienziati efficienti che sapessero esattamente quello che stavano realizzando, gli obiettivi ai quali mirava realmente il programma nucleare iracheno e fossero fedeli al regime.
Saddam dovette affidarsi ad alcune prestigiose personalità di origini sciite: tra questi il dr. Jafar Dhia Jaffari - figlio di un ex Ministro del periodo monarchico - che aveva studiato in Europa e al quale verrà affidato l'incarico di capo dell'Istituto di Ricerche Nucleari di Tuwaitah e , successivamente, di capo della Sezione di Fisica della Commissione Irachena per l'Energia Atomica; il dr. Hussein Sharastani, considerato uno dei più brillanti scienziati iracheni. Aveva studiato ingegneria chimica all'Imperial College di Londra tra il 62 e il 65 proseguendo gli studi fino alla laurea all'Università di Toronto in Canada. Nel 69 rientrò in Iraq e ben presto verrà scelto come consigliere scientifico del Presidente e Direttore della Ricerca nella stessa Commissione Irachena per l'Energia Atomica.
Vennero anche reclutati scienziati stranieri e nel dicembre 74 l'Iraq sigla un accordo di massima per la cooperazione economica ed energetica con la Francia: è in questa occasione che Chirac incontrerà per la prima volta Saddam Hussein.
I risultati di quella visita furono una serie di contratti per le industrie francesi (per un valore che sfiorava i 15 miliardi di franchi di allora) in cambio Parigi si sarebbe interessata di fornire aiuti e assistenza agli iracheni nel settore dello sviluppo atomico.
Gli iracheni richiesero a Parigi un reattore di uranio naturale da 500 megawatt , raffredato a gas, moderato a grafite , simile a quello in uso presso le Ff.Aa. francesi che se ne servirono per dotare la loro force de frappe di un arsenale nucleare indipendente.
Ma all'Eliseo qualcuno evidentemente aveva intuito le reali intenzioni degli iracheni e l'accordo sfumò.
Le conversazioni su questo delicatissimo punto vennero comunque riprese in occasione di una visita ufficiale del Rais a Parigi nel settembre 75. Nel programma dell'incontro vi fu anche la visita al centro di ricerche nucleari di Cadarache.
Due mesi più tardi, il 18 novembre , veniva firmato a Baghdad un accordo di collaborazione nucleare franco-iracheno e il 12 agosto 1976 l'Iraq firmava un contratto per un miliardo di franchi con un consorzio di ditte francesi: la corsa al nucleare iracheno era cominciata.
Il contratto prevedeva anche la vendita all'Iraq di uno dei reattori sperimentali più avanzati al mondo, un reattore da piscina da 70 megawatt termici, simile all'Osiris installato presso il centro di ricerche nucleari di Saclay in Francia.
Installato a Tuwaitah sarebbe diventato il più grande reattore di ricerca mai costruito e uno dei più sofisticati al mondo.
Inizialmente ribattezzato dai francesi Os-Irak (ma qualche goliardo lo definirà invece malignamente come O-Chirac) verrà invece denominato ufficialmente dagli iracheni Tammuz (Luglio) in onore della rivoluzione che aveva portato il Ba'ath al potere nel 68.
E i nomi di Tammuz 1 e 2 presto cominciarono a comparire sui documenti ufficiali francesi.
Come parte dell'accordo i francesi si impegnarono anche ad assicurare un periodo di perfezionamento e di 'tirocinio' a circa seicento scienziati e tecnici iracheni.
Tra le società consociate spiccarono i nomi della Technicatrome , ente statale di proprietà al 90% della CEA e al 10% dell'EdF (Electricité de France); della Constructions
Navales et Industrielle de la Mèditerranée , impegnata alla costruzione del cuore dei reattori; della Comsip , nome importante dell'Industria elettronica e informatica che avrebbe fornito i comandi automatici; della Société Bouygues al quale spettarono i lavori di costruzione degli edifici di Tuwaitah; della Saint Gobain Techniques Nouvelles (SGTN) alla quale invece venne 'delegata' la fornitura della cella radioattiva del laboratorio utile per analisi, misurazioni e per quantità limitate di combustibile usato da riutilizzare.
I reattori Tammuz 1 e 2 iracheni potevano arricchire uranio ad un livello molto alto che sarebbe potuto servire anche a fabbricare un arma nucleare.
A questo punto l'Iraq fece valere i suoi contatti con il CNEN (Comitato Nazionale per l'Energia Nucleare) italiano. Nel 75 il Cnen venne interpellato dagli iracheni per sapere se fosse in grado di soddisfare le loro richieste ovvero rifornire di laboratori e officine l'impianto di Tuwaitah.
Il CNEN interessò la SNIA Viscosa che, nella primavera 76, firmò i laboratori richiesti. Anche gli italiani entravano nell' "affaire" Tuwaitah.
Secondo quanto dichiarato dai dirigenti della SNIA il lavoro venne completato in due anni anche se le celle radioattive non si è mai saputo se siano entrate o meno in funzione.
"Colpa degli iracheni - dichiarerà il dr. Achille Albonetti , direttore delle relazioni estere del CNEN - "Ogni qualvolta toccano qualcosa finiscono col romperla. Noi dobbiamo provvedere alla manutenzione da duemila chilometri di distanza. E' il deserto, in senso letterale e di standard."
Ancora nel 76 gli iracheni richiesero alla SNIA altri quattro laboratori da utilizzare per altri settori del ciclo di combustione. A questo secondo contratto la SNIA fece partecipare anche la Ansaldo Meccanica Nucleare che forniva i macchinari, i circuiti e le attrezzature per la prova dei materiali.
Questi laboratori dovevano essere completati per la fine 1980 o inizi del 1981 ma lo scoppio della Guerra tra Iraq e Iran impose una sospensione dei lavori.
E sarà proprio il conflitto Iraq-Iran a portare, una prima volta, alla luce il traffico nucleare iracheno ed il nome di questa località sperduta nel deserto: Tuwaitah.
Il nono giorno di guerra, il 30 settembre 1980, due cacciabombardieri Phantom di nazionalità mai riconosciuta puntarono dritti contro la centrale atomica di Tuwaitah.
Sganciarono alcuni razzi sulla cupola. I danni - secondo quanto riferito dall'Agenzia ufficiale di stampa irachena - erano stati lievi. La rivista francese "L'Express" affermava che era stata colpita solo la base della cupola del reattore danneggiando l'intera costruzione. Il programma nucleare iracheno - secondo il periodico francese - avrebbe certamente subito forti ritardi.
Al momento del raid aereo anche alcuni tecnici francesi stavano ultimando la costruzione del nuovo Tammuz 1 .
"L'Express" sottolineava che a colpire la centrale non erano stati gli iraniani bensì gli israeliani. Secondo quanto riportava la rivista francese l'aviazione sionista era entrata in azione con un espediente: tolte le stelle di Davide i Phantom F4E si erano lanciati verso Est sorvolando a bassa quota Giordania e Siria per non essere intercettati dai radar nemici.
Questa versione venne immediatamente confermata dal Ministro della Difesa iracheno, Adnan Kherallah , che accusava "l'entità sionista" di questo "affronto". Fin dall'estate precedente "Israele" non aveva nascosto le sue intenzioni di colpire il programma nucleare iracheno e la rivista "Libèration" - vicina alla sinistra francese - sosteneva che alti ufficiali americani del Pentagono avessero previsto , immediatamente dopo lo scoppio delle ostilità tra Iraq ba'athista e Iran khomeinista, possibili "attacchi pirata".
"Israele" non aveva fatto niente per aizzare gli iraniani contro Tuwaitah. Infine il Presidente iraniano Abolhassan Bani-Sadr - allora comandante in capo delle Ff.Aa. iraniane - ammetterà che i Phantom erano iraniani e della questione delle responsabilità non se ne sarebbe mai più parlato.
Questo bombardamento avrebbe comunque ritardato di almeno un paio di anni l' "opzione nucleare" dell'Iraq.
Ma evidentemente ciò non bastava ai sionisti. La domenica del 7 Gennaio 1981 gli F-16 israeliani mandavano in fumo il lavoro di sei anni distruggendo irrimediabilmente il reattore Os-Irak o Tammuz.
Il premier sionista, il criminale Menachem Beghin, dichiarerà uficialmente - durante la conferenza stampa tenuta a Gerusalemme quarant'otto dopo il raid decisivo su Tuwaitah - che "Due, tre anni, al massimo quattro e Saddam Hussein avrebbe prodotto le sue tre, quattro o cinque bombe. Che cosa avremmo dovuto o potuto fare di fronte a un tale pericolo diretto , attuale e orribile? Nulla. Allora questo paese e questo popolo sarebbero stati cancellati. Dopo l'olocausto hitleriano , un altro olocausto sarebbe avvenuto nella storia ebraica. Mai più ripeto, mai più!".
La solita 'zolfa' sull'Olocausto non convinse le cancellerie europee ma - considerando che Italia e Francia erano coinvolte nell' "affaire" - pochi si azzardarono a protestare contro l'entità sionista (che , peraltro, era fin dal 68 una potenza nucleare dotata di non meno di 200 testate atomiche).
"Saddam Hussein dominatore dell'Irak , che ha ucciso con le proprie mani i suoi migliori amici per diventare unico padrone del paese, aveva un ambizione - dichiarerà Beghin davanti alle tv di mezzo mondo - Voleva realizzare armi nucleari o per mettere in ginocchio Israele a favore del mondo arabo , o per distruggere la sua popolazione maschile, le sue infrastrutture e la gran parte dell'esercito. In altre parole voleva distruggere il nostro popolo."
Continuando con una retorica degna del miglior penalista di 'razza' Menachem Beghin lanciava accuse ai paesi europei coinvolti nell' "affaire" : "E' vergognoso che due paesi europei , antichi, civilizzati, che videro anche con i propri occhi quello che accadde al popolo ebraico (...) abbiano collaborato affinchè un sanguinario arcinemico dello Stato israeliano realizzasse armi di distruzione di massa."
E le cancellerie europee , irretite dal ricatto dell' "antisemitismo", dal 'ricordo' imposto della menzogna olocaustica e del 'popolo eletto' e "martire" restarono mute e subirono la rampogna del criminale Beghin.
La distruzione di Tuwaitah segnò la fine dei sogni nucleari iracheni. Fu , soprattutto, la dimostrazione dell'infamia e della viltà di un regime criminale che non ha esitato un attimo a spoliare delle proprie terre il popolo palestinese; che non ha remore di sorta quando si tratta di colpire i nemici cercando di umiliarne l'orgoglio e distruggerne la resistenza.
Un entità criminale che - nella sua infame storia - ha consumato decine di massacri nel più totale silenzio; nella cieca indifferenza complice dell'Europa che non ha il coraggio nè la forza (e tantomeno la volontà) di "giudicare" "Israele".
Tuwaitah , venticinque anni dopo un nome da non dimenticare.
E' l'Infamia di Israele ; l'infamia di un entità criminale e parassita che continua il suo 'accampamento' terroristico nella Palestina occupata.
www.dhb.altervista.org
01:59 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: IRAK | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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