30/10/2009
Recensione Libraria: Angelo Terenzoni/Nazareno Venturi - "La Repubblica Islamica dell'Iran - Un ideale metafisico nella realtà del XX secolo"
Recensione Libraria :
ANGELO TERENZONI/NAZARENO VENTURI - "LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL'IRAN - UN IDEALE METAFISICO NELLA REALTA' DEL XX SECOLO"
di Dagoberto Husayn Bellucci
"Quale grandezza maggiore di quella di un clero che con poche possibilità ha diffuso tra i musulmani, nella terra del pensiero e della riflessione, la concezione del Puro Islam"
( Imam Seyyed Ruhollah al Musawi al Khomeini )
"Che Dio conceda la Sua Grazia a tutti coloro il cui cuore anela alla vivificazione del Puro Islam mohammadiano e alla distruzione dell'Islam 'americano'"
( Imam Seyyed Ruhollah al Musawi al Khomeini )
'Scartabellando' in mezzo ad una selva di volumi, all'interno del nostro organizzatissimo bailamme librario-cartaceo che 'assembla' testi vecchi e nuovi sovrapposti a un milone e settecentomilacinquecentoventinove 'accrocchi' di tutti i generi e di qualsivoglia 'gusto' (...abbiamo 'recuperato' un qualcosa come diciotto kefieh palestinesi, un centinaio di poster 'abbandonati' sotto una montagna di polvere, vecchie foto, scatoloni di cianfrusaglie 'repertistiche' "islamo-fascio-nazi-comuniste" ... in 'pratica' un vero e proprio 'bazar'...ci sono 'anche' le bandiere del Partito Comunista Libanese e dell'Olimpic Beirut, quella nazionale croata e una dozzina di 'drappi' gialloverdi non propriamente 'inneggianti' ai 'carioca' brasileiros ..oltre alla raccolta filatelica della Repubblica Islamica dell'Iran 'acquisita' quotidianamente in un mese di permanenza a Qòm nel lontano agosto 1995 ...), ci siamo 'imbattuti', più o meno fortunatamente, in un testo che merita assolutamente una ricognizione 'recensoria' d'analisi non fosse altro perchè, per moltissimo tempo, è stato il primo e più importante tentativo di dare forma e rappresentare in lingua italiana la realtà della Repubblica Islamica dell'Iran.
In attesa di riordinare idee e volumi, dando una 'parvenza' disciplinata alle 'carabattole' ed al disordine perenne che regna sovrano nel 'covo' ove talvolta ci 'rifugiamo' più che volentieri (...di 'recente' abbiamo 'aggiunto' all'insieme 'sgangherato' pure l'ultimo cd di Samuele Bersani mentre 'attendiamo' la prossima 'new entry' che dovrebbe 'girarci' una nostra affascinante 'conoscenza' ...vabbè faremo 'posto'...), diamo forma ad una recensione conforme del volume dedicato da Angelo Terenzoni e Nazareno Venturi all'Iran appena 'fuoriuscito' dalla vittoriosa rivoluzione islamico-khomeinista e dato alle stampe per i titoli della "Sophia Edizioni" di Genova nella primavera del lontano 1980.
Testo fondamentale per comprendere, analizzare e dare una retrospettiva storico-ideologica ma anche una 'panoramica' di ordine socio-culturale sul 'clima' e sulle vicende storiche che portarono la Rivoluzione Islamica a trionfare contro il regime imperial-massonico e filo-sionista della monarchia pahlevi per un trentennio, dalla fine della seconda guerra mondiale, cane da guardia e lunga mano delle strategie di 'contenimento' anti-sovietico/comuniste nell'area del Golfo nonchè perno essenziale del sistema di alleanze che univa, ai 'lati' sud-occidentali del continente eurasiatico la Turchia all'India e al Pakistan.
La Rivoluzione Islamica dell'Iran - ribellione nazionale e popolare, rivolta spirituale e tradizionale - rappresenterà la 'catartica' affermazione di principii divinamente ispirati dalla Tradizione religiosa shi'ita duodecimana, l'emersione di un moto devastante che, alla stregua di un fiume in piena, colpirà al cuore l'Imperialismo spazzando via il regime d'iniquità e menzogna instaurato dalla casta imperiale degenerata al potere 'rispondendo' ad un richiamo ancestrale e ad una visione (welthanshauung) assolutamente legittima che nella storia troverà manifesta incarnazione nella tragedia di Karbala e nel martirio del Terzo Imam dell'Ahl ul Bayt (la Famiglia del Profeta dell'Islam Mohammad , la pace su di Lui e i Suoi successori), al Hus'ayn, Signore dei Martiri e archetipo ierocratico della ribellione che prende forma e vita contro il disordine, il caos informe, la corruzione e la degenerazione dai Principii Divini.
Karbala è l'esempio di solenne rivolta, il grido disperato degli oppressi, l'esemplare manifestazione di una volontà che - posta dinnanzi all'inevitabilità del martirio sul campo di battaglia - si sprigiona e emerge in tutta la sua limpida e cristallina radicalità ed affiora nelle vicende della storia umana come un mirabile ed irrinunciabile modello di riferimento per tutti coloro che, diseredati ed oppressi della terra, leveranno il grido di rabbia e dolore, serrando le fila e formando schiere e legioni pronte al combattimento (...'branchi' di lupi 'vocati' non alla sopravvivenza ma alla difesa di un diritto inalienabile....la libertà che nasce dall'adesione organica ad uno 'stilema' , ad una visione del mondo, ad una vocazione superiore....i 'neri stendardi' del Khorasan escatologico-messianici che riaffermeranno all'alba della libertà, nei Tempi Ultimi, il Principio Divino...) al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui, contro lo spirito d'iniquità e di menzogna del Traditore, contro le orde nere della Sovversione, Gog e Magog, contro il Regno dell'Anticristo, di colui che fu - dall'inizio, dalla nascita dell'umanità - nemico dell'uomo ed eterno tentatore, ingannatore della razza creata ad immagine e somiglianza dell'Eterno e destinata a compiere le volontà e rispettare le direttive dell'Onnipotente.
"Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" gridavano le masse dei rivoluzionari islamici che, uomini e donne con i figli piccoli in braccio e con in mano solo pietre ad affrontare gli sgherri e gli aguzzini della Savak - la polizia dello scià che osò proclamarsi "re dei re" emulando parodisticamente gli antichi sovrani della Persia pre-islamica
e contemporaneamente affamando un intero popolo e mettendo le risorse nazionali al servizio dell'imperialismo americano e l'Iran al fianco della plutocrazia mondialista - armati fino ai denti, addestrati dalla Cia e sciacallescamente pronti a colpire con brutalità qualunque forma di ribellione; "Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" ripetevano i soldati di Allah, i muhjaeddin volontari chiamati dall'Imam Khomeini alla difesa della sovranità nazionale e delle istituzioni islamiche durante gli otto lunghi anni della sporca guerra imposta dal nemico ba'athista iracheno al servizio delle potenze imperialiste; "Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" continuano oggi, nel Libano meridionale, nella Beka'a settentrionale e nelle banlieus meridionali della capitale Beirut a ripetere gli sciiti libanesi, i "mustadhafin" (oppressi, diseredati) della comunità sciita del paese dei cedri, gerarchicamente inquadrati, disciplinatamente organizzati e fermamente risoluti a resistere al nemico sionista e alle politiche pro-imperialiste dei nemici interni.
La rivoluzione islamica, la rivoluzione dell'Imam Khomeini ha 'rotto' infine gli 'argini' ristretti dei 'lidi' persiani dai quali è nata e nei quali ha generato la forma platonico-esemplare dello Stato della Teocrazia shi'ita della Repubblica Islamica: dall'Iran khomeinista un vento rivoluzionario, parole d'ordine di rivolta e ribellione, direttive supreme rivolte contro i regimi iniqui del Vicino Oriente asserviti all'Imperialismo e al sionismo sono risuonate, varcando i confini persiani, echeggiando tra le masse sciite dall'Iraq (ultimo bastione della resistenza anti-shi'ita diretto dal tiranno di Baghdad e dal piccolo Satana , Saddam Hussein, contro il quale il popolo iraniano aggredito risponderà colpo su colpo, riconquistando Abadan, Ahvaz, Khorammshar ...la città dei martiri....occupate, violentate e 'stuprate' dalle truppe occupanti irachene che con tanta arroganza e volontà di vendetta Saddam aveva inviato 'certo' di arrivare, in una settimana, a Teheran...l'insuperata manifestazione combattentistico-volontaria delle schiere di Basij-Pasdaran , le 'fila' di anziani e giovanissimi che, fascia del martirio sulla fronte e kalashnikov in mano, sotto l'ala protettrice del Sacro Corano e recando con sè le 'chiavi del paradiso' sigillo di una purezza intrinseca in una guerra affrontata dal popolo iraniano per la difesa sacra dei propri confini e dei propri territori, per la difesa dell'Islam e delle istituzioni rivoluzionarie direttamente ispirate ai principii e alla fede shi'ita duodecimana), 'fascinando' il vicino Bahrein, andando a sancire un'alleanza di ferro con la Siria del 'Leone di Damasco' ( quell'Hafez el Assad che sarà il solo leader arabo a criticare l'intervento militare iracheno contro Teheran ed il principale alleato degli iraniani all'interno di un mondo arabo 'moderato' , pavido, complice e responsabile delle politiche di sfruttamento ed oppressione partorite dalla Grande Meretrice a stelle e strisce e dall'infame regime criminale denominato "Israele", l'emporio terroristico istituito dai sionisti sulla terrasanta palestinese ) ed infine, stabilendo una propria piazzaforte nella Beka'a dove, di lì a pochi anni sarebbe nato Hizb'Allah , il Partito di Dio sciita libanese, milizia combattente, organizzazione rivoluzionaria, assoluto modello di partito-militante, centro di formazione di soldati-politici disciplinati ed inquadrati da un ardore ed una fede che travalica ed abbatte qualunque ostacolo adempiendo ad una consegna non scritta nè dichiarata ma che corrisponde alla volontà irriducibile di resistenza di una nazione ed alla ferrea disposizione tattico-strategica che andrà a 'posizionare' le armi della Resistenza Islamica libanese 'puntandole' contro il cuore del nemico sionista.
Senza la Rivoluzione Islamica khomeinista iraniana non esisterebbe la Resistenza Islamica del Libano. Teheran-Beirut è asse indissolubile di una metafisica irradiazione di principi e valori, di una dottrina che è fede e preghiera, lotta e combattimento, amore e passione, resistenza e ardore coniugando il misticismo e la spiritualità tradizionali dello Shi'ismo duodecimano, i riti dell'Asciurà e quelli del Ramadan, la pratica ascetica dell'Irfan (la Gnosi shi'ita) alla dirompente azione, all'impeto furibondo, al devastante rullo compressore della macchina bellica, perfettamente 'collaudata' e funzionale, rappresentata dai combattenti della Resistenza Islamica.
L'Iran quale insuperato vettore rivoluzionario, monolitico blocco e cuore pulsante della spiritualità, della religiosità, dell'irradiazione di dottrina e fede; il Libano come testa di ponte, ariete e avanguardia combattente della Rivoluzione Islamica che è in marcia, rimane in cammino, resta presente e incide - oggi come trent'anni or sono - influenzando i destini del Vicino Oriente ed orientando verso un'alba della consapevolezza (così come gli iraniani soprannominarono l'avvento delle istituzioni che portarono alla fondazione della Repubblica Islamica) i popoli e le nazioni.
Consapevolezza della propria sudditanza psicologica, morale, mentale nonchè sociale e politica, economica e militare, nei confronti dell'Imperialismo, delle seduzioni dell'Occidente materialista e del capitalismo usurocratico; consapevolezza della propria identità, nazionale e razziale, religiosa e spirituale, del proprio retaggio ancestrale, dell'eredità e della fede dei padri, dell'Islam quale pilastro di libertà, religione onnicomprensiva, fede nell'avvento di una Giustizia e di un Ordine che diano risposte agli uomini e equità in terra, direttiva suprema e legislazione inviolabile, retta via e assoluto Verbo attorno al quale costruire un futuro di prosperità.
Il mondo arabo-islamico viveva, prima dell'avvento della Rivoluzione Islamica in una condizione di sudditanza rispetto alle politiche imperialistico-oppressive ed ai ricatti usurocratico-capitalistici dell'Occidente, dell'America (il Grande Satana come riconobbe legittimamente e lucidamente e definì le politiche d'intromissione, sedizione e sovversione statunitensi l'Imam Khomeini) e dei suoi alleati e complici sionisti. L'Islam era stato 'accucciato' , ridotto a una sorta di tiepida dottrina, da insegnare nel chiuso delle università coraniche, da relegare nelle moschee, da adempiere all'interno della propria abitazione. A questo erano arrivati e questa situazione avevano prodotto le politiche d'interferenza e oppressione dei regimi imperialistici occidentali. A Oriente, a nord dell'Iran, si ergeva ancora l'URSS, atea e socialista, avversaria di ogni ordinamento religioso, referente della sovversione anti-spirituale e dell'internazionalismo.
Il grido di rivolta lanciato dall'Imam Khomeini sarà dunque destinato alle masse islamiche iraniane e la consegna suprema sarà di abbattere il regime iniquo e tirannico dello shah per riprendere in mano le redini del proprio destino, la propria sovranità nazionale, riaffermando un'identità, una storia, una visione del mondo spirituale e tradizionale antica che 'sbaragliava' le carte della geopolitica 'disegnate' dai pescicani della finanza mondiale e dai loro camerieri in quel di Yalta trentacinque anni prima.
Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale un popolo intero, gli iraniani, spezzavano le catene menzognere della divisione bipolare dell'ordine capitalistico-comunistico mondiale instaurato da Churchill-Roosvelt-Stalin in quell'angolo sperduto di Crimea e al grido "Là Gharbiyah Là Sharkia Joumouriyah Islamijjah = Nè Occidente nè Oriente Repubblica Islamica!" disintegravano il mito fondatore del mondo moderno fuoriuscito dalla guerra d'aggressione giudaica lanciata dall'Imperialismo dell'Ovest e dell'Est, eterodiretti dall'Internazionale Ebraica, contro le Rivoluzioni Nazionali e l'Europa dell'Ordine Nuovo.
Una rivoluzione che trovò nella figura ascetica, nella visione luminosa, nelle idee incendiarie e nella lungimirante saggezza dell'Imam Khomeini il suo migliore e maggiore interpreta, la sua Guida suprema, esempio di una Tradizione viva che conquistava con la forza e con la passione, con ardore e impeto, il suo posto nella storia del mondo moderno dando vita alla Repubblica Islamica, una Teocrazia che sarà supremo referente rivoluzionario, politico, ideologico, spirituale e militare per chiunque , uomo libero della contemporaneità post-modernista e nel Villaggio Globale dell'One World massificante e omologante, rifiuti le logiche d'imposizione livellatrici e massificatrici dell'edonismo e del consumismo, del capitalismo e del materialismo moderni.
Chi era l'Imam Khomeini, quale ruolo ha avuto e che influenza ha esercito nel suo tempo? Ecco come ne parla e ci illustra la figura cristallina e ascetica di questo Grande Uomo, autentica Guida e modello di riferimento, una pubblicazione data alle stampe dall'Ambasciata della Repubblica Islamica vent'anni fa in occasione della scomparsa del fondatore della Teocrazia shi'ita :"L'Imam ha sempre combattuto coloro i quali incitano le masse a seguirli onde poterle sfruttare per i loro interessi. Era un uomo sincero, puro e sempre amabilissimo con chiunque lo avvicinasse. Rispettava la personalità di tutti ed era convinto che il popolo avesse tutto il diritto di dire la sua , e nella forma più incisiva possibile, su ogni questione si potesse porre: parlando con la gente, mai perdeva di vista tale principio. L'Imam Khomeini conduceva una vita assai semplice: viveva come qualunque altro iraniano. I giornalisti che furono ammessi alla sua presenza poterono constatare che la sua abitazione era di una semplicità unica. L'Imam non era per nulla attaccato alle cose terrene e non nutriva alcun desiderio di ricchezza o di beni materiali. Amava la natura, l'essenza dell'uomo e la rispettava. Amava i poveri e combatteva in loro favore: per questo era la speranza dei diseredati e dei miseri di tutto il mondo. Era la speranza dei musulmani oppressi, di coloro che sanno cosa significa dover sopportare pene e miseria. (...) L'Imam Khomeini era una tagliente sciabola levata contro il nemico ed un cuore misericordioso sempre aperto ai diseredati! Egli era il simbolo della lotta contro l'America, contro la corruzione mondiale e contro il sionismo. Decine di volte si mostrò sprezzante verso l'America ed ebbe parole di fuoco per questo paese così potente da essere definito "superpotenza". L'importanza del movimento rivoluzionario khomeinista sta nel fatto che Khomeini riuscì a dimostrare che la liberazione e lo sviluppo delle nazioni del Terzo Mondo e dei musulmani passano soltanto ed unicamente per un aperto e categorico rigetto dell'ideologia individualista e dell'egoismo regnanti nel mondo occidentale. L'Imam è stato all'origine di un cambiamento fondamentale nei metodi di lotta condotta dai paesi del Terzo Mondo e dai musulmani contro il colonialismo economico-ideologico internazionale d'Occidente allo scopo di conseguire libertà e indipendenza. La linea seguita da Khomeini nella guida ideologica della comunità era completamente avulsa dai suoi interessi personali; ciò costituisce un segno di enorme distinzione a testimoniare la basilare differenza esistente fra quest'uomo di così grande prestigio e la classe politica in generale, tesa unicamente a soddisfare dei propri fini egoistici. L'Imam riuscì a dimostrare che i diseredati sono in grado di resistere e di opporsi ai potenti. Incitando il popolo all'unione, riuscì a far lasciare il Paese allo scià, che pure si avvaleva dell'appoggio incondizionato dell'America e dell'Occidente, e a far disperare tanto gli occidentali quanto gli americani che subirono uno dei più vergognosi smacchi. Khomeini godeva di una popolarità straordinaria non solo in Iran ma anche all'estero: la sua influenza era grande in tutto il mondo. (...) Le superpotenze mondiali e gli occidentali, come pure parecchi dei leader di certi paesi islamici sedotti dal potere dell'Occidente e dell'America ed asserviti ad essi, avevano fatto di tutto per convincere le masse che l'Islam era qualcosa di superato, una religione adatta solo ai tempi passati e non confacentesi alle esigenze del mondo contemporaneo e che, di conseguenza, andava abbandonata. Ciò nonostante l'Imam Khomeini ha distrutto e annientato una tale visione, dimostrando ai musulmani che l'Islam è una fede viva e vegeta e che il Corano è oggi più che mai attuale. Egli ha dimostrato coi fatti che l'Islam e i musulmani sono capaci di tenere le redini del potere in quanto sistema politico socio-economico reggendosi sulle loro sole gambe e che in questo risiede la loro dignità." (1)
Esiste oggi una sufficientemente valida bibliografia anche in lingua italiana sulla figura e la funzione, il ruolo e l'autorità, svolte dall'Imam Khomeini al momento possiamo semplicemente sottolineare come la Guida della Rivoluzione Islamica iraniana ed il fondatore della Repubblica Islamica rappresentasse, immediatamente dopo la presa del potere a Teheran da parte delle masse rivoluzionarie islamiche e il rientro da Parigi della loro guida, un vero e proprio enigma sia per i media occidentali che per la stragrande maggioranza degli analisti di politica internazionale.
L'idea della formazione di un Governo Islamico , enunciata ed elaborata da Khomeini nel suo scritto politico più incisivo ed importante, risultava assolutamente inedita sia per l'intellettualismo "gauchiste" 'abituato' ad una sudditanza mentale ed ideologica rispetto a qualsivoglia fermento rivoluzionario internazionale sia per coloro i quali, da posizioni liberal-democratiche, di destra conservatrici e filo-americane non potevano vedere nè accettare di buon occhio l'instaurazione di un nuovo modello sociale, politico e religioso fondato sulle parole d'ordine di una fede che si poneva come antagonista radicale al capitalismo e al materialismo occidentali.
E l'abbaglio fu grandioso soprattutto per coloro i quali, all'estrema sinistra, intesero nella Rivoluzione Islamica una riedizione in 'salsa persiana' di modelli latino-americani o africani 'guevaristici': Teheran sarebbe da quel momento assurta al rango di perno centrale, asse di riferimento e centro politico-ideologico e strategico-militare delle masse islamiche contro l'imperialismo tanto dell'Occidente quanto dell'Oriente, rifiutando sia il modello capitalistico-consumistico statunitense, denunciando le politiche imperialistiche americane, sia la sua 'copia' orientale marxistico-leninista e collettivista sovietica opponendosi per anni e denunciando l'occupazione russa del vicino Afghanistan. Ci vorrà uno scambio epistolare tra il compianto Imam Khomeini e il riformatore sovietico, e disintegratore dell'impero del male d'Oriente, Michail Gorbaciov per iniziare ad avviare relazioni amichevoli con Mosca.
I rapporti tra Teheran e il Cremlino rimasero sostanzialmente tesi per quasi tutti gli anni Ottanta mentre si congelarono pressochè immediatamente con Washington dopo l'occupazione dell'ambasciata statunitense nella capitale iraniana ad opera di studenti della linea dell'Imam e la seguente crisi diplomatica prolungatasi per 444 giorni che costò la rielezione a presidente degli USA al democratico Jimmy Carter ed il fallimentare tentativo di spedizione di un corpo scelto dell'intelligence militare americana che si risolse nel disastro di Tabas.
Abbagliati, delusi, disorientati i media occidentali e l'intellettualismo ipocrita e fazioso dell'una o dell'altra 'sponda' politica interna al Sistema Mondialista (destra o sinistra due facce della stessa medaglia) non poterono che accettare il dato fattuale incontrovertibile: in Iran era nata una realtà destinata ad incidere, profondamente e radicalmente, negli anni a venire sulla scena internazionale; una nuova forma di Stato neo-platonico, un'ordine ispirato direttamente dall'applicazione della legge religiosa coranica, un'ordinamento nazionale e sociale che applicava l'Islam; era nata la Teocrazia shi'ita khomeinista, quella che - legittimamente e lucidamente - i nostri autori hanno definito come "un ideale metafisico nella realtà del XXmo secolo".
Scrivono nella prefazione alla loro opera Terenzoni e Venturi: "La realtà del XX secolo è stata caratterizzata da numerosi eventi rivoluzionari i quali hanno accavallato ideologie e regimi nei paesi in cui si sono verificati, imprimendo al corso degli eventi quell'andamento dal quale è scaturito l'attuale assetto politico mondiale. Alla luce di un approccio al fatto storico muovente dall'idea di un'umanità in continua evoluzione verso un ordine fondato sul presupposto della sovranità delegata dal basso e della più rigida separazione tra il temporale e lo spirituale, il termine "rivoluzionario" è così assunto a sinonimo di rovesciamento di una struttura non rispondente a tali canoni e la sua sostituzione con un modello ispirato ad idee ed obiettivi materialistici. Ad un simile inquadramento sfugge, trascendendolo, il processo rivoluzionario dell'Iran, al centro del quale si situa invece la volontà di cancellare un regime estraneo alla realtà culturale e spirituale del paese per sostituirlo con un ordine sociale fondato sulla tradizione islamica. In questa prospettiva, quindi, i termini di confronto risultano rovesciati, in quanto è stato annientato un ordinamento politico i cui fini erano di natura profana, a vantaggio di una concezione sacrale dell'esistenza che, in tal modo, ritorna all'attenzione della scena contemporanea, proprio quando l'Occidente moderno sembrava aver imposto ovunque le proprie ideologie e le regole di comportamento profano che ne derivano. In una luce siffatta la parola "rivoluzione"; anzichè significare un movimento dialettico verso modelli profani e materialistici dell'esistenza, recupera il suo autentico significato (dal latino 'revolveo') di ritorno al punto di partenza ove quest'ultimo si riferisce ad una realtà esistenziale basata su principi metafisici e religiosamente articolata su di essi."
Nè Occidente nè Oriente, nè Capitalismo nè Comunismo: la Rivoluzione Islamica segnerà da allora lo spartiacque della storia contemporanea ed il limes di sostanziale contrapposizione tra una visione incentrata sull'essere ed il suo rapporto con il Sacro, sulla dimensione metafisica e spirituale della vita intesa come rappresentazione di istinti naturali che sono la riconnessione, il collegamento, ancestral-trascendente tra Terra e Cielo; tra la creatura ed il suo Creatore, tra l'umanità e Dio Onnipotente.
In questo contesto e sotto questa spinta ideologica che identifica la vita come una perenne ricerca ed una costante applicazione della legislazione stabilita dall'Onnipotente l'Islam diviene la guida e il faro che irradia la strada sulla quale andranno a compattarsi in legioni, quasi rispondendo ad un ordine di marcia e ad una prestabilita direttiva suprema, le masse islamiche che, dal 1979 saranno in 'fermento' contro tutti i tentativi destabilizzanti orditi dal Grande Satana a stelle e strisce.
La realtà islamica, come abbiamo avuto modo sovente di ricordare, non è monolitica: la suddivisione originaria fra il sunnismo 'ortodosso' e la shi'a è causa di profonde lacerazioni nel corpo sociale e all'interno delle diverse istituzioni musulmane, la presenza di regimi iniqui direttamente o indirettamente sostenuti dall'America, il loro odio profondo verso la Verità Coranica e le loro opere di sedizione sono una costante che, nell'ultimo trentennio, ha contraddistinto la storia recente e le vicende politiche dei diversi Stati islamici. Questa divisione, instillata, propagandata e abbondantemente sostenuta dall'imperialismo mondiale ha causato rovine e lutti, generando violenza e provocando morte all'interno delle società islamiche: i recenti avvenimenti iracheni e afghani ne sono una riprova così come ne sono un altrettanto lampante esempio i tentativi di sedizione che hanno insanguinato da cinque anni il Libano e la stessa Palestina.
Ovunque le potenze di quello che l'Imam Khomeini definiva "l'islam americano" si sono attivate per bloccare sul nascere le iniziative rivoluzionarie iraniane. Contro la Rivoluzione e contro la Repubblica Islamica provarono - americani e sionisti - a scatenare fin dal principio i gruppuscoli terroristici dell'MKO mentre l'Unione Sovietica finanziava e armava il Tudeh (Partito Comunista dell'Iran). Attentati, stragi e terrorismo insanguinarono dai primi anni Ottanta le strade e le piazze delle città e dei centri iraniani: diversi i nemici, identica la strategia, comune l'obiettivo; rossi o bianchi che fossero ideatori ed esecutori materiali, finanziati dall'una o dall'altra delle due centrali di sovversione internazionale (USA e URSS) il risultato restava identico; ovunque morte e terrore.
L'Iran rivoluzionario dovette fronteggiare anche l'insidiosa serpe che le potenze imperialistiche avevano covato e abbandonato all'interno del suo nuovo ordinamento: Bani Sadr e il suo Fronte Nazionale, d'ispirazione liberale, vennero infine smascherati e resi evidenti i loro tentativi cospirazionisti contro la Repubblica Islamica.
Non riuscendo a provocare un cambio di regime dall'interno l'Imperialismo puntò sulla carta dell'Iraq ba'athista di Saddam Hussein che lanciò, armi in pugno e volontà distruttiva, contro Teheran: anche il sogno di una repentina caduta delle istituzioni rivoluzionarie islamiche venne vanificata dall'eroica resistenza del popolo e delle forze armate iraniane che - sotto la direzione ferma e risoluta dell'Imam - si posero in assetto difensivo per replicare colpo su colpo all'aggressione resistendo per otto lunghi anni.
Da allora Teheran rimane nella 'black list' del Dipartimento di Stato americano e l'obiettivo prioritario da abbattere per Washington ed il suo alleato regionale, l'entità criminale sionista, ma anche per altri 'attori' geopolitici interessati a distruggere la Teocrazia shi'ita: l'Arabia Saudita wahabita e avversaria irriducibile della Shi'a e degli shi'iti che maltollera anche sul proprio territorio; l'Egitto massonico-modernista dell'amico di "Israele" Hosni Mubarak ed, infine, a Oriente il pentolone in ebollizione dell'Afghanistan dove, nel settembre 1996, presero il potere gli studenti 'coranici' salafiti denominati "talebani" che immediatamente instaurarono quella autentica parodia dell'Islam denominata "emirato islamico dell'Afghanistan" all'interno del quale fu applicata fino all'occupazione statunitense del dicembre 2001 una versione 'conforme' ai desiderata occidentali e all'interessamento massmediatico criminalizzante e demonizzante della Shari'a (la Legge Coranica).
Noi affermiamo che tutti gli esempi finora riportati fanno parte e rappresentano palesemente una contraffazione, una frode massmediatica, del Puro Islam mohammadiano; la più evidente immagine di quell'islam "americano" del quale parlava l'Imam Khomeini; ruffiani al soldo dell'imperialismo internazionale, sodali delle politiche di sedizione e divisione interne al mondo islamico partorite, studiate, create e attuate dai centri di intelligente occidentali per abbattere la Repubblica Islamica dell'Iran e , in particolare, presentare in Occidente un'immagine deformante, caricaturale e demenziale dell'Islam.
E' questo il principale nemico che si oppone all'Islam e ai musulmani oggi: la disinformazione, l'ignoranza che regna sovrana anche all'interno del mondo musulmano, l'assoluta mancanza di equilibrio con il quale i media occidentali affrontano la questione "islam" e che ha trovato una sua vera e propria 'consacrazione' all'indomani dell'attacco terroristico condotto contro l'America l'11 settembre 2001 con l'innalzamento al rango di 'nemico pubblico numero 1' di Osama bin Laden e della sua organizzazione terroristica di al-Qaeda.
La Rivoluzione Islamica iraniana trionfa proprio per abbattere l'iniquità e lo spirito di menzogna dell'imperialismo; per opporsi alle manovre sediziose e ai complotti dell'Occidente e dei nemici dell'Islam e auspicando che tutto il mondo islamico si possa compattare contro "Israele" ("se ogni musulmano gettasse un bicchiere d'acqua contro il regime sionista "Israele" non esisterebbe più" proclamava l'Imam Khomeini in sostegno alla causa palestinese) e contro le politiche d'intromissione e colonizzazione americane.
Le parole d'ordine della Rivoluzione khomeinista non avevano niente a che spartire nè con la visione materialista dell'Occidente nè tantomeno con quella, altrettanto materialistica e atea, dell'Oriente 'rosso' sovietico.
"In aperta contraddizione con una simile visione unitaria e consacrata - scrivono Terenzoni e Venturi - è la situazione dei vari aspetti politici occidentali e moderni, basati o sul capitalismo o sul comunismo, le due facce di un'unica profanità, come l'Islam ha ben compreso. Il modello islamico iraniano trova invece similitudine con quanto si è verificato nell'Occidente medievale, nell'affermazione dell'Imperium Christianum, in un'epoca in cui Cristianesimo ed Islam, pur combattendosi sulle loro frontiere, erano in grado di intendersi perfettamente a livello sovrareligioso; dal mondo islamico giunsero infatti a quello cristiano conoscenze sapienzali che contribuirono a dar tono e forma alla civiltà dell'Età di Mezzo. La vera divergenza tra i due mondi ebbe invece inizio coll'esaurirsi del Medioevo, quando il processo disintegrativo, operato dai Comuni prima e dalle monarchie nazionali poi, portava la prassi dell'individualismo a motore dell'esistenza; l'Umanesimo teorizzava tale prassi distruggendo l'ordine delle facoltà, per cui la ragione veniva situata al vertice, sostituendo l'intellettualità pura che aveva fino ad allora rappresentato il legame tra l'uomo e la trascendenza. Sulla via di un costante distacco dalla sua tradizione, l'occidente europeo creava modelli caricaturali d'esistenza, quali la figura del borghese, l'individuo razionale, pratico, teso al successo mondano e all'accumulazione della ricchezza, giustificata indirettamente o direttamente dal Protestantesimo e da una morale laica. Parallelamente, la società si desacralizzava in ogni sua componente, nello spirito edonistico delle borghesia ed intellettualoide delle fascie dominanti, fino all'indifferenza religiosa portata al mondo cattolico dall'"american way of life' degli ultimi anni. Il processo avvenuto nella sinistra hegeliana, che ha in Marx il suo simbolo, non neutralizzava un simile andamento, ma ne riprendeva i miti a suo modo, continuando il culto di una vita materialistica e dei miti di paradisi terrestri coniati a misura di "Homo Oeconomicus". Quanto veniva a verificarsi in Occidente non restava chiuso in se stesso, ma, con deleterio spirito impositivo, cercava di espandersi ovunque, nella convinzione che questi modelli costituissero l'aspirazione di ogni individuo e che tutti i popoli attendessero a braccia aperte l'arrivo dell'occidentale "civilizzatore", quando in Oriente, ancor oggi, si parla di esso, con la sua tecnologia e la sua vita stereotipata, come di un "barbaro". Che queste idee rappresentassero la copertura dei veri obiettivi utilitaristici dell'appropriazione delle risorse altrui sotto la maschera dei roboanti concetti umanistici e progressisti, è cosa nota e risaputa; quello che invece importa puntualizzare è come da ciò si formassero, nei paesi colonizzati e protetti, delle èlites indigene educate all'europea e quindi completamente sradicate dalla loro realtà tradizionale. Ne derivava il sorgere di un ceto intermedio tra le potenze dominanti e le popolazioni indigene, anello basilare di una catena la cui saldezza era assicurata anche nel momento dell'inevitabile processo di decolonizzazione. (...) Solo nell'ambito dell'Islam, tradizione mantenutasi ben salda anche sotto la dominazione coloniale ed il regime di protettorato, sta manifestandosi la volontà di attuare la più completa liberazione da ogni condizionamento esterno, colla restaurazione integrale dei modelli esistenziali ispirati alla legge islamica, che trae il suo senso dai principi immutabili del Corano. L'Iran si è posto decisamente in questa via intendendo rappresentare un punto di riferimento per tutto il mondo islamico, guidato dall'idea che i Musulmani costituiscono un solo popolo. Da questi cenni si comprende perchè la rivoluzione iraniana rappresenta agli occhi degli occidentali un fatto difficilmente interpretabile, sfuggente essa alle categorie formatesi nella modernità. Appare anche difficile capirne l'ordine interiore, così come la validità della sua guida politica e spirituale, poichè non si tratta nè di "andare avanti" nè di "ritornare indietro", i principi, infatti, sono la vera regola e costituiscono un "eterno ritorno" da tradurre nella sfera esistenziale umana. La spinta interiore di questa rivoluzione non ha dunque interessi extraislamici e la testimonianza di ciò sta nel risveglio che ha creato tra i Musulmani oltre gli stessi confini dell'Iran, a stento controllato nell'Iraq e che neppure l'ennesima invasione sovietica (una invasione che è strettamente relazionata al tentativo delle forze ed ideologie moderne di conservare il proprio dominio contrastato da questo risveglio di purificazione) è riuscita a schiacciare l'Afghanistan le cui risorse spirituali trascendono ogni forza esteriore."
La Rivoluzione Islamica dell'Iran pertanto sarà quell'"alba della consapevolezza" e quell'appello alla mobilitazione permanente per le masse islamiche, per i diseredati del pianeta, per tutte le forze che si oppongono all'One World, al mondo unidimensionale omologato e livellato dalla cultura e dal modello di 'civilizzazione' materialistico-edonistica prodotta dalla società americana ed esportata quale 'manna dal cielo' foss'anche manu militari dall'Imperialismo a stelle e strisce.
L'America è il Grande Satana per le sue armi di seduzione, per i suoi effimeri prodigi di menzogna che sono i modelli imposti a livello di cultura, di idee, di mode, di musica e di cinematografia: è l'esportazione della mediocrità e della corruzione quella che viene attuata sapientemente da oltre sessant'anni a livello planetario dalla cloaca maxima degli Stati Uniti d'America.
L'America è l'impero della menzogna eretta a sistema, la grande meretrice, la tentazione edonistica, vuota e inconsistente come sono vuoti e inconsistenti - purtroppo intercambiabili - i modelli di riferimento, le mode ed i costumi, che esporta nei quattro angoli del pianeta. Resistere a quella che Serge Latouche ha sapientemente definito come "l'occidentalizzazione del pianeta" è impresa ardua e difficile per le stesse società musulmane poste spesso direttamente sotto controllo sistemico e vittime del ricatto e dei diktat della Grande Usura finanziario-bancaria internazionale che, attraverso le illusorie 'concessioni' di prestiti e moneta sonante 'elargite dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle altre istituzioni oligarchico-vampiresche dello Strozzinaggio legalizzato mondialista, determina le politiche economiche di intere nazioni e impone le 'riforme' strutturali sociali e finanziarie che inevitabilmente influenzano le decisioni politiche determinando gli assetti di potere interni ad ogni singolo Stato.
"L'inquadramento dello spirito della rivoluzione islamica iraniana - proseguono gli autori aprendo il capitolo destinato ad illustrare "un modello sovratemporale" rappresentato dalle istituzioni della Repubblica Islamica - nella volontà di restaurare nel paese un modo di vivere e pensare conforme ad una visione sacrale dell'esistenza rappresenta una decisa rottura con una visione egocentrica della stessa, quale in Occidente venne alla ribalta cinque secoli or sono, inaugurando una prassi di comportamento individualista, ove l'uomo diveniva il padrone del mondo, mentre Dio era relegato nei cieli e senza più alcuna influenza sull'agire dell'essere umano. L'idea di un permanente legame tra l'individuo ed il suo creatore, da ogni religione posta ad asse portante, riporta così alla concezione tradizionale dell'universo nel quale si riflette la perfezione divina che gli ha dato origine e ne mantiene costantemente l'ordine, sino al grande momento escatologico della "fine dei tempi" e della sua reintegrazione nell'indifferenziazione principale. In un cosmo così concepito l'uomo deve a Dio la sua esistenza, col relativo obbligo di conformarsi alla volontà divina che gli si manifesta attraverso una continua rivelazione, quest'ultima, nelle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam), concretizzantesi nei profeti del Vecchio Testamento, nell'Incarnazione del Verbo ed in Muhammad, ultimo anello della catena della profezia, nell'attesa del ritorno del Cristo, Verbo Trionfante del Giudizio Universale. Solo in questa prospettiva di completa adesione al messaggio divino, l'essere umano è in grado di ritrovare in sè la propria radice e fare fruttificare l'evangelico "granello di senape", mentre l'individualismo, l'egoismo e l'attaccamento ai beni terreni, ne fanno un "ricco" , incapace di pensare attraverso l'evangelica "porta stretta" che conduce al Regno dei Cieli. Considerare perciò l'uomo fine a se stesso, senza metterlo in rapporto con Dio, come è tipico delle concezioni filosofiche dell'Occidente moderno, significa farne un qualcosa di illusorio e di precario, in quanto il dominio dell'esistenza in cui egli agisce è quello del transitorio e del molteplice e comporta modificazioni continue ed indefinite; a questo livello, quindi, l'io individuale ha un'unità oltremodo frammentaria, adattandosi esso al contingente per cui si hanno continue mutazioni di indirizzo in rapporto alla molteplicità esistenziale, il tutto a causa della mancanza di un centro cui fare costante riferimento. (...) Rifiutato quindi questo angolo visuale ristretto si deve ritornare alla concezione tradizionale dell'individuo come risultante di una serie indefinita di stati e di modificazioni, la cui realtà è tanto minore quanto più si fa astrazione del principio trascendente, il solo che può conferirgliela, mantenendo l'identità dell'essere umano, in modo permanente, attraverso tutte queste modificazioni. Muovendo quindi dal basso verso l'alto , si vede come l'individuo abbia una parte corporea ed essa è determinata dalle sue particolari condizioni di esistenza, le quali definiscono in tal modo il mondo sensibile; alla corporeità segue - sempre in questa prospettiva - la coscienza, la quale rappresenta la partecipazione dell'individuo all'esistenza e ad essa è inerente la facoltà mentale, tipica dell'individualità umana. (...) L'intelletto puro, vale a dire quell'attualità spirituale ("l'intelletto agente" dell'Aristotelismo della Scolastica Medievale), che ricollega l'essere al Principio si colloca così al vertice della gerarchia delle facoltà individuali, costituendo un filo tra umano e sovrumano che può essere simbolicamente percorso nei due sensi; in ascesa, quindi, l'individuo attuerà la sua unione col Principio, mentre in senso discendente sarà assicurata la costante Presenza Divina nel centro del suo essere. (...) Se dal microcosmo dell'essere umano, così saldamente riportato ad un suo centro che, grazie all'intelletto, si collega permanentemente al Principio, si passa ora al consorzio sociale in cui l'individuo vive e agisce, balza evidente come pure in esso debba aversi la medesima gerarchia, la quale altro non è che il riflesso nell'ordine di esistenza umana dell'ordine cosmico. Questa "conformità dell'ordine" trova la sua realizzazione pratica nel rispetto della natura essenziale degli individui, colla conseguente costituzione gerarchicamente ordinata del loro insieme, da cui ne deriva l'equilibrio fondamentale e l'armonia integrale. (...) La disamina compiuta nei due precedenti paragrafi ha mostrato come l'Occidente abbia conosciuto, prima di deviare dall'alveo tradizionale e dare vita ad una civiltà degenerata, modelli di reggimento politico ispirantisi agli archetipi fatti propri da Platone e Dante, entrambi insigni esponenti di una sapienza venuta meno coll'esaurirsi del Medioevo. (...) ...Cristianesimo ed Islam, pur battendosi accanitamente in Palestina, nella penisola iberica e sui mari, avevano dato luogo ad un processo di scambio di conoscenze, dal quale era giunto all'Europa cristiana un patrimonio sapienzale che aveva permesso il sorgere delle cattedrali gotiche, mentre la splendida fioritura della civiltà andalusa suscitava l'ammirazione delle migliori menti della Cristianità. Se, quindi, alcuni secoli dopo, un muro si ergeva tra queste due tradizioni e l'Occidente esportava nel mondo islamico, oltre allo sfruttamento coloniale, i suoi modelli culturali desacralizzati, ciò era dovuto solo ed unicamente ad una laicizzazione della società occidentale, per la quale oramai il senso religioso dell'esistenza era andato perduto .... (...) Al contrario quindi del Cristianesimo, da cui, nel secolo XVI, si staccò la componente protestante...(...), l'Islam risultò immune da tali processi degenerativi e fu quindi in grado di resistere ai tentativi che i missionari, venuti al seguito delle potenze coloniali, fecero per convertire i suoi fedeli; quello che invece dovette subire furono forme di governo occidentali, di cui sono esempi le 'modernizzazioni' imposte da Kemal Ataturk alla Turchia e dalla Monarchia Pahlevi all'Iran. La compattezza islamica ha avuto anche qui la meglio, poichè in Turchia il recupero religioso è ormai giunto ad un punto tale da condizionare i partiti al governo ed in Iran, la rivoluzione popolare ha, in nome dell'Islam, abbattuto una struttura estranea alla tradizione coranica.".
I modelli di riferimento imposti dall'Occidente attraverso tutti i suoi mezzi, dalla colonizzazione diretta all'influenza culturale indiretta mediante i mass media, sono andati a provocare la reazione che ha portato alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche in Iran ed alla successiva emersione di una manifesta aspirazione all'autodeterminazione nazionale e ad una completa indipendenza di tutte le nazioni musulmane.
L'attuale ciclo storico si caratterizzerà pertanto sempre più palesemente come una netta contrapposizione tra le politiche imperialistiche dell'Occidente e dei suoi alleati e la resistenza che verrà opposta dalle nazioni, dai popoli e dai movimenti rivoluzionari e politici dell'Islam il quale, dinnanzi alla presente situazione di ristrutturazione dei rapporti di forza geopolitico-economici globali, si pone di fronte alle superpotenze imperialistiche e all'Occidente come unico baluardo della Tradizione e quale supremo referente per tutti gli uomini liberi che non accetteranno le logiche compromissorie, le ambiguità esistenziali, le derive ontologiche sono prodotte dalla modernità, plasmata e modellata, creata artificialmente e virtualmente da una visione edonistica e materialista dell'esistenza.
Tale contrapposizione radicale sarà la 'determinante' dei prossimi decisivi decenni e la 'risultante' di un processo di riappropriazione e rigenerazione tradizionale che ha avuto il suo epicentro nella nazione iraniana con il processo rivoluzionario avviatosi fin dai primi anni Sessanta al successo ed alla conquista del potere che vedrà nel febbraio 1979 la costituzione di una Repubblica Islamica ispirata alla Tradizione Coranica.
In questa lapalissiana realtà fattuale il ruolo che sarà domani svolto dall'Iran shi'ita sarà determinante non solo il perimetro geopolitico-strategico del Vicino e Medio Oriente ma andrà ad influire e determinare scenari in mutazione che coinvolgeranno direttamente la politica mondiale interessando inevitabilmente l'Europa verso la quale e con la quale il mondo arabo-islamico non è necessariamente in una posizione conflittuale quando le politiche estere dei suoi esecutivi non vanno ad allinearsi ai diktat dell'Internazionale Sionista o a sostenere e supportare le iniziative belliche dell'Imperialismo statunitense.
"La propaganda sionista - scrive Maurizio Lattanzio (2) - sottolinea costantemente la presunta inconciliabilità che opporrebbe l'Islam alla tradizione europea. E' vero invece che non si assiste ad "...una pretesa opposizione sostanziale Islam-Europa - scrive Antonio Medrano (3) - (...) quanto alla decadenza e alla degradazione spirituale di questa stessa Europa e di queste stesse stirpi europee, le quali, allontanandosi dalla loro essenza più profonda e perdendo ogni proiezione superiore e ogni nozione dei valori spirituali, si sono distanziate da quei popoli e da quelle razze che tuttora conservano, per lo più intatto, il retaggio primordiale che costituì la grandezza delle razze d'Europa. "I valori tradizionali, oltre ad accomunare l'Islam alle originarie tradizioni arioeuropee, permettono, secondo Medrano, di consolidare "...un'amicizia profonda e autentica, l'unica amicizia che conti: quella che si fonda su vincoli spirituali (...) Scopriremo infatti che il nucleo della tradizione musulmana contiene un retaggio spirituale affine al nostro e racchiude qualcosa che ci appartiene e possiamo considerare come nostro: qualcosa che vive nel suo seno come un'eco lontana del passato spirituale della nostra razza" (4).
Spiritualmente, tradizionalmente,politicamente, strategicamente e militarmente pertanto "l'islam è una forma tradizionale legittima e ortodossa che consente, in questo crepuscolo di ciclo cosmico e in conformità con le rispettive equazioni personali e comunitarie, ai singoli e ai popoli la partecipazione spirituale alla dimensione intemporale della Tradizione Unica. Sul piano specificamente politico, l'Islam esprime valori tradizionali che si sono 'attualizzati' nel quadro di regimi rivoluzionari nazionalpopolari. Essi, dal 1945 ad oggi, hanno fronteggiato e fronteggiano, politicamente e militarmente, le linee di espansione neocolonialista del potere mondialista. L'Islam ha combattuto contro gli USA, contro Israele e, fino a ieri, contro l'URSS. Perchè un fatto è incontestabile: l'Islam assolve attualmente alla funzione di imprescindibile 'polo' di riferimento strategico internazionale nell'ambito di ogni realistica proposta tattica di lotta nazionale e popolare antimondialista. Non si può prescindere da esso. L'Islam è la guida rivoluzionaria dei popoli diseredati e oppressi del pianeta, contro l'asse occidentalista intorno al quale si articola il progetto egemonico mondialista elaborato dalla plutocrazia giudaico-massonica cosmopolita, al fine di procedere alla instaurazione di un governo mondiale ebraico." (5)
Con specifico riferimento alla Repubblica Islamica dell'Iran noi interpretiamo e riaffermiamo l'insindacabile ruolo e la funzione di Supremo referente che Teheran occupa nello spazio della contrapposizione internazionale che , a cominciare dalla guerra mondialista per il petrolio scatenata dall'amministrazione Bush il 17 gennaio 1991 contro l'Iraq saddamista, ruota attorno all'antagonismo epocale tra Occidente giudaico-mondialista e Islam Tradizionale e Rivoluzionario ovvero tra la manifesta aspirazione usurocratico-omologante della contro-civilizzazione modernista occidentale , giudaizzata e giudaizzante, spirito di menzogna e di iniquità e le avanguardie rivoluzionarie islamiche che , in ordine militare, sapranno opporsi alla mercantilizzazione-omologazione del pianeta.
In merito agli eventi che porteranno alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche in Iran ha scritto la professore Biancamaria Scarcia: "L'intreccio di problemi e della diversità di significato che il termine Islam può acquistare se si osserva la cosa dal punto di vista delle masse, o da quello dei gruppi dirigenti è ben esemplificato dal caso dell'Iran. (...) Anche in Iran, nonostante il paese abbia sempre mantenuto una formale indipendenza rispetto alle potenze coloniali, la questione nazionale sorge in reazione alle ingerenze straniere. Qui si tratta principalmente di predominio economico; il peso politico diretto di Gran Bretagna e Unione Sovietica, i due Stati che si contendono l'influenza sull'Iran, è per lo più legato al controllo degli interessi economici. L'Islam funziona da elemento di coesione e strumento di identità come nel resto del mondo musulmano. Quello che è specifico dell'Iran è, da tempo, il fatto che alla guide del movimento nazionale spesso sono uomini di religione. Questi si sentono patrioti, costituzionalisti e musulmani senza avvertire contraddizione alcuna" (6).
Nè potrebbe essere altrimenti laddove si comprenda la specificità nazionale e spirituale, etnica e religiosa, della realtà iraniana.
Noi vi invitiamo a 'recuperare' il volume di Terenzoni/Venturi all'interno del quale, oltre ad una valida ricostruzione storica degli avvenimenti che portarono alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche iraniane figurano interessanti documenti tra i quali la Costituzione della Repubblica Islamica dell'Iran, i messaggi rivolti dall'Imam Khomeini al Papa Giovanni Paolo II (8) quello ai Cristiani in occasione del Natale 1979 e la risposta inviata dalla Guida Suprema alla delegazione degli ebrei iraniani in merito alla questione del Sionismo.
Elementi fondamentali e assolutamente indiscutibili che offrono uno spazio d'analisi meno politically correct su una realtà che, a distanza di trent'anni dalla vittora della Rivoluzione Islamica, rimane l'imprescindibile polo supremo di riferimento per tutti coloro i quali - uomini liberi e non omologati al pensiero unico neoliberista , al totalitarismo democratico-progressista, alle fandonie olocaustico-vittimistiche ebraiche, all'intellettualismo pacifinto e alle menzogne della propaganda sionista e americana - sapranno 'intendere' e 'comprendere'....
Di fronte all'omologazione culturale imposta dalla dittatura mondialista che quotidianamente scatena allarmismi demonizzanti, inventandosi scontri di civiltà e 'pericoli atomici' inesistenti, opponiamo la verità fattuale che indica nell'emporio criminale sionista la sola potenza nucleare del Vicino Oriente e la prima, vera, minaccia per la libertà dei popoli, l'autodeterminazione nazionale e la sovranità dei governi occidentali sottomessi e sodomizzati dalle 'olocaustiche' rivendicazioni sioniste sostenute, propagandate e strillate ai quattro venti da una classe politica, culturale e giornalistica servilmente prona ai diktat della Sinagoga Mondiale.
Il mondo si divide in due categorie: da un lato l'Islam rivoluzionario e tradizionale, esemplarmente incarnato dalla metafisica e metastorica apparizione della Repubblica Islamica dell'Iran e dalle avanguardie combattenti dei soldati-politici del partito di Dio shi'ita libanese e dalla resistenza palestinese, supremo referente spirituale e politico di tutti i popoli diseredati del pianeta e, dall'altro lato della barricata, l'Imperialismo e il Sionismo internazionali sostenuti dalle 'carabattole' intellettualistico-finto-moralistiche dei burattini sinagogici i quali rappresentano, nè più nè meno, lo stato larvale (l'inesistenza vegetativo-virtuale della modernità) nel quale si ritrova e 'prolifica' l'individualità contorta e rovesciata dei deambulanti soggetti 'sfuggenti' delle società occidentali di massa
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI,
29 ottobre 2009
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_recensione_li...
Il volume di Angelo Terenzoni e Nazareno Venturi - "La Repubblica Islamica dell'Iran - Un ideale metafisico nella realtà del XX secolo" è uscito per le Edizioni Sophia - ALKAEST - Genova - Aprile 1980.
Note -
1 - Articolo - "Imam, è solo un arrivederci! - L'Imam Khomeini, nella Storia per l'eternità" - da "Il Puro Islam" - Anno 1 Nr. 0 - Ottobre 1989; pubblicazione a cura del Centro Culturale Islamico Europeo dell'Ambasciata della Rep. Isl. dell'Iran - Roma ;
2 - Maurizio Lattanzio , articolo/recensione "Islam ed Europa - Tracce di lettura" apparsa sul mensile "Avanguardia" , Trapani;
3 - Antonio Medrano - "Islam ed Europa" - ediz. di "Ar" - Padova 1978;
4 - Antonio Medrano - op. cit.;
5 - Maurizio Lattanzio - articolo "Alternativa Rivoluzionaria al Sistema" - dal mensile "Avanguardia" - Trapani;
6 - Biancamaria Scarcia - "Il mondo dell'Islam - L'attualità alla luce della storia" - editori Riuniti - Roma 1981;
11:49 Scritto da: metropolista in Iran, Islam | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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20/10/2009
L'Islam shi'ita e la questione ebraica
L'ISLAM SHI'ITA E LA QUESTIONE EBRAICA
di Dagoberto Husayn Bellucci
"Troverai che i più feroci nemici dei credenti sono i giudei e i pagani, mentre troverai che i più cordialmente vicini ai credenti sono quelli che dicono "Siamo cristiani"
( Sacro Corano - Sura V - Vers. 86 )
L'Islam, Religione Universale e Ultima Rivelazione abramitica, ha da sempre identificato nella questione ebraica il principale referente di tendenze tellurico-demoniache, nell'opera dell'ebreo un pericoloso agente sovvertitore della Legislazione Islamica (Shariya) e nell'azione plurisecolare dell'elemento giudaico un virus verso il quale vigilare attentamente.
Pur operando una legittima distinzione tra gli ebrei in quanto popolo del Libro e la religione mosaica in quanto insieme legislativo conforme alla Tradizione Primordiale ed al comune ceppo monoteistico abramitico da una parte e l'azione nefasta sul piano sociale economico-politico del mondo ebraico perfidamente 'accampato' nelle società non ebraiche (Goyim = gentili) dall'altro lato; l'Islam ( = sottomissione al Dio Unico ) ha maturato, fin dai primordi dell'Hegira (anno dell'inizio della predicazione profetica e della Rivelazione Coranica che si situa nel 622 dell'era cristiana) nei confronti del mondo ebraico una propria visione di contrasto mirante a irretire, frenare e complessivamente ridurre la sfera d'azione di quello che a tutti gli effetti si è dimostrato nel corso dei secoli come lo strumento più efficace di influenze satanico-discendenti, vettore di disintegrazione dei Valori e della Morale nonchè assoluto strumento di decomposizione, deformazione e disintegrazione dell'azione unificatrice e universale, rettificatrice e normalizzatrice delle Grandi Verità monoteistiche ricomprese tanto nel Cristianesimo delle origini quanto nell'Islam.
La storia della stessa predicazione mohammadica, le vicende terrene relative al Profeta dell'Islam Mohammad (la Pace su di Lui e la Sua Famiglia) e la successiva espansione della religione musulmana hanno confermato quest'attitudine guardinga e lungimirante peraltro organica alla stessa Legislazione Coranica e assolutamente legittima sia dottrinariamente che a livello di pratica di governo ed amministrazione della Comunità dei Credenti.
Alle origini della storia musulmana, nel momento in cui andava edificandosi la società islamica conforme ai dettati del Profeta (a.s.) e al corpo legislativo coranico divinamente ispirato, è possibile ravvisare una maggiore mobilità sociale, una più visibile tolleranza ed un rispetto inesistente se confrontiamo il nascente blocco geopolitico, culturale, socio-economico musulmano con l'Europa cristiana o l'India induista dell'epoca ossia con le due grandi tradizioni con le quali l'Islam verrà in contatto più o meno nel volgere di pochi secoli dal momento della Rivelazione Coranica.
Religione egalitaria che predica una uguaglianza giuridica di tutti gli esseri umani dinanzi alla Legge l'Islam ha saputo trasformarsi nel corso dei secoli senza per questo rinunciare ad alcuna delle sue prerogative di Ultima Rivelazione e quindi di Verità Assoluta ed insindacabile. La natura universalistica, l'appello e la chiamata rivolti dal Profeta (a.s.) a tutti i popoli, le parole d'ordine egualitarie dinanzi al fondamento della Legge fanno della religione musulmana l'ultimo esempio di contributo e interazione ierofanica, presenza del Sacro e sua manifestazione nella storia dell'uomo, ed assieme tendono a divenire un prototipo di società-ideale, sul modello platonico, nella quale siano rispettate quelle che sono le principali caratteristiche derivate dall'esperienza mohammadica, dalla costituzione di un primo gruppo di fedeli raccoltisi attorno al Profeta (a.s.) nella città di Medina e dall'ordine instaurato e creato quale esempio determinante, archetipico, originario ed irripetibile.
"L'Islam è stato spesso descritto - scrive lo storico ebreo tra i massimi "islamisti" contemporanei Bernard Lewis (1) - come una religione egalitaria, e per molti versi senza dubbio lo è stata, se prendiamo in esame i mutamenti introdotti dall'Islam all'epoca del suo avvento nell'Arabia del settimo secolo; ancor di più, se paragoniamo il mondo musulmano dell'epoca medievale con le caste dell'India in Oriente, o con i privilegi dell'aristocrazia dell'Europa cristiana in Occidente, allora l'Islam appare senza dubbio come una religione egalitaria in una società egalitaria. Per principio e per legge, esso non riconosce nè caste nè aristocrazia. Dato che la natura umana è quello che è, caste ed aristocrazia tendono tuttavia, di tanto in tanto, a imporsi; ma quando questo accade è qualcosa che si verifica malgrado l'Islam, e non come parte di esso, e tali deviazioni dall'uguaglianza sono state ripetutamente condannate sia dai tradizionalisti che dai radicali come innovazioni non islamiche o anti-islamiche. Nel complesso vi era una mobilità sociale di gran lunga maggiore nell'Islam di quanto non fosse permesso nell'Europa cristiana o nell'India induista. Tuttavia questa parità di status e di opportunità era limitata per alcuni importanti aspetti. Il rango di membro della società a tutti gli effetti era limitato ai soli musulmani maschi liberi. Colo che erano privi di una di queste tre qualifiche essenziali, e cioè lo schiavo, la donna e l'infedele, non erano sullo stesso piano di parità.".
Evidenziare queste sostanziali differenze interne alla società musulmana è conforme alla Tradizione ed allo sviluppo storico, socio-politico ed economico che interesserà per secoli la nascente civiltà islamica.
"L'idea musulmana di Stato (califfato o khilàfa) - scrive Maurizio Lattanzio (2) - è conforme all'archetipo della sovranità tradizionale, fondato sull'unità dell'autorità spirituale e del potere civile. Non esiste separazione fra dimensione divina e sfera terrena, poichè la città del mondo è l'effetto di una proiezione che, sul piano del divenire, ricompone i principi trascendenti nella forma dell'ordine politico statuale e della organizzazione economica solidaristica. L'ordine politico è una ierofania che disciplina la comunità islamica nel quadro della legge divina denominata Sharì'a."
In conformità ad una visione tradizionale legittima e ortodossa l'Islam destina il proprio messaggio a livello universale con l'obiettivo della 'ordinato ad unum' ovvero dell'universalità cioè quel progetto di uniformazione ed integrazione di distinte civiltà e di diverse esperienze comunitarie all'interno di costruzioni politiche di civilizzazione e nel quadro di un ordine gerarchico a contenuto etico-spirituale, radicato nei valori dell'Essere e culminante nella dimensione metafisica o Unità Principale che rappresenta il senso profondo, l'essenza basilare e la massima aspirazione di tutte le Tradizioni.
In questo senso deve intendersi il principio d'identificazione dell'egualitarismo universale islamico quale motore immobile, axis mundi, di un moto livellatore ascendente, mirante l'abolizione delle ingiustizie e del disordine creato dai sistemi iniqui e perversi costituiti dalo "spirito di menzogna" che ha fatto la sua comparsa fin dalle origini rappresentando la più manifesta delle sovversioni e il massimo grado di iniquità.
"Una sola legge, la Sharì'a ("il retto sentiero") - scrive Antonio Medrano (3) - legge di origine divina che ha per base il Corano, ispira tutta la vita politica e sociale della comunità islamica (Ummat al Islàm). Tutto fa parte di una medesima unità; e questa unità è retta in un equilibrio e in un'armonia perfetti dalla Sharì'à, legge sovraindividuale e sovraumana che tutta la comprende. (...) La politica assume la forma di metapolitica, di via di salvezza e di mezzo per la realizzazione delle più alte possibilità dell'essere umano; e la religione forza trasformatrice e trasfiguratrice della realtà terrena.".
All'interno di questo quadro armonico, diretto da un'autorità che dev'essere Garante dell'attuazione della Legislazione Coranica e "luogotenente" (= khalifa) di Allah, si situano pertanto i rapporti sociali, il ruolo, la funzione e le istanze delle differenti unità che, considerate a livello di grande insieme, formano la società musulmana così come delineata, idealizzata, realizzata e promossa dal Profeta Muhammad (a.s.) e da lui diretta nel periodo immediatamente successivo alla fuga da Mecca che segnerà, con la costituzione del primo nucleo islamico a Medina, la nascita dell'era islamica.
Viene così naturale, anche all'interno di una visione (welthanshauung) della vita e dell'uomo - di una fede che diviene ordinatrice di società e di una dottrina teologico-politica che fornisce i mezzi e gli strumenti adeguati per divenire assoluta e insindacabile legislatrice sociale - che siano inseriti all'interno del corpo sociale musulmano elementi (quali quelli individuati precedentemente dal Lewis) altrimenti alieni.
Elementi che formano da sempre e costituiscono validamente la prova sensibile dello sviluppo armonico e della validità legislativa dell'Islam nel suo essere verità, realtà soggettiva e comunitaria, spazio di intersezione e forma 'scolpita' di una Ierofania che riesce a plasmare e ricomprendere nel proprio ordinamento socio-economico forme e civilizzazioni eredità di preesistenti Tradizioni (come dimostreranno i secoli di dominio musulmano in India, nella Persia e nella penisola iberica).
Il ruolo assegnato all'interno della comunità islamica ai non musulmani, agli schiavi e alle donne - pur nella loro particolare situazione e con le limitazioni prescritte dalla Legge Coranica - veniva così ad essere riconosciuto e valorizzato conformemente ai principii esposti ed attuati proprio durante l'epoca mohammadica e funzionalmente a quelle che erano le necessità della società.
"Le tre differenze fondamentali fra padrone e schiavo, uomo e donna, fedele e infedele - scrive Lewis (4) - non erano semplicemente riconosciute; esse erano codificate e regolate dalla Santa Legge. I tre gruppi di inferiori erano considerati necessari, o per lo meno utili, e tutti avevano il loro posto e la loro funzione (...) Una delle principali differenze fra le tre categorie è l'elemento della scelta. Una donna non può scegliere di diventare uomo. Uno schiavo può essere liberato, ma solo per scelta del padrone, non per sua scelta. Sia la donna che lo schiavo sono quindi in una condizione di involontaria, e per la donna anche immutabile, inferiorità. L'inferiorità dell'infedele, tuttavia, è totalmente opzionale, e costui può in ogni momento porvi fine con un semplice atto di volontà. Adottando l'Islam, egli diventa membro della comunità dominante, e il suo status di inferiorità legale ha fine. (...) Lo status di inferiorità a cui l'infedele era soggetto era quindi interamente volontario; da un punto di vista musulmano, potrebbe essere descritto senza dubbio come il frutto dell'ostinazione. Per i musulmani, ebrei e cristiani erano gente a cui era stata offerta nella sua forma finale e perfetta la verità di Dio, di cui le loro religioni rappresentavano forme più antiche, imperfette e superate; essi tuttavia l'avevano ostinatamente e stoltamente rifiutata. (...) La storia dei rapporti fra lo stato musulmano da una parte e i suoi sudditi non musulmani, e in seguiti i vicini, dall'altra, comincia con la carriera del Profeta. Il Corano e la tradizione musulmana ci parlano dei rapporti avuti da Maometto con gli ebrei di Medina e del Hijaz settentrionale, con i cristiani di Najràn a sud e con altri cristiani a nord, e con i pagani che costituivano la maggioranza della popolazione araba. Per i pagani la scelta era chiara: islam o morte. Per ebrei e cristiani, detentori di quelle che erano riconosciute come religioni rivelate basate su autentiche anche se superate rivelazioni, la scelta includeva anche una terza possibilità: islam, morte o sottomissione. Sottomissione significava il pagamento di un tributo e l'accettazione della supremazia musulmana. La morte poteva essere commutata in schiavitù. In una fase iniziale della sua carriera come governatore di Medina, il Profeta entrò in conflitto con le tribù ebraiche là residenti. Tutte e tre furono sopraffatte e,secondo la tradizione musulmana, a due fu concessa la scelta fra conversione o esilio, e alla terza, i Banù Qurayza, fra la conversione e la morte. L'amarezza causata dall'opposizione delle tribù ebraiche a Maometto si riflette nei riferimenti agli ebrei, per lo più negativi, contenuti nel Corano, nella biografia e nelle tradizioni relative al Profeta. Una situazione diversa si verificò con la conquista nell'anno 7 dell'Hijira (corrispondente al 629 d.C.) dell'oasi di Khaybar, a circa novantacinque miglia da Medina. Questa oasi, abitata da ebrei, alcuni dei quali si erano insediati là dopo essere stati cacciati da Medina, fu il primo territorio conquistato dallo stato musulmano e posto sotto il suo governo. Gli ebrei di Khaybar si arresero al Profeta dopo un mese e mezzo circa di ostilità, e fu stipulato un accordo in base al quale era loro concesso di restare nell'oasi e di coltivare la loro terra; tuttavia avrebbero dovuto consegnare la metà del prodotto ai musulmani. (...) I contatti con i cristiani durante la vita del Profeta furono meno importanti e molto meno contenziosi di quelli con gli ebrei. Le relazioni con le tribù e gli insediamenti cristiani nello Hijaz settentrionale e più tardi nell'Arabia meridionale furono in genere regolate da accordi, il più famoso dei quali fu quello concluso con i cristiani di Najràn. In base a tale accordo era consentito ai cristiani di praticare la loro religione e di concludere i loro affari, a condizione che pagassero un tributo fisso, dessero ospitalità ai rappresentanti del Profeta, fornissero rifornimenti ai musulmani in tempo di guerra e si astenessero dall'esercitare l'usura. Indubbiamente a causa delle più pacifiche relazioni fra il Profeta e i cristiani, i riferimenti ad essi nel Corano sono più favorevoli di quelli relativi agli ebrei."
Questo per quanto concerne le origini della predicazione islamica e il primo sviluppo dei rapporti fra stato islamico e comunità non islamiche.
In merito alla 'percezione' musulmana di ebrei e cristiani va da sè la fondamentale differenza che si può rilevare anche dalle parole del Lewis in merito alla profonda ostilità che suscitarono nello stesso Profeta dell'Islam (a.s.) gli ebrei in contrasto con i tanti attestati di stima e rispetto per le comunità cristiane che si ritroveranno anche nel Corano laddove sovente viene indicata ed esaltata la figura di Gesù Cristo (il Messia, profeta dell'Islam e dell'unicità divina secondo la dottrina islamica) e della di Lui madre Maria (la pace su di Loro).
Medina, l'antica Yathrib, che diverrà la prima sede di un governo musulmano e il primo esempio di città-stato retta secondo i principii e la dottrina coranica era, all'epoca della sua conversione all'Islam, abitata da tribù ebraiche o ebraizzanti oltre alla maggioranza pagana. L'ostilità con la quale gli ebrei di Medina resistettero alla predicazione mohammadica, la loro avversione e derisione della nuova fede, il loro coalizzarsi fin dall'inizio contro i musulmani causarono un'immediata sfiducia reciproca ed aprirono il contenzioso teologico-dottrinario, politico-sociale e militare che, nella sua versione 'modernizzata', si ripropose con l'occupazione territoriale sionista della Terrasanta palestinese.
Arroganti, scettici, sdegnosi e assolutamente restii ai numerosi appelli del Profeta (a.s.) ad abbracciare la nuova religione, gli ebrei condussero una guerra di bassa intensità contro il nascente governo musulmano soprattutto contro la nuova dottrina, risultando spesso i principali falsificatori, i manipolatori occulti e i dispregiatori palesi delle Verità Coraniche.
"Già sufficientemente potente da poter usare la maniera forte - scriverà lo storico ebreo Lèon Poliakov nella sua essenziale opera sull'antisemitismo (5) -, il profeta deluso espulse una parte degli Ebrei, e con la benedizione di Allah massacrò gli altri. Si spiegano così le contraddizioni del Corano (sic! ndr) a proposito degli Ebrei, che in alcuni passi vengono esaltati (allora sono i "Figli d'Israele"), e in altri più recenti sono messi alla berlina (allora sono i 'yahud'). Si spiegherebbe anche così la sostituzione di Gerusalemme con la Mecca come luogo di orientamento della preghiera (kibla), e la sostituzione del digiuno di Jòm Kippùr col Ramadan."
Ma, al di là di quella che sarà l'esperienza diretta del Profeta e del primo stato musulmano con gli ebrei, risulterà ancor più evidente la contrapposizione fra nuova fede e Giudaismo nella pratica quotidiana, nella vita sociale e nell'evoluzione storica dal momento in cui l'Islam inizierà la sua cavalcata trionfale verso il Mediterraneo estendendosi ad Occidente fino alle porte della Francia e lungo tutto il Maghreb e ad Oriente occupando e convertendo le popolazioni dell'antico impero persiano e raggiungendo l'India.
In particolar modo gli ebrei subiranno il dominio musulmano che sarà, un pò come accadeva del resto nell'Europa cristiana dell'epoca, a fasi alterne: ora tollerante e moderatamente prevaricante e limitante i diritti stabiliti dalla Legislazione Coranica; ora maggiormente duro e repressivo sfociando, sovente, in una maggior diffidenza verso le comunità ebraiche che si traduceva inevitabilmente in azioni anche legislative che venivano applicate dai califfi e sovrani islamici per limitare ad esempio l'esercizio della pratica usurocratica del prestito con interesse o sollecitando anche veri e propri "pogrom" popolari contro la presenza ebraica.
Sarà tra gli sciiti che si diffonderà maggiormente l'ostilità nei confronti degli ebrei come documenta lucidamente lo stesso Bernard Lewis. E sarà proprio nell'Iran sciita che l'avversione verso gli ebrei si caratterizzerà per attacchi popolari, restrizioni legislative e azioni miranti il contenimento, l'esclusione o la messa al bando dell'elemento giudaico.
"...contrariamente all'antisemitismo cristiano, l'atteggiamento musulmano verso i non musulmani non è di odio, di paura o di invidia, ma semplicemente di disprezzo. Ciò viene espresso in vari modi. (...) Gli attributi negativi imputati alle religioni assoggettate e ai loro seguaci vengono generalmente espressi in termini religiosi e sociali, molto raramente in termini etnici o razziali, nonostante anche questo aspetto ricorra talvolta. Il linguaggio dell'ingiuria è spesso molto forte. (...) I musulmani sciiti danno inoltre grande importanza alla questione della purità rituale. La purità (tahàra) e l'impurità (najàsa) sono questioni di grande importanza per i musulmani osservanti. La contaminazione, secondo i giuristi musulmani, produce uno stato di impurità rituale e può essere causata dai rapporti sessuali, dalle mestruazioni e dal parto; dalla minzione e dalla defecazione, o dal contatto con cose e creature impure come il vino, i maiali, le carogne e certe secrezioni del corpo. Fra gli sciiti più rigidi, i non musulmani rientrano anch'essi in questa categoria e il contatto con essi, o con abiti, cibo o utensili da loro manipolati dà origine all'impurità rituale che richiede al musulmano di purificarsi prima di intraprendere doveri religiosi o rituali. Alcune autorità in Iran erano ancora più rigide sulla questione della purità rituale. Così la prima di una serie di regole risalenti al tardo diciannovesimo secolo in Iran proibiva agli ebrei di uscire di casa quando pioveva o nevicava, presumibilmente per la paura che la pioggia o la neve portassero ai musulmani l'impurità degli ebrei. Una simile ossessiva preoccupazione riguardo al pericolo di contaminazione da parte di persone impure di un gruppo estraneo è limitata in realtà solo allo sciismo iraniano e può essere stata influenzata da pratiche zoroastriane, è invece sconosciuta alla corrente principale dell'islam sunnita. Nei primi anni del ventesimo secolo tali credenze e le pratiche conseguenti furono gradatamente dimenticate. Più di recente, tuttavia, sono state di nuovo richiamate. L'Ayatollah Khomeinì, in un libro assai diffuso, scritto per i musulmani come guida per le questioni rituali e simili osserva: "Ci sono undici cose che danno impurità: 1. urina; 2. feci; 3. sperma; 4. carogna; 5. sangue; 6. cane; 7. maiale; 8. infedele; 9. vino; 10. birra; 11. il sudore di un cammello che si ciba di cose impure." (6)
Queste regole di vita pratica ristabilite a livello dottrinale dall'Imam Khomeini riguarderanno anche i rapporti con i non musulmani. E sovente, nei suoi scritti e discorsi, la Guida della Rivoluzione Islamica metterà l'accento sul pericolo rappresentato dai giudei all'interno delle società islamiche quali principali agenti sovversivi al servizio dell'imperialismo. Se potrà pertante risultare "ossessivo" agli occhi dei più l'atteggiamento 'consigliato' dai dottori della legge musulmani nell'Iran sciita dobbiamo sottolineare come sarà sostanzialmente affine ad una identica 'percezione' che, praticamente in modo alterato, accompagnerà le decisioni in fatto di amministrazione dello Stato, legislazione e provvedimenti presi nei primi secoli e per tutta l'epoca compresa tra il Medio Evo e l'età moderna dai califfi e dalle autorità arabe o ottomane a maggioranza sunnita in particolare per ciò che riguardava l'abbigliamento.
Agli ebrei - e ai non musulmani in generale - era fatto obbligo di un segno distintivo, di contrassegni colorati, di vestiti particolari. Fin dai primordi dell'Islam le autorità musulmane saranno unanimi nell'istruire i fedeli esortandoli a differenziarsi nel vestiario dai non musulmani. Ergo se i musulmani non dovevano vestirsi come i non musulmani a maggior ragione, e per il loro rango inferiore, questi ultimi erano obbligati a non adottare o imitare l'abbigliamento dei dominatori islamici.
Secoli prima che nell'Europa cristiana i Papi e gli Imperatori, i Re e le autorità ecclesiastiche, istituissero i Ghetti o legiferassero bolle o editti per obbligare gli ebrei a portare determinati segni distintivi, cappelli di particolari colori o altre forme restrittive o impositive di un 'marchio' che ne identificasse pubblicamente l'appartenenza religiosa negli Stati governati dall'Islam erano state prese analoghe misure volte a ricordare ai "dhimmì" (non musulmani, infedeli) il loro status di inferiorità.
"Le restrizioni dell'abbigliamento - prosegue Bernard Lewis (7) - imposte ai dhimmì erano tratte da numerose fonti diverse e si ispiravano a più di un motivo. In un certo senso, esse conservavano e confermavano indubbiamente alcuni stili di abbigliamento che erano stati in precedenza - o divennero in seguito - la forma accettata di autoespressione dei gruppi stessi per quanto riguardava il costume. (...) Lo stigma dell'inferiorità è espresso in un gran numero di modi. Il requisito che gli ebrei e i cristiani, le loro famiglie e i loro schiavi indossassero mantelli e copricapi di colori particolari non è di per sè necessariamente ostile. Tuttavia, il requisito che indossassero una toppa di colore diverso sugli abiti esterni è chiaramente concepito per umiliare quanto per differenziare. Lo stesso vale per la regola marocchina che imponeva agli ebrei di andare a piedi scalzi o di indossare pantofole di paglia quando camminavano fuori dal ghetto. Ancora più significative sono le norme designate a dimostrare, e senza dubbio a sottolineare, che i dhimmì non appartengono alle classi che portano le armi. Il dhimmì deve cavalcare un asino, e non un cavallo; non deve sedersi sulla bestia a gambe divaricate, ma su una sella laterale, come le donne. Il punto più grave è che non deve portare armi, ed è quindi alla mercè di chiunque decida di assalirlo. (...) Le donne dhimmì e le schiave avevano il permesso, e talvolta erano obbligate ad andare con il volto scoperto.".
Queste restrizioni e divieti - comuni all'epoca ovunque tanto nel mondo islamico quanto nell'Europa cristiana - venivano legittimamente applicati dalle autorità musulmane per evidenti motivi di organizzazione sociale, limitando e frenando sul nascere le possibili velleità, una certa dose di arroganza ed eventuali sempre probabili attività cospirative dei sudditi non musulmani. Questo era tanto vero quando lo Stato islamico si trovò a fronteggiare militarmente gli Stati dell'Europa cristiana ma sarà sostanzialmente sempre applicato in particolar modo nei confronto degli ebrei - visti quali quinte colonne sempre disponibili all'intrigo e al tradimento - verso i quali non mancheranno esempi, anche a noi temporalmente vicini, di autentica esclusione dalla vita sociale come quelli documentati dall'Alliance Israèlite Universelle (8), sorta di "Anti Defamation League" ante-litteram creata a metà del XIXmo secolo dall'Internazionale Ebraica per intromettersi negli affari interni dei singoli paesi con l'obiettivo di "combattere l'antisemitismo".
In proposito la situazione più dura per gli ebrei sarà proprio quella che soffriranno nell'Iran sciita come si evince dai documenti presentati dalla stessa Alliance Israèlite Universelle e dal panorama presentato in Occidente sulla loro condizione dal viaggiatore ebreo J.J. Benjamin e contenuti nel suo volume "Eight Years in Asia and Africa peraltro concordanti con le descrizioni riportate da altri studiosi ebrei fra i quali Ephraim Neimark nel suo libro "Masa 'be-eretz ha-Kedem" (9), quelle di David d'Beth Hillel (10) o di J.E. Polak (11) tutte relative alla condizione ebraica in terra persiana nel XIXmo secolo.
Scrive in merito Bernard Lewis: "Nello stesso periodo gli ebrei dell'Iran subirono le stesse se non maggiori sventure, e non godettero degli stessi vantaggi dei loro fratelli in terra ottomana. Isolati in mezzo ad una popolazione ostile e fanatica, raramente protetti dalle autorità pubbliche, ebbero l'ulteriore svantaggio di essere in un paese remoto in cui pochi visitatori, cristiani o ebrei, avrebbero potuto osservare e riferire sulla loro condizione. Ve ne furono tuttavia alcuni, e le loro descrizioni, che in genere concordarono tra loro, sono confermate dai rapporti della Alliance, stesi quando, dal 1865 in poi, furono create le scuole in Iran. Il viaggiatore ebreo J.J. Benjamin, che viaggiò in Iran verso la metà del secolo, riassumeva le miserie degli ebrei persiani in quindici punti:
"1. In tutta la Persia gli ebrei sono costretti a vivere in una zona della città separati dal resto degli abitanti; questo perchè sono considerati creature impure, che portano la contaminazione con il loro contatto e la loro presenza.
2. Non hanno diritto di esercitare il commercio delle stoffe.
3. Anche nelle strade del loro quartiere della città non gli è permesso tenere un negozio aperto. Possono vendere solo spezie e droghe, o commerciare in gioielli, cosa in cui hanno raggiunto una notevole perfezione.
4. Con il pretesto che sono persone impure, sono trattati con la massima durezza, e se per caso devono entrare in una strada abitata da musulmani, vengono colpiti dai ragazzi e dalla plebaglia con sassi e sporcizia.
5. Per lo stesso motivo è loro proibito uscire quando piove; poichè si dice che la pioggia potrebbe lavare via il loro sporco, che poi insozzerebbe i piedi dei musulmani.
6. Se un ebreo viene riconosciuto come tale per strada, viene esposto ai peggiori insulti. I passanti gli sputano in faccia e talvolta lo picchiano senza pietà a tal punto, da farlo cadere a terra ed essere portato a casa di peso.
7. Se un persiano uccide un ebreo e la famiglia del defunto può presentare due musulmani che hanno assistito al fatto, l'assassino viene punito con una multa di 12 tumaun (600 piastre); ma se non possono essere prodotti due testimoni di questo tipo, il crimine resta impunito, anche se è stato commesso pubblicamente ed è risaputo da tutti.
8. La carne degli animali macellati secondo le norme ebraiche, ma dichiarata taref, non deve essere venduta a nessun musulmano. I macellai sono obbligati a bruciare questa carne, dato che neppure i cristiani si azzardano a comprarla, per timore del disprezzo e degli insulti dei persiani.
9. Se un ebreo entra in un negozio per acquistare qualcosa, gli è proibito esaminare la merce, ma deve tenersi a una rispettosa distanza e chiedere il prezzo. Se la sua mano dovesse incautamente toccare la merce, egli deve prenderla a qualsiasi prezzo il venditore decide di dargliela.
10. Talvolta i persiani si introducono nelle abitazioni degli ebrei e si impossessano di ciò che vogliono. Se il proprietario fa la minima resistenza in difesa della sua proprietà, corre il rischio di pagare con la vita un simile gesto.
11. Alla minima disputa fra un ebreo e un persiano, il primo viene immediatamente condotto davanti all'Achund (autorità religiosa), e, se il querelante è in grado di produrre due testimoni, l'ebreo viene condannato a una forte multa. Se è troppo povero per pagare la sua pena in denaro, la deve pagare di persona. Viene spogliato fino alla vita, legato ad un palo, e riceve quaranta colpi con un bastone. Se il condannato dovesse emettere il minimo grido durante l'esecuzione, i colpi già dati non contano e la punizione viene ricominciata da capo.
12. Allo stesso modo i bambini ebrei, se entrano in discussione con quelli dei musulmani, vengono immediatamente condotti davanti all'Achund e puniti a bastonate.
13. Un ebreo che viaggia per la Persia viene tassato in ogni taverna e in ogni caravanserraglio in cui entra. Se esita a soddisfare qualunque richiesta gli venga fatta, si gettano su di lui e lo malmenano finchè non si sottopone alle loro condizioni.
14. Se, come già ricordato, un ebreo si mostra per la strada durante i tre giorni del Katel (ricorrenza commemorativa della morte del fondatore persiano della religione di Alì), può essere certo di essere ucciso.
15. Ogni giorno ed ogni ora nuovi sospetti vengono sollevati contro gli ebrei, al fine di ottenere la scusa per nuove estorsioni; il desiderio di guadagno è sempre il più forte incitamento al fanatismo". (....) I documenti della Alliance - prosegue Lewis - elencano numerose storie di maltrattamenti, umiliazioni e persecuzione. Verso la fine del secolo lo scià intervenne talvolta per difendere gli ebrei dalla violenza della plebaglia e dall'ostilità religiosa, ma questo accadde di rado e in genere non ebbe grande effetto. Perfino l'accusa di omicidio rituale, sconosciuta in passato, raggiunse l'Iran e un caso particolarmente grave accadde a Shiraz nel 1910. Appelli a governanti stranieri, alla regina (e in seguito al re) d'Inghilterra, al presidente francese, al Sultano di Turchia, furono ugualmente di scarso aiuto. Non vi fu un reale mutamento fino alla rivoluzione costituzionale del 1905, e nessun miglioramento sostanziale fino a dopo la caduta della dinasta Qajar nel 1925." (12)
Venendo, infine, a fatti più recenti e ad una documentazione di chiara matrice ebraica relativa alla 'percezione' che i sionisti, i filo-sionisti e in generale tutti i giudaizzanti avranno nei confronti della Rivoluzione Islamica iraniana contro la quale tutta la pubblicistica ebraica continua la sua opera di disinformazione in Occidente e nel mondo ecco quanto scrive l'altro ebreo Guido Fubini analizzando l'"antisemitismo" arabo-islamico e la situazione iraniana:
"In passato si era saputo vedere nel movimento sionista l'espressione della presa di coscienza delle masse proletarie e sottoproletarie ebraiche dell'impero zarista, nata dal rifiuto dell'umiliazione e dell'alienazione. Dalla presa di posizione dell'Assemblea dell'O.N.U. nel 1975, volta a denunciare nel sionismo una forma di razzismo e di discriminazione razziale (...perchè cos'altro è?...ndr) , la demonizzazione del sionismo ha trovato la solidarietà di quanti, in Occidente, non oserebbero proclamarsi antisemiti. Ciò non ha impedito che il significato mitico assunto oggi dal termine "sionista" (e il mito è alimentato dal fatto che manca una definizione di "sionista" **) ricordi quello di "ebreo" nel Medio Evo: personaggio uomo solo all'apparenza, in realtà diabolico, con la coda nascosta sotto il pastrano, che lascia dietro di sè un leggere odore di zolfo. Un personaggio contro il quale si deve sparare a vista, ovunque si trovi, secondo quanto si legge in un messaggio di Khomeini pubblicato sull'"Avanti" del 31 dicembre 1978. E' ancora "Le nouvel Observateur" (del 29 giugno 1981) che, a proposito di una caricatura di Bani Sadr con la stella di Davide sulla fronte- agitata dai rivoluzionari islamici per le vie di Teheran - scrive "Conoscevamo l'antisemitismo che dice che tutto ciò che è ebreo è cattivo. Khomeini ci insegna che tutto ciò che è cattivo è ebreo." (13)
Noi possiamo solo concludere ricordando, non senza sottolineare la lucida, determinata e inflessibile direzione di 'marcia' - anti-imperialista e anti-sionista, anti-giudaica e anti-plutocratica - intrapresa dalla Repubblica Islamica dell'Iran e dalle avanguardie rivoluzionarie combattenti delle Resistenze Nazionali di Hizb'Allah in Libano e di Hamas nella Palestina Occupata; con il Sommo Poeta , Dante Alighieri, "Uomini siate e non pecore matte si che di voi, tra voi, 'l giudeo non rida".
L'Islam rivoluzionario e tradizionale..."una freccia puntata al cuore dell'Imperialismo e del Sionismo internazionali"!
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
il 15 ottobre 2009
Per TerraSantaLibera.org
http://www.terrasantalibera.org/islam_sciita_e_questione_ebraica.htm
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Note -
1 - Bernard Lewis - "Gli Ebrei nel mondo islamico" - ediz. "Sansoni" - Firenze 1991;
2 - Maurizio Lattanzio - articolo-recensione "Islam ed Europa - Tracce di lettura" dal mensile "Avanguardia";
3 - Antonio Medrano - "Islam ed Europa" - ediz. di "Ar" - Padova 1978;
4 - Bernard Lewis - op. cit.;
5 - Lèon Poliakov - "Storia dell'antisemitismo - Da Maometto ai marrani" - Vol. 2 - Ediz. "La Nuova Italia" - Scandicci (Firenze) 1974;
6 - Bernard Lewis - op. cit.;
7 - Bernard Lewis - op. cit.;
8 - L'Alleanza Israelitica Universale venne fondata a Parigi nel 1860 dall'ebreo e frammassone Isaac Adolphe Cremieux con il contributo ricevuto a livello finanziario dai di lui correligionari Moses Montefiore e Benjamin Disraeli i quali dirigevano un'organizzazione ebraica (l'Ordine di Sion) che nel 1843 , unitamente agli influenti Rothschild, creerà negli Stati Uniti il massonico ordine del B'nai B'rith di rito scozzese, massoneria esclusivista ebraica che da allora determinerà dietro le quinte le sorti della politica americana. Cremieux e l'A.I.U. interverranno invece in diversi paesi dell'Europa Orientale e nell'impero ottomano per la difesa della causa ebraica. Una delle prime 'apparizioni' pubbliche del gruppo umano che comporrà il primo direttivo dell'A.I.U. sarà proprio in occasione del processo contro i giudei di Damasco accusati dalle autorità ottomane dell'omicidio rituale contro Padre Tommaso da Calangianus dell'ordine dei capuccini torturato e martirizzato nel Ghetto ebraico della capitale siriana durante i giorni della pesah (pasqua ebraica).
In merito a questo essenziale episodio della storia della presenza ebraica nel Vicino Oriente musulmano si ricorda che in Siria, nel 1983, uscì un'opera assolutamente di indiscutibile valore storico a cura dell'allora ministro della difesa della Repubblica Araba di Siria, il Gen. Mustafa Tlass, intitolata "Azzima di Sion" che documenta con tutti gli atti del procedimento avviato dalle autorità ottomane e le missive della legazione diplomatica francese in terra di Siria il crimine rituale ebraico. Volume scomodo e boicottato immediatamente dalla stampa ebraica mondiale. Il Gen. Tlass che doveva ricevere una laurea honoris causa dall'Università francese della Sorbona sarà anche minacciato da ambienti sionisti che obbligheranno la prestigiosa accademia di Francia a ritirare invito e premio. Inutile dire che, in tutto il Vicino Oriente, unitamente ai "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" e ad altre opere di pubblicistica anti-ebraica il volume di Tlass è considerato al pari di un vero e proprio best-seller.
In merito all'"affaire" damasceno ha scritto , recensendo (*) un volume di un docente di storia ebraica della Hebrew University di Gerusalemme, Massimo Introvigne:
"... Frankel aggiunge alla problematica corrente una serie di punti interrogativi e di sfumature importanti attraverso lo studio del più famoso caso di presunto omicidio rituale del secolo XIX, relativo al cappuccino sardo padre Tommaso da Calangianus, missionario apostolico, scomparso a Damasco il 5 febbraio 1840 insieme al suo servitore locale Ibrahim Amara. Purtroppo Frankel è parco di dettagli su padre Tommaso, che sembra una figura interessante, apostolo insieme della fede e della sanità pubblica, che si era reso noto per aver vaccinato migliaia di bambini di tutte le religioni. Il frate diventa un caso internazionale quando, nella comunità cristiana di Damasco, si sparge la voce che è stato vittima di un omicidio rituale da parte degli ebrei — forse adirati, si dice, perché Tommaso aveva affisso proprio fuori della sinagoga un avviso relativo a una vendita di beneficenza — e quando queste voci trovano credito presso le autorità. Sottoposto a tortura, un barbiere ebreo, Solomon Halek, confessa di aver partecipato all’omicidio insieme a esponenti delle più note e ricche famiglie di ebrei di Damasco: gli Harari, i Farhi e i Picciotto. A sua volta, arrestato e torturato, il rabbino Moses Abu el-Afieh confessa, annuncia una clamorosa conversione all’islam — dove prende il nome di Muhammed Effendi — e dichiara di aver raccolto in un’ampolla il sangue di padre Tommaso per consegnarlo al rabbino capo di Damasco, Jacob Antebi; quest’ultimo resisterà alle torture e rifiuterà di confessare. Il 28 febbraio vengono trovati resti umani in una tubatura; si dichiara che appartengono a padre Tommaso e si celebra un solenne funerale il 2 marzo. Di qui inizia una lunga istruttoria, che durerà parecchi mesi, con undici ebrei successivamente incarcerati — uno morirà a causa delle torture — e un interesse della stampa che a poco a poco si estende al mondo intero, con centinaia, poi con migliaia di articoli.
Frankel non riesamina la storia delle accuse di omicidio rituale nei confronti degli Ebrei, rimandando alle opere ormai classiche di Ronnie Po-Chia Hsia. Osserva che "nelle sue grandi linee il caso di Damasco non presenta problemi d’interpretazione. Un duplice caso di omicidio è formalmente risolto sulla base di un mito e dell’impiego spietato della tortura". Tuttavia, quando — alla ricerca delle ragioni dell’enorme risonanza internazionale del caso — lo storico passa a esaminare gli schieramenti e i protagonisti "[...] le risposte diventano meno evidenti. Damasco è, all’epoca, sotto il controllo — esercitato tramite il governatore Sherif Pasha — del viceré dell’Egitto Mohammed Ali, il cui potere è di fatto — anche se non di diritto — indipendente da quello del suo superiore teorico, il sultano ottomano di Costantinopoli. Prima che, alla fine del 1840, l’Impero Ottomano riprenda manu militari il controllo della Siria, questa si trova al centro di una complessa partita diplomatica dove la Francia cerca di utilizzare Mohammed Ali — un grande ammiratore della cultura francese e di Napoleone Bonaparte — per estendere la sua influenza nella regione, contrastata dall’Austria e dall’Inghilterra. Ci si potrebbe attendere — a proposito del caso di Damasco — una divisione delle influenze internazionali lungo linee prevedibili e quasi stereotipe: la Francia e l’Inghilterra — a vario titolo "democratiche" — difendono gli ebrei ingiustamente incarcerati mentre le forze "reazionarie" — la Santa Sede, l’Impero Ottomano e l’Austria — li considerano colpevoli. La situazione, osserva Frankel, è interessante proprio perché le cose non vanno affatto così. L’Impero Ottomano — nonostante il sentimento popolare ostile in diverse aree del suo vasto territorio — era tradizionalmente tollerante nei confronti degli ebrei, e le autorità ottomane avevano archiviato negli anni precedenti al 1840 una buona decina di casi di presunto omicidio rituale considerando l’innocenza degli accusati come ovvia. Se a Damasco si procede agli arresti e alle torture, conclude Frankel, è a causa dell’impegno incessante profuso a sostegno delle tesi accusatorie dal console francese, il conte Benoît de Ratti-Menton, che presiede personalmente — forte di un diritto di protezione della Francia nei confronti dei cappuccini — alle prime fasi dell’indagine. Né si tratta di una figura isolata: i documenti sempre tenuti segreti negli archivi francesi e messi a disposizione per la prima volta dello storico Tudor Parfitt nel 1980 rivelano un fronte sostanzialmente omogeneo. Ratti-Menton è sostenuto dal suo superiore, il console generale francese ad Alessandria Adrien-Louis Cochelet. Ma il segreto più interessante svelato dagli archivi riguarda lo stesso capo del governo francese, il liberale Adolphe Thiers. Mentre rassicura l’influente banchiere ebreo barone James de Rotschild — che si è rivolto allo stesso re Luigi Filippo d’Orléans —, Thiers rimane personalmente convinto della colpevolezza degli imputati di Damasco e sostiene, sia pure con prudenza, Cochelet e Ratti-Menton. I diplomatici inglesi in Medio Oriente esitano. Finalmente, se gli imputati non vengono semplicemente giustiziati — tutti, tranne due, hanno anzi modo di ritrattare le confessioni, attribuendole al timore o alla tortura, compreso il rabbino convertito all’islam el-Afieh — è per l’azione decisiva dei diplomatici dell’Impero Asburgico, gli italiani Giovanni Merlato a Damasco e soprattutto Antonio Laurin ad Alessandria. Merlato, per la verità, ritiene all’inizio gli ebrei colpevoli, ma si ricrede rapidamente. Anche in questo caso non si tratta di iniziative isolate: a Vienna il capo del governo principe Clemens von Metternich sostiene con convinzione gli sforzi di Merlato e di Laurin. Quest’ultimo dà prova di un’energia straordinaria, che è stata diversamente interpretata dagli storici. Frankel sottolinea come la storiografia non debba ignorare a ogni costo gli aspetti umani e individuali, in questo caso "l’onestà e il coraggio" del triestino — e profondamente cattolico — Laurin, già salutato dallo storico ebreo Abraham J. Brawer come "[...] un uomo che ha meritato una pagina d’onore nella storia ebraica, un esempio preclaro di "giusto gentile"". Quanto alla Santa Sede, è vero che — nonostante i suggerimenti di Metternich — non interviene direttamente in favore degli imputati di Damasco. Tuttavia, non si muove certamente nella direzione opposta e a Roma viene imposto ai giornali cattolici un prudente e pressoché totale silenzio sull’intera questione.
Il caso di Damasco viene ricordato come un momento di presa di coscienza dell’identità ebraica in Europa soprattutto per la missione in Medio Oriente a sostegno degli imputati guidata da due importanti rappresentanti dell’ebraismo europeo, l’inglese Sir Moses Montefiore e il francese Adolphe Crémieux. La loro "missione in Oriente" raggiunge lo scopo della liberazione di tutti gli imputati il 6 settembre 1840, ma il successo non è completo perché non si ottiene una sentenza formale che li dichiari innocenti. Nella storiografia ebraica la missione — turbata dalla rivalità fra Crémieux e Montefiore — ha assunto talora proporzioni mitiche, che aiutano a dimenticare la paradossale posizione assunta in Germania da una minoranza di rivoluzionari di origine ebraica — ma ormai passati all’ateismo — pronti a usare anche i fatti di Damasco per sostenere che gli ebrei devono liberarsi della loro religione, che rischia di spingerli ai più tragici misfatti. Alcuni di questi rivoluzionari sostenevano del resto che anche i cristiani avevano mantenuto la tradizione del sacrificio umano, e Frankel riesuma un discorso particolarmente violento del 1847 dove si sosteneva senza vergogna che anche i cristiani "[...] macellavano esseri umani e consumavano vera carne e sangue umano nell’eucarestia". L’oratore sarebbe presto diventato famoso: si trattava di Karl Marx.
Il mondo che ruota intorno al caso di Damasco — un giallo senza soluzione, anche se Frankel, come probabili assassini di padre Tommaso e del suo servitore, punta il dito su commercianti musulmani con cui aveva avuto un diverbio — sembra così talora un mondo alla rovescia, dove i "reazionari" aiutano gli ebrei e i "progressisti" — dal liberale Thiers a Marx — credono alle accuse di omicidio rituale o le utilizzano per i propri fini. Frankel non difende certo, nel suo volume, la Chiesa cattolica in quanto tale: lamenta, per esempio, l’assenza di reazioni romane — nonostante, anche in questo caso, l’opinione di Metternich — contro un documento colpevolista del patriarca greco-cattolico di Damasco, Maximos, e il fatto che una lapide che definisce padre Tommaso "assassinato dagl’Ebrei" non sarebbe stata ancor oggi rimossa. Cause celèbre per eccellenza nella storia dell’antiebraismo — Adolf Hitler voleva trarne un film, e ancora nel 1992 il delegato siriano a una conferenza dell’ONU sui diritti umani la citava come esempio evidente di perfidia ebraica —, la vicenda di Damasco mostra però, nell’analisi di Frankel, come parlare semplicemente de "i cattolici" quando si esaminano i colpevoli e le responsabilità nella transizione dall’antigiudaismo all’antisemitismo rischi di essere semplicistico e fuorviante. Di fronte a un momento di crisi come quello di Damasco la religione s’intreccia con la politica internazionale, e il mondo cattolico non appare come un monolito, ma piuttosto come un campo complesso in cui si confrontano posizioni diverse."
* Articolo anticipato, senza note e con il titolo redazionale 1840, omicidio a Damasco, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, anno XXXI, n. 146, 23-6-1998, p. 22.
Il volume in questione porta il titolo originario di The Damascus Affair. "Ritual Murder", Politics, and the Jews in 1840, Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1997 e rappresenta uno dei tanti libelli della pubblicistica ebraica tesa a negare la verità storica, la realtà fattuale e il mistero di sangue degli omicidi rituali ebraici che rappresentano senza alcun dubbio una delle manifestazioni più eloquenti dell'affioramento di tendenze satanico-demoniache all'interno della contro-tradizione ebraica in particolar modo di quella relativa al cabalismo e al tradizionale odio espresso dal Talmud.
Si veda in proposito Don Curzio Nitoglia, L’omicidio rituale ebraico. La secolare accusa del sangue: tesi e documenti a confronto, Ediz. "Effepi", Genova 2004
In merito Don Nitoglia conclude il libro affermando la fondatezza dell’intenzione sterminazionista propugnata dall’Ebraismo talmudico verso i cristiani, e dichiara: «mi sembra perciò, che si possa affermare, senza paura di sbagliarsi, la veridicità storica della tesi dell’Omicidio Rituale ebraico, senza cadere in eccessi di fanatismo, che lo vedono ove non c’è, ma senza neanche cadere nell’errore di scetticismo che si ostina a negarlo, dopo prove storiche e magisteriali così probanti».
Non è da sottostimare l'importanza e l'eco avute dalla vicenda del volume dello storico ebreo Ariel Toaff , "Pasque di sangue - Ebrei d'Europa e omicidi rituali"; pubblicato una prima volta qualche anno fa, ritirato immediatamente dal commercio dopo la 'scomunica' del Rabbinato della "kehillah" italica e infine "riammesso" alla libera circolazione e ristampato in due volumi per le edizioni de "Il Mulino" di Bologna nel 2008.
9 - volume pubblicato a Gerusalemme in lingua ebraica nel 1946;
10 - David d'Beth Hillel - "Travels from Jerusalem...to Madras" - Madras (India) 1832;
11 - J.E. Polak - "Persien, das Land und seine Bewohner" - Lipsia 1865;
12 - Bernard Lewis - op. cit.;
(**) Noi propendiamo per quella di criminale, assassino, terrorista e nemico dell'uomo conformemente alla pubblicistica arabo-islamica!
13 - Guido Fubini - "L'antisemitismo dei poveri" - Ediz. "La Giuntina" - Firenze 1984;
http://www.jerusalem-holy-land.org/islam_sciita_e_questio...
18:37 Scritto da: metropolista in Islam, Judaica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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21/09/2009
Sayyed Qutb - L'Islam davanti all'occidentalizzazione del pianeta - Tradizione e rivoluzione nel pensiero politico contemporaneo dei Fratelli Musulmani
SAYYED QUTB - L'ISLAM DAVANTI ALL'OCCIDENTALIZZAZIONE DEL PIANETA
TRADIZIONE E RIVOLUZIONE NEL PENSIERO POLITICO CONTEMPORANEO DEI FRATELLI MUSULMANI
di Dagoberto Husayn Bellucci
Nella panoramica politica relativa ai movimenti rivoluzionari in terra d'Islam un posto di rilievo merita il teorico egiziano - fra i principali esponenti del movimento dei Fratelli Musulmani - Sayyed Qutb al quale si devono molte delle idee attualmente in circolazione nel Sunnismo ortodosso.
La ricognizione d'analisi su al Qutb risulterà conforme pietra miliare di 'posizionamento tattico' nel quadro strategico-politico della insindacabile 'traiettoria' anti-ebraica determinante gli esiti della 'battaglia finale' tra le forze della Tradizione informale e quelle della Sovversione. La validità analitico-ideologica e l'incisiva influenza avuta da Qutb
nella teorizzazione di una 'imminente' contrapposizione radicale tra le schiere in armi del mondo arabo-islamico ed il nemico dell'uomo ( efficace metafora utilizzata dagli ambienti musulmani per l'identificazione del cancro sionista quale multiforme organizzazione internazionale di spoliazione, sfruttamento e sovvertimento dei valori spirituali nonchè rappresentazione simbolica di un'identità leviatanica sovranazionale, onnicomprensiva e organizzata su basi speculativo-parassitarie mediante lo strumento della Grande Usura capitalistica ) rappresenta un contributo fondamentale nel percorso di milizia rivoluzionaria anti-ebraica e anti-mondialista oltre ad una traccia storico-scrittoria di assoluto valore.
Qutb nasce da una famiglia benestante il 9 ottobre del 1906 a Mùshà un villaggio situato nella provincia di Asyùt nella zona settentrionale dell'Egitto. Dopo aver frequentato le scuole superiori passa, dal 1929 al 1933, alla "Dar al ulùm" (Casa della scienza) un'università che coniuga le tendenze laiche con il conservatorismo religioso della più nota università coranica di Al-Azhar. Nel 1939 Qutb viene assunto al Ministero dell'Istruzione nazionale dove lavorerà sei anni sia come insegnante che in qualità di funzionario attento in particolare alle problematiche sociali del paese: sarà la sua polemica aperta contro il nazionalismo britannico che lo porterà a fondare un giornale "Al Fikr al-Jàdid" (Il Pensiero Nuovo) che diventerà in breve un punto di riferimento per gli ambienti nazionalisti in fermento contro l'influenza inglese nell'area.
Nel 1948 Qutb viene inviato dal governo egiziano negli Stati Uniti per alcune ricerche sul sistema scolastico statunitense: frequenterà il master presso il Colorado State College of Education oggi University of Northern Colorado.
Sarà durante questo soggiorno negli Stati Uniti, durato due anni, che Qutb scriverà il suo più importante volume di critica sociale del sistema occidentale partendo dalle contraddizioni della società statunitense e basandosi su quelli che sono i pilastri, gli insegnamenti e la sociologia islamica: "Al 'adàla al-ijtimà'iyya fì al-Islàm" (La giustizia sociale nell'Islam) sarà probabilmente il suo più importante contributo scrittorio contro le disuguaglianze e il razzismo presenti negli Usa. Da questo testo saranno successivamente estratte analisi che interesseranno anche i successivi contributi teorico-ideologici di Qutb ripresi nei suoi testi del periodo compreso tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta scritti prevalentemente in carcere al Cairo.
Infatti dopo il rientro in Egitto e l'adesione ai Fratelli Musulmani , organizzazione radicale musulmana fondata nel 1928 da Hassan al Banna e principale referente ideologico e politico di gran parte dei movimenti islamici d'ispirazione sunnita del mondo arabo, di cui Qutb diventerà il principale ideologo e ispiratore, Qutb finirà i suoi anni in carcere.
Dopo aver partecipato nel 1952 al colpo di stato del movimento dei Liberi Ufficiali di Muhammad Nagìb e Gamal 'Abd al Nasser che abbatterà la monarchia di re Faruq I, il suo rapporto con Nasser e il movimento da lui diretto si farà dapprima teso ed infine di aperta ostilità. Dopo il fallito attentato contro Nasser, organizzato dai Fratelli Musulmani (che accuseranno il 'rais' di non rispettare i principii dell'Islam) Qutb e parecchi dirigenti dell'organizzazione islamica finiranno in galera.
La dicotomia ideologica e la distinta prassi politica esistente tra Qutb ed i Fratelli Musulmani da un lato ed il nasserismo al potere sarà sostanzialmente quella che verrà ad aprirsi tra Islam e nazionalismo fino a quel momento sinergici in funzione anti-imperialista e anti-sionista.
"Il radicalismo islamico è un movimento politico-culturale - scrive Youssef M. Choueiri (1) - che afferma l'esistenza di un conflitto insanabile fra la civiltà occidentale e la religione dell'Islam. L'Islam è una visione globale e universale che esclude la validità di tutti gli altri sistemi di credenza e di valore, una visione fuori del tempo e non contaminata dai cambiamenti della storia. Le manifestazioni storiche e contingenti dell'Islam sono pallidi riflessi o peggio deformazioni del vero e integrale contenuto della fede. E' per queste ragioni dogmatiche e teoretiche che Sayyid Qutb affermava con una certa sicurezza che "i fondamenti dottrinali dell'Islam erano sfuggiti alla distruzione, nonostante gli incessanti attacchi portati dai suoi numerosi oppositori", fondamenti, ovviamente, giudicati sempre validi e capaci di animare l'azione collettiva di "una nuova generazione di credenti".".
La visione politica di Sayyid Qutb sarà, dal momento della rottura con il regime nasseriano, oltremodo radicale e sarà durante gli anni della prigionia che scriverà due opere tra le più siginificative prodotte dal pensiero politico islamico contemporaneo: "Fi zilal al-Qur'àn" (All'ombra del Corano) e "Ma'alim fi al-Tariq" (Pietre miliari o Idee Guida") che rappresenteranno per molti anni il 'breviario' ideale, sia teoretico che d'azione militante, delle future generazioni di militanti islamici forgiati dai Fratelli Musulmani.
"In verità - prosegue Choueiri (2) - il radicalismo di Qutb è in gran parte una risposta al riformismo islamico e al nazionalismo arabo. E' il tentativo di dimostrare la differenza che passa fra una dottrina autosufficiente e assoluta - l'Islam - e l'affannosa ricerca di una ideologia che prende a prestito da altri contesti culturali idee e concetti, votandosi così inevitabilmente all'insuccesso. Da qui la strenua difesa dell'esclusività e dell'unicità della weltanshauung islamica, e la condanna di tutti i tentativi volti a riconciliare l'Islam con altri sistemi di pensiero. Le idee più radicali di Qutb sono state pubblicate, fra il 1960 e il 1966, in quattro libri: "Le caratteristiche della concezione islamica e i suoi fondamenti" (1960), "Islam e problemi di civiltà" (1960), "Idee Guida" (1964) e l'esegesi coranica dal titolo "Sotto gli auspici del Corano" (1958-1966)".
A livello puramente politico l'opera più importante che Qutb produce è "Idee Guida" per taluni sorta di "Mein Kampf" in versione islamica che produrrà un enorme effetto a livello di influenza e ispirerà gli ambienti religiosi islamici in crisi dinanzi alle vittorie apparenti del nazionalismo panarabista d'ispirazione nasseriana.
Il periodo in cui Qutb scrive i suoi testi appare comunque dominato dalle ideologie laiche di stampo occidentale: gli anni Sessanta sono quelli che vedranno ovunque avanzare all'interno del mondo arabo idee ispirate al nazionalismo, al panarabismo e al socialismo. E' di quel periodo la costituzione tra le fila dei palestinesi dell'OLP di Yasser Arafat che assumerà una dominante ideologia ispirata ai principii del socialismo. In Iraq e Siria di lì a qualche anno sarà invece il partito Ba'ath - laico, socialista e nazionalista - che prenderà il sopravvento ed il potere scindendosi poi in due tronconi che domineranno con Hafez el Assad e Saddam Hussein il panorama politico rispettivamente a Damasco e a Baghdad per diversi decenni.
Infine in Libia, ispirandosi direttamente al nasserismo panarabo egiziano, Gheddafi prenderà nel 1969 il potere cercando - con la pubblicazione del "Libro Verde" - un'improbabile coniugazione di idee islamiche e dottrine laico-nazionaliste moderne.
Rimane inoltre essenziale, nella formazione politica e ideologica di Qutb, la sua direzione culturale di intellettuale e letterato che aderì soltanto agli inizi dei Cinquanta all'organizzazione dei Fratelli Musulmani osservandone e analizzandone il fallimento come movimento di massa mirante alla conquista del potere. Il movimento era, quando Qutb vi aderì, diretto da Hassan al Hudaybi, un giudice di corte piuttosto moderato e privo del carisma appartenuto al vecchio leader e fondatore - Hassan al Banna - che aveva condotto i Fratelli Musulmani come una autentica avanguardia combattente durante le rivolte palestinesi degli anni Trenta e intendeva la politica come arena di scontro tra concezioni diverse nella quale l'Islam avrebbe affermato la sua validità eterna.
Per Qutb, come per al Banna, la politica doveva essere onnicomprensiva, essenziale, priva di compromessi e fondata sui principi ideologici e la dottrina islamica. Tale visione del mondo - all'interno della quale situava anche le grandi questioni economiche e sociali che riteneva essere il riflesso di una visione globale del mondo necessaria per affermare un modello organico assoluto - porrà Qutb in rotta di collissione con Nasser, pragmatico, scaltro e che - da politico arrivato a conquistare il potere, considera l'ideologia esclusivamente quale strumento necessario al regime e alla salvaguardia dell'Autorità del nuovo Stato che intendeva costruire sulle basi del suo socialismo nazionale e del panarabismo. Qutb , al contrario, vedeva nell'ideologia un insieme di principii non negoziabili.
Nell'autunno 1964 Sayyid Qutb verrà rilasciato su pressioni irachene ma la sua libertà sarà di breve durata: il governo di Nasser lo rimetterà in galera nell'agosto successivo con l'accusa di attentare alla sicurezza nazionale e di aver progettato un tentativo di colpo di stato basandosi sui concetti espressi nel volume "Idee Guida" nel quale Qutb lancia la sua condanna irreversibile contro tutti i sistemi politici moderni - anche quelli che intendono utilizzare l'Islam per i loro interessi - accusandoli di rappresentare una moderna "Jàhiliyya" (l'epoca oscura, l'epoca dell'ignoranza precedente l'avvento dell'Islam e la Rivelazione Coranica).
Il governo di Nasser procederà quindi contro Qutb accusandolo apertamente di fomentare disordine e caos. L'accusa difatti rivolta alla società egiziana dal teorico dei Fratelli Musulmani è diretta in primo luogo contro il potere ed i detentori di questo potere: l'autorità (incarnata dal Rais) diviene illegittima e l'accusa di apostasia che Qutb rivolge al potere politico suona direttamente come un'accusa rivolta a Nasser, il "Faraone" come sarà anche apostrofato spregiativamente dai militanti islamisti.
Le accuse contenute nel volume di Qutb sono un durissimo colpo per il prestigio, all'epoca all'apice del successo personale, di Nasser. Qutb sarà dunque sottoposto a processo assieme ad altri sei esponenti dei Fratelli Musulmani. Il processo susciterà un'acceso dibattito all'interno della società egiziana e nel mondo arabo avrà una vastissima ripercussione mediatica. La sentenza emessa contro Qutb ed i suoi collaboratori sarà la pena di morte: il 29 agosto 1966 saranno infine giustiziati mediante impiccagione. Nell'ultimo periodo di reclusione Qutb scriverà un resoconto finale della sua attività all'interno dei Fratelli Musulmani intitolato "Li madha 'adanuni?" (Perchè mi hanno giustiziato?) ultimo atto di accusa contro Nasser e il regime egiziano.
Per comprendere Qutb occorre ricordare l'assoluta validità ed insindacabilità delle Verità Coraniche le quali rappresentano il motore centrale dell'ideologia islamica.
Tutti i principali teorici islamici insistevano sul concetto che l'ideologia rappresentasse il perno attorno alla quale doveva costruirsi e muoversi l'intera società, in particolare nella visione islamica come fosse necessario strutturare qualunque società sui precetti coranici e sulla giustizia islamica. Qutb, come Abu 'Ala Maududi , auspicava la rinascita islamica la quale eliminava tutte le contraddizioni ideologiche ed i compromessi tanto del riformismo islamico della fine Ottocento quanto dei moderni ibridi ideologici nazionalisti e socialisti che attingevano da dottrine estranee alla cultura ed alla civilizzazione araba e islamica.
"L'universo - scrive Qutb (3) - è regolato da una sola legge che lega tutte le sue parti in una sequenza armoniosa e ordinata. Questa disposizione organica e congruente è frutto dell'atto creativo di una sola potenza, l'espressione di un solo Dio. La molteplicità degli esseri, o essenze, conduce ad una molteplicità di volontà, e dà origine a diverse norme e a diversi orientamenti. La potenza è l'espressione reale di un'essenza dinamica, e la legge ne è il segno manifesto. Se non fosse così, l'unità dell'ordine cosmico e la logica del suo ordinato sviluppo sarebbero compromesse e si creerebbe uno stato di disordine.".
I concetti quì compresi sono cristallina oggettivizzazione di una realtà metafisica e metastorica che rappresenta l'irruzione del Divino nella sfera metapolitica: è il Sacro che ordina e determina i meccanismi, le dinamiche, le strutture di riferimento sia a livello individuale che collettivo; ed è il messaggio religioso che si manifesta quale asssoluta e immutabile Verità ordinatrice, insieme legislazione e modello concettuale sul quale modellare l'intera azione sia politica sia economica che sociale.
Qutb ed i militanti islamici sono fermamente convinti della irrinunciabilità di riferirsi ed applicare con fermezza i precetti religiosi: è l'Islam il faro che guida l'attività dell'organizzazione e che sarà il riferimento costante di tutte le successive evoluzioni che interesseranno sia i Fratelli Musulmani che le altre formazioni ad ispirazione islamica (ricordiamo come Hamas sia nata quale sorta di sezione palestinese del movimento di al Banna e che diversi partiti islamici presenti sulla scena politica araba - dall'Ennadha tunisina di Rachid Ghannouchi (4) al F.I.S. algerino - si ispirano alle idee ed alle pubblicazioni di Qutb) che dalla metà dei Sessanti affioreranno nel mondo arabo.
L'influenza esercitata dalle idee di Qutb - che sono un naturale proseguimento ed un'evoluzione del pensiero politico tracciato fin dalla fine degli anni Venti da Hassan al Banna - sarà notevole per tutti i decenni successivi: fondamentalmente Dio è il Creatore assoluto dell'universo e l'essere umano deve seguirne, accoglierne e applicarne le direttive. Queste direttive, le norme divine, sono immutabili, incontestabili e irrinuciabili perchè portano alla formazione di una società equa e alla realizzazione di una vera giustizia sociale che tutti gli altri sistemi di produzione e sviluppo, che tutte le altre dottrine politiche e le altre ideologie, non sono in grado di offrire perchè incomplete e frutto del pensiero umano.
A livello di influenza e impatto sulle società musulmane l'idea del risveglio islamico come inteso fin dai primi anni Venti dai Fratelli Musulmani appare sostanzialmente come una forma di "rivoluzione conservatrice" sul modello di quanto, più o meno analogamente, avvenne in Europa nel periodo compreso tra le due guerra mondiali con il Fascismo. L'Islam politico che si erge a difensore di una civiltà rappresenta difatti un punto di riferimento ideale, welthanshauung e stile di vita, che riporta ad un passato avvertito e rappresentato come sorta di "età dell'oro" alla quale fare ritorno. Sotto molti punti di vista questa volontà di potenza che intende riportare indietro le lancette della storia è, in tutta la sua estensione e multiformità, l'estrema ratio dell'intero pensiero politico islamico il quale, rispetto alla modernità, si pone in netta contrapposizione per quanto concerne i sistemi di sviluppo e le forme di Stato laiche o desacralizzate mentre può tranquillamente aspirare a 'concorrere' sul piano dei mezzi e della tecnologia usufruendo dei benefici della tecnica, delle scienze e del sapere moderni, integrandoli all'interno della forma culturale musulmana - da sempre peraltro capace di inglobare senza deformare qualunque novità (e ricordando come furono gli arabi e i musulmani a rappresentare l'avanguardia di civilizzazione nel periodo compreso tra il IX e il XV secolo prima dell'avvento dell'umanesimo e del rinascimento europei).
Queste caratteristiche dell'Islam ci portano a identificare il rapporto che viene vissuto dai movimenti islamici rispetto alla società moderna: condanna inevitabile per le sue derive edonistico-consumistiche, rifiuto dei sistemi di sviluppo capitalistici e comunistici (e più vastamente di tutto ciò che non rientri organicamente all'interno della Shariya=Legge islamica) ma ampi spazi di interazione con i sistemi, i mezzi, gli strumenti e le nuove tecnologie.
"Nell'idea del risveglio islamico - scrive la professoressa Scarcia Amoretti (5) - ci sono più elementi negativi che positivi, almeno nella nostra valutazione (ovviamente noi dissentiamo pur valutando ottimamente quest'analisi ndr). Questa espressione equivale spesso a una volontà di conservazione, se non proprio di reazione. E' un pò come dire che tutta un'area del mondo vuole tornare a forme primitive di civiltà, mette in discussione le grandi scoperte tecnologiche, fa subire una battuta d'arresto all'evoluzione sociale. Viene chiamato in causa il Medioevo, con tutto l'apparato di oscurantismo connesso; e si cerca di dimostrare che i paesi islamici, ancora medievali, intendono per di più rimanere tali. (...) Islam politico significherebbe una teoria islamica, fissa nel tempo, che verrebbe a condizionare e a determinare delle scelte, un progetto e un programma, rigidi, stabiliti in base a uno schema fisso e immobile. (...) Il mondo islamico sarebbe, per così dire, fuori della storia, e lo sarebbe oggi in modo particolare."
Dobbiamo soffermarci e analizzare attentamente questa analisi - comune del resto al 'sentire' generale che si ha in Occidente delle società islamiche - e svelarne gli errori che sono essenzialmente caratteristici di una "mentalità" che uniforma, o tende inevitabilmente ad uniformare, tutto in funzione di quelli che sono i propri interessi particolaristici: in questo caso l'Occidente intende necessariamente livellare e omologare , riportando sotto i propri contrassegni distintivi e le proprie parole d'ordine, l'Islam e le società musulmane, ricomprenderle all'interno dei suoi meccanismi, immetterle dentro il 'villaggio globale' inserendole giocoforza nelle dinamiche della globalizzazione economica e dei processi di democratizzazione e liberalizzazione esportati sovente anche manu militari.
E ciò rende difficile qualsiasi comprensione della realtà e del 'fattore' Islam. L'Occidente non riuscendo a comprenderne le dinamiche storiche, la direzione politica e sociale, il rifiuto aperto o 'moderato' della modernità che le realtà socio-economiche musulmane de facto determinano con i loro atteggiamenti che non sono affatto di "chiusura" ma semplicemente una naturale reazione a difesa dell'esistente. La modernità , frutto delle scelte in campo economico-produttivo capitalistiche occidentali, viene avvertita come lacerante e destabilizzante e come tale rifiutata. L'idea del risveglio islamico contrariamente a quanto scrive l'autrice rappresenta invece l'affermazione di identità, valori, di una visione etica e morale che, qualora non difese, finirebbero inevitabilmente travolte e sommerse nel mare della modernità.
L'Islam è per sua natura tradizionale e conservatore nè potrebbe essere altrimenti e, ci si permetta, non si capirebbe come potrebbe divenire 'progressista'....L'idea di un compromesso con la società modernità, con la modernità (o modernismo) e con i suoi prodotti è idea tipicamente occidentale che ha investito, deformato e infine distrutto (o quantomeno modificato sostanzialmente) l'idea-base ed i concetti fondamentali di autorità sui quali, per fare un semplice esempio, si fondava l'istituto ecclesiastico e la stessa sovranità dell'Istituzione religiosa cristiana. Nel mondo islamico quest'opzione - quasi inevitabile e avvertita quale diktat imposto dai flussi storici e dalle dinamiche sociali - non sussiste: sfera temporale e sfera spirituale, i due poteri, sono indivisibili. La natura propria della religione musulmana non permette il riflusso nella modernità, la scomparsa dell'Islam quale fattore di sviluppo decisivo, la sua omologazione mondialista.
Al di là di immagini 'medievali' le società musulmani dimostrano vitalità, dinamismo, ampi spazi di interazione con il 'nuovo', con il 'moderno', con ciò che è lo 'strumento' della modernità riuscendo a conservarsi e a mantenere le loro caratteristiche, rifiutando appunto l'etat d'esprits modernisti.
L'Islam politico è semplicemente l'Islam. Perchè, parafrasando il compianto Imam Khomeini- fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran e Guida Suprema della Rivoluzione Islamica (una rivoluzione che ha utilizzato tutti i più moderni sistemi tecnologici per abbattere il regime taghuti dello shah) - "l'Islam o è politico o non è" ovvero non esiste, non può esistere nè deve esistere un'Islam apolitico, esterno al telaio istituzionale e sociale delle nazioni, confinato al di fuori dello sviluppo e del dibattito sullo sviluppo. E' questa la principale forza dell'Islam: porsi al centro comunque del dibattito sullo sviluppo e sulle forme che esso dovrà assumere, rendersi perno dell'eventuale direzione di marcia, motore immobile delle dinamiche sociali e politiche indipendentemente da quali siano le 'forme' esteriori assunte dall'autorità.
Anche un'autorità laica, 'modernizzatrice', che intenda coniugare nazionalismo e socialismo o altre dottrine politiche occidentali deve, in terra d'Islam, fare i propri conti con il ruolo inestinguibile e inesauribile dell'Islam, con la sua cultura e la sua civilizzazione che sono - in particolare - anche forme di governo, sistemi di potere, autorità. L'Islam politico dunque non è 'fisso' ed 'immobile': è continuamente in perenne movimento, dinamico, attivo e reattivo.
Laddove l'Islam è al potere - pensiamo alla Repubblica Islamica dell'Iran - l'evoluzione, il progresso scientifico-tecnologico, il dibattito sul rapporto con la modernità e lo studio e l'analisi dei meccanismi di funzionamento delle società moderne sono in pieno sviluppo...uno sviluppo che non è 'progressista', non è 'laico-illuminista', nè 'democratico' secondo le percezioni e le idee occidentali, e soprattutto non consente alla modernità di deformare il tessuto sociale, economico e politico di una nazione autarchicamente inquadrata nella scintillante forma-ierofanica della Teocrazia Shi'ita duodecimana.
Affermare da questo punto di vista che il mondo islamico sia "per così dire, fuori della storia" equivale a non comprendere il 'senso' profondo della stessa evoluzione intrapresa dalle società musulmane a partire dall'avvento della rivoluzione islamica iraniana ovvero da quando è possibile affermare l'evidenza lapalissiana di un autentico "risveglio islamico" il quale scuote dalle fondamenta i vecchi sistemi di produzione, rimette in discussione l'autorità, rifiuta le vecchie ideologie, elimina le influenze straniere e determina una spinta emozionale collettiva verso la riappropriazione della propria identità religiosa.
Identità religiosa che è fondamentalmente dottrina e legge per l'Islam poichè come scrive Choueiri "i fondamenti o i principi basilari non cambiano nè si evolvono: il cambiamento, quando si produce o per necessità storiche o per volontà degli uomini, intacca la superficie delle cose, non è che una increspatura delle onde dell'oceano. L'intelletto umano, per quanto raffinato ambizioso o scientifico possa essere, deve invariabilmente "nuotare nel mare dell'ignoto", dove tutt'al più s'imbatte in "isolotti galleggianti sui quali approda come un naufrago in una situazione di grande pericolo". (...) Un esempio per Qutb è il libro dell'"ateo" Huxley, "Man stands alone" (L'uomo è solo). Secondo Qutb è una pretesa infondata contrapporre la conoscenza scientifica alla verità di fede. Pensare in questo modo degrada l'uomo, il quale non diventa pienamente umano e non trascende la sua animalità, perchè la fede nell'ignoto (al-ghayb) non diventa parte integrante della sua vita e del suo pensiero." (6)
L'Islam ovviamente non si limita semplicemente a rispondere a quelle che sono le naturali questioni individuali e collettive ma legifera e crea una serie di disposizioni che rappresenteranno i valori di riferimento morali ed etici della società ecco perchè, come rileverà Qutb, la conoscenza fondata sulla fede islamica sarà contemporaneamente metafisica e scientifica. Per Qutb la scienza moderna è relativa e suscettibile di trasformazioni continue: si basa su congetture e calcoli approssimativi sempre invalidati da nuove prove e nuovi calcoli. La Verità Coranica al contrario è immutabile, perfetta e onnicomprensiva.
Accettare l'Islam per Qutb significa accettare qualcosa di eternamente valido, rifiutarlo significa cadere nello stato di "jahiliyya" (ignoranza) e di approssimazione e relativismo nelle quali affondano le società contemporanee senza idee-guida, basi solide, ordinamenti stabili e valori di riferimento insindacabili.
"La jahiliyya - scrive (7) - ha le stesse caratteristiche, indipendente da tempo e spazio. Ogni volta che il cuore dell'uomo è privo di una dottrina divina che governi i suoi pensieri, ed anche di norme legali che regolino la sua vita, la jahiliyya ricompare prepotentemente (...) La condizione di ignoranza in cui si trovano le società contemporanee non è di natura diversa da quella in cui versava l'antica Arabia prima del sorgere dell'Islam (...) L'umanità vive oggi in un grande bordello. Basta dare un'occhiata alla stampa, al cinema, alle sfilate di moda o ai concorsi di bellezza, alle sale da ballo, ai bar e alle trasmissioni radiotelevisive! O osservare la sua folle brama di corpi nudi, posizioni provocanti o affermazioni allusive in letteratura, nell'arte e nei mass-media! A ciò si aggiunga il sistema dell'usura che alimenta l'avidità dell'uomo per il denaro, per il quale l'uomo è disposto a ricorrere a mezzi spregevoli per accumularlo e investirlo, la frode, l'inganno e l'estorsione, magari ammantati di legalità."
Sul piano politico, oltretutto, c'è da sottolineare come questa 'intransigenza' dottrinaria, con la conseguente coerenza tra teoria e azione dimostrata dalla maggior parte dei movimenti islamici, ha cominciato - dalla fine degli anni Settanta - a guadagnare terreno politico, fiducia, popolarità tra le masse arabe e islamiche deluse dai compromessi, dai mezzi risultati, dai fallimenti prodotti dai precedenti movimenti nazionalisti o socialisti dell'epoca nasseriana. L'Islam politico e rivoluzionario ha progressivamente eroso quello spazio d'azione politica dal quale si erano andati costituendo i movimenti nazionalisti. Questa dinamica di sostituzione appare tanto più evidente laddove i movimenti "laici" hanno cercato di normalizzare la loro politica (in particolare in Palestina dove l'OLP ha progressivamente svenduto la causa nazionale accettando infine supinamente gli accordi di Oslo e gli inutili processi di pace con l'entità sionista).
Hamas e Jihàd Islamica in Palestina, i Fratelli Musulmani nel vicino Egitto, il FIS in Algeria hanno pesantemente messo in discussione i principii e le basi sulle quali erano stati creati l'OLP da un lato e i regimi egiziani e algerino dall'altro lato.
In Egitto si è arrivati al paradosso di un collasso economico senza precedenti (provocato anche dalla politica di infitah = apertura economica avviata da Sadat e perseguita dal suo successore Murabak) tenuto in piedi esclusivamente grazie agli aiuti del FMI e dalla 'carità' statunitense e occidentale. Il Cairo, dopo gli accordi di Camp David e la normalizzazione dei rapporti con i sionisti, è diventata la principale alleata nel Vicino Oriente di Washington - indispensabile quanto se non più della stessa Arabia Saudita.
In questa situazione come ha rilevato il giornalista britannico David Hirst "la nuova generazione non sa più se la diga di Assuan sia stata una cosa buona o cattaiva, nè se la guerra del 1956 sia stata una vittoria o una sconfitta, se l'evacuazione degli inglesi abbia avuto effetti positivi o negativi, o se la riforma agraria fosse necessaria per lo sviluppo economico e sociale". Le basi ideologiche del nasserismo ed il suo imponente apparato propagandistico si sono progressivamente erosi non risultando più funzionali nè sul piano interno nè su quello della politica estera del post-Camp David. A ciò devesi aggiungere lo stato di degrado delle istituzioni, la corruzione, il malfunzionamento dei servizi sociali, situazioni di precarietà diffusa, mancanza di lavoro e per le nuove generazioni di un futuro.
"In queste condizioni - scrive Alain Greish (8) su Le Monde Diplomatique - il movimento islamico - largamente finanziato dall'Arabia Saudita e dai paesi del Golfo, incoraggiato in un primo tempo dalle forze al potere e dagli occidentali per lottare contro la sinistra, nasseriana o marxista - è riuscito a imporsi. Ha rimpiazzato lo Stato vacillante, assicurando cure mediche gratuite, istruzione, sussidi ai più poveri. L'adesione di milioni di egiziani - o di algerini - alla sua lotta non significa che essi desiderano vedere instaurare uno "Stato religioso", ma esprime principalmente le loro aspirazioni a una maggiore giustizia sociale e a una maggiore libertà."
In Palestina, dove infine Hamas ha preso il potere a Gaza e avviato un processo di islamizzazione della società, così come nei primi anni Novanta in Algeria, Egitto e in quasi tutti i paesi dell'Africa del Nord i movimenti islamici hanno sostituito nell'ideale popolare i vecchi partiti che avevano condotto le guerre per l'indipendenza nazionale (il Fronte di Salvezza Nazionale algerino ma anche l'idea panarabista nasseriana egiziana). Quando il FIS vinse il primo turno delle elezioni legislative in Algeria nel dicembre 1991 - a meno di un anno dalla crisi-guerra mondialista per il petrolio lanciata dall'amministrazione Bush contro l'Iraq di Saddam Hussein - l'Occidente, le democrazie occidentali, preferirono 'delegare' il regime militare di Algeri alla repressione - con tutti i mezzi - del "pericolo islamista": sette anni di guerra civile, oltre 200mila vittime, un massacro quotidiano vennero giustificati in nome della 'salvaguardia della democrazia' quella stessa democrazia abolita e negata dai militari al potere che - esercitando tutto il loro potere e con il disco verde occidentale - blindarono i dirigenti del FIS, dichiararono fuorilegge il movimento islamico algerino e provocarono l'inizio della lunga crisi algerina.
Ma anche laddove i movimenti islamici non hanno preso il potere - Egitto, Marocco, Giordania - rimane forte la loro influenza e alta la loro popolarità. Questo perchè, "come osserav Ghassan Salam, "gli islamici si sono conquistati la popolarità cercando di applicare il programma che i regimi nazionalisti avevano formulato ma erano stati incapaci di porre in atto". Non è contro la modernità che si sono mobilitati, ma contro il suo surrogato: in Algeria come in Egitto, ceti molto ristretti godono dei mille privilegi delle società del Nord, mentre la massa si dibatte in una miseria senza scampo." (9).
Ai problemi reali, quelli della quotidianità, l'Islam offre soluzioni che il nazionalismo ha solamente teorizzato. L'influenza che è stata esercitata dalle teorie degli ideologi sunniti della "rinascita dell'Islam" è profonda: "chi avesse modo di leggere i testi, che i leader del FIS hanno prodotto in questi ultimi anni, troverebbe - scrive Enzo Pace nell'introduzione al libro di Choueiri (10) - frequentemente un interessante "gioco degli specchi" linguistico: ciò che dice o scrive Abbassi Madani (leader del FIS algerino) è lo specchio fedele di ciò che ha detto o scritto Sayyd Qutb (...) , il cui pensiero, a sua volta, rappresenta il riflesso speculare di una linea dottrinaria che rimonta al teologo riformatore sunnita Ibn Taymiyya .... (...) Si potrebbe dire, con una battuta, che al collasso dello Stato-Provvidenza che si verifica soprattutto in modo più drammatico nei paesi del vicino Maghreb, una parte della società si rivolge alla Provvidenza di Allah."
Influenza profonda e insindacabile soprattutto perchè Qutb partirà dall'analisi e dal rifiuto di tutte le altre forme di governo importate dall'Occidente e delineerà una dottrina politica di lotta conforme ai tempi moderni indicando nella fine del ciclo storico occidentale una delle costanti dalle quali dovrà muovere il militante o il dirigente islamico. Per Qutb l'Occidente è giunto al capolinea: la missione-storica dell'uomo occidentale comincia a venir meno, il suo ruolo di guida planetaria viene messo sempre più in discussione, democrazia e liberalismo perdono ovunque di fascino sopratttutto nelle società del Terzo Mondo.
In questa situazione e in prospettiva per Qutb tutte le teorizzazioni occidentali e le loro realizzazioni pratiche sono destinate a un lento ma inesorabile declino: democrazia, parlamentarismo, socialismo, nazionalismo attraversano crisi profonde. Per Qutb occorrerà salvaguardare ciò che di valido, sul piano delle conquiste scientifiche e tecnologiche, è stato prodotto in questi decenni dall'Occidente ma affidarsi all'Islam per creare "una leadership in grado di conservare e sviluppare l'attuale cultura materiale, prodotta dal genio creativo europeo, immettendo nuove energie, nuovi ideali, nuovi valori capaci di riplasmare i modi di vita delle persone. Solo l'Islam - affermava (11) - possiede questi valori e la saggezza necessaria per rifondare la vita morale dell'umanità.".
"Per l'Islam - scrive Choueiri (12) - si pone una splendida opportunità per rivendicare la leadership del mondo. L'Islam è non solo dottrina religiosa, ma un compiuto sistema sociale e politico, stile di vita e pratica interiore. Il suo risveglio fu in questo senso necessariamente legato all'emergere di un "movimento dinamico" e alla restaurazione della nazione araba che era stata assente dalla scena della storia per molti secoli. La comunità musulmana non era nè una porzione di territorio in cui veniva applicata la shari'à, nè il nome di un popolo i cui antenati una volta vivevano in un ordinamento islamico. La comunità dei credenti era piuttosto un'associazione di persone la cui vita spirituale e materiale era perennemente governata dall'Islam: una nazione di questo genere è stata unica ed irripetibile e non esiste più in nessun luogo del mondo. Per ricollocare l'Islam alla testa delle nazioni della terra occorre un gesto coraggioso e straordinario: eliminare tutte le forme di idolatria e restaurare l'ordine delle cose profane sulle fondamenta sacre. Il successo di questa operazione dunque dipende solo dalla capacità di riscoprire le proprie radici e la propria vocazione all'altezza dei nuovi tempi storici. La vocazione dei musulmani è tutta chiaramente delineata dalla dottrina e dalla metodologia dell'Islam."
E la contrapposizione con tutto quanto non sia Islam diverrà radicale nel pensiero politico - tanto per Qutb quanto per Maududi. Nella sua dottrina di lotta Sayyid Qutb riconosce un ruolo rilevante al concetto del "Jihàd", lo sforzo anche militare sulla strada di Allah. Per Qutb il jihàd dev'essere considerato uno dei primi doveri religiosi per il militante islamico e sostanzialmente il movimento doveva essere considerato come e più di una avanguardia rivoluzionaria sempre pronta all'insurrezione e alla rivolta.
Nel quadro dottrinario di Qutb l'Islam politico e rivoluzionario assumerà i connotati avuti negli anni Venti e Trenta dal marxismo, dal fascismo e dal nazionalsocialismo europei. Come questi infatti l'Islam doveva porsi quale idea-guida e con questi condivideva la stessa ambizione di conquista del potere con ogni mezzo pur differendo da essi nei suoi obiettivi finali. Idee non nuove: lo stesso Abu Ala Maududi riteneva l'Islam un'ideologia rivoluzionaria e , di conseguenza, tutti coloro che aderivano all'Islam erano da considerarsi come una sorta di "partito rivoluzionario internazionale" sul modello di quelli comunisti.
A differenza dei comunisti però la lotta per l'affermazione dell'Islam nella società non è diretta ad un gruppo sociale particolare nè si rivolge a razze, etnie o nazionalità particolari come nel fascismo e nel nazionalsocialismo: l'Islam si rivolge a tutti gli esseri umani incitandoli a unirsi alle fila dei credenti. Il "partito rivoluzionario internazionale" concentrerà tutta la sua attività ed i suoi sforzi per conquistare un potere che dovrà instaurare un ordine più equo e più giusto. Lo scopo di questa battaglia è il disarmo degli sfruttatori e la fine dell'oppressione e il trasferimento del potere nelle mani dei "rappresentanti" (per Maududi 'funzionari') di Dio.
"Spogliata dalla sua retorica rivoluzionaria - scrive Choueiri (13) - la concezione del jihàd di al-Mawdudi equivale ad un putsch ben programmato , sferrato per sostituire un governo con un altro.".
In questa prospettiva che la storia ha dimostrato attuabile (si pensi ad Hamas e al suo "colpo di Stato" nella striscia di Gaza con il quale nell'estate 2007 ha desautorato dei poteri gli uomini di Fatah per assumere la direzione generale degli "affari di Stato" muovendosi proprio come un vero e proprio governo in pectore dello Stato Islamico Palestinese di Gaza) occorre riconoscere una certa similarità soprattutto di pensiero tra la metodologia politica nazionalsocialista e quelle che saranno le formulazioni di Qutb.
Abbiamo altrove rilevato il rapporto simbiotico e le analogie operative esistenti tra Nazionalsocialismo e Islam politico (14) in merito occorre sottolineare l'influenza esercitata su Sayyd Qutb da un volume di Alexis Carrel , "L'homme, cet inconnu" (1935); testo fondamentale della sociologia europea degli anni compresi tra le due guerre mondiali peraltro riferimento valido per altri autori e pensatori islamici anche sciiti fra i quali ricordiamo l'iraniano Alì Shariati e la guida degli sciiti iracheni , martire Mohammad Baqer al Sadr.
"In Occidente Alexis Carrel non è un nome molto familiare, ma nella letteratura islamica le sue idee sulla civiltà moderna, sulla moralità e sulle conoscenze umane sono citate di frequente, ma spesso di seconda mano. Fu forse lo studioso religioso indiano al-Nadawi a farlo conoscere al pubblico musulmano negli anni Cinquanta. Qutb ricavò dalle idee di Carrel una teoria politica radicale. Prima di discutere il libro di Carrel è necessio per ragioni connesse alle sue idee, dare qualche notizia sulla sua carriera. Alexis Carrel studiò all'Università di Lione dove, dopo la laurea in Medicina nel 1900, insegnò anatomia. Più tardi si trasferì al Hull Phsiological Laboratory dell'Università di Chicago. Successivamente, nel 1906, divenne membro del Rockfeller Institute of Medical Research di New York. Lì sviluppò quella che divenne nota col nome di "sutura di Carrel" per ricucire i vasi sanguigni. Per questo ottenne il Premio Nobel per la Medicina nel 1912. (...) Allo scoppio della seconda guerra mondiale Carrel tornò in Francia ed entrò nel Ministero della Sanità francese. Nel 1940 il governo filo-nazista di Vichy lo nominò direttore della Fondation pour l'Etude des Problèmes Humains. (...) La liberazione di Parigi da parte degli Alleati nel 1944 pose fine alla sua carriera: accusato di aver collaborato con i nazisti, fu licenziato e morì in quello stesso anno. Nel leggere il libro di Carrel nel 1959 o nel 1960 Qutb ebbe la sensazione che tutti i pezzi di un puzzle andassero nel loro posto. E per un pò sembrò che la concezione di Carrel e i versetti del Corano parlassero la stessa lingua. Ad esempio, Carrel sottolinea quanto poco si conosca della natura umana, dichiarando: "E' ben evidente che le conquiste di tutte le scienze che hanno come oggetto l'uomo sono limitate e la conoscenza di noi stessi è ancora molto rudimentale". A sua volta Qutb citava alcuni eminenti versetti del Corano per confermare l'opinione di un eminente scienziato: "Però ecco che molti degli uomini negano il futuro incontro col loro Signore. Essi conoscono l'esterno della vita terrena". e "Essi ti interrogheranno riguardo allo Spirito. Tu dì: "Lo Spirito viene per comando del mio Signore. A voi non è stato dato, della vera scienza, se non poco"." (15)
Le idee di Carrel , intrise di una profonda critica alla società moderna - tipica di quella "letteratura della crisi" che da Spengler a Guènon passando per Huizinga e Evola aveva interessato i principali pensatori della cosiddetta "rivoluzione conservatrice" europea nel periodo compreso tra le due guerre mondiali - coinvolgevano
direttamente sia i modelli democratici che quelli marxisti, le società occidentali quanto quelle orientali eterodirette dai due imperialismi dell'Occidente e dell'Oriente.
Qutb, riprendendo quanto Carrel aveva analizzato, metteva alla berlina il "mito" dell'egualitarismo e l'ideale progressista che ispiravano sia le tesi di Marx che quelle dei pensatori e filosofi del liberalismo e della democrazia. Tutto l'Occidente per Qutb - come per Carrel - era avviato verso un lento ma inesorabile declino e con esso le sue dottrine menzognere e i suoi prodotti: parlamentarismo, democrazia, liberalismo, uguaglianza fra uomo e donna, la tecnologia applicata caoticamente e in modo ossessivo per gli interessi di una piccola casta dominante, la natura oligarchica delle società, i miti edonisti, il meccanicismo e il materialismo dominanti tanto nell'Occidente capitalista quanto nell'Oriente comunista.
"Carrel, infine, credeva che misticismo, telepatia, chiaroveggenza, intuizione, ascetismo, illuminazione spirituale e ricerca di Dio fossero tutte forme per stabilire un contatto diretto con "la verità ultima". Questi fenomeni, egli dichiarava, sono esperienze reali che devono essere studiate e devono trovare la giusta collocazione in una nuova scienza dell'uomo. Si comprende allora come mai un radicale come Qutb possa definire Carrel un "uomo di grande conoscenza, profonda sensibilità, estrema sincerità e mentalità liberale. Un ribelle che ha contestato la civiltà industriale" (16)
Qutb riconosce l'importanza delle conquiste tecnologiche e scientifiche occidentali, non le rifiuta a priori ma intende inserirle in un nuovo più organico sistema di governo all'interno del quale siano ricollocate al loro giusto posto. L'importanza che avranno le tesi di Carrel su Qutb è indiscutibile considerando che il teorico dei Fratelli Musulmani sul piano sociale auspicava il ritorno all'equità e alla giustizia islamica così come sul piano economico rifiutava i sistemi affamatori dell'usura che dominava l'economia mondiale.
In questa prospettiva si può capire la critica fondamentale riservata da Sayyd Qutb al sistema economico internazionale dominato da quello che per il teorico egiziano era un "potere invisibile" , un'entità sovranazionale che si muoveva come una piovra al di sopra di popoli, Stati e Nazioni.
La teoria del complotto ebraico contro l'Islam prenderà il sopravvento e risponderà perfettamente al 'puzzle' di Qutb. Non nuova, importata dall'Europa, profondamente influenzata dalla letteratura complottista russa (i Protocolli) e dalla pubblicistica nazionalsocialista tedesca l'idea della congiura planetaria ebraica si muove nella storia dell'ultimo secolo spostandosi di nazione in nazione e confermando palesemente quelle che sono le 'tappe' del percorso del cosiddetto Serpente Simbolico disegnato nella sua introduzione alla prima edizione dei "Protocolli" da Sergeij Nilus e straordinaria metafora del viscido 'affioramento' di tendenze tellurico-demoniache dell'elemento ebraico una volta asceso al potere.
Teorie che sono 'conformi' peraltro a verità fattuale come evidenzierà nitidamente Henry Ford: "La finanza del mondo intero - scriverà il magnate dell'automobile americana (17) - obbedisce esclusivamente agli ebrei, le cui decisioni e i cui piani equivalgono a leggi irrecusabili. (...) L'idea principale del trionfo finale d'Israel è familiare a tutti gli ebrei che non abbiano perduto il contatto col loro popolo...(...) ...si arriva alla conclusione che se oggi esiste un programma ebreo per arrivare all'egemonia mondiale, esiste necessariamente per l'aiuto e la cooperazione di un certo numero d'individui che debbono riconoscere un loro capo ufficiale. (...) L'idea di un sovrano ebreo risulta troppo assurda per chi non è in contatto permanente con la questione primordiale. Eppure non esiste nessuna razza che si sottometta con maggior buona volontà all'autocrazia come la razza ebrea, nessuna che più di essa desideri e rispetti il potere. (...) L'ebreo è cacciatore di fortune per il semplice fatto che fino ad oggi il denaro è stata l'unica fonte che gli ha procurato i mezzi di raggiungere il potere. L'ebreo non si oppone ai re propriamente detti, ma a quelle forme di Stato che non ammettono un re ebreo. Il futuro autocrate sarà un re ebreo seduto sul trono di David: su questo punto coincidono tutte le profezie antiche e tutti i documenti del programma di egemonia mondiale."
Teorie peraltro riprese e ampliate, riviste ed aggiornate alla luce degli avvenimenti legati all'instaurazione dell'entità criminale sionista in Terrasanta da Sayyd Qutb e nell'avvento di strutture di potere - politico ed economico - sovranazionali quali l'Onu, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.
L'intero sistema economico mondiale, ad Est come ad Ovest, è un insieme di regole inique che servono ad una piccola oligarchia per mantenere il potere e dominare il pianeta: gli ebrei ovvero i fondatori storici del sistema usurocratico e gli inventori del sistema commerciale e finanziario moderno.
Per Qutb questa aberrazione è il frutto di una plurisecolare azione disgregatrice e sovvertitrice dell'ordine naturale e divino, un delitto commesso contro le leggi imposte dall'Onnipotente agli uomini ed un crimine contro l'intera umanità.
"Liberando l'economia dall'usura, spiega Qutb, si innescherebbe un circolo virtuoso di attività produttive, fondato sulle leggi divine. Non è il capitale, di per sè, la radice del problema; sono piuttosto i metodi e i sistemi di transazione che ne decidono la bontà. Ricollocato il capitale entro una visione globale della vita, l'Islam può recuperarne la sua funzione sociale e produttiva: l'uomo diventa un "fiduciario" di Dio, delegato a intraprendere certe attività e ad astenersi da altre; lucrare interessi in qualunque forma o metodo è proibito in modo vincolante dal Corano. L'usura (riba), come per il paganesimo, può variare nel suo aspetto esterno da periodo a periodo, ma la sua natura resta sempre la stessa. (...) In altre parole il capitalismo produttivo è incoraggiato, mentre l'usura parassitaria è proibita. Nel Corano, in realtà, non si trovano le ragioni addotte contro gli effetti perversi del prestito ad interesse in una società moderna. (...) Non resta quindi altra possibilità di cercare la genesi delle idee di Qutb in periodi più recenti. L'unica fonte che può essere ricordata è costituita dagli scritti di Werner Sombart (1865-1941). Il suo libro "Die Juden und das Wirtschaftsleben" (Gli Ebrei e la vita economica), pubblicato a Lipsia nel 1911, enunciò per la prima volta la teoria delle origini ebraiche del capitalismo, teoria questa che più tardi farà dire a Hitler che l'ebraismo è all'origine sia del capitalismo che del marxismo." (18)
E che farà del resto dire a Qutb che tutta l'economia mondiale moderna era in mano all'ebraismo così, allo stesso modo, che il comunismo sia "uno dei movimenti ebraici, organizzati per diffondere l'ateismo" (19). Sulle orme dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion per Qutb tutte le moderne teorie , dal darwinismo al freudismo fino al marxismo non sono altro che piani e dottrine ispirati da elementi ebraici che mirano "a realizzare i terribili piani sionisti che intendono distruggere i valori spirituali dell'umanità" (20).
"Qutb spiega che il capitalismo occidentale è completamente basato sul prestito ad usura. - scrive Choueiri (21) -Tutte le classi principali - operai, industriali, uomini d'affari, dirigenti d'azienda, proprietari d'immobili e proprietari terrieri - lavorano come prestatori d'opera in favore dei banchieri. Controllando l'emissione delle azioni, i depositi e le disponibilità liquide gli istituti di credito determinano l'ammontare dei prestiti da concedere a questi gruppi sociali e i tassi di interesse da imporre. Quindi l'aspetto più sinistro del capitalismo non è solo il modo in cui la finanza internazionale sfrutta intere nazioni e governi, ma "la classe particolare" che orchestra tutta l'operazione. E' questa classe di usurai che diffonde la corruzione, incoraggia la pornografia, favorisce la prostituzione, la diffusione dell'alcool e della droga. Qutb mette in evidenza come la maggior parte dei banchieri o dei finanzieri del mondo sono ebrei. Basta leggere, aggiunge, i "Protocolli dei Saggi Anziani di Sion" per rendersi conto delle strategie messe in atto dagli ebrei per dominare il mondo (*). Questa concezione del capitalismo, nella quale si possono chiaramente distinguere echi del Mein Kampf di Hitler, non altera il rapporto di mutua comprensione fra Qutb e Carrel. Ciò che evidentemente li distingue ancor più è la meta finale che i due autori indicano alla fine del processo della creazione di una nuova società. Per Carrel era il Cristianesimo, per Qutb l'Islam. Con una differenza però non di poco conto: mentre per Carrel il peccato della società moderna è la violazione delle leggi della natura, per Qutb esso è la violazione delle "leggi iscritte da Dio nel cuore delle sue creature". In questo senso l'Islam può alle stesso tempo appropriarsi delle "scienze dell'uomo" e parlare dell'uomo in termini trascendenti. Per cui mentre il nazismo svaluta l'uomo storico pensando al superuomo, il radicalismo islamico lo esalta: l'essere umano è il punto di congiunzione fra religione e scienza."
Analisi insindacabile che, a distanza di oltre quarant'anni dalla scomparsa del pensatore egiziano, trova riscontro totale nel disastro ontologico, materiale e spirituale delle società occidentali moderne.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)
per TerraSantaLibera.org
http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_SAYYED_QUTB.htm
Note -
1 - Youssef M. Choueiri - "Il fondamentalismo islamico" - ediz. "Il Mulino" - Bologna 1993;
2 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
3 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit. , vol. IV, pp. 2373-2374;
4 - Ràchid Ghannouchi (Balhama (Tunisia) 1941) è considerato il principale ideologo del radicalismo islamico tunisino. Dopo aver studiato i primi rudimenti di teologia islamica presso la Zaytùna di Tunisi - il principale centro di studi islamici del Nord Africa dopo l'Università di Al-Azhar al Cairo) Ghannouchi a metà anni sessanta sarà in Egitto affascinato dal panarabismo nasseriano e successivamente in Siria dove si avvicinerà ai movimenti islamici. Come molti altri intellettuali arabi sarà la sconfitta del 67 che lo avvicinerà all'ideologia radicale islamica nella sua versione salafita fortemente influenzata dal wahabismo saudita. Nel 1968 in Francia si laureò in filosofia quindi iniziò a militare nella Tablìgh-e-Jamaà organizzazione musulmana vicina alle tesi di Qutb e Maududi. Sul finire degli anni settanta fondò a Tunisi il Movimento della Tendenza Islamica 'Haraqat-al-Ittijah-al-Islàmì ma finirà presto in carcere (1984) e successivamente verrà condannato a morte (1987) dal regime laico tunisino. Amnistiato assieme a molti altri esponenti dell'MTI Ghannouchi prenderà parte alle elezioni legislative dell'aprile 1989 presendandosi alla guida del suo nuovo movimento il Partito della Rinascita (Hizb' al-Nahda) e ottenendo il 14,5% dei consenso. L' "Ennahda" come viene chiamato il partito sarà sciolto d'ufficio due anni più tardi e dichiarato fuorilegge. Ghannouchi dal 1991 vive rifugiato a Londra.
5 - Biancamaria Scarcia - "Il mondo dell'Islam - L'attualità alla luce della storia" - editori Riuniti - Roma 1981;
6 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
7 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit., vol. 1 , pp. 510-511;
8 - Alain Gresh - articolo "Quando l'Islam minaccia il mondo..." da "Le Monde Diplomatique" - traduz. in italiano e pubblicaz. su "L'Internazionale" 22 Gennaio 2004;
9 - Alain Gresh - articolo citato;
10 - Enzo Pace - introduzione a Youssef M. Choueiri - vol. cit.;
11 - Sayyid Qutb - "Ma'alim fi al Tariq" - cit. , pp.98-101;
12 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
13 - ibidem;
14 . si consultino , tra gli altri, i nostri articoli: "La Germania, il Nazionalsocialismo e l'Islam" al link informatico: http://dhb.altervista.org/historia.htm e "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion nel mondo arabo e islamico" pubblicato in data 31 Luglio 2007 sul sito www.italiasociale.org ;
15 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
16 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
17 - Henry Ford - "L'Ebreo Internazionale" - ediz. di "Ar" - Padova 1971;
18 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
19 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit. vol. II , p 1087;
20 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - vol. IV , p. 1959;
21 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;
(*) - la citazione è dal volume di Qutb "Al Islam wa Mushkilat al-Hadara" - pp.98-102 - 147-149 e 179-180;
10:24 Scritto da: metropolista in Biografie, Islam | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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