Iran Nucleare - Disinformazione e terrorismo
LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL'IRAN
E LE DIVERSIONI STRATEGICHE DELL'ASSE DEL
TERRORE ATLANTICO-SIONISTA
TERRORISMO E DISINFORMAZIONE,
CONTRO LA TEOCRAZIA SHI'ITA
di Dagoberto Husayn Bellucci
La Repubblica Islamica dell'Iran, supremo referente rivoluzionario e
tradizionale, rappresenta attualmente il baluardo anti-imperialista, il centro
gravitazionale e l'insuperata ierofania di una visione del mondo che si oppone
alle logiche 'vampiresche' di omologazione e castrazione identitaria elaborate,
eterodirette e attuate dai tutori del mondo rovesciato della massificazione
modernista alias la Giudeocrazia multinazionale, cosmopolita e 'errabonda'
all'interno delle diverse nazioni dell'Occidente mondialista.
Teheran da trent'anni 'manifesta' un'identità, una valenza ed una 'tenuta'
ideologica e politica, spirituale e militare che si contrappone alle mire
imperialistico-bellicistiche dell'asse del male sionistico-statunitense che,
immediatamente dopo la vittoria 'conseguita' nella "guerra fredda" contro
l'Unione Sovietica, in quella sorta di terza guerra mondiale non dichiarata ma
'guerreggiata' sui perimetri 'periferici', nelle 'provincie' dei due Imperi
d'Occidente e d'Oriente (Corea, Vietnam, Afghanistan), ha 'puntato' le nazioni
dell'Islam 'percepite' strategicamente e politicamente, militarmente ed
economicamente, quale ultimo 'scoglio' all'edificazione dell'One World , mondo
unidimensionale e 'visione' utopistica delle centrali di destabilizzazione
che mirano ad uniformare, omologare e plasmare su basi mercantilistico-
economistiche l'intero pianeta (..."il pianeta delle scimmie"...).
Nella strategia di destabilizzazione della nazione islamica iraniana varata
dall'accoppiata del terrore planetario (Stati Uniti e entità criminale sionista
occupante la Terrasanta palestinese) rientrano pertanto anche tutte quelle
attività di controinformazione che - unitamente alle azioni sul 'campo'
(attentati terroristici, sabotaggi e interferenze nei processi di sviluppo
economici e sociali, pressione e sedizione politica 'abilmente' 'delegata' a
soggetti 'funzionali') - rappresentano la manifesta aspirazione e le volontà
del nemico di abbattere, sovvertire e possibilmente modificare radicalmente
l'assetto di potere interno alla Teocrazia shi'ita.
La disinformazione attuata dall'Occidente plutocratico contro la Repubblica
Islamica dell'Iran fin dalla scorsa primavera è andata progressivamente
aumentando al pari delle attività terroristico-criminali portate avanti da agit-
prop prezzolati dai regimi criminali dell'Imperialismo che hanno sovvenzionato
e sostenuto la cosiddetta "rivolta riformista" immediatamente successiva alle
elezioni per la presidenza della Repubblica del 12 giugno scorso: da allora
l'escalation di minacce provenienti dall'amministrazione statunitense e dal suo
alleato sionista è andata aumentando esponenzialmente ad attacchi contro il
territorio, le istituzioni e i principali simboli del regime islamico khomeinista.
Nell'ultimo mese abbiamo così avuto modo di 'ascoltare', rilanciate dai media
internazionali che sono ossequianti megafoni della propaganda sionista-
americana, una indicibile sequenza di menzogne 'partorite' dal fantastico
"universo mentale kosher" che, sapientemente e abilmente, sta preparando il
terreno per lo scatenamento della guerra giudaica contro la Repubblica Islamica
dell'Iran. 'Copione' non nuovo già 'sperimentato' dalle centrali di
disinformazione atlantico-sioniste sia durante la guerra mondialista per il
petrolio (sostenuta dagli Stati Uniti contro l'Iraq nel 1991 e successivamente
'corretta' e 'rivista' dodici anni più tardi) sia all'indomani dell'attacco
"terroristico" contro le Twin Tower's ed il Pentagono che darà ai centri studi
strategici di Washington e all'amministrazione Bush il pretesto per lanciare un
vero e proprio diktat alle nazioni del pianeta 'puntando' l'Afghanistan ed il
cuore del continente eurasiatico.
In questo incrociarsi di mezze verità e di totali menzogne sono state
'lanciate' nel "mucchio" le notizie relative a presunte origini ebraiche del
Presidente Mahmoud Ahmadinejad, la dipartita della Guida Suprema della
Rivoluzione , Grande Ayatollah Sayyed Alì al Khamine'ì e - dulcis in fondo -
pretesi "contatti diplomatici" fra emissari del governo di Teheran e esponenti
dell'accampamento terroristico-genocida ebraico in Palestina.
Inutile sottolineare che in tutti e tre i casi si sia trattato di autentiche
bufale, invenzioni della propaganda, favole disinformative che - nel crescendo
di tensione regionale nel Vicino Oriente e di strali minacciosi provenienti dai
più disparati (e pure disperati) soggetti dell'establishment mondialista
presenti nei diversi esecutivi nazionali dell'Occidente - miravano
esclusivamente ad alzare il livello di scontro e dimostrare che la Repubblica
Islamica dell'Iran si trovasse in difficoltà ed affanno anche rispetto alla
annosa questione del nucleare.
La realtà, come sempre, non è mai quella che ci viene propinata dai
pennivendoli di regime, dai lacchè del potere e dai giudei e giudaizzanti
'editorialisti' della carta stampata o dagli 'anchorman' dell'etere: a Teheran
la situazione rimane saldamente ed irriducibilmente nelle mani di un popolo,
delle sue Istituzioni e dei suoi più autorevoli Rappresentanti che - trent'anni
or sono - riuscirono a spazzar via la cricca imperiale-massonico-filo-
israelitica dei pahlevi assumendo la sovranità nazionale e instaurando un
modello istituzionale, politico, religioso e militare capace di continuare a
tenere testa alla Plutocrazia mondiale.
Nel 'bailamme' disinformativo che è stato preparato dalle Televi(Sion)i
occidentali l'Iran è stato rappresentato come un paese ad alta vulnerabilità,
irrequieto, 'scosso' da 'fremiti' di cambiamento, con un'opposizione in piazza
che ha sfidato il "regime" della cui reversibilità hanno proclamato ai quattro
venti tutti quanti i signori della carta-straccia mondialista e i cosiddetti
"esperti" di questioni internazionali frettolosamente e irrealisticamente
anticipatori di cambiamenti radicali e svolte che - semplicemente - non
'esistono'!
Tale macchina 'bellica' (perchè bisogna sempre tenere presente che la
propaganda è un'arma ...spesso a doppio taglio...e come tale viene più o meno
sapientemente utilizzata da chi detiene i network mondiali ovvero
l'Internazionale usurocratico-rabbinica che vi dice chi siete, cosa pensate e
dove andate) ha finito, nel suo delirio disinformativo, per occultare la realtà
fattuale relativamente sia all'affaire del nucleare iraniano sia per quanto
concerne il recente attentato terroristico che ha colpito alcuni dei principali
esponenti militari dei Guardiani della Rivoluzione.
In merito al nucleare iraniano molto si è parlato e altrettanto si è scritto:
dalla "scoperta" di un secondo sito nei pressi della città santa di Qòm ai tira
e molla 'diplomatici' con l'AIEA fino alle oramai quotidiane minacce
sanzionatorie statunitensi e ai 'corrispondenti' allarmismi sionistici con gli
altrettanto quotidiani moniti di intervento militare provenienti
dall'accampamento kippizzato sionista....tutte ciancie che si sono rivelate
inutili, assolutamente e indiscutibilmente contorte quand'anche demenziali, e
che non hanno smosso di un millimetro la ferrea volontà iraniana di continuare
i procedimenti di arricchimento dell'uranio a fini industriali come peraltro
sempre sottolineato dalle autorità di Teheran. Il mondo 'contro' ma l'Iran non
arretra nè, onestamente, se ne capirebbe i motivi considerato che - a tutt'oggi
- nè l'AIEA nè l'ONU nè altri soggetti ed istituzioni mondialista hanno trovato
alcunchè di anomalo o difforme da quanto dichiarato in ogni sede ed in ogni
occasione dai responsabili del programma nucleare della Repubblica Islamica.
In merito alla questione nucleare occorre eliminare fin d'ora il campo dagli
equivoci: nell'ultima riunione svoltasi ai primi di ottobre presso la sede
viennese dell'AIEA i dirigenti iraniani si sono dimostrati disposti a
concordare una serie di ispezioni ai loro siti. Questa volontà di trasparenza
conferma che l'Iran non ha niente da nascondere come, peraltro, ha sovente
dichiarato proprio il direttore dell'"agenzia atomica" delle Nazioni Unite,
l'egiziano Mohammad el Baradei, il quale continua la sua 'spola' tra le
capitali occidentali e Teheran senza 'riportare' alcunchè nè documentazioni
compromettenti o dati difformi e tantomeno prove che l'Iran stia investendo
tempo, mezzi e uomini per la fabbricazione di ordigni.
Un'ipotesi di trasferimento dell'"uranio islamico" iraniano in Francia o in
Russia (collocando di fatto all'estero il 75% delle riserve iraniane) è in
questo momento in discussione: si vedrà se o meno fattibile l'ipotesi sulla
quale stanno lavorando le parti in causa e che, rispetto al recente passato,
vedrebbe una maggiore attitudine cooperativa di Mosca la quale - sia detto per
inciso - 'ondeggia' tra concessioni di tecnologia al regime iraniano e ricatti
statunitensi e sionisti incapace ancora di una politica realisticamente
autonoma dai ricatti usurocratici del Mondialismo. La novità, in quest'ultimo
periodo, probabilmente più evidente è proprio rappresentata dalla scarsa
capacità di 'tenuta' dell'attuale Presidenza russa nelle mani di Dmitri
Medvedev che, certamente, non ha niente a che vedere con il suo predecessore e
attuale premier Vladimir Putin.
Gli iraniani hanno fatto della questione dell’arricchimento un punto di
principio, inscrivendola nel più ampio capitolo del loro (giusto) diritto a
poter produrre energia atomica a scopi civili. Quello che tutti sanno, ma che è
debolmente sostenibile in termini argomentativi, è che nei confronti del regime
degli ayatollah pesa il sospetto, prevalentemente occidentale e rafforzato
esclusivamente dalla disinformazione abilmente diffusa dall'amministrazione
statunitense obamita, circa le reali intenzioni di Teheran. Questi sospetti
sulle reali intenzioni iraniane sono esclusivamente una prerogativa di Stati
Uniti e "Israele" i quali hanno conti in sospeso - vecchi e nuovi - da saldare
con l'Iran. Due nazioni apertamente ostili a qualunque accordo con l'Iran e
che, oramai quotidianamente, non rinunciano a minacciare rappresaglie contro
gli impianti nucleari iraniani e lo scatenamento di un conflitto che
destabilizzerebbe l'intera regione vicinorientale.
Del resto è evidente come il nucleare iraniano sia solo un pretesto per la
plutocrazia mondialista per mantenere in una situazione di costante pressione
tutto il mondo arabo-islamico. L'Iran che intende dotarsi autonomamente di una
propria tecnologia nucleare mina l'equilibrio regionale che, dulcis in fondo, è
storicamente assicurato dalla presenza militare diretta degli Stati Uniti i
quali sono intervenuti nel perimetro geostrategico del Vicino Oriente
esclusivamente per garantire la posizione egemone dell'entità sionista e a
protezione dei propri interessi economici e finanziari.
E' in questo contesto che si devono ricordare le parole con le quali Maria
Beatrice Tosi parlava del ruolo fondamentale svolto dal regime d'occupazione
sionista nella regione: "Lo Stato d'Israele serve dunque al capitale ebraico
internazionale, alleato ed inserito nei gruppi capitalistici di potere
economico, come ponte di lancio di una politica di scambi - per sua natura
espansionistica - di cui esso è la cinghia di trasmissione, la piattaforma di
manipolazione dei capitali destinati ad operare nella regione. In questa
prospettiva si capisce perchè la sua dirigenza persegua ostinatamente quella
che essa chiama una "pace con riconciliazione" e cioè molto di più della firma
di un trattato di pace: ad essa interessa che le frontiere della regione
vengano aperte, con scambio di ambasciatori e di addetti commerciali. Solo in
questo modo Israele sarebbe in grado di svolgere la funzione di intermediario
fra il capitale multinazione - ed ebraico - e la regione circostante." (1)
Progetto ricompreso nelle mire strategico-espansionistiche del capitalismo
internazionale, inserito nei programmi di ristrutturazione geopolitici e
strategici dei diversi centri di studio atlantico-sionisti e rilanciato di
recente (durante la disastrosa amministrazione repubblicana della politica
estera statunitense) dalla Rand Corporation e dal suo "Great Middle East
Project" con il quale il segretario di Stato americano, l'allora
'abbronzatissima' Condoleeza Rice, si presentò in Libano all'indomani
dell'aggressione criminale sionista contro il paese dei cedri dell'estate 2006
per paventare, de facto, l'israelizzazione del Vicino Oriente.
Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle questioni regionali
vicinorientali ha modificato i termini dell'accordo con l'alleato sionista:
Washington dopo la fine del conflitto della guerra fredda che ha segnato la
vittoria a stelle e striscie nei confronti dell'URSS è dovuta ricorrere
direttamente e più volte a interventi militari che, in Iraq come in
Afghanistan, hanno palesato i limiti della strategia di normalizzazione manu
militari e aperto non pochi interrogativi nei piani alti dell'Establishment che
controlla la superpotenza americana. Gli esiti affatto brillanti
dell'amministrazione Bush nelle sue guerre asimmetriche sono andati così a
sovrapporsi al fallimentare attacco lanciato dai sionisti contro il Libano e,
meno di un anno or sono, contro la striscia di Gaza confermando un sostanziale
fallimento dei due principali responsabili delle crisi regionali.
E mentre all'alleato sionista Washington permette qualunque violazione delle
stesse regole internazionali che la plutocrazia mondialista vorrebbe imporre a
quelli che definisce arbitrariamente come "stati-canaglia" risulta oltremodo
ipocrita la politica dei "due pesi due misure" che si continua a portare avanti
rispetto alla problematica della proliferazione nucleare in una regione da
decenni oramai sotto il ricatto atomico israeliano.
Una regione quella vicinorientale dove le politiche di destabilizzazione
americane hanno prodotto l'instabilità e l'insicurezza cronica ed una massiccia
corsa agli armamenti frutto delle suggestioni propagandistiche e dal clima di
ostilità che è stato immesso - soprattutto nel mondo arabo a maggioranza
sunnita - da Washington e che non ha fatto altro che generare le
contrapposizioni etnico-confessionali che hanno insanguinato e continuano a
spargere sangue nell'Iraq così come hanno portato a limiti di convivenza
intollerabili le situazioni del Libano e della Palestina occupata.
I regimi cosiddetti 'moderati' del golfo, l'Egitto e la Giordania
(tradizionali alleati degli USA) in questo gioco al rialzo della tensione hanno
contribuito non poco fornendo armi, finanziamenti e addestramento a gruppuscoli
terroristici di matrice salafita, interagendo con i servizi di sicurezza
americani e sionisti e lanciando ripetutamente attacchi contro Teheran ed i
suoi alleati (la Siria, Hizb'Allah e Hamas).
Deve pertanto leggersi in quest'ottica il recente attentato terroristico che
domenica 18 ottobre scorso è stato portato a termine dal movimento
fondamentalista e separatista sunnita di Jundallah nel sud-est dell'Iran. Un
attentato del quale molto si è parlato e altrettanto si è scritto ma che, al di
là della condanna pro-forma "onuistica" e occidentale, rientra perfettamente
nella strategia globale di destabilizzazione della Repubblica Islamica così
come auspicato da diversi settori dell'establishment statunitense non da ultimo
dal trilateralista Zbigniew Brzezinski il quale aveva anticipato, diversi mesi
or sono, l'inevitabilità di un conflitto tra Stati Uniti e Iran.
Dietro l'attentato che ha ucciso sette alti ufficiali dei Pasdaran, il corpo
d'elitè delle Guardie Rivoluzionarie khomeiniste, causando la morte di altre 42
persone si intravedono l'ombra della Cia, il coinvolgimento diretto della Gran
Bretagna, il ruolo del Mossad e quello - affatto relativo - dei servizi di
Riadh.
Non posso quindi essere avvalorato di qualsivoglia credibilità le
dichiarazioni con le quali, Ian Kelly per il Dipartimento di Stato americano
("Noi condanniamo questo atto di terrorismo e ci rammarichiamo per la perdita di vite innocenti. Le voci di un presunto coinvolgimento americano sono
completamente false" ha sostenuto nella stessa giornata) e i portavoce del
Foreign Office da Londra ("Respingiamo con forza qualsiasi affermazione che questo attacco abbia qualcosa a che fare con la Gran Breatagna") hanno preso le
distanze dall'attentato che, per modalità e tempismo, rappresenta la più
lampante dimostrazione dell'esistenza di un programma destabilizzante che viene
attuato con scrupoloso e meticoloso cinismo contro Teheran.
A meno di ventiquattr'ore dall'apertura della ripresa dei dialoghi sulla
questione nucleare sono colpiti alcuni tra i più alti ufficiali dei Pasdaran,
simbolo e insieme garanzia dell'ordine teocratico iraniano. Coincidenza?
Affatto!
L'attentato aveva un obiettivo chiarissimo: silurare i negoziati sul
nucleare. Cui prodest il fallimento del tiraemolla nucleare che oppone Teheran
alla cosiddetta "comunità internazionale"? Ovviamente interessava a molti in
particolar modo a sionisti e sauditi. E forse, come ha scritto il diplomatico
indiano M. K. Bhadrakumar potrebbe anche essere stato orchestrato per
distogliere definitivamente il presidente americano Obama da qualsiasi opzione
diplomatica rispetto all'Iran per accelerare un'escalation militare. Scrive
l'ex ambasciatore di Nuova Dehli in Uzbekistan e Turchia: "Secondo i dettagli
rivelati dalla rivista Time, che ha citato funzionari dell’amministrazione USA,
“Obama è intervenuto personalmente per tre volte durante i negoziati segreti
con gli iraniani nel corso degli ultimi quattro mesi – in quello che è
diventato non solo un test sulle intenzioni nucleari dell’Iran, ma anche un
banco di prova per il tentativo di Obama di limitare le ambizioni nucleari
iraniane”. Teheran è sospettata da molti di voler sviluppare un programma
nucleare militare, un’accusa che il regime iraniano smentisce. Obama aveva
spinto personalmente Mosca e Parigi ad accettare l’idea che la Russia avrebbe
ricevuto l’uranio a basso arricchimento dall’Iran per arricchirlo al livello
necessario per essere utilizzato nel reattore nucleare iraniano di ricerca, in
modo che, con un passo successivo, la Francia avrebbe potuto trasformarlo nelle
piastre speciali che vengono utilizzate per la produzione di isotopi.
Chiaramente, Obama dovrebbe essere impazzito per spingere i suoi servizi di
intelligence a pianificare un attacco terroristico contro l’Iran che rischiava
di silurare il proprio piano volto ad affrontare la questione nucleare
iraniana, nell’attuale fase estremamente delicata. Tutto sommato, quindi,
Teheran ha mostrato cautela prima di saltare alle conclusioni in merito all’
attacco di domenica. La Guida suprema, Ayatollah Ali Khamenei, ha evitato di
lanciare accuse dirette contro Washington. Si è limitato a dire: “I nemici
devono sapere che tale animosità … non può macchiare l’unità delle religioni e
delle tribù. Coloro che violano la vita e la sicurezza delle persone saranno
puniti per i loro atti traditori”. Un’analoga moderazione si nota anche nelle
dichiarazioni del presidente Mahmud Ahmadinejad, del capo della magistratura
iraniana, Ayatollah Sadeq Larijani, e del ministro della Difesa Mostafa
Mohammad Najjar. Curiosamente, Larijani, un funzionario chiave in materia di
sicurezza nazionale, ha anche suggerito che il motivo dietro l’attacco
terroristico era quello di distruggere i legami tra sciiti e sunniti. “Questi
atti vigliacchi non avranno alcun effetto sulla propensione alla solidarietà
tra sciiti e sunniti”, ha detto (il riferimento è ai rapporti fra sciiti e
sunniti all’interno dell’Iran, ed in particolare nella regione del Sistan-
Baluchistan dove è avvenuto l’attentato; l’incontro al quale stavano
presiedendo gli alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria che sono caduti
vittime dell’attacco aveva infatti lo scopo di rafforzare i legami fra gruppi
sunniti e sciiti rivali nella regione (N.d.T.) ).
Questo ci porta all’Arabia Saudita, i cui rapporti con l’Iran stanno attraversando
un periodo di reciproca antipatia, vicini all’aperta ostilità. Teheran ha sostenuto
che i pellegrini iraniani che hanno compiuto il hajj (il pellegrinaggio alla Mecca,N.d.T.)
sono stati maltrattati dalle autorità saudite, e che l’intelligence saudita è
responsabile della misteriosa scomparsa di uno scienziato nucleare iraniano che
era stato in pellegrinaggio alla Mecca di recente. I giornali legati all’
establishment saudita hanno portato negli ultimi mesi attacchi estremamente
brutali contro il regime di Teheran – spesso a livello personale, nei confronti
della leadership iraniana. Essi si sono estremamente rammaricati, ora che le
turbolenze per le strade di Teheran, seguite alle contestate elezioni
presidenziali, si sono ridotte. Ahmadinejad ha affermato che l’opposizione
iraniana avrebbe stretto legami con Riyadh nel tentativo di determinare un
“cambio di regime” a Teheran. L’Arabia Saudita ha due grandi preoccupazioni in
merito all’Iran. In primo luogo, teme che Obama stia portando avanti un
processo di normalizzazione con Teheran – un “disgelo” era visibile ai colloqui
di Ginevra, il 1 ° ottobre, e Teheran ha iniziato a rispondere alle aperture
degli Stati Uniti. Il peggiore incubo saudita forse si sta avverando.
Re Abdullah, che aveva in precedenza rifiutato di andare a Damasco, vi è approdato
due settimane fa per una visita di tre giorni nel disperato tentativo di
riportare la Siria nell’alveo arabo e di “isolare” l’Iran. Riyadh teme che lo
status di potenza regionale dell’Iran riceverà una spinta enorme se il processo
di normalizzazione con i gli Stati Uniti dovesse fare progressi; il timore di
Riyadh è che ciò potrà avvenire solo a spese della preminenza saudita nella
regione. I sauditi guardano impotenti una serie di altri Stati del Golfo che
tendono la mano a Teheran per trovare un compromesso.In altre parole, Riyadh ha
un interesse concreto, non inferiore a quello di Israele, nel perturbare i
colloqui USA-Iran sul nucleare. La seconda preoccupazione dell’Arabia Saudita è
che, mentre la guerra civile nello Yemen è entrata in una fase cruciale, Sana’a
ha cercato la mediazione iraniana. Il Ministro degli Esteri iraniano Manuchehr
Mottaki ha annunciato l’intenzione di recarsi in visita nello Yemen.
Il consigliere di politica estera della Guida suprema, Ali Akbar Velayati, si è
già recato nel paese. Il governo yemenita e gli sciiti seguaci di al-Houthi
sono impegnati in un’aspra guerra nelle regioni settentrionali del paese da
quando le forze armate del governo yemenita hanno scatenato l’operazione “Terra
Bruciata” l’11 agosto. Sana’a sostiene che i militanti seguaci di al-Houthi
stanno cercando di ripristinare l’imamato zaidita, che fu rovesciato da un
colpo di stato nel 1962. Ma i seguaci di al-Houthi – sciiti che costituiscono
circa il 40% della popolazione – dicono di difendere i loro diritti di
minoranza. Alcuni osservatori ritengono che questa sia una guerra per procura
fra Iran e Arabia Saudita. L’assistenza saudita su larga scala al governo
sunnita di Sana’a non ha aiutato quest’ultimo a schiacciare i combattenti di al-
Houthi, e Sana’a è ora costretta a cercare i buoni uffici di Teheran. Si tratta
di un enorme passo indietro per il prestigio saudita, mentre l’intera regione
sta a guardare. La reputazione dell’Iran potrebbe migliorare notevolmente,
allorché esso scende in campo come operatore di pace in questo paese
strategicamente vitale. Una recente dichiarazione iraniana ha affermato: "La
Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sottolineato l’importanza dell’
integrità territoriale e dell’indipendenza dello Yemen, della sovranità e dell’
unità nazionale del paese. L’Iran, a fianco della Repubblica dello Yemen, sta
compiendo sforzi nel contesto della pace, della sicurezza e della stabilità.
Noi crediamo che l’escalation della tensione e i contrasti che portano allo
spargimento di sangue non siano utili alla pace, alla stabilità e all’unità
nazionale dello Yemen. Speriamo di essere testimoni dell’unità nazionale, della
sicurezza e della stabilità nella Repubblica dello Yemen, attraverso i
provvedimenti adottati e la saggezza della leadership e del governo dello
Yemen."." (2)
Analisi che potrebbe anche risultare conforme considerando l'antagonismo
storico, di natura religioso-politica, che oppone l'Arabia Saudita wahabita
all'Iran shi'ita. E che non sarebbe affatto una novità considerando proprio la
tensione esistente tra i due Grandi del Golfo.
Un paio di anni or sono, intervistando il responsabile del movimento libanese
di "Haraqat Shaab" (Movimento del Popolo), dr. Najah Wakim - ex deputato
cristiano-ortodosso all'assemblea nazionale di Beirut ed esponente
dell'opposizione nazionalpatriottica guidata da Hizb'Allah - questo brillante
analista di politica internazionale sottolineava il ruolo che Washington
avrebbe inevitabilmente dovuto 'delegare' alla petrolmonarchia del Golfo,
sostenendo che Riadh costituiva per l'intero Vicino Oriente un centro di
sedizione mirante ad alimentare ovunque l'odio confessionale tra sunniti e
shi'iti e costituendo una delle più gravi minacce alla sicurezza nazionale
iraniana.
In Libano i sauditi hanno negli ultimi cinque anni finanziato, favorito e
sostenuto il terrorismo dei gruppuscoli d'ispirazione salafita di Fatah al
Islam mentre analoghe attività sono state svolte in Siria con gli estremisti di
Jund al Shams e la Giordania - altro Stato alleato tradizionale degli americani
nell'area - è servita da base per l'addestramento dei miliziani filo-
governativi libanesi (ovvero dei sunniti legati a doppia mandata al partito del
premier designato Sa'ad Hariri) radicalmente ostili a Hizb'Allah e ai suoi
alleati.
Strategie su vasta scala che dalla penisola arabica portano direttamente
all'Afghanistan santuario del terrorismo di matrice salafita e base - assieme
al confinante Pakistan (il cui ruolo non dev'essere affatto trascurato) - per i
rinfornimenti ai miliziani al-qaedisti di Jundallah.
La Repubblica Islamica ha affermato che Jundallah ha collegamenti con la rete
del terrore internazionale di al-Qaeda e con i talebani afghani - due entità
che rappresentano un contenitore 'aperto' a qualsiasi contributo in particolar
modo a quello che potrebbe essere stato fornito dai servizi di sicurezza
sauditi - smentendo la teoria della "guerra globale" lanciata contro tutto e
tutti dal movimento di Bin Laden.
Ora, e senza giri di parole, noi affermiamo che Osama Bin Laden sia un agente-
doppio della Cia statunitense e dei servizi sauditi, funzionale alle strategie
di Washington e Riadh contrariamente a quanto da otto anni continua a
scarabocchiare la stampa mondiale e a ciò che televisivamente viene propinato
dai network internazionali. Al riguardo non è affatto irrilevanto che la
leadership del movimento Jundallah, responsabile dell'attentato commesso in
Beluchistan contro i Pasdaran, sia stata intervistata dalla televisione saudita
"Al Arabiya" e che, in un'intervista rilasciata lo scorso dicembre, il suo
leader - Abdel Malik Regi, aveva minacciato attacchi contro Teheran se il
governo della Repubblica Islamica non avesse concesso ai sunniti del paese
"pieni diritti".
"Organi di informazione filo-sauditi, e il Gulf Research Center con sede a
Dubai, hanno sempre liquidato Jundallah come un gruppo iraniano puramente
“locale”, che non gode di alcun aiuto esterno di sorta. (...) Un reportage di
ABC News nell’aprile 2007 aveva insinuato l’esistenza di un incoraggiamento
segreto da parte americana (e pakistana) nei confronti di Jundallah. Ma esso
aveva anche affermato che “alcuni funzionari americani dicono che il rapporto
fra gli Stati Uniti e Jundallah è organizzato in modo che gli Stati Uniti non
forniscono alcun finanziamento al gruppo – cosa, questa, che richiederebbe un
ordine presidenziale ufficiale [allo stato attuale da parte di Obama]“. Alcune
fonti tribali hanno rivelato alla ABC che il denaro proveniente da fonti
straniere veniva indirizzato alla leadership di Jundallah attraverso “gli Stati
del Golfo”. Curiosamente, un’irruzione condotta in un covo dalle forze di
sicurezza pakistane nel gennaio 2008, nel corso della ricerca di un diplomatico
iraniano rapito a Peshawar, si imbatté in alcuni quadri del Lashkar-e-Jhangvi,
un gruppo sunnita fondamentalista che è noto per i suoi brutali attacchi alla
comunità sciita in Pakistan. L’appoggio saudita nei confronti di Lashkar-e-
Jhangvi è un fatto ben noto." (3)
Mentre in Iran continuano le indagini per individuare e catturare i
responsabili dell'attentato (tre dei quali arrestati qualche giorno
immediatamente dopo la strage che è costata la vita, tra gli altri, al vice-
comandante delle forze di terra dei pasdaran, Gen. Nurali Shushtari, e al
comandante in capo della regione militare del Sistan-Baluchistan, Gen. Rajab
Alì Mohammadzadeh) Teheran accusa Stati Uniti, Gran Bretagna ed entità sionista
di essere responsabili dell'azione terroristica.
Smentendo clamorosamente le notizie riportate fino a pochi giorni prima dai
media di mezzo mondo la Guida Suprema della Rivoluzione , Sayeed Alì Khamine'ì,
ha ribadito che l'Iran "punirà i terroristi" in una dichiarazione riferita
dalla televisione iraniana in lingua inglese "Press Tv".
Al di là dell'attentato che non è riuscito a frenare la ripresa dei negoziati
rimane aperto a tutt'oggi il contenzioso sul nucleare iraniano. Mentre una
nuova missione di esponenti dell'AIEA è giunta a Teheran per ispezionare i siti
di Natanz e Qòm sembra che l'Iran possa acconsentire all'accordo sul
trasferimento di una parte delle proprie scorte di uranio arricchito all'estero
come previsto dalla bozza di accordo dell'agenzia atomica internazionale.
Il ministro degli Esteri iraniano, dr. Manoucher Mottaki, ha assicurato che
nei prossimi giorni la Repubblica Islamica annuncerà al riguardo la sua
decisione.
Teheran com'era ovvio attendersi sta valutando: Mottaki ha precisato che
''sul tavolo ci sono due opzioni'' per il rifornimento di carburante nucleare,
ovvero, ''comprare il combustibile nucleare dall'estero come in passato o
consegnare una parte del nostro uranio arricchito a bassi livelli per un
ulteriore trattamento all'estero''.
Il nodo del trasferimento di parti dell'uranio arricchito in Francia o - più
verosimilmente - in Russia sarà dunque sciolto a breve.
''Prendere una decisione su quale opzione scegliere e' all'ordine del giorno
per la Repubblica islamica e nei prossimi giorni la decisione verra'
annunciata'', ha detto Mottaki.
Niente di più ma niente di meno e del resto la situazione di tensione
regionale venutasi a creare da diverse settimane e incendiatasi dopo
l'attentato in Baluchistan non aiuta a risolvere un problema che
fondamentalmente viene posto esclusivamente da Stati Uniti e alleati
occidentali per compiacere ai desiderata sionisti.
In questa fase di stallo è intervenuto proprio poche ore fa il ministro degli
Esteri francese, Bernard Kouchner, 'solerte' esecutore delle direttive
dell'Eliseo, sotto la direzione kippizzata del presidente ebreo di Francia
Sarkozy, il quale - soffiando sul fuoco (...quando si dice il 'tempismo'...) ha
dichiarato, in un'intervista pubblicata dal quotidiano britannico "Telegraph",
che "Israele lancerà un attacco preventivo contro gli impianti nucleari
iraniani se non verrà raggiunto un accordo".
La 'partita' sul nucleare iraniano è appena cominciata: vedremo nei prossimi
giorni chi risulterà uscire vincente da un braccio di ferro indiscutibilmente
estenuante che oppone l'Occidente sotto ricatto sionista alla Teocrazia shi'ita
iraniana.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
25 ottobre 2009
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
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NOTE -
1 - Maria Beatrice Tosi - "Anatomia di Israele" - ediz. "Mazzotta" -Milano
1972;
2 - M. K. Bhadrakumar - articolo "L'antagonismo tra Iran e Arabia Saudita
raggiunge il punto di ebollizione" dal sito internet www.medarabnews.com ;
3 - M. K. Bhadrakumar - art. cit. ;