30/10/2009
Iran Nucleare - Disinformazione e Terrorismo - La Repubblica Islamica dell'Iran e le diversioni strategiche dell'asse del terrore atlantico-sionista
Iran Nucleare - Disinformazione e terrorismo LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL'IRAN E LE DIVERSIONI STRATEGICHE DELL'ASSE DEL TERRORE ATLANTICO-SIONISTA TERRORISMO E DISINFORMAZIONE, MENZOGNE E SEDIZIONE CONTRO LA TEOCRAZIA SHI'ITA di Dagoberto Husayn Bellucci La Repubblica Islamica dell'Iran, supremo referente rivoluzionario e tradizionale, rappresenta attualmente il baluardo anti-imperialista, il centro gravitazionale e l'insuperata ierofania di una visione del mondo che si oppone alle logiche 'vampiresche' di omologazione e castrazione identitaria elaborate, eterodirette e attuate dai tutori del mondo rovesciato della massificazione modernista alias la Giudeocrazia multinazionale, cosmopolita e 'errabonda' all'interno delle diverse nazioni dell'Occidente mondialista. Teheran da trent'anni 'manifesta' un'identità, una valenza ed una 'tenuta' ideologica e politica, spirituale e militare che si contrappone alle mire imperialistico-bellicistiche dell'asse del male sionistico-statunitense che, immediatamente dopo la vittoria 'conseguita' nella "guerra fredda" contro l'Unione Sovietica, in quella sorta di terza guerra mondiale non dichiarata ma 'guerreggiata' sui perimetri 'periferici', nelle 'provincie' dei due Imperi d'Occidente e d'Oriente (Corea, Vietnam, Afghanistan), ha 'puntato' le nazioni dell'Islam 'percepite' strategicamente e politicamente, militarmente ed economicamente, quale ultimo 'scoglio' all'edificazione dell'One World , mondo unidimensionale e 'visione' utopistica delle centrali di destabilizzazione che mirano ad uniformare, omologare e plasmare su basi mercantilistico- economistiche l'intero pianeta (..."il pianeta delle scimmie"...). Nella strategia di destabilizzazione della nazione islamica iraniana varata dall'accoppiata del terrore planetario (Stati Uniti e entità criminale sionista occupante la Terrasanta palestinese) rientrano pertanto anche tutte quelle attività di controinformazione che - unitamente alle azioni sul 'campo' (attentati terroristici, sabotaggi e interferenze nei processi di sviluppo economici e sociali, pressione e sedizione politica 'abilmente' 'delegata' a soggetti 'funzionali') - rappresentano la manifesta aspirazione e le volontà del nemico di abbattere, sovvertire e possibilmente modificare radicalmente l'assetto di potere interno alla Teocrazia shi'ita. La disinformazione attuata dall'Occidente plutocratico contro la Repubblica Islamica dell'Iran fin dalla scorsa primavera è andata progressivamente aumentando al pari delle attività terroristico-criminali portate avanti da agit- prop prezzolati dai regimi criminali dell'Imperialismo che hanno sovvenzionato e sostenuto la cosiddetta "rivolta riformista" immediatamente successiva alle elezioni per la presidenza della Repubblica del 12 giugno scorso: da allora l'escalation di minacce provenienti dall'amministrazione statunitense e dal suo alleato sionista è andata aumentando esponenzialmente ad attacchi contro il territorio, le istituzioni e i principali simboli del regime islamico khomeinista. Nell'ultimo mese abbiamo così avuto modo di 'ascoltare', rilanciate dai media internazionali che sono ossequianti megafoni della propaganda sionista- americana, una indicibile sequenza di menzogne 'partorite' dal fantastico "universo mentale kosher" che, sapientemente e abilmente, sta preparando il terreno per lo scatenamento della guerra giudaica contro la Repubblica Islamica dell'Iran. 'Copione' non nuovo già 'sperimentato' dalle centrali di disinformazione atlantico-sioniste sia durante la guerra mondialista per il petrolio (sostenuta dagli Stati Uniti contro l'Iraq nel 1991 e successivamente 'corretta' e 'rivista' dodici anni più tardi) sia all'indomani dell'attacco "terroristico" contro le Twin Tower's ed il Pentagono che darà ai centri studi strategici di Washington e all'amministrazione Bush il pretesto per lanciare un vero e proprio diktat alle nazioni del pianeta 'puntando' l'Afghanistan ed il cuore del continente eurasiatico.
In questo incrociarsi di mezze verità e di totali menzogne sono state 'lanciate' nel "mucchio" le notizie relative a presunte origini ebraiche del Presidente Mahmoud Ahmadinejad, la dipartita della Guida Suprema della Rivoluzione , Grande Ayatollah Sayyed Alì al Khamine'ì e - dulcis in fondo - pretesi "contatti diplomatici" fra emissari del governo di Teheran e esponenti dell'accampamento terroristico-genocida ebraico in Palestina. Inutile sottolineare che in tutti e tre i casi si sia trattato di autentiche bufale, invenzioni della propaganda, favole disinformative che - nel crescendo di tensione regionale nel Vicino Oriente e di strali minacciosi provenienti dai più disparati (e pure disperati) soggetti dell'establishment mondialista presenti nei diversi esecutivi nazionali dell'Occidente - miravano esclusivamente ad alzare il livello di scontro e dimostrare che la Repubblica Islamica dell'Iran si trovasse in difficoltà ed affanno anche rispetto alla annosa questione del nucleare. La realtà, come sempre, non è mai quella che ci viene propinata dai pennivendoli di regime, dai lacchè del potere e dai giudei e giudaizzanti 'editorialisti' della carta stampata o dagli 'anchorman' dell'etere: a Teheran la situazione rimane saldamente ed irriducibilmente nelle mani di un popolo, delle sue Istituzioni e dei suoi più autorevoli Rappresentanti che - trent'anni or sono - riuscirono a spazzar via la cricca imperiale-massonico-filo- israelitica dei pahlevi assumendo la sovranità nazionale e instaurando un modello istituzionale, politico, religioso e militare capace di continuare a tenere testa alla Plutocrazia mondiale. Nel 'bailamme' disinformativo che è stato preparato dalle Televi(Sion)i occidentali l'Iran è stato rappresentato come un paese ad alta vulnerabilità, irrequieto, 'scosso' da 'fremiti' di cambiamento, con un'opposizione in piazza che ha sfidato il "regime" della cui reversibilità hanno proclamato ai quattro venti tutti quanti i signori della carta-straccia mondialista e i cosiddetti "esperti" di questioni internazionali frettolosamente e irrealisticamente anticipatori di cambiamenti radicali e svolte che - semplicemente - non 'esistono'! Tale macchina 'bellica' (perchè bisogna sempre tenere presente che la propaganda è un'arma ...spesso a doppio taglio...e come tale viene più o meno sapientemente utilizzata da chi detiene i network mondiali ovvero l'Internazionale usurocratico-rabbinica che vi dice chi siete, cosa pensate e dove andate) ha finito, nel suo delirio disinformativo, per occultare la realtà fattuale relativamente sia all'affaire del nucleare iraniano sia per quanto concerne il recente attentato terroristico che ha colpito alcuni dei principali esponenti militari dei Guardiani della Rivoluzione. In merito al nucleare iraniano molto si è parlato e altrettanto si è scritto: dalla "scoperta" di un secondo sito nei pressi della città santa di Qòm ai tira e molla 'diplomatici' con l'AIEA fino alle oramai quotidiane minacce sanzionatorie statunitensi e ai 'corrispondenti' allarmismi sionistici con gli altrettanto quotidiani moniti di intervento militare provenienti dall'accampamento kippizzato sionista....tutte ciancie che si sono rivelate inutili, assolutamente e indiscutibilmente contorte quand'anche demenziali, e che non hanno smosso di un millimetro la ferrea volontà iraniana di continuare i procedimenti di arricchimento dell'uranio a fini industriali come peraltro sempre sottolineato dalle autorità di Teheran. Il mondo 'contro' ma l'Iran non arretra nè, onestamente, se ne capirebbe i motivi considerato che - a tutt'oggi - nè l'AIEA nè l'ONU nè altri soggetti ed istituzioni mondialista hanno trovato alcunchè di anomalo o difforme da quanto dichiarato in ogni sede ed in ogni occasione dai responsabili del programma nucleare della Repubblica Islamica. In merito alla questione nucleare occorre eliminare fin d'ora il campo dagli equivoci: nell'ultima riunione svoltasi ai primi di ottobre presso la sede viennese dell'AIEA i dirigenti iraniani si sono dimostrati disposti a concordare una serie di ispezioni ai loro siti. Questa volontà di trasparenza conferma che l'Iran non ha niente da nascondere come, peraltro, ha sovente dichiarato proprio il direttore dell'"agenzia atomica" delle Nazioni Unite, l'egiziano Mohammad el Baradei, il quale continua la sua 'spola' tra le capitali occidentali e Teheran senza 'riportare' alcunchè nè documentazioni compromettenti o dati difformi e tantomeno prove che l'Iran stia investendo tempo, mezzi e uomini per la fabbricazione di ordigni. Un'ipotesi di trasferimento dell'"uranio islamico" iraniano in Francia o in Russia (collocando di fatto all'estero il 75% delle riserve iraniane) è in questo momento in discussione: si vedrà se o meno fattibile l'ipotesi sulla quale stanno lavorando le parti in causa e che, rispetto al recente passato, vedrebbe una maggiore attitudine cooperativa di Mosca la quale - sia detto per inciso - 'ondeggia' tra concessioni di tecnologia al regime iraniano e ricatti statunitensi e sionisti incapace ancora di una politica realisticamente autonoma dai ricatti usurocratici del Mondialismo. La novità, in quest'ultimo periodo, probabilmente più evidente è proprio rappresentata dalla scarsa capacità di 'tenuta' dell'attuale Presidenza russa nelle mani di Dmitri Medvedev che, certamente, non ha niente a che vedere con il suo predecessore e attuale premier Vladimir Putin. Gli iraniani hanno fatto della questione dell’arricchimento un punto di principio, inscrivendola nel più ampio capitolo del loro (giusto) diritto a poter produrre energia atomica a scopi civili. Quello che tutti sanno, ma che è debolmente sostenibile in termini argomentativi, è che nei confronti del regime degli ayatollah pesa il sospetto, prevalentemente occidentale e rafforzato esclusivamente dalla disinformazione abilmente diffusa dall'amministrazione statunitense obamita, circa le reali intenzioni di Teheran. Questi sospetti sulle reali intenzioni iraniane sono esclusivamente una prerogativa di Stati Uniti e "Israele" i quali hanno conti in sospeso - vecchi e nuovi - da saldare con l'Iran. Due nazioni apertamente ostili a qualunque accordo con l'Iran e che, oramai quotidianamente, non rinunciano a minacciare rappresaglie contro gli impianti nucleari iraniani e lo scatenamento di un conflitto che destabilizzerebbe l'intera regione vicinorientale. Del resto è evidente come il nucleare iraniano sia solo un pretesto per la plutocrazia mondialista per mantenere in una situazione di costante pressione tutto il mondo arabo-islamico. L'Iran che intende dotarsi autonomamente di una propria tecnologia nucleare mina l'equilibrio regionale che, dulcis in fondo, è storicamente assicurato dalla presenza militare diretta degli Stati Uniti i quali sono intervenuti nel perimetro geostrategico del Vicino Oriente esclusivamente per garantire la posizione egemone dell'entità sionista e a protezione dei propri interessi economici e finanziari. E' in questo contesto che si devono ricordare le parole con le quali Maria Beatrice Tosi parlava del ruolo fondamentale svolto dal regime d'occupazione sionista nella regione: "Lo Stato d'Israele serve dunque al capitale ebraico internazionale, alleato ed inserito nei gruppi capitalistici di potere economico, come ponte di lancio di una politica di scambi - per sua natura espansionistica - di cui esso è la cinghia di trasmissione, la piattaforma di manipolazione dei capitali destinati ad operare nella regione. In questa prospettiva si capisce perchè la sua dirigenza persegua ostinatamente quella che essa chiama una "pace con riconciliazione" e cioè molto di più della firma di un trattato di pace: ad essa interessa che le frontiere della regione vengano aperte, con scambio di ambasciatori e di addetti commerciali. Solo in questo modo Israele sarebbe in grado di svolgere la funzione di intermediario fra il capitale multinazione - ed ebraico - e la regione circostante." (1) Progetto ricompreso nelle mire strategico-espansionistiche del capitalismo internazionale, inserito nei programmi di ristrutturazione geopolitici e strategici dei diversi centri di studio atlantico-sionisti e rilanciato di recente (durante la disastrosa amministrazione repubblicana della politica estera statunitense) dalla Rand Corporation e dal suo "Great Middle East Project" con il quale il segretario di Stato americano, l'allora 'abbronzatissima' Condoleeza Rice, si presentò in Libano all'indomani dell'aggressione criminale sionista contro il paese dei cedri dell'estate 2006 per paventare, de facto, l'israelizzazione del Vicino Oriente. Il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle questioni regionali vicinorientali ha modificato i termini dell'accordo con l'alleato sionista: Washington dopo la fine del conflitto della guerra fredda che ha segnato la vittoria a stelle e striscie nei confronti dell'URSS è dovuta ricorrere direttamente e più volte a interventi militari che, in Iraq come in Afghanistan, hanno palesato i limiti della strategia di normalizzazione manu militari e aperto non pochi interrogativi nei piani alti dell'Establishment che controlla la superpotenza americana. Gli esiti affatto brillanti dell'amministrazione Bush nelle sue guerre asimmetriche sono andati così a sovrapporsi al fallimentare attacco lanciato dai sionisti contro il Libano e, meno di un anno or sono, contro la striscia di Gaza confermando un sostanziale fallimento dei due principali responsabili delle crisi regionali. E mentre all'alleato sionista Washington permette qualunque violazione delle stesse regole internazionali che la plutocrazia mondialista vorrebbe imporre a quelli che definisce arbitrariamente come "stati-canaglia" risulta oltremodo ipocrita la politica dei "due pesi due misure" che si continua a portare avanti rispetto alla problematica della proliferazione nucleare in una regione da decenni oramai sotto il ricatto atomico israeliano. Una regione quella vicinorientale dove le politiche di destabilizzazione americane hanno prodotto l'instabilità e l'insicurezza cronica ed una massiccia corsa agli armamenti frutto delle suggestioni propagandistiche e dal clima di ostilità che è stato immesso - soprattutto nel mondo arabo a maggioranza sunnita - da Washington e che non ha fatto altro che generare le contrapposizioni etnico-confessionali che hanno insanguinato e continuano a spargere sangue nell'Iraq così come hanno portato a limiti di convivenza intollerabili le situazioni del Libano e della Palestina occupata. I regimi cosiddetti 'moderati' del golfo, l'Egitto e la Giordania (tradizionali alleati degli USA) in questo gioco al rialzo della tensione hanno contribuito non poco fornendo armi, finanziamenti e addestramento a gruppuscoli terroristici di matrice salafita, interagendo con i servizi di sicurezza americani e sionisti e lanciando ripetutamente attacchi contro Teheran ed i suoi alleati (la Siria, Hizb'Allah e Hamas). Deve pertanto leggersi in quest'ottica il recente attentato terroristico che domenica 18 ottobre scorso è stato portato a termine dal movimento fondamentalista e separatista sunnita di Jundallah nel sud-est dell'Iran. Un attentato del quale molto si è parlato e altrettanto si è scritto ma che, al di là della condanna pro-forma "onuistica" e occidentale, rientra perfettamente nella strategia globale di destabilizzazione della Repubblica Islamica così come auspicato da diversi settori dell'establishment statunitense non da ultimo dal trilateralista Zbigniew Brzezinski il quale aveva anticipato, diversi mesi or sono, l'inevitabilità di un conflitto tra Stati Uniti e Iran. Dietro l'attentato che ha ucciso sette alti ufficiali dei Pasdaran, il corpo d'elitè delle Guardie Rivoluzionarie khomeiniste, causando la morte di altre 42 persone si intravedono l'ombra della Cia, il coinvolgimento diretto della Gran Bretagna, il ruolo del Mossad e quello - affatto relativo - dei servizi di Riadh. Non posso quindi essere avvalorato di qualsivoglia credibilità le dichiarazioni con le quali, Ian Kelly per il Dipartimento di Stato americano ("Noi condanniamo questo atto di terrorismo e ci rammarichiamo per la perdita di vite innocenti. Le voci di un presunto coinvolgimento americano sono completamente false" ha sostenuto nella stessa giornata) e i portavoce del Foreign Office da Londra ("Respingiamo con forza qualsiasi affermazione che questo attacco abbia qualcosa a che fare con la Gran Breatagna") hanno preso le distanze dall'attentato che, per modalità e tempismo, rappresenta la più lampante dimostrazione dell'esistenza di un programma destabilizzante che viene attuato con scrupoloso e meticoloso cinismo contro Teheran. A meno di ventiquattr'ore dall'apertura della ripresa dei dialoghi sulla questione nucleare sono colpiti alcuni tra i più alti ufficiali dei Pasdaran, simbolo e insieme garanzia dell'ordine teocratico iraniano. Coincidenza? Affatto! L'attentato aveva un obiettivo chiarissimo: silurare i negoziati sul nucleare. Cui prodest il fallimento del tiraemolla nucleare che oppone Teheran alla cosiddetta "comunità internazionale"? Ovviamente interessava a molti in particolar modo a sionisti e sauditi. E forse, come ha scritto il diplomatico indiano M. K. Bhadrakumar potrebbe anche essere stato orchestrato per distogliere definitivamente il presidente americano Obama da qualsiasi opzione diplomatica rispetto all'Iran per accelerare un'escalation militare. Scrive l'ex ambasciatore di Nuova Dehli in Uzbekistan e Turchia: "Secondo i dettagli rivelati dalla rivista Time, che ha citato funzionari dell’amministrazione USA, “Obama è intervenuto personalmente per tre volte durante i negoziati segreti con gli iraniani nel corso degli ultimi quattro mesi – in quello che è diventato non solo un test sulle intenzioni nucleari dell’Iran, ma anche un banco di prova per il tentativo di Obama di limitare le ambizioni nucleari iraniane”. Teheran è sospettata da molti di voler sviluppare un programma nucleare militare, un’accusa che il regime iraniano smentisce. Obama aveva spinto personalmente Mosca e Parigi ad accettare l’idea che la Russia avrebbe ricevuto l’uranio a basso arricchimento dall’Iran per arricchirlo al livello necessario per essere utilizzato nel reattore nucleare iraniano di ricerca, in modo che, con un passo successivo, la Francia avrebbe potuto trasformarlo nelle piastre speciali che vengono utilizzate per la produzione di isotopi. Chiaramente, Obama dovrebbe essere impazzito per spingere i suoi servizi di intelligence a pianificare un attacco terroristico contro l’Iran che rischiava di silurare il proprio piano volto ad affrontare la questione nucleare iraniana, nell’attuale fase estremamente delicata. Tutto sommato, quindi, Teheran ha mostrato cautela prima di saltare alle conclusioni in merito all’ attacco di domenica. La Guida suprema, Ayatollah Ali Khamenei, ha evitato di lanciare accuse dirette contro Washington. Si è limitato a dire: “I nemici devono sapere che tale animosità … non può macchiare l’unità delle religioni e delle tribù. Coloro che violano la vita e la sicurezza delle persone saranno puniti per i loro atti traditori”. Un’analoga moderazione si nota anche nelle dichiarazioni del presidente Mahmud Ahmadinejad, del capo della magistratura iraniana, Ayatollah Sadeq Larijani, e del ministro della Difesa Mostafa Mohammad Najjar. Curiosamente, Larijani, un funzionario chiave in materia di sicurezza nazionale, ha anche suggerito che il motivo dietro l’attacco terroristico era quello di distruggere i legami tra sciiti e sunniti. “Questi atti vigliacchi non avranno alcun effetto sulla propensione alla solidarietà tra sciiti e sunniti”, ha detto (il riferimento è ai rapporti fra sciiti e sunniti all’interno dell’Iran, ed in particolare nella regione del Sistan- Baluchistan dove è avvenuto l’attentato; l’incontro al quale stavano presiedendo gli alti ufficiali della Guardia Rivoluzionaria che sono caduti vittime dell’attacco aveva infatti lo scopo di rafforzare i legami fra gruppi sunniti e sciiti rivali nella regione (N.d.T.) ). Questo ci porta all’Arabia Saudita, i cui rapporti con l’Iran stanno attraversando un periodo di reciproca antipatia, vicini all’aperta ostilità. Teheran ha sostenuto che i pellegrini iraniani che hanno compiuto il hajj (il pellegrinaggio alla Mecca,N.d.T.) sono stati maltrattati dalle autorità saudite, e che l’intelligence saudita è responsabile della misteriosa scomparsa di uno scienziato nucleare iraniano che era stato in pellegrinaggio alla Mecca di recente. I giornali legati all’ establishment saudita hanno portato negli ultimi mesi attacchi estremamente brutali contro il regime di Teheran – spesso a livello personale, nei confronti della leadership iraniana. Essi si sono estremamente rammaricati, ora che le turbolenze per le strade di Teheran, seguite alle contestate elezioni presidenziali, si sono ridotte. Ahmadinejad ha affermato che l’opposizione iraniana avrebbe stretto legami con Riyadh nel tentativo di determinare un “cambio di regime” a Teheran. L’Arabia Saudita ha due grandi preoccupazioni in merito all’Iran. In primo luogo, teme che Obama stia portando avanti un processo di normalizzazione con Teheran – un “disgelo” era visibile ai colloqui di Ginevra, il 1 ° ottobre, e Teheran ha iniziato a rispondere alle aperture degli Stati Uniti. Il peggiore incubo saudita forse si sta avverando. Re Abdullah, che aveva in precedenza rifiutato di andare a Damasco, vi è approdato due settimane fa per una visita di tre giorni nel disperato tentativo di riportare la Siria nell’alveo arabo e di “isolare” l’Iran. Riyadh teme che lo status di potenza regionale dell’Iran riceverà una spinta enorme se il processo di normalizzazione con i gli Stati Uniti dovesse fare progressi; il timore di Riyadh è che ciò potrà avvenire solo a spese della preminenza saudita nella regione. I sauditi guardano impotenti una serie di altri Stati del Golfo che tendono la mano a Teheran per trovare un compromesso.In altre parole, Riyadh ha un interesse concreto, non inferiore a quello di Israele, nel perturbare i colloqui USA-Iran sul nucleare. La seconda preoccupazione dell’Arabia Saudita è che, mentre la guerra civile nello Yemen è entrata in una fase cruciale, Sana’a ha cercato la mediazione iraniana. Il Ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki ha annunciato l’intenzione di recarsi in visita nello Yemen. Il consigliere di politica estera della Guida suprema, Ali Akbar Velayati, si è già recato nel paese. Il governo yemenita e gli sciiti seguaci di al-Houthi sono impegnati in un’aspra guerra nelle regioni settentrionali del paese da quando le forze armate del governo yemenita hanno scatenato l’operazione “Terra Bruciata” l’11 agosto. Sana’a sostiene che i militanti seguaci di al-Houthi stanno cercando di ripristinare l’imamato zaidita, che fu rovesciato da un colpo di stato nel 1962. Ma i seguaci di al-Houthi – sciiti che costituiscono circa il 40% della popolazione – dicono di difendere i loro diritti di minoranza. Alcuni osservatori ritengono che questa sia una guerra per procura fra Iran e Arabia Saudita. L’assistenza saudita su larga scala al governo sunnita di Sana’a non ha aiutato quest’ultimo a schiacciare i combattenti di al- Houthi, e Sana’a è ora costretta a cercare i buoni uffici di Teheran. Si tratta di un enorme passo indietro per il prestigio saudita, mentre l’intera regione sta a guardare. La reputazione dell’Iran potrebbe migliorare notevolmente, allorché esso scende in campo come operatore di pace in questo paese strategicamente vitale. Una recente dichiarazione iraniana ha affermato: "La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sottolineato l’importanza dell’ integrità territoriale e dell’indipendenza dello Yemen, della sovranità e dell’ unità nazionale del paese. L’Iran, a fianco della Repubblica dello Yemen, sta compiendo sforzi nel contesto della pace, della sicurezza e della stabilità. Noi crediamo che l’escalation della tensione e i contrasti che portano allo spargimento di sangue non siano utili alla pace, alla stabilità e all’unità nazionale dello Yemen. Speriamo di essere testimoni dell’unità nazionale, della sicurezza e della stabilità nella Repubblica dello Yemen, attraverso i provvedimenti adottati e la saggezza della leadership e del governo dello Yemen."." (2) Analisi che potrebbe anche risultare conforme considerando l'antagonismo storico, di natura religioso-politica, che oppone l'Arabia Saudita wahabita all'Iran shi'ita. E che non sarebbe affatto una novità considerando proprio la tensione esistente tra i due Grandi del Golfo. Un paio di anni or sono, intervistando il responsabile del movimento libanese di "Haraqat Shaab" (Movimento del Popolo), dr. Najah Wakim - ex deputato cristiano-ortodosso all'assemblea nazionale di Beirut ed esponente dell'opposizione nazionalpatriottica guidata da Hizb'Allah - questo brillante analista di politica internazionale sottolineava il ruolo che Washington avrebbe inevitabilmente dovuto 'delegare' alla petrolmonarchia del Golfo, sostenendo che Riadh costituiva per l'intero Vicino Oriente un centro di sedizione mirante ad alimentare ovunque l'odio confessionale tra sunniti e shi'iti e costituendo una delle più gravi minacce alla sicurezza nazionale iraniana. In Libano i sauditi hanno negli ultimi cinque anni finanziato, favorito e sostenuto il terrorismo dei gruppuscoli d'ispirazione salafita di Fatah al Islam mentre analoghe attività sono state svolte in Siria con gli estremisti di Jund al Shams e la Giordania - altro Stato alleato tradizionale degli americani nell'area - è servita da base per l'addestramento dei miliziani filo- governativi libanesi (ovvero dei sunniti legati a doppia mandata al partito del premier designato Sa'ad Hariri) radicalmente ostili a Hizb'Allah e ai suoi alleati. Strategie su vasta scala che dalla penisola arabica portano direttamente all'Afghanistan santuario del terrorismo di matrice salafita e base - assieme al confinante Pakistan (il cui ruolo non dev'essere affatto trascurato) - per i rinfornimenti ai miliziani al-qaedisti di Jundallah. La Repubblica Islamica ha affermato che Jundallah ha collegamenti con la rete del terrore internazionale di al-Qaeda e con i talebani afghani - due entità che rappresentano un contenitore 'aperto' a qualsiasi contributo in particolar modo a quello che potrebbe essere stato fornito dai servizi di sicurezza sauditi - smentendo la teoria della "guerra globale" lanciata contro tutto e tutti dal movimento di Bin Laden. Ora, e senza giri di parole, noi affermiamo che Osama Bin Laden sia un agente- doppio della Cia statunitense e dei servizi sauditi, funzionale alle strategie di Washington e Riadh contrariamente a quanto da otto anni continua a scarabocchiare la stampa mondiale e a ciò che televisivamente viene propinato dai network internazionali. Al riguardo non è affatto irrilevanto che la leadership del movimento Jundallah, responsabile dell'attentato commesso in Beluchistan contro i Pasdaran, sia stata intervistata dalla televisione saudita "Al Arabiya" e che, in un'intervista rilasciata lo scorso dicembre, il suo leader - Abdel Malik Regi, aveva minacciato attacchi contro Teheran se il governo della Repubblica Islamica non avesse concesso ai sunniti del paese "pieni diritti". "Organi di informazione filo-sauditi, e il Gulf Research Center con sede a Dubai, hanno sempre liquidato Jundallah come un gruppo iraniano puramente “locale”, che non gode di alcun aiuto esterno di sorta. (...) Un reportage di ABC News nell’aprile 2007 aveva insinuato l’esistenza di un incoraggiamento segreto da parte americana (e pakistana) nei confronti di Jundallah. Ma esso aveva anche affermato che “alcuni funzionari americani dicono che il rapporto fra gli Stati Uniti e Jundallah è organizzato in modo che gli Stati Uniti non forniscono alcun finanziamento al gruppo – cosa, questa, che richiederebbe un ordine presidenziale ufficiale [allo stato attuale da parte di Obama]“. Alcune fonti tribali hanno rivelato alla ABC che il denaro proveniente da fonti straniere veniva indirizzato alla leadership di Jundallah attraverso “gli Stati del Golfo”. Curiosamente, un’irruzione condotta in un covo dalle forze di sicurezza pakistane nel gennaio 2008, nel corso della ricerca di un diplomatico iraniano rapito a Peshawar, si imbatté in alcuni quadri del Lashkar-e-Jhangvi, un gruppo sunnita fondamentalista che è noto per i suoi brutali attacchi alla comunità sciita in Pakistan. L’appoggio saudita nei confronti di Lashkar-e- Jhangvi è un fatto ben noto." (3) Mentre in Iran continuano le indagini per individuare e catturare i responsabili dell'attentato (tre dei quali arrestati qualche giorno immediatamente dopo la strage che è costata la vita, tra gli altri, al vice- comandante delle forze di terra dei pasdaran, Gen. Nurali Shushtari, e al comandante in capo della regione militare del Sistan-Baluchistan, Gen. Rajab Alì Mohammadzadeh) Teheran accusa Stati Uniti, Gran Bretagna ed entità sionista di essere responsabili dell'azione terroristica. Smentendo clamorosamente le notizie riportate fino a pochi giorni prima dai media di mezzo mondo la Guida Suprema della Rivoluzione , Sayeed Alì Khamine'ì, ha ribadito che l'Iran "punirà i terroristi" in una dichiarazione riferita dalla televisione iraniana in lingua inglese "Press Tv". Al di là dell'attentato che non è riuscito a frenare la ripresa dei negoziati rimane aperto a tutt'oggi il contenzioso sul nucleare iraniano. Mentre una nuova missione di esponenti dell'AIEA è giunta a Teheran per ispezionare i siti di Natanz e Qòm sembra che l'Iran possa acconsentire all'accordo sul trasferimento di una parte delle proprie scorte di uranio arricchito all'estero come previsto dalla bozza di accordo dell'agenzia atomica internazionale. Il ministro degli Esteri iraniano, dr. Manoucher Mottaki, ha assicurato che nei prossimi giorni la Repubblica Islamica annuncerà al riguardo la sua decisione. Teheran com'era ovvio attendersi sta valutando: Mottaki ha precisato che ''sul tavolo ci sono due opzioni'' per il rifornimento di carburante nucleare, ovvero, ''comprare il combustibile nucleare dall'estero come in passato o consegnare una parte del nostro uranio arricchito a bassi livelli per un ulteriore trattamento all'estero''. Il nodo del trasferimento di parti dell'uranio arricchito in Francia o - più verosimilmente - in Russia sarà dunque sciolto a breve. ''Prendere una decisione su quale opzione scegliere e' all'ordine del giorno per la Repubblica islamica e nei prossimi giorni la decisione verra' annunciata'', ha detto Mottaki. Niente di più ma niente di meno e del resto la situazione di tensione regionale venutasi a creare da diverse settimane e incendiatasi dopo l'attentato in Baluchistan non aiuta a risolvere un problema che fondamentalmente viene posto esclusivamente da Stati Uniti e alleati occidentali per compiacere ai desiderata sionisti. In questa fase di stallo è intervenuto proprio poche ore fa il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, 'solerte' esecutore delle direttive dell'Eliseo, sotto la direzione kippizzata del presidente ebreo di Francia Sarkozy, il quale - soffiando sul fuoco (...quando si dice il 'tempismo'...) ha dichiarato, in un'intervista pubblicata dal quotidiano britannico "Telegraph", che "Israele lancerà un attacco preventivo contro gli impianti nucleari iraniani se non verrà raggiunto un accordo". La 'partita' sul nucleare iraniano è appena cominciata: vedremo nei prossimi giorni chi risulterà uscire vincente da un braccio di ferro indiscutibilmente estenuante che oppone l'Occidente sotto ricatto sionista alla Teocrazia shi'ita iraniana. DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI 25 ottobre 2009 DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA" Link a questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_iran_nucleare...
NOTE - 1 - Maria Beatrice Tosi - "Anatomia di Israele" - ediz. "Mazzotta" -Milano 1972; 2 - M. K. Bhadrakumar - articolo "L'antagonismo tra Iran e Arabia Saudita raggiunge il punto di ebollizione" dal sito internet www.medarabnews.com ;
3 - M. K. Bhadrakumar - art. cit. ;
12:01 Scritto da: metropolista in Iran | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Idiozie - Note disinteressate sulle esternazioni anti-calabresi dello "chansonnier" di regime Antonello Venditti
IDIOZIE - NOTE DISINTERESSATE SULLE ESTERNAZIONI ANTI-CALABRESI DELLO "CHANSONNIER" DI REGIME ANTONELLO VENDITTI
di Dagoberto Husayn Bellucci
La quintessenza dell'imbecillità dilagante e 'debordante' oramai al di là di ogni immaginabile livello di 'tolleranza' viene quotidianamente superata dalle affermazioni senza senso di soggetti che, pur di esistere, apparire e continuare a restare nella società dell'immagine (dove tutto è superfluo e metabolizzato dai diabolici meccanismi di rappresentazione massmediatici), non trovano di meglio che 'esternare'.
Già in passato e sovente c'è capitato di 'assistere' ed 'ascoltare' demenziali dichiarazioni oramai 'patrimonio nazionale' della stessa classe politica e di quelle che sono gli 'spessori' culturali dell'intellettualismo sistemico: banalità e quisquillie - per dirla con il Grande Totò - che lasciano ovviamente il tempo che trovano e, nei fatti, passano inosservate.
E così ricordando le 'legaiole' musicalità di un certo Alberto Fortis, i suoi strali anti-romani di qualche annetto or sono, per una sorta di 'par condicio' "diamo a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio" occupandoci delle recenti dichiarazioni anti-calabresi 'partorite' dall'impeto bacchettone-finto-moralista del più classico degli "chansonnier" di regime: Antonello Venditti, uomo di dichiarata e notoria 'fede' politica sinistroide, cantautore emblema della romanità per decenni, sicuramente in passato valido rappresentante di una percezione tutta romanesca per la quale "Roma caput mundi!".
Niente da ridire ci mancherebbe: Roma è assolutamente e rimarrà la città che maggiormente sentiamo a noi 'vicina' e idealmente la Capitale di un Impero e la culla della nostra civiltà, formatrice di identità e spiritualità indiscutibilmente patrimonio ideale delle Gens italiche. La Roma dei Cesari, delle aquile imperiali, della visione eroica che contraddistinse secoli di presenza italica nel mondo e modellò un'intero continente spaziando dalla Britannia alla sponda meridionale nord-africana del Mediterraneo, dalla penisola iberica all'Arabia occupando e dominando con determinazione ma insieme spirito di giustizia popolazioni tanto diverse sottomettendole alla propria lex è , rimane, sarà sempre esemplare archetipo di Imperium nella più alta accezione del termine. Un esempio ed una imperitura realtà storica di una manifestazione tradizionale entro la quale il Genio italico potè dominare mari e monti, con l'aratro e la spada, con la Legge e l'Ordine, affermando Valori Eterni.
Una realtà indiscutibilmente testimoniata dalle vestigia solenni, sublimi e metafisiche che 'scandiscono' il passaggio e l'attraversamento 'turistico' contemporaneo di strade, palazzi, monumenti e angoli della nostra Capitale: Roma Eterna senza ma e senza se...(... e se fossimo romani probabilmente percepiremmo il 'resto' del mondo quale 'agglomerato' ontologico di secondaria importanza...).
Quanto è in discussione sono invece le dichiarazioni inutili e assolutamente demenziali rilasciate da Venditti nei confronti della terra di Calabria. Terra di uomini forti, di donne passionali e dal fascino misterioso e prorompente ( ... Elisabetta Gregoraci docet , senza se e senza ma...), di uomini e donne veri e verso i quali nutriamo sentimenti di simpatia e rispetto non foss'altro perchè li abbiamo conosciuti fin dai tempi della nostra 'ferma' militare (...prolungatasi 'parecchio'...) e frequentati anche recentemente. La Calabria è terra di Cultura (con la C maiuscola), di Arte, di Storia, di passioni forti che - anche in tempi piuttosto 'recenti' - videro un popolo mobilitarsi, scendere nelle strade e piazze per affermare diritti inalienabili e contrastare ingiustizie manifeste (si pensi solo alla rivolta dei "Boia chi Molla" (1) che incendiò nel 1970 Reggio 'defraudata' del suo naturale status di capoluogo regionale).
Ora, e senza mezzi giri di parole 'inutili', che Venditti 'sproloqui' le sue cazzate questo ovviamente potrebbe anche lasciarci indifferenti nè del resto ci potrebbe modificare di una virgola il giudizio sul Venditti-pensiero (...classico d'altronde di una certa si(o)nistra radical-chic, populista di facciata e perbenista e ipocrito-moralista d'animo, grettamente autoproclamatasi Verbo insindacabile di questo paese, con una dose 'abbondante' di puzza sotto il naso...è la classica "sinistra" di potere...quella dei 'salottini' intellettuali, dell'autoreferenzialità assurta a dogma insindacabile, di una percezione arrogante nei rapporti con il 'resto' del pianeta...la Sinistra de "La Repubblica" , che vive ai Parioli e nei quartieri della Roma-bene, la Sinistra di governo che 'ruota' attorno al Partito Democratico, 'cuore' riformista e anima 'ameregana' ....i novelli "salvatori" del paese per loro stessa ammissione e 'percezione'...) ma senza neanche entrare nel merito delle 'argomentazioni' astruse 'prodotte' dal cantautore romano non possiamo che dissentire e , giusto per non 'infierire', stendere un velo pietoso su quella che ci auguriamo sia stata soltanto una pessima 'boutade' concertistico-avvinazzata.
Altrimenti ci sarebbe da domandarsi, semplicemente, "perchè Dio ha creato Antonello Venditti?".
Au revoir
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
Link a questa pagina:
http://www.holylandfree.org/DagobertoHB_note_su_venditti....
Note -
1 - Prima rivolta identitaria e realmente popolare Reggio Calabria ha rappresentato un laboratorio politico interessante purtroppo esauritosi nel volgere di pochi mesi.
In merito ai fatti di Reggio consigliamo di Luigi Ambrosi - "La rivolta di Reggio - Storia di territori, violenza e populismo nel 1970" ediz. "Rubbettino" - 2009;
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La pubblicistica anti-ebraica nell'Italia Fascista
LA PUBBLICISTICA ANTI-EBRAICA NELL'ITALIA FASCISTA
di Dagoberto Husayn Bellucci
"Questi pochi articoli apparsi nella mia rivista "La Vita Italiana" in data non sospetta, e questi pochissimi "Fatti e Commenti", scelti tra i tanti che da 27 anni vado scrivendo ogni mese nella Rivista, sono dedicati a tutti i fascisti - gerarchi e gregari - perchè abbiano a portata di mano la inequivocabile dimostrazione che è "semplicemente assurdo" e stolto parlare di "imitazione" allorchè si esamina l'atteggiamento del Fascismo di fronte al problema della razza in genere e nei confronti dell'ebraismo in specie."
( Giovanni Preziosi - "Al lettore" introduzione a "Come il giudaismo ha preparato la guerra" - ediz. "Tumminelli" - Roma 1939 )
"Alla mondiale campagna ebraica per l'autoemancipazione della vita e della coscienza della razza, che ha coinvolto nell'astuto inganno parecchi paesi del vecchio e del nuovo mondo, risponde la campagna della nostra emancipazione, consacrata mentre scriviamo da principii e provvedimenti chiari e precisi del Gran Consiglio dello Stato Fascista. Noi Italiani abbiamo patito per decenni e decenni che ebrei diventati concittadini fruendo di tutti i nostri medesimi diritti civili e salendo a gradi e situazioni preminenti, ci considerassero come inferiori, coalizzandosi nell'impresa di far riuscire in ogni campo della vita sociale figli della razza, sino a conquistare totalmente facoltà universitarie, centri della grande industria, giornalismo politico, sino ad impadronirsi dell'attività editoriale."
( Paolo Orano - "Inchiesta sulla razza" - ediz. "Pinciana" - Roma 1939 )
La disinformazione e la faziosità con la quale l'opinionismo sinagogico-sistemico dei media italioti intendono 'rappresentare' l'esperienza storica del Fascismo italiano da decenni si 'incontra' con l'ostilità manifesta e radicata degli ambienti intellettual-accademici veri e propri feudi della monopolistica azione erosiva condotta dagli ambienti più o meno "radical-chic" della Si(o)nista pre-marxista, post-marxista e financo anti-marxista dominante da decenni la cultura nazionale di una nazione 'lottizzata' - all'indomani del secondo conflitto mondiale - dalla spartizione partitocratico-mafiosa che, oltre ad avvelenare per anni il clima politico, divise in due autentiche 'chiese' contrapposte un intero paese.
Democrazia Cristiana da una parte e Partito Comunista dall'altra parte si spartirono i 'dividendi' e le 'spoglie' di un'Italia fuoriuscita a pezzi da un conflitto civile e mondiale che aveva oltremodo avvelenato gli animi, instillato l'odio e lo spirito di fazione, elevato a modus operandi naturale l'uso della violenza politica contrapposta.
In questo clima di feroce antagonismo - che rifletteva nè più nè meno la suddivisione bipolare del mondo fuoriuscita dagli infami accordi di Yalta sottoscritti dalle demoplutocrazie capitalistiche dell'Occidente con l'URSS di Stalin - lo spazio d'analisi e di revisione storica sull'esperienza compresa fra i due conflitti mondiali e sullo scontro fratricida tra italiani ha dovuto attendere parecchi anni prima di ottenere un minimo di riconoscimento ed il beneplacet degli ambienti del Potere.
Dovevano passare parecchie stagioni, gli anni del boom economico, quelli di piombo e infine - con gli anni Ottanta - il riflusso nel privato di un'intera generazione uscita a pezzi dalla dicotomia fascismo-antifascismo che ha lasciato indicibili lutti e sofferenze prima che un Renzo De Felice assieme ad altri autorevoli esponenti della cultura ufficiale del regime democratico-resistenziale potessero cominciare ad occuparsi dell'esperienza fascista italiana utilizzando una metodologia meno faziosa e polemica ma, non per questo, meno insidiosa e comunque sempre corrispondente ad un programma di storicizzazione, de-ideologizzazione e mutilazione della valenza rivoluzionaria e dalle realizzazioni socio-politiche del Regime Fascista.
Attualmente, e da diversi anni oramai, la storicizzazione del Fascismo può definirsi un dato acquisito che non 'spaventa' più nessuna delle anime 'belle' e dei soloni dell'antifascismo militante sempre pronti allo starnazzamento e ai facili allarmismi tanto di moda negli anni Settanta (e il quotidiano "La Repubblica" ne rappresenta ancor oggi un classico esempio...nato in pieni anni Settanta il foglio di Eugenio Scalfari si è caratterizzato da sempre per la sua faziosità 'modificando' in tempi recenti la sua militanza 'cartaceo-ideologica' e trasformando il suo antifascismo in antiberlusconismo). Questa storicizzazione del Fascismo - mirante allo sradicamento dei valori profondi, dell'essenza, delle rivoluzioni nazionali europee e alla riduzione minimale di qualsivoglia carica 'detonante' rivoluzionario-eversiva intrinseca in quel "fascismo immenso e rosso" sognato dai Berto Ricci, dai Marcello Gallian, da Nicolino Bombacci (ovvero la visione socialista e nazionale, slancio vitale e popolare della "Grande Proletaria" che Mussolini cercherà di rendere Nazione, Popolo e Impero) idea-forza destabilizzante e superamento dell'ordine usurocratico e capitalistico imposto all'Occidente dall'occupazione militare e colonizzazione cultural-politica statunitense - ha provocato ovviamente l'allineamento e l'omologazione sistemica di quei settori che pure all'esperienza fascista facevano riferimento e la loro complessiva assimilazione ai meccanismi di spartizione partitocratici.
Analisi, studi, ricerche, inchieste e volumi sul Fascismo e sulla sua natura oramai si 'sprecano' e riempiono le sale di conferenze e convegni più o meno specialistici, gli scaffali di librerie e biblioteche, i dossier televisivi in cerca di scoop sensazionalistico-piccanti sulla vita privata di questo o quel gerarca (...del resto in conformità con l'andazzo generale di una società basata esclusivamente sui valori dell'avere, fondata sul mercantilistico 'scambismo' e su una visione sostanzialmente materialista dell'esistenza ...). Eppure in questo crogiuolo di banalità, finzioni televisive e pubblicazioni cartaceo-scrittorie dei più disparati soggetti in circolazione, ognuno ha pensato bene di dir la sua, rimane inesplorato e studiato come meriterebbe (ovvero senza faziosità e menzognere ricostruzioni di qualche cranio ebraico) quello spazio d'analisi inerente il rapporto instaurato dal movimento mussoliniano, la sua politica e i provvedimenti 'frenanti' nei confronti della "questione maledetta".
Fascismo e Ebraismo rimane un tema 'spinoso' come hanno dimostrato anche alcune più o meno recenti polemiche relative alla cosiddetta legislazione antiebraica varata - e sostanzialmente mai applicata a 'dovere' - dallo Stato italiano nel 1938, la questione dei rapporti Chiesa-Ebraismo durante il Ventennio, il ruolo e l'influenza avuti dall'alleanza con la Germania hitleriana e numerose altre questioni che meriterebbero approfondimenti e maggiore libertà d'opinione molto più di quanta se ne possa credere e molto più soprattutto di quanta si pensi esista in un paese che, non più di sedici anni fa, ricorse al varo di una legge liberticida proprio per frenare ricerche storiche obiettive e ricostruzioni meno faziose.
In questo spazio d'analisi è ricompresa ovviamente anche tutta la pubblicistica anti-ebraica che, a partire dall'attività immensa svolta fin dai primi anni Venti da Giovanni Preziosi attraverso la rivista "La Vita Italiana" (1), comprenderà per un ventennio le 'tracce' scrittorie di valenti e eterogenei ambienti della cultura, della filosofia e delle scienze accademiche fasciste.
Spazio d'analisi dicevamo e di possibili ricognizioni scrittorie affatto 'vuoto': da decenni la pubblicistica ebraica, filo-ebraica e giudaizzante di ogni 'colore' politico ha stabilmente inondato di testi e ricerche inerenti questi aspetti storiografici occupandosene a iosa fra libelli di mediocre valore e palesi fandonie elevate a verità assolute dall'opinionismo massmediatico.
Innanzitutto occorre sottolineare come spesso la pubblicistica ebraica abbia affrontato l'argomento in questione: mediante scritti demonizzanti, spesso poutpourrì di riletture di seconda o terza mano e soprattutto mescolando fascismo e razzismo, sperimentando 'analisi' sociologico-psicologiche del fenomeno dell'adesione italiana a quella che - comunemente - viene ancora oggi fatta 'percepire' anche nella scuola pubblica agli ignari studenti come una sorta, un tentativo abbozzato dal Regime, di pessimo scopiazzamento delle politiche antiebraiche tedesche.
La 'percezione' psicopatologica ebraica sull'antigiudaismo e l'antiebraismo, il razzismo e l'intolleranza (che oramai fanno parte e sono ricompresi nel modus operandi scrittorio-analitico della stragrande maggioranza delle opere sistemiche inerenti le Rivoluzioni Nazionali europee ed il loro rapportarsi al fenomeno dissolutivo ebraico) è stata mirabilmente 'delineata' e trascritta in un saggio dal giudeo Montagu il quale sostiene (lui , di 'eletta' ascendenza e di kahalica 'osservanza' ovvero del più bieco razzismo biologico che sia mai stato partorito nella storia dell'umanità quello che - su basi razziali e 'religiose' - reinterpretando su basi materialistiche la "promessa" fatta dall'Onnipotente all'antico popolo israelita ha disseminato di sangue e morte la Palestina storica occupandone il territorio e stuprandone l'anima con la più infame delle occupazioni militari che la storia contemporanea possa ricordare) che "...il pregiudizio viene creato attraverso la mobilitazione di questa serie di meccanismi: a) rifiutando l'ansia e sostituendone l'aggressione; b) tentando di consolidare l'affiliazione con gruppi sociali dominanti; c) elaborando una varietà di forme di reazione e di impulsi emotivi di compenso; d) rinunciando a talune parti dell'immagine che ciascuna persona ha di sè e sostituendo, in concomitanza, un'identità presa a prestito. Associate a questi meccanismi vi sono la soppressione e la repressione di impulsi dominati dall'ansia." (2)
In 'effetti' siamo estremamente 'ansiosi'....non vi diciamo di cosa semplicemente per evitare la carcerazione immediata e perpetua!
Al di là della insindacabile 'smania' di 'terapeutizzare' chiunque manifesti anche semplicemente critiche rispetto all'operato dell'entità criminale sionista occupante la Terrasanta palestinese (...gli antisemiti in galera! ....ai 'ceppi' si diceva un tempo...la moderna gogna sistemico-sinagogica passa invece attraverso 'altre' e più o meno 'efficaci' forme di esclusione dal corpo sociale fra cui la demonizzazione pubblica, l'altrettanto pubblica attitudine ad esacrare e ridurre al minimo le voci del dissenso, l'accusa oramai "infamante" di "antisemitismo" e infine a metodi coercitivi di 'controllo' e limitazione dello spazio che si nutrono della paranoia giudaica di presentare quali forme di pazzia qualsiasi operato loro avverso...) e quindi di ricondurre sul terreno 'affine' alla metodologia ebraica di psicopatizzare l'intera umanità non-ebraica (del resto la scienza 'psicologico-psichiatrica' è affar loro e loro feudo privilegiato...una finestra sul mondo 'altro' ovvero sul mondo dei Goiym = gentili = non ebrei che la mentalità kosher 'vive' e percepisce come qualcosa di inaudito, di illogico quand'anche - bontà 'loro' - di basso, infido e comunque sempre sub-umano ....questo si chiama distorcere, deformare, sovvertire e rovesciare letteralmente la realtà) possiamo dire che la pubblicistica fascista e il mondo culturale italiano, sebbene non in modo adeguatamente conforme, affrontarono o provarono ad affrontare la questione maledetta.
Sull'ebraismo, la sua azione dissolutiva, il suo ruolo di agente e vettore di tendenze tellurico-demoniache si erano già espressi gli ambienti della "Civiltà Cattolica" ed i padri gesuiti che, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, avevano messo in guardia il popolo italiano sulle dinamiche di sovversione dell'ordine naturale, della legislazione e delle istituzioni nate con l'unità sabauda riconoscendone una chiara matrice ebraico-massonica e la diretta conseguenza del pensiero modernista, laico e omologante che attraverserà - dall'affermazione degli Immortali Principii passando per la Rivoluzione Francese e fino ai processi di disintegrazione dell'ancièn regime attraverso i cosiddetti "risorgimenti nazionali" e le rivoluzioni "illuministico-patriottarde" d'ispirazione illuministico-liberale - l'intera storia europea del XIXmo secolo (3).
In ambienti fascisti oltre al già citato Preziosi si deve senz'altro alle iniziative del capo delle camicie nere di Cremona, Roberto Farinacci - fondatore e direttore del periodico "Cremona Nuova" (poi trasformatosi ne "Il Regime Fascista") - l'essersi interessato alla questione ebraica sostenendo l'attività editoriale e le iniziative del duo Preziosi-Evola. Farinacci darà alle stampe anche un volume, "La Chiesa e gli Ebrei" (1938), nel quale affronterà direttamente la questione dei rapporti tra Cristianesimo e Ebraismo e quelli dei loro sviluppi possibili in ambito fascista e nazionale sostenendo non senza ragione l'illogicità di talune riserve ecclesiastiche sostenendo, in merito agli ebrei, che "...non ci occuperemmo più di loro se non ci avesse sorpreso l'atteggiamento della Chiesa ufficiale che è in antitesi stridente con tutta la storia del cattolicesimo. Noi cattolici fascisti consideriamo il problema ebraico un problema strettamente politico e non religioso, e in materia politica ognuno ha e difende le sue idee. Ma diciamo a conforto della nostra anima che se, come cattolici, siamo divenuti antisemiti , lo dobbiamo agli insegnamenti che ci provengono dalla Chiesa attraverso venti secoli." (4)
Sposando una analoga posizione e partendo da una visione cattolica del problema ebraico nello stesso periodo Mario Lolli darà alle stampe il suo "Ebrei, Chiesa e Fascismo" all'interno del quale ricostruirà, storicamente e culturalmente, i principali momenti dello scontro epocale tra il soglio pontificio e la sinagoga.
Lolli sosterrà lucidamente e validamente l'accusa di omicidio rituale rivolta secolarmente dagli ambienti cristiani nei confronti degli ebrei e andrà a disegnare un affresco storico all'interno del quale trovano spazio tutti i principali aspetti relativi alla questione maledetta; egli scrive: "Nel Medio Evo, durante il Rinascimento, l'Ebreo è insieme vittima delle sue malefatte e tiranno, perseguitato e persecutore. E' l'uomo abietto che tutti oltraggiano, ma è altresì il re onnipotente della ricchezza, che ciascuno implora. Viene rinchiuso nel Ghetto, ma con i suoi titoli di credito fra le mani, penetra in tutte le famiglie, perfino nelle Corti. E più è stato disprezzato ed umiliato, più in certe ore si rialza minaccioso ed oppressore. Questo ebreo, scriveva E. Flornoy, ha una strana grandezza! Per le strade scivola timido ed inquieto, designato alle ingiurie della folla dal suo costume, o dal segno distintivo che la legge gli impone. Ma nell'ombra della sua casa, si mostra temibile come il Dio misterioso dell'oro, le lacrime e le suppliche non commuovono la sua impassibilità, la spoglia del cristiano, la sostanza e qualche volta la carne del debitore, sono per lui l'olocausto accetto e gradito. "Mercante di lacrime, bevitore di sangue cristiano!" lo chiamava il Beato Bernardino da Feltre. (...) L'ebreo se si dedica al commercio, alla scienza, alle arti è sempre per uno scopo egoista; di rado per contribuire alla grandezza della nazione che gli ha dato ricovero nel suo esilio. Nell'ora del pericolo non accorda spontaneamente ai suoi ospiti nè simpatia nè soccorso. Egli è sempre lo straniero che una lunga coabitazione lascia indifferente ed ostile. Con qual diritto può dunque reclamare l'uguaglianza civile in uno Stato che non riconosce per patria? E con quale strana audacia attende pietosa intercessione da chi non può che accordargli il benevolo compatimento, di cui è fonte inesauribile la carità cristiana, anche se volgendo il pensiero ai secoli andati, avrebbe motivo più che sufficiente per lasciarlo completamente in balìa del suo destino? Ben a ragione scriveva il P. Francesco Capponi nell'"Osservatore Romano" del 14 agosto 1938: "Non è che gli ebrei come tali abbiano meritato i sensi così squisiti della paternità pontificale. Tutt'altro, anzi. Malgrado ciò, perchè sospinti da fame immensa e da sete cocente di anime, specialmente di quelle per le quali risuona ancora e sempre nei cieli della divina misericordia. Padre perdona loro...i romani Pontifici li hanno ricoperti in tutti i secoli con il lembo del loro palio venerabile". (5)
Nella sua ricostruzione storica il Lolli coglierà il principale aspetto della mentalità (ebraicità) e il modus operandi privilegiato , l'attitudine commercial-usurocratica, dell'animo ebraico scrivendo legittimamente: "L'Ebreo all'orgoglio unisce l'odio; nato da memorie deicide, il sangue di Gesù Cristo, li inebria di collera e di vendetta. E siccome il Talmud gli comanda il disprezzo del nome cristiano, l'oppressione del goy non saprebbe invocare per se stesso la tolleranza religiosa che ricusa ai Cristiani. Quanto al libero esercizio del suo culto, i Papi lo hanno sempre permesso. Ma se l'insegnamento della Sinagoga è un grido di guerra, i popoli battezzati non sopporteranno la sfida e l'insulto, più particolarmente i Cristiani che hanno la sorte di essere governati da un regime nazionalista e razzista; sistematicamente e decisamente avverso alle internazionali di qualunque colore. Il ghetto era l'immagine materiale ma esattissima della sorte politica e sociale che gli Ebrei si sono imprudentemente creata. Difendersi e reprimere gridava Bernardino da Feltre nel Medio Evo, quando cioè gli Ebrei non certamente diversi da quelli di oggi. Allora il male ebraico si manifestava negli uni con una eccitazione febbrile, negli altri con la prostrazione e l'abbandono di se stesso. (...) Il popolo, la vera vittima dell'Ebreo, era pronto a tutte le rappresaglie; le classi superiori e certi governanti, subivano l'influenza ebraica, e nella lotta davano prova di una debolezza che arrivava fino al tradimento. (...) La fortuna degli Ebrei abili e scaltri abbagliava i patrizi, che ne ricavavano aiuti, feste e piaceri. (...) La debolezza di molti signori d'Italia, fu la ragione fondamentale della larga affermazione degli Ebrei nel Medio Evo. (...) Timidezza, inerzia, venalità unite in potente coalizione sono vivamente combattute dal Sacerdozio cattolico..." (6)
Già...chissà se se ne ricorderanno nell'alto delle stanze vaticane, tra gli ambienti ecclesiastici contemporanei giudaizzati e giudaizzanti e sottomessi ai diktat sinagogici all'indomani del Secondo Concilio Vaticano che - de facto - aprirà le porte del Soglio Pontificio agli emissari della sinagoga (come farà notare qualcuno nel periodo conciliare "puzzo di zolfo" raggiungeva oramai le stanze pontificie...lo 'zampino' demoniaco era penetrato irreversibilmente all'interno dell'istituto ecclesiastico iniziando quell'opera di erosione e deformazione anche teologica che avrebbe sospinto la perfidia giudaica sempre più in alto rivendicando e anzi obbligando la Chiesa cattolica a revisioni dottrinali, comprese quelle liturgiche, a mea culpa insensati e ha sostenere ovunque le rivendicazioni degli ambienti ebraici in materia di rivisitazione storiografica giungendo fino alla consacrazione, nè più nè meno dogmatica, della fandonia dell'olocausto di sei milioni di soggetti di razza o religione israelita durante l'ultimo conflitto mondiale).
Altro valido studioso della questione ebraica nel periodo preso in considerazione sarà il modenese Roberto Mazzetti che darà alle stampe una serie di interessanti volumi (7) di ricostruzione, rivisitazione e analisi accademica sul problema rappresentato dagli ebrei nella vita sociale e nel costume delle società cristiane. Analisi di assoluto valore che ripercorrendo vicende storiche lontane e periodi della storia nazionale precedenti alla devastazione illuministico-rivoluzionaria che, con la vittoria giacobina in Francia, spalancarono le porte alla dissoluzione europea dei secoli successivi.
In particolare Mazzetti sosterrà una dimensione tellurico-satanica tipicamente ebraica , un'azione erosiva perpetuata nei secoli e cercherà di fornire una validissima spiegazione al fenomeno del cosiddetto "antisemitismo" sia del passato che dell'epoca fascista. Ora, premesso che "antisemitismo" è termine sistemico-sinagogico partorito da crani ebraici e diffusosi per mezzo del tam-tam martellante orchestrato dalla stampa e pubblicistica ebraica e filo-ebraica fin dal XIXmo secolo, occorre sottolineare che esso si palesi esclusivamente come un mezzo di difesa ed uno strumento per arginare la nefasta influenza giudaica sulla vita socio-economico di intere nazioni e territori 'rapacemente' catturati dalle attenzioni usuraie dello strozzinaggio deambulante dei prestamonete di "eletta" ascendenza.
Nient'altro che legittime, e peraltro spesso anche inutili o controproducenti, misure per frenare la bramosia di potere economico del mercanteggiare di elementi destabilizzanti l'ordine naturale, gerarchico e organico, costituito nell'epoca precedente il Medio Evo nell'Europa cristiana e successivamente adottato anche dal mondo arabo-islamico per contenere l'odio d'"Israele" verso i popoli goyim.
Identiche misure che il Fascismo italiano tenterà invano di attuare legiferando nell'autunno del 1938 un proprio ordinamento in materia di inibizioni, divieti e misure cautelative atte a sradicare la malapianta ebraica che aveva radicato estendendosi occultamente in tutti i gangli vitali dello Stato, delle sue Istituzioni, dalle accademie alle università, dall'editoria alla stampa e all'interno dell'amministrazione, nei corpi di polizia, in quelli militari e ovunque fosse detenibile un potere reale (non dimenticando ovviamente l'economia, il commercio, la finanza, gli ambienti bancari da sempre 'prioritari' e principali feudi israeliti).
"Per quanto sia difficile cogliere le ragioni fondamentali di un fenomeno universale e molteplice come l'antisemitismo - scriverà il Mazzetti (8) - , il quale variando nel tempo e nello spazio esige una storica diversità di giustificazioni, si può riconoscere che i motivi che portano ai vari antisemitismi non stanno solo in una volontà di conservazione o di reazione, ma principalmente in un bisogno di eliminazione dal corpo sociale di un gruppo etnico compatto e in sè chiuso, orgoglioso e disdegnoso, prosperante e dominante attraverso l'attività del commercio e dell'industria o attraverso lo sviluppo di una cultura assai affine a quell'attività come la scienza matematica, giuridica ed economica. Il popolo ebraico, se popolo si può dire, è sradicato e come tale, unito ed estraneo agli altri popoli. Nel popolo ebraico che rifugge nella quasi totalità , dalla sudata fatica del lavoro manuale, e dalla severa fedeltà alla terra, gli altri popoli hanno quasi sempre sentito una schiacciante forza parassitaria e disgregatrice. L'antisemitismo, nelle principali sue espressioni storiche, non è stato, quindi, incapacità delle genti a sentire l'alta vocazione storica del popolo eletto, ma bisogno di difendere il lavoro sociale, popolare o nazionale e necessità di conservare e proteggere i più profondi ed autoctoni spiriti dei popoli. L'odio teologico contro il popolo deicida ben poco avrebbe potuto far presa sui popoli, se questi contro Israele non avessero nutrito ben più radicata e viva diffidenza e ostilità. D'altra parte come si spiegherebbero i movimenti anti-ebraici prima di Cristo? L'idea della vocazione rivoluzionaria d'Israele non è che l'ultima espressione dell'imperialismo e del messianismo ebraico.".
A questa legittima e assolutamente rilevante questione (il sorgere in ogni epoca e presso tutti i popoli di sentimenti di ostilità nei confronti degli ebrei) posta dal Mazzetti aveva dato ampie risposte un paio di anni prima Paolo Orano (9) nel suo voluminoso "Gli Ebrei in Italia" che ripercorre in 250 pagine la storia dei rapporti tra romanità ed ebraismo, spirito latino e mentalità ebraica, le relazioni fra Roma e "Israele".
Scrive l'Orano: "Dobbiamo quindi rivedere come attraverso le sue epoche di sviluppo imperiale la Romanità trattò gli ebrei. Sin da due secoli avanti Cristo, se non proprio sotto il Consolato di Pompilio Leno e di Caio Calpurnio, secondo quanto ci dice Valerio Massimo, e cioè verso il 139, gli ebrei sarebbero venuti a Roma. Nei primi anni dell'era cristiana vi avrebbero fondata già una colonia. I rapporti diplomatici con la Repubblica risalirebbero al 160, all'ambasciata di Giuda Maccabeo allo scopo di concludere un trattato d'alleanze contro i Siri e nel 143 e nel 139 si sarebbero seguite altre ambascerie. E' esatto che sotto Pompeo crebbe il numero degli ebrei immigrati nell'Urbe e subito si fecero notare per la loro turbolenta immistione alla vita politica. Cesare li favorì per farseli amici esentandoli dal servizio militare ed Augusto riconobbe tale tattica così utile da far riunire in loro favore le distribuzioni gratuite del grano quando cadevano in giorno di sabato, concedendo il diritto di raccogliere la didracma da mandarsi in Palestina e stabilendo la spesa di sacrificio perpetuo d'un toro e di due agnelli nel tempio di Gerusalemme. Sotto Tiberio gli ebrei raggiungevano già in Roma il numero di venti mila organizzati in collegia e solidalites. E' in quel torno di tempo che nasce il ghetto in Trastevere. Se le grandi famiglie ebraiche degli Erode e degli Agrippa - la "bassa famiglia", di cui si vergognava, perchè romanizzato e così innalzato accanto ad Augusto , s'intendeva fosse ebraica - erano mescolate alla vita politica, la maggioranza viveva negli angoli più remoti e sporchi della Città, commerciando , trafficando con i più umili e disprezzati mestieri e servizi presso la via Portuense, l'Emporium e il Circo Massimo, il Campo di Marte e la Suburra, presso la Porta Capena, sulla riva del ruscello d'Egezia e accanto al Bosco Sacro, portando notizie, leggendo la fortuna, facendo le spie." (10)
Nella sua opera, testo fondamentale dell'epoca fascista sulla questione ebraica, Orano sottolinea lucidamente le sostanziali differenze esistenti anche a livello di religiosità fra i latini e gli ebrei e, citando il noto storico di origine ebraica Bernard Lazare la cui poderosa opera sulla "Storia dell'Antisemitismo" risulta oggettivamente funzionale e rilevante per comprendere l'evoluzione, lo sviluppo e le cause che generarono presso ogni popolo antico o moderno reazioni anti-ebraiche (la causa prima fermo restando che sia sempre e solo rappresentata dall'Ebreo in quanto tale, dalla sua mentalità e dal suo modus operandi, da quella "ebraicità" riconosciutà come reale istinto di natura primordiale che forma a livello spirituale prim'ancora che razziale un tipo umano degenerato, perennemente rivoluzionario rispetto a qualsiasi istituzione e che - nel Giudaismo come religione e legge - trova la propria 'consacrazione' metabolizzando un odio atavico e irriducibile contro tutto ciò che non è conforme al Talmud metabolizzando un'autentico furore sovversivo che deve prodursi, nei secoli, deturpando, violando e insozzando usi e costumi di quell'umanità non ebraica che interiormente ogni ebreo detesta profondamente), scriverà "Cicerone che era stato l'allievo di Apollonio Molone aveva ereditato dei suoi pregiudizi; trovò gli Ebrei sulla sua strada; essi erano del partito popolare contro il partito del Senato al quale egli apparteneva. Li temeva e, da alcuni passi dell'orazione 'Pro Flacco' , vediamo che osava appena parlarne, tanto erano numerosi intorno a lui e sulla pubblica piazza. Ma un bel giorno grida: "Bisogna combattere le loro barbare superstizioni"; li accusa di essere una nazione "sospettosa e calunniatrice" e aggiunge che essi "ostentano disprezzo per gli splendori della potenza romana". Erano, secondo Cicerone, da temersi quegli uomini che si distaccavano da Roma, volgendo gli occhi verso la città lontana, quella Gerusalemme che sostenevano col denaro tratto dalla Repubblica. Rimproverava inoltre agli Ebrei di guadagnare i cittadini ai riti sabbatici. E' l'accusa che ritorna più spesso negli scritti dei polemisti, dei poeti e degli storici: cotesta religione ebrea, che seduceva coloro che ne avessero penetrato l'essenza, respingeva gli altri, quanti la conoscevano incompletamente considerandola come mucchio di riti assurdi e tristi. Nazione superstiziosa, li chiama Persio (Lat. V) ; giorno lugubre il loro sabato, aggiunge Ovidio (Ars Armandi I, 75,76) e Petronio afferma che gli Ebrei adorano il porco e l'asino. Tacito così bene informato ripete sul Giudaismo le favole di Manetone e di Posidonio (...si badi bene che quì a scrivere è il giudeo Lazare...ndr). Gli Ebrei, dice, discendono dai lebbrosi, onorano la testa d'asino, hanno riti infami e precisa le accuse, che sono quelle dei nazionalisti, se così posso dire: "Tutti coloro che abbracciano il loro culto, afferma, si fanno circoncidere, e la prima istruzione che ricevono è di disprezzare gli dei, di abiurare la patria, di obliare padre, madre, figli." E dice irato: "Gli Ebrei considerano come profano tutto ciò che da noi è considerato come sacro" (Hist. V , 4-5). Svetonio e Giovenale ripetono la stessa cosa: è il rimprovero capitale: "Essi hanno un culto particolare, leggi particolari, disprezzano le leggi romane" (Im. Lat. XIV, 96-104) E Plinio: "Disprezzano gli dei" (Hist. pat. XIII, 4)." (11)
Nel suo volume su "L'antisemitismo moderno" l'ebreo Joel Barromi - nato "romano" e successivamente dopo una laurea in giurisprudenza all'Università di Roma passato a servire gli interessi dell'entità sionista diventando rappresentante diplomatico "israeliano" presso le Nazioni Unite, in Portogallo e in America Latina - analogamente a quanto sottolineato dal suo correligionario Lazàre e riportato dall'Orano rileva come non fossero solo i romani ma più vastamente tutti i popoli dell'antichità a detestare gli ebrei e a rifiutarne tanto la loro visione monoteista quanto in particolar modo il loro atteggiamento arrogante e la loro perfidia.
Scrive Barromi: "L'unico testo biblico che tratta della situazione di una comunità ebraica della diaspora, in un'epoca indefinita ma chiaramente posteriore al primo Esilio, è il libro di Ester. E', questa, un'opera più letteraria che storica, che descrive le macchinazione contro gli ebrei di Persia del primo ministro Haman, al tempo del re Assuero e la miracolosa salvezza che sopaggiunse. Haman, che vuole sbarazzarsi del suo rivale ebreo Mardocheo, va dal re e gli dice: Vi è un popolo appartato e disperso fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del Re; non conviene quindi che il Re lo tolleri. Se così piace al Re si scriva che esso sia distrutto; ed io pagherò diecimila talenti d'oro in mani di quelli che fanno gli affari del Re, perchè siano portati nel tesoro reale.". Il credulo tiranno si lascia convincere e emette l'editto mortifero, ma poi, ammaliato dal fascino di Ester, lo revoca." (12)
E' la vicenda in questione niente meno che quella narrata appunto nel Libro di Ester, testo che celebra lo sterminio di oltre 70mila partigiani del ministro Haman decretato dal re Assuero su istigazione della di lui concubina , innalzata al rango di moglie, l'ebrea Ester (che gli Ebrei ovviamente ricordano come la Regina d'"Israele" che "salvò" il popolo da morte certa). Un evento luttuoso per l'impero persiano e per i suoi figli che, da sempre, il mondo ebraico celebra annualmente e ricorda con la cosiddetta "festa di Purim". Il Purim ebraico (13) sarà, nè più nè meno, la vendetta consumata dai figli di Sion per mezzo dell'ebrea Ester contro Haman. In tre giorni furono eliminati in tutte le contrade dell'impero persiano 70mila innocenti: tutti passati a fil di spada per compiacere il Re ingannato dalla sua amante ebrea. Nell'emporio criminale sionista occupante la Terrasanta palestinese la celebrazione del Purim viene ricordata con due giorni e mezzo festivi nel quale si svolgono rappresentazioni teatrali giocose che ricordano, più o meno, il carnevale cristiano con i bambini ebrei in maschera.
Secondo la "tradizione" ebraica durante lo shabbat precedente Purim, si legge, oltre alla parasha della settimana, anche il brano dal Deuteronomio (25;17-19) in cui si racconta dell'attacco subito dagli ebrei in fuga dall'Egitto da parte della tribù di Amalek, avo del perfido Amàn. Anche nella Haftarà la lettura richiama Amàn. Narra infatti la lotta tra Re Saul e Agag, Re di Amalek. Il 13 di Adar si digiuna, ma se questa data dovesse conicidere con lo shabbat, il digiuno viene anticipato al giovedì percedente (11 di Adar). Nel giorno del digiuno la formula della Amidà riflette la festività, e viene estratto un rotolo della Torah sia durante la funzione di Shachrit che di Minchà. La sera di Purim si usa fare Tzedaka ed il ricavato delle donazioni va ai poveri della comunità. La meghillàt (Rotolo) di Ester deve essere letta sia la sera del 13 che la mattina del 14 di Adar ed è mitzva (obbligatoria) sia per i bambini che per le donne. La meghillàt deve essere letta dal rotolo in pergamena per adempiere alla mitzva.
Questo a conferma dell'odio atavico che non conosce assolutamente nè pietà nè compassione di un popolo che, da secoli, annualmente e ritualmente celebra festosamente e gioiosamente un evento tanto tragico o, per esser più chiari, un crimine.
Tornando agli autori fascisti che analizzarono tra gli anni Venti e Trenta la questione ebraica occorre per completezza d'informazioni riconoscere nel saggio "Razza e Fascismo" , pubblicato a Palermo nel 1939 da Giuseppe Maggiore (14) , un'ottimo compendio storico, culturale e filosofico che prenderà anche in esame - in un capitolo a sè stante - gli ebrei e l'ebraismo.
Il Maggiore scrive in proposito: "Naturalisticamente, infatti, la ebraica è una razza (e moltissimi le contestano persino tale qualità) tra le altre e non meriterebbe il privilegio di una trattazione a parte. Ora, la razza, ripetiamo per l'ultima volta, non è solo una categoria scientifica, bensì sociologica e politica. (...) Quando poi dalle razze umane in generale si passa a quella ebraica, le disquisizioni diventano diatribe , ed il quieto recinto della scienza serena crepita come un campo di battaglia. La ragione è che gli interessi che si agitano, e spesso conflagrano, intorno alla questione dell'ebraismo non sono conoscitivi ma pratici, come quelli che attengono alla difesa personale. Il problema ebraico si delinea come un problema di autodifesa. Da una parte c'è una razza che non vuole morire e che difende con le unghie e con i rostri la sua esistenza: dall'altra c'è uno Stato che vuole vivere e vede le ragioni della sua vita e della sua potenza minacciate da quella razza, contro la quale si mette in guardia. Cotesta difesa è legittima ed è pubblica (salus publica suprema lex). L'individuo qui non entra in iscena. Ebrei e non ebrei, come singoli possono intendersi e filare in perfetto amore. Amore ed amicizia hanno gran braccia da non badare alla razza. I popoli hanno altra legge. Ed i popoli non ebrei hanno guardato il popolo ebreo, dalla dispersione in poi, con diffidenza ricambiata da eguale odio ed esecrazione. Uno Stato può avere nemico un altro Stato. Gli Ebrei invece, sparpagliati ovunque, sono nemici di tutti gli Stati. Da ospiti essi sono sempre pronti a divenire stranieri, da stranieri a dichiararsi nemici. Di quì la necessità a cui si trovano le nazioni, a quando a quando, di tenerli a freno e combatterli. Sempre, nell'una o nell'altra epoca storica, gli Stati hanno proseguito, ciascuno per conto suo, senza accordarsi in un piano comune o scambiarsi una parola d'ordine, senza idea di imitarsi a vicenda. Dire che le nazioni si imitano nella lotta agli Ebrei è come dire che si imitano nel fare la guerra, nell'imporre tasse, nel perseguitare i delinquenti. Perciò è supremamente idiota dire che oggi l'Italia fa la scimmia alla Germania, nell'antigiudaismo. L'antigiudaismo è vecchio quanto la storia degli Ebrei. C'è in fondo ad esso qualche cosa che sfugge alla ragione umana. (...) Maomettani e Cristiani, Protestanti e Cattolici hanno a lungo battagliato per una verità di rivelazione o per un dogma, perchè in essi il calore della fede può fermentare in fanatismo ed il fanatismo esplodere in parossismo di sangue. L'ebreo, fra le tante passioni, non ha quella religiosa: la sua fede non costituisce un pericolo. E' un pericolo invece la sua coscienza nazionale e la sua coscienza razziale. Di fronte a questa coscienza non passiva nè disarmata, ma combattiva all'ultimo grado, gli Stati si sono messi sempre sul "chi vive" ed in posizione di allarme. Le razze non ebraiche più e più volte, nella storia, al contatto della razza ebraica hanno avvertito la perentorietà del dilemma "mors tua vita mea" (15).
In conclusione, e tralasciando ovviamente gli scritti ed i numerosi articoli pubblicati nello stesso periodo sulla questione maledetta da Julius Evola (16) o l'attività anti-ebraica di Monsignor Umberto Benigni , al quale si deve la pubblicazione dell'edizione dei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" nel 1921 con il titolo "I
documenti della conquista ebraica del mondo" e per la sua rivista "Fede e Ragione", riconosciamo nella pubblicistica espressa dal Fascismo durante tutto il Ventennio una indiscutibile ed interessante miniera di riferimento per chiunque intenda analizzare , documenti alla mano, i reali rapporti tra il movimento mussoliniano, lo Stato Fascista italiano ed i suoi rappresentanti nel mondo della politica e della cultura da un lato e il mondo ebraico dall'altro.
La letteratura prodotta in merito alla questione ebraica nel periodo compreso fra i primi anni Venti e la metà degli anni Quaranta (17) rappresenta uno strumento di assoluto valore storico e culturale, politico ed ideologico, destinato comunque a fornire cognizioni, 'indirizzi' e 'direzioni' di 'marcia' per chiunque intenderà cimentarsi con la Questione Maledetta.
Perchè il mondo, oggi più che mai, viene agitato dall'affioramento tsunamico delle tendenze demoniache giudaiche e dall'asfittica e preponderante presenza di soggetti ebrei e ebraicizzanti che continueranno negli anni a venire a manifestare e 'rappresentare' - quali vettori di tendenze dissolutive - la contro-tradizione per eccellenza, autentici virus d'infezione e strumenti della Sovversione.
Il giudaismo è e rimarrà sempre il nemico dell'Uomo e dell'Umanità. Avversario delle Nazioni questo vero e proprio cancro - che per secoli è andato insinuandosi nel corpo sociale dei popoli e delle comunità non ebraiche - ha finito per eroderne l'anima e lo spirito, modificandone costumi, usi e tradizioni, deturpandone e sfigurandone le società e palesandosi sempre e costantemente come il più devastante strumento di attuazione di piani dissolutivo-degeneranti che hanno ridotto il pianeta in una accozzaglia senza volto, senza identità e senza storia (l'One World mondialista , mondo indifferenziato e omologato alla lex judaica e alle politiche di riduzionismo e modernismo partorite dalla visione laica d'ispirazione illuministico-massonica) sopra la quale il giudeo, gonfio e tronfio, intende instaurare il proprio novello Regnum d'Israele secondo la propria distorta e materialistica interpretazione del mosaismo e attraverso gli strumenti di conquista e dominio rappresentati dall'usura dei capitali finanziari, dal controllo dei mass media e dalla prevaricante opera di persuasione, seduzione e direzione occulta degli affari della politica mondiale come non mai nelle mani di una setta di fanatici accecati da utopie messianiche direttamente ispirate dal razzismo talmudico.
L'ebreo è e rimane il nemico dell'Uomo!
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
Link a questa pagina:
http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_pubblicistica...
Note -
1 - su Giovanni Preziosi abbiamo avuto modo e occasione, sovente, di rilevare l'assoluta, cristallina, genuinità e validità delle sue ricerche ed il valore oltremodo insindacabile dell'opera di instancabile 'perlustrazione' e ricognizione nei meandri dell'ebraismo nazionale e internazionale attraverso la trentennale pubblicazione di articoli su "La Vita Italiana" , la rigorosa documentazione prodotta sulla base di censimenti, documenti statistici e ricostruzioni storiche che dal memorabile volume "La Germania alla conquista dell'Italia" - uscito durante la Grande Guerra del 15-18 - e passando per la pubblicazione dei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" (il libro più odiato e detestato ancora oggi dagli ebrei, ebraicizzanti e cripto-ebrei di tutto il globo terrestre) editi una prima volta nel 1921, ristampati nel 1938 e infine nel '44 e finendo con le due raccolte "Come il giudaismo ha preparato la guerra" e "Giudaismo, bolscevismo, plutocrazia, massoneria" uscite per i titoli della Tumminelli Edizioni di Roma.
Su Preziosi possiamo rinviare il lettore al nostro "I-tal-yà: ebrei e lobbies ebraiche in Italia" (Genova 2003), all'articolo "Giovanni Preziosi: Una voce contro l'idra giudaica" e ricordando come sia uscita - dopo un primo tentativo promosso da Maria Teresa Pichetto nei primi anni Ottanta con il volume "Alle radici dell'odio: Preziosi e Benigni antisemiti" ediz. Angeli 1983 - una nuova biografia di 'segno' circonciso a firma Romano Canosa che fin dal titolo evidenzia un chiaro tentativo di demonizzazione ("A caccia di ebrei - Mussolini, Preziosi e l'antisemitismo fascista" - ediz. Mondadori, Milano 2006) mentre sono disponibili anche gli atti di un convegno a lui dedicato, svoltosi nove anni or sono nella sua Torella dei Lombardi e compresi nel volume a firma Luigi Parente, Fabio Gentile, Rosa Maria Grillo "Giovanni Preziosi e la questione della razza in Italia" - Atti del Convegno di studi (Avellino-Torella dei Lombardi, 30 novembre-2 dicembre 2000), Edizioni "Rubbettino" 2005.
Noi vi invitiamo, qualora riusciste a recuperarne copia (impresa affatto semplice), invece a dar la 'caccia' all'unica biografia fino ad oggi obiettiva sulla figura di Preziosi uscita nell'immediato dopoguerra ovvero al saggio di Luigi Cabrini su "Il potere segreto - Ricordi e confidenze di Giovanni Preziosi" pubblicato per i titoli "Cremona Nuova" nel 1951 il cui autore fu tra i più vicini collaboratori di Preziosi nell'ultimo periodo quando, nella Repubblica Sociale Italiana, il direttore de "La Vita Italiana" divenne plenipotenziario dell'Ispettorato generale per la demografia e la razza" presso la Presidenza del Consiglio.
Queste, per un quadro organico, le opere pubblicate da Giovanni Preziosi nel corso della sua attività:
Il problema dell'Italia d'oggi, Sandron, Palermo 1907.
Evoluzione e dogma, Studium ed., Firenze 1908.
Gli Italiani negli Stati Uniti del Nord, Libreria milanese, Milano 1909.
L'emigrazione, Tipo-litografia Pergola, Avellino 1909.
La disoccupazione. Appunti sui metodi per la rilevazione statistica, Sandron, Palermo 1912.
La Germania alla conquista dell'Italia, Libreria della Voce, Firenze 1915.
La Banca commerciale e la penetrazione tedesca in Francia e in Inghilterra, Tip. Italia, Roma 1915.
Cooperativismo rosso piovra dello stato, Laterza, Bari 1922.
Uno stato nello stato: la Cooperativa Garibaldi della gente di mare, Valecchi, Firenze 1922.
Come il giudaismo ha preparato la guerra, Biblioteca della Difesa della Razza - Tumminelli, Roma 1939.
Giudaismo, bolscevismo, plutocrazia, massoneria, Mondadori, Milano 1941.
Il Giudaismo ha voluto questa guerra, in AA. VV., Gli ebrei hanno voluto la guerra, Roma 1942.
(a cura di), L'internazionale ebraica. Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1921.
(a cura di), L'Internazionale ebraica. I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1937. Con introduzione di Julius Evola.
(a cura di), L'Internazionale ebraica. I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1938.
(a cura di), L'Internazionale ebraica. I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1938.
(a cura di), L'Internazionale ebraica. I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1938.
(a cura di), L'Internazionale ebraica: los Protocolos de los Sabios Ancianos de Sion, Versiòn española de la tercera ediciòn italiana, con introducciòn y apendice, Soc. ed. Novissima, Roma 1938.
(a cura di), L'Internazionale ebraica. I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana, Roma 1939.
(a cura di), I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana - Mondadori, Milano - Verona 1944.
(a cura di), I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, La Vita Italiana - Mondadori, Milano 1945.
2 - M.F.A. Montagu - "La Razza. Analisi di un mito" - Ediz. "Einaudi" - Torino 1966;
3 - si consulti in proposito di Emmanuel Malinski/Léon De Poncis - "La guerra occulta - Armi e fasi dell'attacco ebraico-massonico alla tradizione europea" - Ediz. di "Ar" - Padova (ristampato nel 2008);
4 - Roberto Farinacci - "La Chiesa e gli ebrei" - ediz. "Sentinella d'Italia" - Monfalcone 1987;
5 - Mario Lolli - "Ebrei, Chiesa e Fascismo" - ediz. Officine Grafiche Mantero - Tivoli 1938;
6 - Mario Lolli - ibidem;
7 - si ricordano del Mazzetti: "L'antiebraismo nella cultura italiana dal '700 al '900" - Antologia Storica pubblicata per i tipi della Società Tipografica Modenese nel 1938; "L'impero , la razza, l'autarchia" pubblicato per Guidastri e Roncagli a Bologna nel 1940; "La questione ebraica" (ediz. La Tipografica Modenese" - 1938), "Orientamenti antiebraici della vita e della cultura italiana. Saggi di storia religiosa, politica e letteraria" (Soc. Tip. Modenese - 1939) ;
8 - Roberto Mazetti - "Orientamenti antiebraici della vita e della cultura italiana - Saggi di storia religiosa, politica e letteraria" - ediz. "Società Tipografica Modenese" - Modena 1939;
9 - Paolo Orano (Roma 15 giugno 1875/ Padula 7 aprile 1945) è stato fra i più importanti intellettuali del Fascismo. Già scrittore, docente di filosofia, senatore, deputato e sindacalista aderì, dopo una breve militanze nelle file del Partito Socialista e successivamente nel Partito Sardo d'Azione, al movimento mussoliniano. Autore di saggi brillanti fu tra i fondatori della Scuola Fascista di Giornalismo e l'iniziatore della scienza della demodoxalogia
In qualità di giornalista collaborerà fin dai primi anni del Novecento con "L'Avanti" organo ufficiale del PSI partito in cui milita fino al 1906 prima di passare a guidare in veste di condirettore "Pagine Libere" organo dei sindacalisti rivoluzionari. Fonda "La Lupa", testata di sua proprietà, periodico di cui usciranno pochi numeri tra il 1910 e il 1911 prima di iniziare la sua collaborazione con "Sardegna". Sono di questa prima epoca alcuni volumi fra i quali "Psicologia sociale" e, in tre volumi, "I moderni: Medaglioni" usciti tra il 1908 e il 1914. Volontario durante la guerra prima di venir congedato nel 1918 darà alle stampe "Nel solco della guerra" (1915) e "La spada sulla bilancia" (1917) mentre due anni più tardi uscirà il suo saggio su "L'Italia e gli altri alla conferenza della pace". Eletto deputato nel 1921 nelle fila del Partito Sardo d'Azione sarà responsabile della commissione parlamentare per l'emigrazione in Tunisia prima di aderire, assieme ad un certo numero di iscritti del PSd'Az., al PNF (1923). Mussolini gli affiderà l'anno seguente la vicedirezione de "Il Popolo d'Italia". Rettore dell'università di Perugia dal 36 al 44 fu autore di numerose pubblicazioni fra le quali si ricordano "L'educazione fascista" (1933) , "Fascismo - Idea Universale" (1936), "Mussolini fondatore dell'Impero Fascista" (1940) e di altre biografie fra le quali spiccano quelle dedicate a Italo Balbo (1940), Cesare Maria De Vecchi (1935) e Rodolfo Graziani (1936). Arrestato nel giugno 1944, lo scrittore viene internato, con altri fascisti, nel campo di concentramento anglo-americano di Padula. Soffre da tempo di una grave forma di ulcera duodenale che si acuisce con la prigionia. Agli inizi di aprile dell'anno successivo Paolo Orano si spegne nella stessa località per una emorragia allo stomaco derivata con ogni probabilità dalla malattia di cui era affetto.
10 - Paolo Orano - "Gli Ebrei in Italia" - Casa editrice "Pinciana" - Roma 1937;
11 - Paolo Orano - ibidem;
12 - Joel Barromi - "L'antisemitismo moderno" - ediz. "Marietti" - Genova 1988;
13 - La "festività" ebraica del Purim (in ebraico Sorti) cade il giorno 14 del mese ebraico di Adar. Ai tempi di Yeoshua Bin Nun la festività durava 2 giorni e si concludeva al tramonto del 15 di Adar. Il digiuno del giorno precedente ricorda l'analogo digiuno rituale fatto da Ester e suo zio Mardocheo quando Aman (che gli ebrei detestano elevandolo al rango di una sorta di Hitler ante-litteram) tramò per liberarsi del popolo maledetto convicendo il Re ad ucciderli tutti. La storia in realtà come si è visto vedrà la controparte ebraica - con le armi dell'astuzia, dell'inganno e attraverso lo strumento persuasivo del fascino femminile ebraico ('arma' diabolica della quale sempre i giudei si sono serviti per i loro scopi più bassi come conferma peraltro l'Antico Testamento)
Sulla festività ebraica, per chi volesse 'informarsi' direttamente da fonti giudaiche, sono disponibili i seguenti volumi:
- Paolo Fornaciari - "Fate onore al bel Purim" - ediz. "Erasmo" - Livorno 2005;
- (A cura di) Giulio Busi - "La Istoria de Purim io ve racconto...Il Libro di Ester secondo un rabbino emiliano del Cinquecento" - ediz. "Luisè" -Rimini;
Quest'ultimo volume ripropone la narrazione del rabbino Mordekay Dato, un instancabile poligrafo vissuto a San Felice sul Panaro (provincia di Modena) nella seconda metà del secolo XVI, che riscrisse in ottava rima, la drammatica avventura della regina Ester.
14 - Giuseppe Maggiore , magistrato e insegnante di filosofia del diritto presso le università di Siena e Perugia e quindi del diritto penale a Palermo. Autore di saggi filosofici darà anche alle stampe una monumentale opera sui "Principi del diritto penale" uscita in 2 volumi tra il '37 e il '40.
15 - Giuseppe Maggiore - "Razza e Fascismo" - ediz. "Libreria Agate" - Palermo 1939;
16 - ricordiamo quì velocemente alcuni dei volumi dati alle stampe dal filosofo della romanità - peraltro estensore dell'introduzione all'edizione dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion curata dal Preziosi nel 1938 - nel periodo in questione:
- "Il mito del sangue" - ediz. "Hoepli" , Milano 1937;
- "Indirizzi per una educazione razziale" - ediz. "Conte" , Napoli 1941;
- "Sintesi di dottrina della razza" - ediz. "Hoepli", Milano 1941;
- "Tre aspetti del problema ebraico" - ediz. "Mediterranea", Roma 1936;
17 - ovviamente non potendo prendere in esame o riprodurre passaggi di tutte le opere pubblicate durante il Ventennio abbiamo citate solo alcune fra le più significative. Riportiamo, per dare un quadro generale organico e maggiormente completo, una breve bibliografia di altri testi relativi alla questione ebraica pubblicati negli anni in questione:
- Appelius - "Parole dure e chiare" - ediz. "Mondadori" - Milano 1942;
- Azelio M.- "Gli ebrei sono uomini" - Roma 1944;
- Balbi P. - "Il giudaismo come negazione" - in "Bibliografia Fascista" - Anno XI (Ottobre 1938);
- Brocchieri B.V. - "L'idea di popolo nella coscienza del popolo di Israele" - ediz. "Hoepli" - Milano 1938;
- Catholicus - "Io cattolico e Israele" - ediz. "Pinciana"- Roma 1938;
- Cazzani G. - "Umanità cristiana e giudaismo" - Cremona 1939;
- Cecchelli C. - "La questione ebraica e il sionismo" - "Quaderni dell'Istituto Nazionale di Cultura Fascista" - Roma 1939;
- Del Mazza A. - "Razzismo e ebraismo" - ediz. "Mondadori" - Milano-Verona 1940;
- Dè Rossi Dell'Arno - "L'ebraismo contro l'Europa" - 1940;
- Franchi B. - "Gli ebrei in Dalmazia" - Zara 1939;
- Giani N. - "Perchè siamo antisemiti" - ed. "Off. Graf. A. Nicola" - Milano-Varese 1939;
- Interlandti T. - "Contra Judaeos" - ediz. "Tumminelli" - Roma-Milano 1938;
- Mastroianni G. - "Marte e Israele - Perchè si combatte" - ediz. "Cappelli"- Bologna 1943;
- Nomentanus (forse pseudonimo utilizzato da Giovanni Preziosi) - "I rapporti fra la Chiesa cattolica e gli ebrei" - ediz. "Pinciana" - Roma 1938;
- Pellicano P. - "Ecco il diavolo, Israele!" - ediz. "Baldini e Castoldi" - Milano 1938;
- Pellicano P. - "La chiave di volta dell'ebraismo" - saggio presente nella raccolta "Gli ebrei hanno voluto la guerra" - Ediz. "Vallecchi" - Firenze 1942;
- Podaliri G. - "De Republica Haebreorum" - Bologna 1941;
- Romanini A. - "Ebrei-cristianesimo-fascismo" - ediz. "Caparrini" - Empoli 1939;
- Scaligero M- "Il giudaismo contro Roma" - saggio presente nella raccolta "Gli ebrei hanno voluto la guerra" op. cit.;
- Sottochiesa G. - "Sotto la maschera di Israele" - ediz. "La Prora" - Milano 1938;
- Taddei F. - "Una vendetta d'Israele: Cornelio Codreanu, martire del fascismo romeno" - Roma 1940;
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Libano: Rinvio a giudizio per 21 militanti salafiti di Fatah al Islam mentre Aoun attacca il lassismo delle forze filo-occidentali e la corruzione istituzionale
LIBANO : RINVIO A GIUDIZIO PER 21 MILITANTI SALAFITI DI FATAH AL ISLAM MENTRE AOUN ATTACCA IL LASSISMO DELLE FORZE FILO-OCCIDENTALI E LA CORRUZIONE ISTITUZIONALE di Dagoberto Husayn Bellucci In attesa che il premier designato Sa'ad Hariri riesca a formare un governo di unità nazionale comprendente anche Hizb'Allah e i partiti dell'opposizione nazionalpatriottica in Libano nella giornata di oggi sabato 24 ottobre si celebra il primo atto formale di imputazione di una cellula islamista d'ispirazione salafita operante nel nord del paese e attiva fino all'estate di un anno fa. Si tratta di uno dei primi processi di membri del cosiddetto gruppo di Fatah al Islam che, due anni fa, tenne in scacco per tre mesi e mezzo i militari di Beirut asserragliandosi nel campo profughi di Nahr el Bared (vicino Tripoli, nord del paese a maggioranza sunnita) e lanciando una rivolta che costò qualche centinaio di perdite alle forze armate libanesi. Oggi è scattato il rinvio a giudizio per 21 membri di questa organizzazione sui quali gravano i sospetti di aver realizzato l'attentato che nell'agosto di un anno fa causò la morte di 18 persone per lo più soldati inviati nella regione attorno a Tripoli per ristabilire una calma solo apparente. In quel periodo scontri fra opposte fazioni di sostenitori del fronte filo-occidentale e militanti dei partiti filo-siriani avvennero coinvolgendo centinaia di persone. L'episodio che vide coinvolto un autobus pubblico di linea dilaniato da una bomba attivata con un telecomando a distanza rientrava nella strategia terroristica di fomentare ulteriore caos in un paese dilaniato da una strisciante contrapposizione etnico-confessionale, diviso in fazioni opposte l'una all'altra, sempre pronto ad esplodere alla minima scintilla e, oramai da quattro anni, in preda alle evoluzioni della politica regionale fra minacce d'intervento sionista dai confini meridionali e una quotidianità in bilico, con una situazione economica disastrosa ed un equilibrio dei poteri fra i diversi partiti sempre pronto a saltare rimettendo in discussioni tutte le 'carte' della politica libanese. Il processo di oggi vede imputati alcuni dei militanti di Fatah al Islam accusati di essere una cellula direttamente legata ad Al Qaeda: fra questi vi sarebbe il presunto capo del gruppo, un 25enne palestinese Abdel Ghani Ali Jawhar al quale si devono ascrivere alcuni degli episodi terroristici che incendiarono il paese dei cedri nell'estate di un anno fa. Le accuse vanno dalla partecipazione a banda armata a quella di sovversione della sicurezza dello Stato, dall'omicidio al favoreggiamento, traffico e contrabbando di armi e possesso di esplosivi. In particolare i primi due reati sono punibili, secondo il codice penale libanese, con la pena di morte. Fonti anonime citate dai quotidiani libanesi sembrano sostenere che l'attentato mirasse a colpire oltre alla stabilità del paese anche il possibile riavvicinamento e la normalizzazione dei rapporti tra Libano e Siria che, come si ricorderà, furono interrotti all'indomani dell'attentato compiuto nel febbraio 2005 contro l'ex premier Rafiq Hariri che aprì la lunga faida interna tra il fronte filo-americano dei sostenitori del 14 Marzo e i filo-siriani legati ad Hizb'Allah raccolti nell'Opposizione Nazionale. Tra le attività della cellula terroristica al-qaedista anche la pianificazione di una serie di attentati contro le forze dell'Unifil 2 , la missione internazionale che vede operare nel sud del paese anche contingenti italiani, tra i quali quello mortale compiuto nel giugno 2007 contro una pattuglia di militari spagnoli. Mentre si celebra questo processo per terrorismo proseguono gli incontri e le discussioni relative alla formazione del prossimo esecutivo. La situazione rimane sostanzialmente immutata rispetto a qualche giorno or sono con i partiti dell'opposizione che rivendicano per Tayyar, il partito cristiano-maronita del Gen. Michel Aoun (1)alleato di Hizb'Allah, il dicastero delle telecomunicazioni. Proprio il Gen. Aoun , parlando alla televisione libanese "Press Tv" ha sostenuto che il paese dei cedri dovrebbe accrescere le sue capacità difensive "a tutti i costi" per contrastare la minaccia sionista. Il Generale ha dichiarato che il Libano purtroppo non avrà mai il potenziale necessario per opporsi a "Israele" senza una modernizzazione delle forze armate che auspica da anni e, riferendosi al ruolo della Resistenza Islamica (braccio armato di Hizb'Allah operante ai confini meridionali), ha sostenuto che "fintanto che sarà necessaria dovrà rimanere armata". "La via migliore per avere successo contro Israele - ha infine dichiarato Aoun - è lo stile di guerra asimmetrico. E' una risorsa che deve rimanere a disposizione di Hizb'Allah fintanto che un accordo di pace non sarà raggiunto". Una dichiarazione che ribadisce e conferma l'alleanza di ferro siglata nel marzo 2006 fra i due partiti che auspicano una riforma generale della politica libanese e hanno trovato un'accordo globale sulle principali e più delicate questioni relative alla sicurezza nazionale. In merito alla situazione di stallo interna Aoun parlando ai rappresentanti del blocco parlamentare del "Cambiamento e della Riforma" che fanno capo a Tayyar , nella riunione settimanale di Rabieh, ha sostenuto che "le discussioni andranno avanti fintanto che non vedremo riconosciuti i nostri diritti. Al momento non abbiamo in mano alcuna informazione relativa ai diversi ministeri e alle nomine. All'inizio del secondo mandato di Sa'ad Hariri avevamo concordato con lui che qualsiasi incontro diretto fra le due parti fosse tenuto lontano dai media perchè crediamo che i media deformino le notizie interferendo nella delicata situazione che attraversiamo. Esistono questioni sulle quali siamo in disaccordo con Hariri. Non siamo soddisfatti e lo ribadiamo della direzione economica e finanziaria del paese dall'avvento della Corrente Futura al potere. E ci sembra che esista una sorta di interdizione al nostro rientro nei ranghi dell'amministrazione dello Stato. Abbiamo informazioni in merito che al momento non intendiamo rivelare. (...) Esistono differenti settori che sono essenziali nella vita dei libanesi e al momento versano in una profonda crisi. Fra questi l'agricoltura che assicura lavoro al 40% dei libanesi e l'industria. (...) La sicurezza è attualmente politicizzata e talune persone che dovrebbero essere interrogate e giudicate sono rilasciate liberamente. D'altra parte occorre
rilevare che la direzione dello stato civile ha commesso numerosi errori e lacune imperdonabili. E ci domandiamo perchè mai ci sia negato l'accesso ai ministeri degli Interni o a quello della Giustizia. Ancora domandiamo al premier designato a cosa servono le confederazioni delle municipalità e quale sia esattamente il ruolo dell'organizzazione civile? La corruzione è evidente ovunque e noi sosteniamo che le cose non potranno continuare in questa direzione altrimenti andremo incontro ad una crisi delle istituzioni irreversibile." Infine Aoun ha rivolto all'opinione pubblica libanese e al premier designato Hariri una domanda affatto retorica: Chi è che decide la formazione dell'esecutivo libanese? Abbiamo sentito l'ambasciatrice americana Michelle Sisson dire che questo paese vuole un governo che rifletta il parlamento libanese. E' ciò che chiediamo da sempre. Ma la questione che si pone è: come questo governo possa riflettere il parlamento se non applica nè i rapporti proporzionali a livello di numero di ministri che ciascun blocco dovrebbe avere nè la ripartizione equa dei portafogli? Nessuno realmente intende applicare questa logica e tutte le parti insistono ad avere lo stesso numero di dicasteri come nel 2008 e si agitano quando il nostro partito rivendica un ministero in più rispetto a un anno or sono quando avevamo 21 deputati contro i 27 attuali. (...) Noi chiediamo rispetto per la nostra formazione politica, per la nostra storia, per i nostri diritti. Da 10 mesi abbiamo cominciato a gestire questi ministeri e intendiamo continuare a farlo. E non lasceremo quanto ci spetta per diritto." La situazione in Libano rimane, come sempre, legata alle variabili della politica che sono determinate da alleanze, contrapposizioni, scambi e ricatti. Oltre a quell'incognita sempre presente che incombe sulla vita del paese dei cedri cioè la situazione internazionale, regionale e dei singoli soggetti geopolitici che si premono nel Vicino Oriente: entità sionista, Stati Uniti, Arabia Saudita e alleati filo-occidentali. 'Attori' geopolitici interessati a
proseguire la strategia di contenimento del blocco sciita libanese, dei suoi alleati siriani, del suo sponsor iraniano e che mirano esclusivamente a israelizzare il Vicino Oriente. DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA" Link a questa pagina: http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_libano_proces... Note - 1 - Il Gen. Michel Aoun (ميشال عون in arabo, traslitterato anche Michel Awn;
Haret Hreik, 19 febbraio 1935) è considerato in Libano come un Eroe Nazionale per il suo contributo al conflitto civile. Figlio di una modesta famiglia libanese studiò e si diplomò alla scuola superiore di guerra frequentata in Francia prima di diventare generale di brigata nel 1984 e appoggiato anche dalla comunità islamica nel medesimo anno raggiungere il livello di capo di stato maggiore. Nel periodo immediatamente precedente la fine del conflitto civile - tra il settembre 1988 e l'ottobre 1990 - ha presieduto un governo militare nominato dall'allora Presidente Amin Gemayel. Il mandato mise Aoun in aperto contrasto con la Siria, presente nel paese con i suoi contingenti militari fin dal 1976, costringendo il Generale a richiedere l'aiuto e il rifornimento di armi dall'Iraq di Saddam Hussein. Nell'ultimo periodo del suo mandato Aoun si rifugiò all'interno dell'ambasciata francese a Beirut mentre i siriani bombardavano le postazioni dei suoi uomini. Rientrato in patria dopo un esilio parigino durato 15 anni nel maggio 2005 Aoun fonderà il suo Movimento Patriottico Libero (التيار الوطني الحر), che , dopo una parentesi iniziale al
fianco dei partiti filo-occidentali, siglerà lo storico accordo con Hizb'Allah e Haraqat 'Amal (i due partiti del blocco sciita) portando i propri uomini in piazza durante le manifestazioni contro l'esecutivo diretto da Fouad Siniora nel dicembre 2006. Politico pragmatico, realista e nazionalista arabo Aoun ha riaperto i rapporti con la vicina Siria effettuando, il 3 dicembre 2008, una storica visita a Damasco dove venne ricevuto dal Presidente Bashar el Assad. In quell'occasione, come in molte altre precedenti e successive, Aoun riaffermò che era arrivato il momento di voltare definitivamente pagina nelle relazioni burrascose tra i due paesi e che entrambi avrebbero dovuto collaborare per costruire un futuro di cooperazione e amicizia. Per ulteriori notizie vi rinviamo al sito ufficiale (in arabo, francese, inglese, spagnolo) del Movimento Patriottico Libero www.tayyar.org
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Recensione Libraria: Angelo Terenzoni/Nazareno Venturi - "La Repubblica Islamica dell'Iran - Un ideale metafisico nella realtà del XX secolo"
Recensione Libraria :
ANGELO TERENZONI/NAZARENO VENTURI - "LA REPUBBLICA ISLAMICA DELL'IRAN - UN IDEALE METAFISICO NELLA REALTA' DEL XX SECOLO"
di Dagoberto Husayn Bellucci
"Quale grandezza maggiore di quella di un clero che con poche possibilità ha diffuso tra i musulmani, nella terra del pensiero e della riflessione, la concezione del Puro Islam"
( Imam Seyyed Ruhollah al Musawi al Khomeini )
"Che Dio conceda la Sua Grazia a tutti coloro il cui cuore anela alla vivificazione del Puro Islam mohammadiano e alla distruzione dell'Islam 'americano'"
( Imam Seyyed Ruhollah al Musawi al Khomeini )
'Scartabellando' in mezzo ad una selva di volumi, all'interno del nostro organizzatissimo bailamme librario-cartaceo che 'assembla' testi vecchi e nuovi sovrapposti a un milone e settecentomilacinquecentoventinove 'accrocchi' di tutti i generi e di qualsivoglia 'gusto' (...abbiamo 'recuperato' un qualcosa come diciotto kefieh palestinesi, un centinaio di poster 'abbandonati' sotto una montagna di polvere, vecchie foto, scatoloni di cianfrusaglie 'repertistiche' "islamo-fascio-nazi-comuniste" ... in 'pratica' un vero e proprio 'bazar'...ci sono 'anche' le bandiere del Partito Comunista Libanese e dell'Olimpic Beirut, quella nazionale croata e una dozzina di 'drappi' gialloverdi non propriamente 'inneggianti' ai 'carioca' brasileiros ..oltre alla raccolta filatelica della Repubblica Islamica dell'Iran 'acquisita' quotidianamente in un mese di permanenza a Qòm nel lontano agosto 1995 ...), ci siamo 'imbattuti', più o meno fortunatamente, in un testo che merita assolutamente una ricognizione 'recensoria' d'analisi non fosse altro perchè, per moltissimo tempo, è stato il primo e più importante tentativo di dare forma e rappresentare in lingua italiana la realtà della Repubblica Islamica dell'Iran.
In attesa di riordinare idee e volumi, dando una 'parvenza' disciplinata alle 'carabattole' ed al disordine perenne che regna sovrano nel 'covo' ove talvolta ci 'rifugiamo' più che volentieri (...di 'recente' abbiamo 'aggiunto' all'insieme 'sgangherato' pure l'ultimo cd di Samuele Bersani mentre 'attendiamo' la prossima 'new entry' che dovrebbe 'girarci' una nostra affascinante 'conoscenza' ...vabbè faremo 'posto'...), diamo forma ad una recensione conforme del volume dedicato da Angelo Terenzoni e Nazareno Venturi all'Iran appena 'fuoriuscito' dalla vittoriosa rivoluzione islamico-khomeinista e dato alle stampe per i titoli della "Sophia Edizioni" di Genova nella primavera del lontano 1980.
Testo fondamentale per comprendere, analizzare e dare una retrospettiva storico-ideologica ma anche una 'panoramica' di ordine socio-culturale sul 'clima' e sulle vicende storiche che portarono la Rivoluzione Islamica a trionfare contro il regime imperial-massonico e filo-sionista della monarchia pahlevi per un trentennio, dalla fine della seconda guerra mondiale, cane da guardia e lunga mano delle strategie di 'contenimento' anti-sovietico/comuniste nell'area del Golfo nonchè perno essenziale del sistema di alleanze che univa, ai 'lati' sud-occidentali del continente eurasiatico la Turchia all'India e al Pakistan.
La Rivoluzione Islamica dell'Iran - ribellione nazionale e popolare, rivolta spirituale e tradizionale - rappresenterà la 'catartica' affermazione di principii divinamente ispirati dalla Tradizione religiosa shi'ita duodecimana, l'emersione di un moto devastante che, alla stregua di un fiume in piena, colpirà al cuore l'Imperialismo spazzando via il regime d'iniquità e menzogna instaurato dalla casta imperiale degenerata al potere 'rispondendo' ad un richiamo ancestrale e ad una visione (welthanshauung) assolutamente legittima che nella storia troverà manifesta incarnazione nella tragedia di Karbala e nel martirio del Terzo Imam dell'Ahl ul Bayt (la Famiglia del Profeta dell'Islam Mohammad , la pace su di Lui e i Suoi successori), al Hus'ayn, Signore dei Martiri e archetipo ierocratico della ribellione che prende forma e vita contro il disordine, il caos informe, la corruzione e la degenerazione dai Principii Divini.
Karbala è l'esempio di solenne rivolta, il grido disperato degli oppressi, l'esemplare manifestazione di una volontà che - posta dinnanzi all'inevitabilità del martirio sul campo di battaglia - si sprigiona e emerge in tutta la sua limpida e cristallina radicalità ed affiora nelle vicende della storia umana come un mirabile ed irrinunciabile modello di riferimento per tutti coloro che, diseredati ed oppressi della terra, leveranno il grido di rabbia e dolore, serrando le fila e formando schiere e legioni pronte al combattimento (...'branchi' di lupi 'vocati' non alla sopravvivenza ma alla difesa di un diritto inalienabile....la libertà che nasce dall'adesione organica ad uno 'stilema' , ad una visione del mondo, ad una vocazione superiore....i 'neri stendardi' del Khorasan escatologico-messianici che riaffermeranno all'alba della libertà, nei Tempi Ultimi, il Principio Divino...) al di là dell'approvazione o disapprovazione altrui, contro lo spirito d'iniquità e di menzogna del Traditore, contro le orde nere della Sovversione, Gog e Magog, contro il Regno dell'Anticristo, di colui che fu - dall'inizio, dalla nascita dell'umanità - nemico dell'uomo ed eterno tentatore, ingannatore della razza creata ad immagine e somiglianza dell'Eterno e destinata a compiere le volontà e rispettare le direttive dell'Onnipotente.
"Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" gridavano le masse dei rivoluzionari islamici che, uomini e donne con i figli piccoli in braccio e con in mano solo pietre ad affrontare gli sgherri e gli aguzzini della Savak - la polizia dello scià che osò proclamarsi "re dei re" emulando parodisticamente gli antichi sovrani della Persia pre-islamica
e contemporaneamente affamando un intero popolo e mettendo le risorse nazionali al servizio dell'imperialismo americano e l'Iran al fianco della plutocrazia mondialista - armati fino ai denti, addestrati dalla Cia e sciacallescamente pronti a colpire con brutalità qualunque forma di ribellione; "Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" ripetevano i soldati di Allah, i muhjaeddin volontari chiamati dall'Imam Khomeini alla difesa della sovranità nazionale e delle istituzioni islamiche durante gli otto lunghi anni della sporca guerra imposta dal nemico ba'athista iracheno al servizio delle potenze imperialiste; "Ogni giorno è Asciurà, Ogni luogo è Karbala" continuano oggi, nel Libano meridionale, nella Beka'a settentrionale e nelle banlieus meridionali della capitale Beirut a ripetere gli sciiti libanesi, i "mustadhafin" (oppressi, diseredati) della comunità sciita del paese dei cedri, gerarchicamente inquadrati, disciplinatamente organizzati e fermamente risoluti a resistere al nemico sionista e alle politiche pro-imperialiste dei nemici interni.
La rivoluzione islamica, la rivoluzione dell'Imam Khomeini ha 'rotto' infine gli 'argini' ristretti dei 'lidi' persiani dai quali è nata e nei quali ha generato la forma platonico-esemplare dello Stato della Teocrazia shi'ita della Repubblica Islamica: dall'Iran khomeinista un vento rivoluzionario, parole d'ordine di rivolta e ribellione, direttive supreme rivolte contro i regimi iniqui del Vicino Oriente asserviti all'Imperialismo e al sionismo sono risuonate, varcando i confini persiani, echeggiando tra le masse sciite dall'Iraq (ultimo bastione della resistenza anti-shi'ita diretto dal tiranno di Baghdad e dal piccolo Satana , Saddam Hussein, contro il quale il popolo iraniano aggredito risponderà colpo su colpo, riconquistando Abadan, Ahvaz, Khorammshar ...la città dei martiri....occupate, violentate e 'stuprate' dalle truppe occupanti irachene che con tanta arroganza e volontà di vendetta Saddam aveva inviato 'certo' di arrivare, in una settimana, a Teheran...l'insuperata manifestazione combattentistico-volontaria delle schiere di Basij-Pasdaran , le 'fila' di anziani e giovanissimi che, fascia del martirio sulla fronte e kalashnikov in mano, sotto l'ala protettrice del Sacro Corano e recando con sè le 'chiavi del paradiso' sigillo di una purezza intrinseca in una guerra affrontata dal popolo iraniano per la difesa sacra dei propri confini e dei propri territori, per la difesa dell'Islam e delle istituzioni rivoluzionarie direttamente ispirate ai principii e alla fede shi'ita duodecimana), 'fascinando' il vicino Bahrein, andando a sancire un'alleanza di ferro con la Siria del 'Leone di Damasco' ( quell'Hafez el Assad che sarà il solo leader arabo a criticare l'intervento militare iracheno contro Teheran ed il principale alleato degli iraniani all'interno di un mondo arabo 'moderato' , pavido, complice e responsabile delle politiche di sfruttamento ed oppressione partorite dalla Grande Meretrice a stelle e strisce e dall'infame regime criminale denominato "Israele", l'emporio terroristico istituito dai sionisti sulla terrasanta palestinese ) ed infine, stabilendo una propria piazzaforte nella Beka'a dove, di lì a pochi anni sarebbe nato Hizb'Allah , il Partito di Dio sciita libanese, milizia combattente, organizzazione rivoluzionaria, assoluto modello di partito-militante, centro di formazione di soldati-politici disciplinati ed inquadrati da un ardore ed una fede che travalica ed abbatte qualunque ostacolo adempiendo ad una consegna non scritta nè dichiarata ma che corrisponde alla volontà irriducibile di resistenza di una nazione ed alla ferrea disposizione tattico-strategica che andrà a 'posizionare' le armi della Resistenza Islamica libanese 'puntandole' contro il cuore del nemico sionista.
Senza la Rivoluzione Islamica khomeinista iraniana non esisterebbe la Resistenza Islamica del Libano. Teheran-Beirut è asse indissolubile di una metafisica irradiazione di principi e valori, di una dottrina che è fede e preghiera, lotta e combattimento, amore e passione, resistenza e ardore coniugando il misticismo e la spiritualità tradizionali dello Shi'ismo duodecimano, i riti dell'Asciurà e quelli del Ramadan, la pratica ascetica dell'Irfan (la Gnosi shi'ita) alla dirompente azione, all'impeto furibondo, al devastante rullo compressore della macchina bellica, perfettamente 'collaudata' e funzionale, rappresentata dai combattenti della Resistenza Islamica.
L'Iran quale insuperato vettore rivoluzionario, monolitico blocco e cuore pulsante della spiritualità, della religiosità, dell'irradiazione di dottrina e fede; il Libano come testa di ponte, ariete e avanguardia combattente della Rivoluzione Islamica che è in marcia, rimane in cammino, resta presente e incide - oggi come trent'anni or sono - influenzando i destini del Vicino Oriente ed orientando verso un'alba della consapevolezza (così come gli iraniani soprannominarono l'avvento delle istituzioni che portarono alla fondazione della Repubblica Islamica) i popoli e le nazioni.
Consapevolezza della propria sudditanza psicologica, morale, mentale nonchè sociale e politica, economica e militare, nei confronti dell'Imperialismo, delle seduzioni dell'Occidente materialista e del capitalismo usurocratico; consapevolezza della propria identità, nazionale e razziale, religiosa e spirituale, del proprio retaggio ancestrale, dell'eredità e della fede dei padri, dell'Islam quale pilastro di libertà, religione onnicomprensiva, fede nell'avvento di una Giustizia e di un Ordine che diano risposte agli uomini e equità in terra, direttiva suprema e legislazione inviolabile, retta via e assoluto Verbo attorno al quale costruire un futuro di prosperità.
Il mondo arabo-islamico viveva, prima dell'avvento della Rivoluzione Islamica in una condizione di sudditanza rispetto alle politiche imperialistico-oppressive ed ai ricatti usurocratico-capitalistici dell'Occidente, dell'America (il Grande Satana come riconobbe legittimamente e lucidamente e definì le politiche d'intromissione, sedizione e sovversione statunitensi l'Imam Khomeini) e dei suoi alleati e complici sionisti. L'Islam era stato 'accucciato' , ridotto a una sorta di tiepida dottrina, da insegnare nel chiuso delle università coraniche, da relegare nelle moschee, da adempiere all'interno della propria abitazione. A questo erano arrivati e questa situazione avevano prodotto le politiche d'interferenza e oppressione dei regimi imperialistici occidentali. A Oriente, a nord dell'Iran, si ergeva ancora l'URSS, atea e socialista, avversaria di ogni ordinamento religioso, referente della sovversione anti-spirituale e dell'internazionalismo.
Il grido di rivolta lanciato dall'Imam Khomeini sarà dunque destinato alle masse islamiche iraniane e la consegna suprema sarà di abbattere il regime iniquo e tirannico dello shah per riprendere in mano le redini del proprio destino, la propria sovranità nazionale, riaffermando un'identità, una storia, una visione del mondo spirituale e tradizionale antica che 'sbaragliava' le carte della geopolitica 'disegnate' dai pescicani della finanza mondiale e dai loro camerieri in quel di Yalta trentacinque anni prima.
Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale un popolo intero, gli iraniani, spezzavano le catene menzognere della divisione bipolare dell'ordine capitalistico-comunistico mondiale instaurato da Churchill-Roosvelt-Stalin in quell'angolo sperduto di Crimea e al grido "Là Gharbiyah Là Sharkia Joumouriyah Islamijjah = Nè Occidente nè Oriente Repubblica Islamica!" disintegravano il mito fondatore del mondo moderno fuoriuscito dalla guerra d'aggressione giudaica lanciata dall'Imperialismo dell'Ovest e dell'Est, eterodiretti dall'Internazionale Ebraica, contro le Rivoluzioni Nazionali e l'Europa dell'Ordine Nuovo.
Una rivoluzione che trovò nella figura ascetica, nella visione luminosa, nelle idee incendiarie e nella lungimirante saggezza dell'Imam Khomeini il suo migliore e maggiore interpreta, la sua Guida suprema, esempio di una Tradizione viva che conquistava con la forza e con la passione, con ardore e impeto, il suo posto nella storia del mondo moderno dando vita alla Repubblica Islamica, una Teocrazia che sarà supremo referente rivoluzionario, politico, ideologico, spirituale e militare per chiunque , uomo libero della contemporaneità post-modernista e nel Villaggio Globale dell'One World massificante e omologante, rifiuti le logiche d'imposizione livellatrici e massificatrici dell'edonismo e del consumismo, del capitalismo e del materialismo moderni.
Chi era l'Imam Khomeini, quale ruolo ha avuto e che influenza ha esercito nel suo tempo? Ecco come ne parla e ci illustra la figura cristallina e ascetica di questo Grande Uomo, autentica Guida e modello di riferimento, una pubblicazione data alle stampe dall'Ambasciata della Repubblica Islamica vent'anni fa in occasione della scomparsa del fondatore della Teocrazia shi'ita :"L'Imam ha sempre combattuto coloro i quali incitano le masse a seguirli onde poterle sfruttare per i loro interessi. Era un uomo sincero, puro e sempre amabilissimo con chiunque lo avvicinasse. Rispettava la personalità di tutti ed era convinto che il popolo avesse tutto il diritto di dire la sua , e nella forma più incisiva possibile, su ogni questione si potesse porre: parlando con la gente, mai perdeva di vista tale principio. L'Imam Khomeini conduceva una vita assai semplice: viveva come qualunque altro iraniano. I giornalisti che furono ammessi alla sua presenza poterono constatare che la sua abitazione era di una semplicità unica. L'Imam non era per nulla attaccato alle cose terrene e non nutriva alcun desiderio di ricchezza o di beni materiali. Amava la natura, l'essenza dell'uomo e la rispettava. Amava i poveri e combatteva in loro favore: per questo era la speranza dei diseredati e dei miseri di tutto il mondo. Era la speranza dei musulmani oppressi, di coloro che sanno cosa significa dover sopportare pene e miseria. (...) L'Imam Khomeini era una tagliente sciabola levata contro il nemico ed un cuore misericordioso sempre aperto ai diseredati! Egli era il simbolo della lotta contro l'America, contro la corruzione mondiale e contro il sionismo. Decine di volte si mostrò sprezzante verso l'America ed ebbe parole di fuoco per questo paese così potente da essere definito "superpotenza". L'importanza del movimento rivoluzionario khomeinista sta nel fatto che Khomeini riuscì a dimostrare che la liberazione e lo sviluppo delle nazioni del Terzo Mondo e dei musulmani passano soltanto ed unicamente per un aperto e categorico rigetto dell'ideologia individualista e dell'egoismo regnanti nel mondo occidentale. L'Imam è stato all'origine di un cambiamento fondamentale nei metodi di lotta condotta dai paesi del Terzo Mondo e dai musulmani contro il colonialismo economico-ideologico internazionale d'Occidente allo scopo di conseguire libertà e indipendenza. La linea seguita da Khomeini nella guida ideologica della comunità era completamente avulsa dai suoi interessi personali; ciò costituisce un segno di enorme distinzione a testimoniare la basilare differenza esistente fra quest'uomo di così grande prestigio e la classe politica in generale, tesa unicamente a soddisfare dei propri fini egoistici. L'Imam riuscì a dimostrare che i diseredati sono in grado di resistere e di opporsi ai potenti. Incitando il popolo all'unione, riuscì a far lasciare il Paese allo scià, che pure si avvaleva dell'appoggio incondizionato dell'America e dell'Occidente, e a far disperare tanto gli occidentali quanto gli americani che subirono uno dei più vergognosi smacchi. Khomeini godeva di una popolarità straordinaria non solo in Iran ma anche all'estero: la sua influenza era grande in tutto il mondo. (...) Le superpotenze mondiali e gli occidentali, come pure parecchi dei leader di certi paesi islamici sedotti dal potere dell'Occidente e dell'America ed asserviti ad essi, avevano fatto di tutto per convincere le masse che l'Islam era qualcosa di superato, una religione adatta solo ai tempi passati e non confacentesi alle esigenze del mondo contemporaneo e che, di conseguenza, andava abbandonata. Ciò nonostante l'Imam Khomeini ha distrutto e annientato una tale visione, dimostrando ai musulmani che l'Islam è una fede viva e vegeta e che il Corano è oggi più che mai attuale. Egli ha dimostrato coi fatti che l'Islam e i musulmani sono capaci di tenere le redini del potere in quanto sistema politico socio-economico reggendosi sulle loro sole gambe e che in questo risiede la loro dignità." (1)
Esiste oggi una sufficientemente valida bibliografia anche in lingua italiana sulla figura e la funzione, il ruolo e l'autorità, svolte dall'Imam Khomeini al momento possiamo semplicemente sottolineare come la Guida della Rivoluzione Islamica iraniana ed il fondatore della Repubblica Islamica rappresentasse, immediatamente dopo la presa del potere a Teheran da parte delle masse rivoluzionarie islamiche e il rientro da Parigi della loro guida, un vero e proprio enigma sia per i media occidentali che per la stragrande maggioranza degli analisti di politica internazionale.
L'idea della formazione di un Governo Islamico , enunciata ed elaborata da Khomeini nel suo scritto politico più incisivo ed importante, risultava assolutamente inedita sia per l'intellettualismo "gauchiste" 'abituato' ad una sudditanza mentale ed ideologica rispetto a qualsivoglia fermento rivoluzionario internazionale sia per coloro i quali, da posizioni liberal-democratiche, di destra conservatrici e filo-americane non potevano vedere nè accettare di buon occhio l'instaurazione di un nuovo modello sociale, politico e religioso fondato sulle parole d'ordine di una fede che si poneva come antagonista radicale al capitalismo e al materialismo occidentali.
E l'abbaglio fu grandioso soprattutto per coloro i quali, all'estrema sinistra, intesero nella Rivoluzione Islamica una riedizione in 'salsa persiana' di modelli latino-americani o africani 'guevaristici': Teheran sarebbe da quel momento assurta al rango di perno centrale, asse di riferimento e centro politico-ideologico e strategico-militare delle masse islamiche contro l'imperialismo tanto dell'Occidente quanto dell'Oriente, rifiutando sia il modello capitalistico-consumistico statunitense, denunciando le politiche imperialistiche americane, sia la sua 'copia' orientale marxistico-leninista e collettivista sovietica opponendosi per anni e denunciando l'occupazione russa del vicino Afghanistan. Ci vorrà uno scambio epistolare tra il compianto Imam Khomeini e il riformatore sovietico, e disintegratore dell'impero del male d'Oriente, Michail Gorbaciov per iniziare ad avviare relazioni amichevoli con Mosca.
I rapporti tra Teheran e il Cremlino rimasero sostanzialmente tesi per quasi tutti gli anni Ottanta mentre si congelarono pressochè immediatamente con Washington dopo l'occupazione dell'ambasciata statunitense nella capitale iraniana ad opera di studenti della linea dell'Imam e la seguente crisi diplomatica prolungatasi per 444 giorni che costò la rielezione a presidente degli USA al democratico Jimmy Carter ed il fallimentare tentativo di spedizione di un corpo scelto dell'intelligence militare americana che si risolse nel disastro di Tabas.
Abbagliati, delusi, disorientati i media occidentali e l'intellettualismo ipocrita e fazioso dell'una o dell'altra 'sponda' politica interna al Sistema Mondialista (destra o sinistra due facce della stessa medaglia) non poterono che accettare il dato fattuale incontrovertibile: in Iran era nata una realtà destinata ad incidere, profondamente e radicalmente, negli anni a venire sulla scena internazionale; una nuova forma di Stato neo-platonico, un'ordine ispirato direttamente dall'applicazione della legge religiosa coranica, un'ordinamento nazionale e sociale che applicava l'Islam; era nata la Teocrazia shi'ita khomeinista, quella che - legittimamente e lucidamente - i nostri autori hanno definito come "un ideale metafisico nella realtà del XXmo secolo".
Scrivono nella prefazione alla loro opera Terenzoni e Venturi: "La realtà del XX secolo è stata caratterizzata da numerosi eventi rivoluzionari i quali hanno accavallato ideologie e regimi nei paesi in cui si sono verificati, imprimendo al corso degli eventi quell'andamento dal quale è scaturito l'attuale assetto politico mondiale. Alla luce di un approccio al fatto storico muovente dall'idea di un'umanità in continua evoluzione verso un ordine fondato sul presupposto della sovranità delegata dal basso e della più rigida separazione tra il temporale e lo spirituale, il termine "rivoluzionario" è così assunto a sinonimo di rovesciamento di una struttura non rispondente a tali canoni e la sua sostituzione con un modello ispirato ad idee ed obiettivi materialistici. Ad un simile inquadramento sfugge, trascendendolo, il processo rivoluzionario dell'Iran, al centro del quale si situa invece la volontà di cancellare un regime estraneo alla realtà culturale e spirituale del paese per sostituirlo con un ordine sociale fondato sulla tradizione islamica. In questa prospettiva, quindi, i termini di confronto risultano rovesciati, in quanto è stato annientato un ordinamento politico i cui fini erano di natura profana, a vantaggio di una concezione sacrale dell'esistenza che, in tal modo, ritorna all'attenzione della scena contemporanea, proprio quando l'Occidente moderno sembrava aver imposto ovunque le proprie ideologie e le regole di comportamento profano che ne derivano. In una luce siffatta la parola "rivoluzione"; anzichè significare un movimento dialettico verso modelli profani e materialistici dell'esistenza, recupera il suo autentico significato (dal latino 'revolveo') di ritorno al punto di partenza ove quest'ultimo si riferisce ad una realtà esistenziale basata su principi metafisici e religiosamente articolata su di essi."
Nè Occidente nè Oriente, nè Capitalismo nè Comunismo: la Rivoluzione Islamica segnerà da allora lo spartiacque della storia contemporanea ed il limes di sostanziale contrapposizione tra una visione incentrata sull'essere ed il suo rapporto con il Sacro, sulla dimensione metafisica e spirituale della vita intesa come rappresentazione di istinti naturali che sono la riconnessione, il collegamento, ancestral-trascendente tra Terra e Cielo; tra la creatura ed il suo Creatore, tra l'umanità e Dio Onnipotente.
In questo contesto e sotto questa spinta ideologica che identifica la vita come una perenne ricerca ed una costante applicazione della legislazione stabilita dall'Onnipotente l'Islam diviene la guida e il faro che irradia la strada sulla quale andranno a compattarsi in legioni, quasi rispondendo ad un ordine di marcia e ad una prestabilita direttiva suprema, le masse islamiche che, dal 1979 saranno in 'fermento' contro tutti i tentativi destabilizzanti orditi dal Grande Satana a stelle e strisce.
La realtà islamica, come abbiamo avuto modo sovente di ricordare, non è monolitica: la suddivisione originaria fra il sunnismo 'ortodosso' e la shi'a è causa di profonde lacerazioni nel corpo sociale e all'interno delle diverse istituzioni musulmane, la presenza di regimi iniqui direttamente o indirettamente sostenuti dall'America, il loro odio profondo verso la Verità Coranica e le loro opere di sedizione sono una costante che, nell'ultimo trentennio, ha contraddistinto la storia recente e le vicende politiche dei diversi Stati islamici. Questa divisione, instillata, propagandata e abbondantemente sostenuta dall'imperialismo mondiale ha causato rovine e lutti, generando violenza e provocando morte all'interno delle società islamiche: i recenti avvenimenti iracheni e afghani ne sono una riprova così come ne sono un altrettanto lampante esempio i tentativi di sedizione che hanno insanguinato da cinque anni il Libano e la stessa Palestina.
Ovunque le potenze di quello che l'Imam Khomeini definiva "l'islam americano" si sono attivate per bloccare sul nascere le iniziative rivoluzionarie iraniane. Contro la Rivoluzione e contro la Repubblica Islamica provarono - americani e sionisti - a scatenare fin dal principio i gruppuscoli terroristici dell'MKO mentre l'Unione Sovietica finanziava e armava il Tudeh (Partito Comunista dell'Iran). Attentati, stragi e terrorismo insanguinarono dai primi anni Ottanta le strade e le piazze delle città e dei centri iraniani: diversi i nemici, identica la strategia, comune l'obiettivo; rossi o bianchi che fossero ideatori ed esecutori materiali, finanziati dall'una o dall'altra delle due centrali di sovversione internazionale (USA e URSS) il risultato restava identico; ovunque morte e terrore.
L'Iran rivoluzionario dovette fronteggiare anche l'insidiosa serpe che le potenze imperialistiche avevano covato e abbandonato all'interno del suo nuovo ordinamento: Bani Sadr e il suo Fronte Nazionale, d'ispirazione liberale, vennero infine smascherati e resi evidenti i loro tentativi cospirazionisti contro la Repubblica Islamica.
Non riuscendo a provocare un cambio di regime dall'interno l'Imperialismo puntò sulla carta dell'Iraq ba'athista di Saddam Hussein che lanciò, armi in pugno e volontà distruttiva, contro Teheran: anche il sogno di una repentina caduta delle istituzioni rivoluzionarie islamiche venne vanificata dall'eroica resistenza del popolo e delle forze armate iraniane che - sotto la direzione ferma e risoluta dell'Imam - si posero in assetto difensivo per replicare colpo su colpo all'aggressione resistendo per otto lunghi anni.
Da allora Teheran rimane nella 'black list' del Dipartimento di Stato americano e l'obiettivo prioritario da abbattere per Washington ed il suo alleato regionale, l'entità criminale sionista, ma anche per altri 'attori' geopolitici interessati a distruggere la Teocrazia shi'ita: l'Arabia Saudita wahabita e avversaria irriducibile della Shi'a e degli shi'iti che maltollera anche sul proprio territorio; l'Egitto massonico-modernista dell'amico di "Israele" Hosni Mubarak ed, infine, a Oriente il pentolone in ebollizione dell'Afghanistan dove, nel settembre 1996, presero il potere gli studenti 'coranici' salafiti denominati "talebani" che immediatamente instaurarono quella autentica parodia dell'Islam denominata "emirato islamico dell'Afghanistan" all'interno del quale fu applicata fino all'occupazione statunitense del dicembre 2001 una versione 'conforme' ai desiderata occidentali e all'interessamento massmediatico criminalizzante e demonizzante della Shari'a (la Legge Coranica).
Noi affermiamo che tutti gli esempi finora riportati fanno parte e rappresentano palesemente una contraffazione, una frode massmediatica, del Puro Islam mohammadiano; la più evidente immagine di quell'islam "americano" del quale parlava l'Imam Khomeini; ruffiani al soldo dell'imperialismo internazionale, sodali delle politiche di sedizione e divisione interne al mondo islamico partorite, studiate, create e attuate dai centri di intelligente occidentali per abbattere la Repubblica Islamica dell'Iran e , in particolare, presentare in Occidente un'immagine deformante, caricaturale e demenziale dell'Islam.
E' questo il principale nemico che si oppone all'Islam e ai musulmani oggi: la disinformazione, l'ignoranza che regna sovrana anche all'interno del mondo musulmano, l'assoluta mancanza di equilibrio con il quale i media occidentali affrontano la questione "islam" e che ha trovato una sua vera e propria 'consacrazione' all'indomani dell'attacco terroristico condotto contro l'America l'11 settembre 2001 con l'innalzamento al rango di 'nemico pubblico numero 1' di Osama bin Laden e della sua organizzazione terroristica di al-Qaeda.
La Rivoluzione Islamica iraniana trionfa proprio per abbattere l'iniquità e lo spirito di menzogna dell'imperialismo; per opporsi alle manovre sediziose e ai complotti dell'Occidente e dei nemici dell'Islam e auspicando che tutto il mondo islamico si possa compattare contro "Israele" ("se ogni musulmano gettasse un bicchiere d'acqua contro il regime sionista "Israele" non esisterebbe più" proclamava l'Imam Khomeini in sostegno alla causa palestinese) e contro le politiche d'intromissione e colonizzazione americane.
Le parole d'ordine della Rivoluzione khomeinista non avevano niente a che spartire nè con la visione materialista dell'Occidente nè tantomeno con quella, altrettanto materialistica e atea, dell'Oriente 'rosso' sovietico.
"In aperta contraddizione con una simile visione unitaria e consacrata - scrivono Terenzoni e Venturi - è la situazione dei vari aspetti politici occidentali e moderni, basati o sul capitalismo o sul comunismo, le due facce di un'unica profanità, come l'Islam ha ben compreso. Il modello islamico iraniano trova invece similitudine con quanto si è verificato nell'Occidente medievale, nell'affermazione dell'Imperium Christianum, in un'epoca in cui Cristianesimo ed Islam, pur combattendosi sulle loro frontiere, erano in grado di intendersi perfettamente a livello sovrareligioso; dal mondo islamico giunsero infatti a quello cristiano conoscenze sapienzali che contribuirono a dar tono e forma alla civiltà dell'Età di Mezzo. La vera divergenza tra i due mondi ebbe invece inizio coll'esaurirsi del Medioevo, quando il processo disintegrativo, operato dai Comuni prima e dalle monarchie nazionali poi, portava la prassi dell'individualismo a motore dell'esistenza; l'Umanesimo teorizzava tale prassi distruggendo l'ordine delle facoltà, per cui la ragione veniva situata al vertice, sostituendo l'intellettualità pura che aveva fino ad allora rappresentato il legame tra l'uomo e la trascendenza. Sulla via di un costante distacco dalla sua tradizione, l'occidente europeo creava modelli caricaturali d'esistenza, quali la figura del borghese, l'individuo razionale, pratico, teso al successo mondano e all'accumulazione della ricchezza, giustificata indirettamente o direttamente dal Protestantesimo e da una morale laica. Parallelamente, la società si desacralizzava in ogni sua componente, nello spirito edonistico delle borghesia ed intellettualoide delle fascie dominanti, fino all'indifferenza religiosa portata al mondo cattolico dall'"american way of life' degli ultimi anni. Il processo avvenuto nella sinistra hegeliana, che ha in Marx il suo simbolo, non neutralizzava un simile andamento, ma ne riprendeva i miti a suo modo, continuando il culto di una vita materialistica e dei miti di paradisi terrestri coniati a misura di "Homo Oeconomicus". Quanto veniva a verificarsi in Occidente non restava chiuso in se stesso, ma, con deleterio spirito impositivo, cercava di espandersi ovunque, nella convinzione che questi modelli costituissero l'aspirazione di ogni individuo e che tutti i popoli attendessero a braccia aperte l'arrivo dell'occidentale "civilizzatore", quando in Oriente, ancor oggi, si parla di esso, con la sua tecnologia e la sua vita stereotipata, come di un "barbaro". Che queste idee rappresentassero la copertura dei veri obiettivi utilitaristici dell'appropriazione delle risorse altrui sotto la maschera dei roboanti concetti umanistici e progressisti, è cosa nota e risaputa; quello che invece importa puntualizzare è come da ciò si formassero, nei paesi colonizzati e protetti, delle èlites indigene educate all'europea e quindi completamente sradicate dalla loro realtà tradizionale. Ne derivava il sorgere di un ceto intermedio tra le potenze dominanti e le popolazioni indigene, anello basilare di una catena la cui saldezza era assicurata anche nel momento dell'inevitabile processo di decolonizzazione. (...) Solo nell'ambito dell'Islam, tradizione mantenutasi ben salda anche sotto la dominazione coloniale ed il regime di protettorato, sta manifestandosi la volontà di attuare la più completa liberazione da ogni condizionamento esterno, colla restaurazione integrale dei modelli esistenziali ispirati alla legge islamica, che trae il suo senso dai principi immutabili del Corano. L'Iran si è posto decisamente in questa via intendendo rappresentare un punto di riferimento per tutto il mondo islamico, guidato dall'idea che i Musulmani costituiscono un solo popolo. Da questi cenni si comprende perchè la rivoluzione iraniana rappresenta agli occhi degli occidentali un fatto difficilmente interpretabile, sfuggente essa alle categorie formatesi nella modernità. Appare anche difficile capirne l'ordine interiore, così come la validità della sua guida politica e spirituale, poichè non si tratta nè di "andare avanti" nè di "ritornare indietro", i principi, infatti, sono la vera regola e costituiscono un "eterno ritorno" da tradurre nella sfera esistenziale umana. La spinta interiore di questa rivoluzione non ha dunque interessi extraislamici e la testimonianza di ciò sta nel risveglio che ha creato tra i Musulmani oltre gli stessi confini dell'Iran, a stento controllato nell'Iraq e che neppure l'ennesima invasione sovietica (una invasione che è strettamente relazionata al tentativo delle forze ed ideologie moderne di conservare il proprio dominio contrastato da questo risveglio di purificazione) è riuscita a schiacciare l'Afghanistan le cui risorse spirituali trascendono ogni forza esteriore."
La Rivoluzione Islamica dell'Iran pertanto sarà quell'"alba della consapevolezza" e quell'appello alla mobilitazione permanente per le masse islamiche, per i diseredati del pianeta, per tutte le forze che si oppongono all'One World, al mondo unidimensionale omologato e livellato dalla cultura e dal modello di 'civilizzazione' materialistico-edonistica prodotta dalla società americana ed esportata quale 'manna dal cielo' foss'anche manu militari dall'Imperialismo a stelle e strisce.
L'America è il Grande Satana per le sue armi di seduzione, per i suoi effimeri prodigi di menzogna che sono i modelli imposti a livello di cultura, di idee, di mode, di musica e di cinematografia: è l'esportazione della mediocrità e della corruzione quella che viene attuata sapientemente da oltre sessant'anni a livello planetario dalla cloaca maxima degli Stati Uniti d'America.
L'America è l'impero della menzogna eretta a sistema, la grande meretrice, la tentazione edonistica, vuota e inconsistente come sono vuoti e inconsistenti - purtroppo intercambiabili - i modelli di riferimento, le mode ed i costumi, che esporta nei quattro angoli del pianeta. Resistere a quella che Serge Latouche ha sapientemente definito come "l'occidentalizzazione del pianeta" è impresa ardua e difficile per le stesse società musulmane poste spesso direttamente sotto controllo sistemico e vittime del ricatto e dei diktat della Grande Usura finanziario-bancaria internazionale che, attraverso le illusorie 'concessioni' di prestiti e moneta sonante 'elargite dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e dalle altre istituzioni oligarchico-vampiresche dello Strozzinaggio legalizzato mondialista, determina le politiche economiche di intere nazioni e impone le 'riforme' strutturali sociali e finanziarie che inevitabilmente influenzano le decisioni politiche determinando gli assetti di potere interni ad ogni singolo Stato.
"L'inquadramento dello spirito della rivoluzione islamica iraniana - proseguono gli autori aprendo il capitolo destinato ad illustrare "un modello sovratemporale" rappresentato dalle istituzioni della Repubblica Islamica - nella volontà di restaurare nel paese un modo di vivere e pensare conforme ad una visione sacrale dell'esistenza rappresenta una decisa rottura con una visione egocentrica della stessa, quale in Occidente venne alla ribalta cinque secoli or sono, inaugurando una prassi di comportamento individualista, ove l'uomo diveniva il padrone del mondo, mentre Dio era relegato nei cieli e senza più alcuna influenza sull'agire dell'essere umano. L'idea di un permanente legame tra l'individuo ed il suo creatore, da ogni religione posta ad asse portante, riporta così alla concezione tradizionale dell'universo nel quale si riflette la perfezione divina che gli ha dato origine e ne mantiene costantemente l'ordine, sino al grande momento escatologico della "fine dei tempi" e della sua reintegrazione nell'indifferenziazione principale. In un cosmo così concepito l'uomo deve a Dio la sua esistenza, col relativo obbligo di conformarsi alla volontà divina che gli si manifesta attraverso una continua rivelazione, quest'ultima, nelle religioni abramitiche (Ebraismo, Cristianesimo ed Islam), concretizzantesi nei profeti del Vecchio Testamento, nell'Incarnazione del Verbo ed in Muhammad, ultimo anello della catena della profezia, nell'attesa del ritorno del Cristo, Verbo Trionfante del Giudizio Universale. Solo in questa prospettiva di completa adesione al messaggio divino, l'essere umano è in grado di ritrovare in sè la propria radice e fare fruttificare l'evangelico "granello di senape", mentre l'individualismo, l'egoismo e l'attaccamento ai beni terreni, ne fanno un "ricco" , incapace di pensare attraverso l'evangelica "porta stretta" che conduce al Regno dei Cieli. Considerare perciò l'uomo fine a se stesso, senza metterlo in rapporto con Dio, come è tipico delle concezioni filosofiche dell'Occidente moderno, significa farne un qualcosa di illusorio e di precario, in quanto il dominio dell'esistenza in cui egli agisce è quello del transitorio e del molteplice e comporta modificazioni continue ed indefinite; a questo livello, quindi, l'io individuale ha un'unità oltremodo frammentaria, adattandosi esso al contingente per cui si hanno continue mutazioni di indirizzo in rapporto alla molteplicità esistenziale, il tutto a causa della mancanza di un centro cui fare costante riferimento. (...) Rifiutato quindi questo angolo visuale ristretto si deve ritornare alla concezione tradizionale dell'individuo come risultante di una serie indefinita di stati e di modificazioni, la cui realtà è tanto minore quanto più si fa astrazione del principio trascendente, il solo che può conferirgliela, mantenendo l'identità dell'essere umano, in modo permanente, attraverso tutte queste modificazioni. Muovendo quindi dal basso verso l'alto , si vede come l'individuo abbia una parte corporea ed essa è determinata dalle sue particolari condizioni di esistenza, le quali definiscono in tal modo il mondo sensibile; alla corporeità segue - sempre in questa prospettiva - la coscienza, la quale rappresenta la partecipazione dell'individuo all'esistenza e ad essa è inerente la facoltà mentale, tipica dell'individualità umana. (...) L'intelletto puro, vale a dire quell'attualità spirituale ("l'intelletto agente" dell'Aristotelismo della Scolastica Medievale), che ricollega l'essere al Principio si colloca così al vertice della gerarchia delle facoltà individuali, costituendo un filo tra umano e sovrumano che può essere simbolicamente percorso nei due sensi; in ascesa, quindi, l'individuo attuerà la sua unione col Principio, mentre in senso discendente sarà assicurata la costante Presenza Divina nel centro del suo essere. (...) Se dal microcosmo dell'essere umano, così saldamente riportato ad un suo centro che, grazie all'intelletto, si collega permanentemente al Principio, si passa ora al consorzio sociale in cui l'individuo vive e agisce, balza evidente come pure in esso debba aversi la medesima gerarchia, la quale altro non è che il riflesso nell'ordine di esistenza umana dell'ordine cosmico. Questa "conformità dell'ordine" trova la sua realizzazione pratica nel rispetto della natura essenziale degli individui, colla conseguente costituzione gerarchicamente ordinata del loro insieme, da cui ne deriva l'equilibrio fondamentale e l'armonia integrale. (...) La disamina compiuta nei due precedenti paragrafi ha mostrato come l'Occidente abbia conosciuto, prima di deviare dall'alveo tradizionale e dare vita ad una civiltà degenerata, modelli di reggimento politico ispirantisi agli archetipi fatti propri da Platone e Dante, entrambi insigni esponenti di una sapienza venuta meno coll'esaurirsi del Medioevo. (...) ...Cristianesimo ed Islam, pur battendosi accanitamente in Palestina, nella penisola iberica e sui mari, avevano dato luogo ad un processo di scambio di conoscenze, dal quale era giunto all'Europa cristiana un patrimonio sapienzale che aveva permesso il sorgere delle cattedrali gotiche, mentre la splendida fioritura della civiltà andalusa suscitava l'ammirazione delle migliori menti della Cristianità. Se, quindi, alcuni secoli dopo, un muro si ergeva tra queste due tradizioni e l'Occidente esportava nel mondo islamico, oltre allo sfruttamento coloniale, i suoi modelli culturali desacralizzati, ciò era dovuto solo ed unicamente ad una laicizzazione della società occidentale, per la quale oramai il senso religioso dell'esistenza era andato perduto .... (...) Al contrario quindi del Cristianesimo, da cui, nel secolo XVI, si staccò la componente protestante...(...), l'Islam risultò immune da tali processi degenerativi e fu quindi in grado di resistere ai tentativi che i missionari, venuti al seguito delle potenze coloniali, fecero per convertire i suoi fedeli; quello che invece dovette subire furono forme di governo occidentali, di cui sono esempi le 'modernizzazioni' imposte da Kemal Ataturk alla Turchia e dalla Monarchia Pahlevi all'Iran. La compattezza islamica ha avuto anche qui la meglio, poichè in Turchia il recupero religioso è ormai giunto ad un punto tale da condizionare i partiti al governo ed in Iran, la rivoluzione popolare ha, in nome dell'Islam, abbattuto una struttura estranea alla tradizione coranica.".
I modelli di riferimento imposti dall'Occidente attraverso tutti i suoi mezzi, dalla colonizzazione diretta all'influenza culturale indiretta mediante i mass media, sono andati a provocare la reazione che ha portato alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche in Iran ed alla successiva emersione di una manifesta aspirazione all'autodeterminazione nazionale e ad una completa indipendenza di tutte le nazioni musulmane.
L'attuale ciclo storico si caratterizzerà pertanto sempre più palesemente come una netta contrapposizione tra le politiche imperialistiche dell'Occidente e dei suoi alleati e la resistenza che verrà opposta dalle nazioni, dai popoli e dai movimenti rivoluzionari e politici dell'Islam il quale, dinnanzi alla presente situazione di ristrutturazione dei rapporti di forza geopolitico-economici globali, si pone di fronte alle superpotenze imperialistiche e all'Occidente come unico baluardo della Tradizione e quale supremo referente per tutti gli uomini liberi che non accetteranno le logiche compromissorie, le ambiguità esistenziali, le derive ontologiche sono prodotte dalla modernità, plasmata e modellata, creata artificialmente e virtualmente da una visione edonistica e materialista dell'esistenza.
Tale contrapposizione radicale sarà la 'determinante' dei prossimi decisivi decenni e la 'risultante' di un processo di riappropriazione e rigenerazione tradizionale che ha avuto il suo epicentro nella nazione iraniana con il processo rivoluzionario avviatosi fin dai primi anni Sessanta al successo ed alla conquista del potere che vedrà nel febbraio 1979 la costituzione di una Repubblica Islamica ispirata alla Tradizione Coranica.
In questa lapalissiana realtà fattuale il ruolo che sarà domani svolto dall'Iran shi'ita sarà determinante non solo il perimetro geopolitico-strategico del Vicino e Medio Oriente ma andrà ad influire e determinare scenari in mutazione che coinvolgeranno direttamente la politica mondiale interessando inevitabilmente l'Europa verso la quale e con la quale il mondo arabo-islamico non è necessariamente in una posizione conflittuale quando le politiche estere dei suoi esecutivi non vanno ad allinearsi ai diktat dell'Internazionale Sionista o a sostenere e supportare le iniziative belliche dell'Imperialismo statunitense.
"La propaganda sionista - scrive Maurizio Lattanzio (2) - sottolinea costantemente la presunta inconciliabilità che opporrebbe l'Islam alla tradizione europea. E' vero invece che non si assiste ad "...una pretesa opposizione sostanziale Islam-Europa - scrive Antonio Medrano (3) - (...) quanto alla decadenza e alla degradazione spirituale di questa stessa Europa e di queste stesse stirpi europee, le quali, allontanandosi dalla loro essenza più profonda e perdendo ogni proiezione superiore e ogni nozione dei valori spirituali, si sono distanziate da quei popoli e da quelle razze che tuttora conservano, per lo più intatto, il retaggio primordiale che costituì la grandezza delle razze d'Europa. "I valori tradizionali, oltre ad accomunare l'Islam alle originarie tradizioni arioeuropee, permettono, secondo Medrano, di consolidare "...un'amicizia profonda e autentica, l'unica amicizia che conti: quella che si fonda su vincoli spirituali (...) Scopriremo infatti che il nucleo della tradizione musulmana contiene un retaggio spirituale affine al nostro e racchiude qualcosa che ci appartiene e possiamo considerare come nostro: qualcosa che vive nel suo seno come un'eco lontana del passato spirituale della nostra razza" (4).
Spiritualmente, tradizionalmente,politicamente, strategicamente e militarmente pertanto "l'islam è una forma tradizionale legittima e ortodossa che consente, in questo crepuscolo di ciclo cosmico e in conformità con le rispettive equazioni personali e comunitarie, ai singoli e ai popoli la partecipazione spirituale alla dimensione intemporale della Tradizione Unica. Sul piano specificamente politico, l'Islam esprime valori tradizionali che si sono 'attualizzati' nel quadro di regimi rivoluzionari nazionalpopolari. Essi, dal 1945 ad oggi, hanno fronteggiato e fronteggiano, politicamente e militarmente, le linee di espansione neocolonialista del potere mondialista. L'Islam ha combattuto contro gli USA, contro Israele e, fino a ieri, contro l'URSS. Perchè un fatto è incontestabile: l'Islam assolve attualmente alla funzione di imprescindibile 'polo' di riferimento strategico internazionale nell'ambito di ogni realistica proposta tattica di lotta nazionale e popolare antimondialista. Non si può prescindere da esso. L'Islam è la guida rivoluzionaria dei popoli diseredati e oppressi del pianeta, contro l'asse occidentalista intorno al quale si articola il progetto egemonico mondialista elaborato dalla plutocrazia giudaico-massonica cosmopolita, al fine di procedere alla instaurazione di un governo mondiale ebraico." (5)
Con specifico riferimento alla Repubblica Islamica dell'Iran noi interpretiamo e riaffermiamo l'insindacabile ruolo e la funzione di Supremo referente che Teheran occupa nello spazio della contrapposizione internazionale che , a cominciare dalla guerra mondialista per il petrolio scatenata dall'amministrazione Bush il 17 gennaio 1991 contro l'Iraq saddamista, ruota attorno all'antagonismo epocale tra Occidente giudaico-mondialista e Islam Tradizionale e Rivoluzionario ovvero tra la manifesta aspirazione usurocratico-omologante della contro-civilizzazione modernista occidentale , giudaizzata e giudaizzante, spirito di menzogna e di iniquità e le avanguardie rivoluzionarie islamiche che , in ordine militare, sapranno opporsi alla mercantilizzazione-omologazione del pianeta.
In merito agli eventi che porteranno alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche in Iran ha scritto la professore Biancamaria Scarcia: "L'intreccio di problemi e della diversità di significato che il termine Islam può acquistare se si osserva la cosa dal punto di vista delle masse, o da quello dei gruppi dirigenti è ben esemplificato dal caso dell'Iran. (...) Anche in Iran, nonostante il paese abbia sempre mantenuto una formale indipendenza rispetto alle potenze coloniali, la questione nazionale sorge in reazione alle ingerenze straniere. Qui si tratta principalmente di predominio economico; il peso politico diretto di Gran Bretagna e Unione Sovietica, i due Stati che si contendono l'influenza sull'Iran, è per lo più legato al controllo degli interessi economici. L'Islam funziona da elemento di coesione e strumento di identità come nel resto del mondo musulmano. Quello che è specifico dell'Iran è, da tempo, il fatto che alla guide del movimento nazionale spesso sono uomini di religione. Questi si sentono patrioti, costituzionalisti e musulmani senza avvertire contraddizione alcuna" (6).
Nè potrebbe essere altrimenti laddove si comprenda la specificità nazionale e spirituale, etnica e religiosa, della realtà iraniana.
Noi vi invitiamo a 'recuperare' il volume di Terenzoni/Venturi all'interno del quale, oltre ad una valida ricostruzione storica degli avvenimenti che portarono alla vittoria delle forze rivoluzionarie islamiche iraniane figurano interessanti documenti tra i quali la Costituzione della Repubblica Islamica dell'Iran, i messaggi rivolti dall'Imam Khomeini al Papa Giovanni Paolo II (8) quello ai Cristiani in occasione del Natale 1979 e la risposta inviata dalla Guida Suprema alla delegazione degli ebrei iraniani in merito alla questione del Sionismo.
Elementi fondamentali e assolutamente indiscutibili che offrono uno spazio d'analisi meno politically correct su una realtà che, a distanza di trent'anni dalla vittora della Rivoluzione Islamica, rimane l'imprescindibile polo supremo di riferimento per tutti coloro i quali - uomini liberi e non omologati al pensiero unico neoliberista , al totalitarismo democratico-progressista, alle fandonie olocaustico-vittimistiche ebraiche, all'intellettualismo pacifinto e alle menzogne della propaganda sionista e americana - sapranno 'intendere' e 'comprendere'....
Di fronte all'omologazione culturale imposta dalla dittatura mondialista che quotidianamente scatena allarmismi demonizzanti, inventandosi scontri di civiltà e 'pericoli atomici' inesistenti, opponiamo la verità fattuale che indica nell'emporio criminale sionista la sola potenza nucleare del Vicino Oriente e la prima, vera, minaccia per la libertà dei popoli, l'autodeterminazione nazionale e la sovranità dei governi occidentali sottomessi e sodomizzati dalle 'olocaustiche' rivendicazioni sioniste sostenute, propagandate e strillate ai quattro venti da una classe politica, culturale e giornalistica servilmente prona ai diktat della Sinagoga Mondiale.
Il mondo si divide in due categorie: da un lato l'Islam rivoluzionario e tradizionale, esemplarmente incarnato dalla metafisica e metastorica apparizione della Repubblica Islamica dell'Iran e dalle avanguardie combattenti dei soldati-politici del partito di Dio shi'ita libanese e dalla resistenza palestinese, supremo referente spirituale e politico di tutti i popoli diseredati del pianeta e, dall'altro lato della barricata, l'Imperialismo e il Sionismo internazionali sostenuti dalle 'carabattole' intellettualistico-finto-moralistiche dei burattini sinagogici i quali rappresentano, nè più nè meno, lo stato larvale (l'inesistenza vegetativo-virtuale della modernità) nel quale si ritrova e 'prolifica' l'individualità contorta e rovesciata dei deambulanti soggetti 'sfuggenti' delle società occidentali di massa
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI,
29 ottobre 2009
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_recensione_li...
Il volume di Angelo Terenzoni e Nazareno Venturi - "La Repubblica Islamica dell'Iran - Un ideale metafisico nella realtà del XX secolo" è uscito per le Edizioni Sophia - ALKAEST - Genova - Aprile 1980.
Note -
1 - Articolo - "Imam, è solo un arrivederci! - L'Imam Khomeini, nella Storia per l'eternità" - da "Il Puro Islam" - Anno 1 Nr. 0 - Ottobre 1989; pubblicazione a cura del Centro Culturale Islamico Europeo dell'Ambasciata della Rep. Isl. dell'Iran - Roma ;
2 - Maurizio Lattanzio , articolo/recensione "Islam ed Europa - Tracce di lettura" apparsa sul mensile "Avanguardia" , Trapani;
3 - Antonio Medrano - "Islam ed Europa" - ediz. di "Ar" - Padova 1978;
4 - Antonio Medrano - op. cit.;
5 - Maurizio Lattanzio - articolo "Alternativa Rivoluzionaria al Sistema" - dal mensile "Avanguardia" - Trapani;
6 - Biancamaria Scarcia - "Il mondo dell'Islam - L'attualità alla luce della storia" - editori Riuniti - Roma 1981;
11:49 Scritto da: metropolista in Iran, Islam | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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'Attenzioni sioniste': l'affaire del nucleare siriano
'ATTENZIONI' SIONISTE :
L'AFFAIRE DEL NUCLEARE SIRIANO
di Dagoberto Husayn Bellucci
L'accampamento militar-terroristico sionista occupante la Terra Santa di Palestina, unica entità che disponga di armi nucleari peraltro 'puntate' strategicamente e ricattatoriamente contro diverse capitali europee come dichiarato direttamente da fonti ebraiche e soggetti interni al governo di Tel Aviv, 'solertemente' accende i riflettori massmediatici contro ipotetiche minacce alla sua "sicurezza nazionale" per distogliere l'attenzione dai quotidiani crimini commessi dalla banditaglia kippizzata denominata "Israel Defence Force" (alias "tsahal") che ha reso l'intero perimetro geostrategico palestinese un autentico mattatoio a cielo aperto.Le menzogne disinformative della propaganda sionista rappresentano niente meno che la ricattatoria prassi di una
mentalità 'abituata' a sovvertire, deformare e confondere avvenimenti e notizie dinanzi all'opinione pubblica internazionale per 'raccattare' solidarietà e complici assensi alle proprie politiche genocide.
Dinanzi alla distorsione informativa sionista, che mira a compromettere le nazioni dell'Occidente giudaico-mondialista allineandole ai propri diktat ed ai propri interessi strategici, il mondo arabo-islamico 'pecca' di un ritardo controinformativo 'secolare' laddove occorrerebbe, al contrario, una attenzione maggiore rispetto ai meccanismi di sfruttamento relativi al controllo dei mass media, alla loro interazione ed influenza rispetto alle società ed alla politica e soprattutto una più approfondita analisi di quelli che sono i risultati fattuali che l'entità criminale sionista è riuscita a cogliere innalzando a dogma supremo ed indiscutibile la favoletta dell'olocausto di sei milioni di soggetti di razza ebraica liquidati durante l'ultimo conflitto mondiale.
La disintegrazione del mito dell'olocausto ebraico rappresenta pertanto una condizione sine qua non irrinunciabile per squarciare il velo di pietismo, le compromissioni, l'accondiscendenza benevola e il belante 'ossannamento' sistemico che in Occidente si alza in cielo ogni qualvolta "Israele" viene chiamato in causa a rispondere del proprio operato criminale. Il dogma olocaustico annulla le voci del dissenso e di facto pietrifica da oltre mezzo secolo l'azione diplomatica che l'Europa in particolare cerca di svolgere al fine di ottenere un ruolo moderatore nella annosa questione che oppone i palestinesi ed il mondo arabo-islamico alle mire espansionistico-strategiche dei criminali dalla stella di Davide.
In merito alla superficialità con la quale il mondo arabo e islamico ha spesso utilizzato i mezzi d'informazione crediamo basti e avanzi quanto, parlando cinque anni or sono dalla televisione libanese "al Manar" legata al movimento sciita di Hizb'Allah, dichiarato dal dr. Maynard ex direttore della televisione Tele France International per il quale risultava oggettivamente lapalissiano il ritardo e l'inefficacia con i quali venivano trattate le principali questioni connesse ai media all'interno delle diverse realtà arabe.
Sostenendo legittimamente che la prima guerra è quella dell'informazione, la quale 'anticipa' e 'legittima' eventuali scatenamenti di conflitti e guerre 'guerreggiate', l'ospite francese dagli studi di "Manar" invitava il mondo arabo a riprendere le redini dei 'palinsesti' televisivo-informatici valutando una serie di indiscutibili avvenimenti che, precedentemente, avevano portato acqua al mulino della causa sionista e autentiche frottole raccontate a livello globale dai principali network internazionali e rilanciate dalle grandi agenzie di stampa sostanzialmente tutte in mani sioniste e filo-sioniste (Reuters, FrancePresse, AFP ecc ecc).
Tra le questioni sollevate allora vi furono la rielezione dell'ex presidente americano George W. Bush nel 2004, il 'confinamento' politico e l'isolamento umano al quale sarà sottoposto per anni l'allora leader palestinese Yasser Arafat e la messa al bando della tv di Hizb'Allah in Europa e in Sud America oscurata a livello satellitare perchè "incitante all'antisemitismo". Tutte e tre le questioni sollevate risultavano 'conformi' considerando l'indiscutibile ruolo che avevano giocato i media nel deformare fatti ed eventi al fine di compiacere il Potere e le pressioni lobbistico-ricattatorie sioniste-statunitensi.
Bush potè così essere tranquillamente rieletto per proseguire la sua politica d'esportazione terroristica della democrazia e le sue guerre asimmetriche anche dinanzi alle manifestazioni popolari 'globali' contro le occupazioni militari di Afghanistan ed Iraq e soprattutto in barba ai crimini commessi dalle truppe d'occupazioni statunitensi a Abu Ghraib, all'ignominia del campo di concentramento di Guantanamo, alla stessa soppressione di alcune libertà e dei diritti civili garantite costituzionalmente all'interno del sistema giudiziario americano (e senza voler parlare delle menzogne relative alle "armi chimiche", "di distruzione di massa", "di sterminio" che avrebbero fatto parte della 'dotazione' militare irachena e che si rivelarono una colossale frode ai danni dell'opinione pubblica mondiale).
Allo stesso modo Yasser Arafat fino a pochi mesi prima considerato il Presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, il legittimo rappresentante di un popolo e l'uomo della 'pace' firmata solennemente a Camp David assieme a Yiktzak Rabin e Shimon Peres divenne facilmente, all'indomani dell'attacco terroristico contro New York ed il Pentagono dell'11 settembre 2001, etichettato, bollato e demonizzato dal regime di occupazione sionista allora retto dal macellaio di Sabra e Chatila, Ariel Sharon, che iniziò una martellante campagna disinformativa sostenendo che anche "Israele" aveva il "suo" Bin Laden da combattere...sappiamo tutti quanti com'è finita l'avventura terrena di "mr. Palestine".
E, dulcis in fondo, la sostanziale inattività con la quale "Al Manar" apprese la notizia dell'oscuramento satellitare dei suoi programmi in Europa e successivamente in tutta l'America Latina che destò non poco stupore e rimane uno dei provvedimenti più discutibili relativi alla tanto sbandierata e propagandata libertà d'espressione occidentale.
Tant'è queste le 'premesse' necessarie per aprire il fronte d'analisi relativo all'ennesimo tentativo demonizzante proveniente dalla fervida immaginazione e dalla mai disinteressata attitudine sionista alla menzogna ed alla manipolazione della verità ovvero la questione del presunto "nucleare siriano".
Mentre il mondo intero e l'opinione pubblica internazionale sono 'rivolti' a dare una svolta al tira e molla ed ai balletti diplomatico-politici che vedono confrontarsi Occidente e Repubblica Islamica dell'Iran in merito ai processi di arricchimento dell'uranio ed al sempre preteso possibile uso bellico della tecnologia atomica da parte della Teocrazia shi'ita (siamo sempre nel 'mondo' delle ipotesi, delle 'favole' e del 'potrebbero' ...e assai lontani soprattutto dall'indicare nell'emporio criminale ebraico in Palestina la sola, autentica, affatto virtuale minaccia alla pace e alla stabilità regionali del Vicino Oriente) i 'solerti' controllori sionisti 'aprono' un nuovo 'fronte' disinformativo-demonizzante indicando nella Repubblica Araba di Siria un possibile nuovo caso di violazione del diritto internazionale e un ipotetico nuovo candidato a far parte di quel "club nucleare" che rimane sostanzialmente patrimonio delle nazioni imperialistiche e dei loro alleati.
Ora, sia detto per inciso, che a (s)proloquiare di violazione del diritto internazionale e ad allarmarsi siano proprio i dirigenti 'nuclearizzati' di Tel Aviv e del regime d'occupazione sionista fa sostanzialmente sorridere considerando che proprio "Israele" rappresenta, in merito, un lampante esempio di quarantennale violazione di tutte le regole internazionali, il solo stato atomico della zona e il principale 'pirata' di tecnologia nucleare per usi militari come documentato abbondantemente dal fisico nucleare israeliano Mordechai Vanunu.
Tant'è i sionisti si permettono di infischiarsene altamente del diritto internazionale, delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dei controlli dell'AIEA e di tutto l'"ambarabam" critico-polemico proveniente dal mondo arabo e dai pochi uomini liberi che in Occidente ancora cercano di squarciare il velo dell'omertà sistemica e delle menzogne propagandistiche ebraiche: perchè "Israele", stato-pirata e occupante territori altrui, responsabile di eccidi e stragi a destra e a manca, non solo non ha mai firmato nè riconosciuto il Trattato di non proliferazione ma fondamentalmente se ne infischia di tutto il 'circo' mediatico che, peraltro, 'sapientemente' i suoi 'controllori' - disseminati in ogni redazione giornalistica o televisiva e 'sparpagliati' ovunque a diffondere menzogne su menzogne - sanno 'pilotare' e dirigere contro 'altrui' obiettivi.
Ultimo in ordine di tempo la presunta "minaccia nucleare siriana". Vediamo di capirci qualcosa. Notizie sull'interessamento siriano rispetto alle ricerche nucleari saltarono fuori due anni or sono in occasione di uno strano incidente che coinvolse una cinquantina di militari e, successivamente, quando nel settembre 2007 l'aviazione sionista compì un raid aereo che andava a violare lo spazio aereo nazionale siriano. Damasco in sede Onu dichiarò che quest'aggressione non sarebbe rimasta impunita e, da allora, gli ambienti del Sionismo internazionali cominciarono un 'battage' massmediatico contro la Siria sostenendo che, con l'aiuto della Corea del Nord, stesse cercando di costruire un reattore nucleare (le fonti ovviamente furono fornite dall'intelligence statunitense e dal Mossad).
La Cia americana informò diversi parlamentari americani della volontà siriana di sviluppare un programma nucleare fuorilegge chiamando in causa Pyoniyang. Ecco il 'resoconto' allarmistico-demonizzante con il quale ne parlò un anno or sono Farid Ghadry , collaboratore del quotidiano "New York Sun" (...Jew York , la 'grande mela' ...'bacata' dall'infezione ebraica...): " Le minacce diplomatiche e le suppliche tanto gradite agli USA, all'Unione Europea e a diversi alleati arabi, non sono servite a scoraggiare il regime siriano, che da lungo tempo percorre i binari di una politica ostile alla sicurezza occidentale. Le rivelazioni dell'intelligence, mostrate ai funzionari americani, segnalavano inoltre la presenza di un reattore nucleare già costruito sulle sponde del fiume Eufrate, nel cuore del deserto siriano. Il programma nucleare siriano era in cantiere già dalla fine degli anni '90. Tra quelle che abbiamo visto la foto più scottante di tutte ritraeva il capo della commissione nucleare siriana insieme al direttore nord-coreano della centrale nucleare di Yongbyon.
Un documento sul nucleare siriano, presentato dall'intelligence USA, evidenza come le relazioni tra Damasco e la Corea del Nord fossero profonde ed elastiche. I funzionari dell'organizzazione nucleare nord coreana si sono più volte recati in Siria segretamente nel 2007, mentre il governo di Assad ha fatto enormi sacrifici per tenere nascosta questa attività agli occhi del mondo. Il documento è stato esplicito: gli sforzi nucleari della Siria e le regole di cooperazione con i tecnici nord coreani non indicavano alcuna "intenzione pacifica". Due dittature, nonostante l'enorme distanza che le separa, sono riuscite a instaurare una relazione simbiotica. I diversi approcci di tipo pragmatico che la diplomazia occidentale ha tentato nei confronti dei regimi di Pyongyang e Damasco, hanno portato pochi risultati concreti, se non nessuno. (...) I siriani stanno seguendo uno schema molto familiare, un modo di agire ideato da Saddam Hussein. Come i documenti rinvenuti negli archivi segreti del regime hanno dimostrato, Hussein ha inventato una complessa politica estera che si reggeva sul terrore e sulla minaccia del terrore come strumenti di governo principali. Gli appelli per un dialogo basato su interessi comuni con l'Occidente erano solamente un mero esercizio retorico, fatto d'inganni e falsità." (1)
Accusata di tutto e del suo contrario la Repubblica Araba di Siria non ha mai svolto ricerche nucleari militari e questa serie di boutade disinformative mirano ovviamente solo ed esclusivamente ad indicare in Damasco una minaccia che i sionisti vorrebbero eliminare: minaccia ai loro interessi strategico-militari nella regione, ultimo ostacolo a qualsivoglia processo di 'israelizzazione' dell'area, assoluto nemico storico contro il quale "Israele" rimane in costante allerta e verso il quale non rinuncia a lanciare i suoi strali. La Siria è un problema per i sionisti perchè, oltre a sostenere le Resistenze Nazionali del Libano (Hizb'Allah) e della Palestina (Hamas e gli altri movimenti rivoluzionari palestinesi che hanno le loro basi nella capitale siriana) è il principale alleato arabo di Teheran. Ed è allo stesso tempo un problema per l'amministrazione statunitense che, soprattutto dall'insediamento dell'abbronzato Obama, non rinuncia a pronunciarsi in direzione di Damasco altalenando 'avanches' diplomatiche a minacce in una sorta di 'bastone e carota' che dovrebbe assecondare i dirigenti siriani a rompere le relazioni con l'Iran e quindi allinearsi più o meno di buon grado alle politiche filo-occidentali del restante mondo arabo 'kippizzato' a dovere dall'Egitto alla Giordania fino alle petrolmonarchie del Golfo.
La Siria al contrario, retta autorevolmente da Bashar el Assad, non arretra di un millimetro nè rinuncia alla sua politica di ostruzione e contrapposizione nei confronti dell'entità criminale sionista (con la quale ha un conto in sospeso da quarant'anni occupando "Israele" le alture del Golan oramai dalla guerra dei Sei Giorni del 67 ed avendole annesse al proprio territorio nazionale agli inizi degli anni Ottanta) mentre denuncia i crimini commessi dagli americani nella regione e i loro programmi di sedizione e destabilizzazione per quanto concerne il Libano e l'Irak con i quali Damasco confina.
La questione del nucleare siriano oltretutto è fondamentale perchè, nel perimetro geostrategico vicinorientale, si ricollega indiscutibilmente con alcuni episodi recenti alquanto sospetti fra i quali impossibile non ricordare la misteriosa uccisione, avvenuta nello scorso agosto, del generale siriano Muhammad Sulaiman, braccio destro del presidente ed incaricato di intrattenere le relazioni con l’Aiea. Qualcuno suggerisce che Sulaiman sia stato ucciso per non essere interrogato sulla questione del nucleare, mentre il governo siriano ha accusato "Israele" di essere il mandante dell’omicidio.
Quello della scomparsa del Gen. Sulaiman è un altro mistero che si aggiunge all’intricata realtà della zona e si potrebbe anche collegare ad altri oscuri segreti nella regione, come quello dell’uccisione a Damasco del comandante militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, o l’autentico enigma che ancora rimane insoluto relativo all’attentato del febbraio 2005 che costò la vita al primo ministro libanese Rafiq Hariri, di cui la Siria sarebbe ritenuta responsabile senza che, finora, siano state prodotte prove realmente attendibili sul coinvolgimento dei Mukhabarat (i servizi d'intelligence) siriani. Al contrario dopo quattro anni la pista che viene maggiormente seguita rimane quella di un coinvolgimento diretto di agenti del Mossad sempre operativo in terra libanese e interessato a seminar zizzazia e sedizione fomentando odio e violenza come, di fatto, avverrà nel paese dei cedri all'indomani del massacro di San Valentino.
Il bombardamento sionista del 6 settembre 2007 colpì un presunto "reattore atomico" in costruzione - secondo quanto riportarono i media occidentali - nella regione di Deir el Zor. L'unica certezza di quell'episodio rimane l'azione terroristica portata a termine dall'aviazione dalla stella di Davide perchè le prove presentate e le dichiarazioni ufficiali dei governi coinvolti non sono a tutt'oggi sufficiente per stabilire se effettivamente quello che si stava costruendo in Siria con l'aiuto di tecnici nord-coreani fosse un vero e proprio reattore atomico. A sostenerlo ovviamente assieme ai sionisti è l'amministrazione statunitense mentre , secondo Damasco, quello che sarebbe stato bombardato e distrutto era semplicemente un edificio militare. Gli ispettori dell'AIEA finora non hanno potuto nè smentire nè confermare le due versioni il che la dice lunga soprattutto sulla volontà americana di creare un possibile nuovo casus belli nel Vicino Oriente.
Innanzitutto occorre ricordare come la notizia del raid aereo israeliano fosse stata diffusa da fonti americane secondo le quali un commado di aerei da caccia F15 con la stella di Davide avrebbero attaccato un reattore nucleare ad al-Kibar, ad una centinaio di chilometri dal confine iracheno e violando durante l'operazione anche lo spazio aereo della Turchia. La presenza di questo reattore era stata documentata dagli Stati Uniti che avrebbero allertato i servizi di sicurezza dell'entità sionista sulla base di informazioni relative ad un cargo battente bandiera nord-coreana definito 'sospetto' e che, immediatamente, divenne la prova provata di una collaborazione nucleare siro-nordcoreana.
Immediatamente le dirette interessate, Siria e Corea del Nord, smentirono qualsiasi collaborazione nucleare, criticando duramente l'attacco, minacciando - da parte siriana - reazioni a questo raid aereo mentre i sionisti confermarono la notizia dell'attacco solamente un mese più tardi omettendo però di fornire ulteriori particolari. Ovviamente viene da chiedersi come mai un intelligence ed un esecutivo così 'efficienti' come quelli di Tel Aviv non fornirono alcuna prova nè documentazioni, nè riprese aeree del raid compiuto contro la Siria e perchè mai la notizia di pubblico dominio sparì immediatamente dai notiziari e dalla carta stampata mondiale: forse perchè non c'era niente da 'provare'? Forse perchè i solerti 'difensori dell'Occidente' con la stella di Davide avevano clamorosamente sbagliato bersaglio colpendo una semplice installazione militare? Forse perchè di nucleare non c'era assolutamente niente e il solo visibile era quello del loro reattore di Dimona nel deserto del Nejev? Questioni che al momento rimangono aperte.
Fonti ufficiali occidentali avrebbero confermato che Washington non avrebbe concesso ai sionisti il disco verde per l'azione militare: ma perchè ai sionisti 'serve' il benestare americano per fare i loro sporchi comodi nella regione? Non invasero forse unilateralmente e senza preavviso il Libano nel 1982? E non bombardarono il reattore iracheno di Tuwaitah l'anno prima? E infine non scatenarono le loro aggressioni contro il Libano e, più recentemente, contro la striscia di Gaza senza alcun 'permesso' americano?
Nel settembre 2008, un anno dopo gli avvenimenti in questione, il quotidiano inglese "The Guardian" - notoriamente filosionista - sosteneva che particelle di uranio sarebbero state ritrovate nei campioni recuperati dagli ispettori dell'AIEA recatisi nella località 'incriminata' nel giugno precedente. L'AIEA non ha mai confermato questa notizia. Il segretario generale della stessa agenzia atomica, Mohammad el Baradei, ha criticato inoltre fortemente l'operato di Tel Aviv che avrebbe colpito un installazione 'segreta' senza informarne l'organizzazione stessa.
Damasco dal canto suo ha sempre negato la presenza di un reattore nucleare ed il suo ministro degli Esteri, dr. Waleed Moallim, ha replicato alle ilazioni della stampa sionista e americana sostenendo che le tracce di uranio nei campioni analizzati sarebbero riconducibili alle bombe lanciate dai sionisti. E non sorprenderebbe affatto: l'entità sionista è la sola potenza nucleare del Vicino Oriente, non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare inoltre secondo quanto dichiarò l'ex presidente americano Jimmy Carter durante la sua visita del maggio 2008 in terrasanta , l'arsenale israeliano comprenderebbe almeno 150 ordigni atomici mentre , secondo l'inchiesta del giornalista americano, Robert Fisk, in occasione dell'aggressione contro il Libano i sionisti avrebbero utilizzato bombe all'uranio contro i villaggi meridionali del paese dei cedri.
Il direttore dell'AIEA , Mohammad el Baradei, nell'estate scorsa era tornato a criticare aspramente "Israele" sostenendo, durante una riunione svoltasi a Vienna in seno al consiglio direttivo dell'organizzazione di sorveglianza atomica, che gli israeliani mancassero di cooperazione e non aiutavano in alcun modo le indagini relative al cosiddetto "nucleare siriano".
Le pressioni esercitate sulla stampa mondiale dal regime di Tel Aviv , l'iniziativa militare contro un presunto impianto atomico siriano, le denuncie israeliane nei confronti di Teheran e di altri Stati arabi venivano ricondotte dal segretario dell'AIEA alla questione principale: che "Israele" fosse il solo autentico "pericolo nucleare" del Vicino Oriente.
In quell'occasione el Baradei replicò apertamente e con malcelato disprezzo alle insinuazioni dell'ambasciatore israeliano presso l'AIEA , Israel Michaeli, il quale aveva sostenuto la necessità di intensificare l'inchiesta contro Damasco ed "evitare il partito preso politico" quando si affrontava la questione del nucleare siriano. Il capo dell'AIEA rispose a muso duro all'intromissione sionista replicando: "Apprezzeremmo se voi cessaste di farci la predica. L'AIEA non agisce in maniera selettiva e applica il diritto e la legge internazionale. Quando Israele ha inviato unilateralmente i suoi militari in Siria bombardando quello che è stato definito come un impianto nucleare, ricordiamo che tale iniziativa ha nuociuto al lavoro dell'AIEA oltre a rappresentare una aperta violazione internazionale del diritto" ricordando come l'organismo abbia sempre chiesto al regime di Tel Aviv ampa collaborazione sull'episodio e di fornire prove sufficienti che Damasco stesse sviluppando armamenti nucleari nel sospetto impianto di Damat Dair al Zour.
A parlare ancora di atomica siriana è stato recentemente, il 21 ottobre scorso, il quotidiano sionista "Jerusalem Post" il quale ha pubblicato un reportage che non apporta niente di particolarmente interessante a quanto noto finora. Ha scritto Bennet Ramberg nell'articolo in questione:
"I rinnovati sforzi internazionali per mettere sotto controllo il programma atomico iraniano hanno messo in ombra un’altra minaccia nucleare irrisolta in Medio Oriente: quella della Siria. L’incapacità dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di far rivelare a Damasco la storia del suo reattore nucleare segreto con annessi e connessi suscita inquietanti interrogativi non solo sulle intenzioni nucleari del regime di Assad ma, più sostanzialmente, sulla capacità dell’AIEA di esercitare un effettivo controllo. A meno che la Siria non fornisca un resoconto completo, il suo riuscito ostruzionismo non farà che indebolire ulteriormente i tentativi internazionali di frenare la proliferazione. La consapevolezza internazionale che la Siria pone una minaccia nucleare è emersa solo nel settembre 2007 quando si ritiene che aerei israeliani abbiano distrutto un impianto nucleare in costruzione in una remota regione desertica nel nord-est del paese. L’attacco generò reazioni singolarmente smorzate da parte di Damasco e Gerusalemme, ma a Vienna la AIEA condannò il raid sostenendo che Israele avrebbe dovuto informare l’agenzia dell’installazione siriana. La riluttanza di Israele rispecchia il diffuso e crescente disagio per il fatto che la AIEA è diventata uno strumento vuoto quando si tratta di stanare i truffatori nucleari, e farli recedere una volta scoperti. Risultato: Gerusalemme, non potendosi permettere le esitazioni internazionali, a quanto pare ha deciso di fare da sé. Le riunioni del settembre 2009 del Board of Governors, composto da 35 nazioni, e della Conferenza Generale – il conclave annuale di tutti i membri dell’AIEA – hanno confermato una crescente preoccupazione per la proliferazione nucleare in Medio Oriente; ma si sono focalizzati quasi solo su Israele e sul fatto che abbandoni il suo programma. La Conferenza Generale ha solo deplorato con molto garbo Siria e Iran, chiedendo a entrambe di “cooperare pienamente con la AIEA nel quadro dei loro rispettivi impegni”. La dichiarazione riflette la strategia delle “lusinghe” – in pratica: ripetute richieste ai trasgressori nucleari di garantire trasparenza ed eliminare i traffici – che è diventata il marchio di fabbrica dell’agenzia quando si tratta di richiamare all’ordine i violatori. Questo approccio tende ad aumentare builds on la speranza che ben calibrati inviti a una maggiore apertura possano spingere i trasgressori a sentirsi meglio svelandosi. Ma troppo spesso la risposta è di tutt’altro segno. I violatori gettando qualche briciola, cui fanno seguito ulteriori preghiere da parte dell’agenzia. Il balletto si ripete, ma non arriva mai a una soddisfacente conclusione nel senso della non-proliferazione." (2)
Innanzitutto i sionisti danno per scontata l'esistenza di un reattore nucleare siriano che esiste, per il momento, esclusivamente nella loro immaginazione onnicomprensiva e sempre fantasiosa: l'identica immaginazione che ha fornito lampanti esempi di verità storiche de facto inesistenti. La propaganda sionista mira a persuadere che l'entità criminale sionista, ripetiamolo unica detentrice di armamenti nucleari nel Vicino Oriente, sia in perenne stato di minaccia dai vicini arabi, vittima di possibili rappresaglie qualora qualche Stato nella zona riuscisse a dotarsi di analoga capacità militare.
E' una strategia di dissuasione e di demonizzazione dei nemici che "Israele" attiva anche per guadagnarsi una solidarietà internazionale e meditare piani d'aggressione come quello ampiamente strombazzato ai quattro venti dai dirigenti sionisti di voler colpire i reattori nucleari iraniani. Mentre minaccia di incendiare l'intera regione "Israele", provocando un conflitto che potrebbe anche rivelarsi autodistruttivo per la stessa esistenza dello stato ebraico e che la diplomazia internazionale ha definito e qualificato a più riprese come un autentica catastrofe, punta l'indice contro Siria ed Iran perchè i due Stati musulmani supportano la resistenza di un popolo oppresso e sottomesso da sessant'anni e quella del vicino Libano dove Hizb'Allah ha già dimostrato l'invincibilità del nemico dell'uomo.
"Israele" invoca trasparenza e accusa la Siria (che è entrata nel Trattato di non proliferazione nucleare nel 1968 applicando le dovute tutele a un piccolo reattore di ricerca avviato a Damasco nel 1992) di 'nascondere' chissà quali misteriosi impianti atomici con la connivenza e la cooperazione nord-coreana ma dimentica che Dimona rimane off-limits per le ispezioni internazionali così come, su un piano squisitamente militare, il territorio occupato sciacallescamente dall'entità sionista resta al di fuori di qualsiasi possibile iniziativa 'onuista' e non si comprende come mai a New York si preoccupino tanto di inviare caschi blu e missioni 'umanitarie' nel Libano meridionale all'indomani di un'aggressione lanciata da Tel Aviv che è costata oltre 1400 morti e 3500 feriti libanesi mentre nessuno invoca il diritto internazionale per lo stanziamento di truppe 'di pace' sul territorio occupato dai sionisti.
Anche le cosiddette 'prove' ricercate dagli ispettori dell'AIEA non dimostrano che l'impianto siriano fosse adibito a ricerche nucleari. Nè è possibile definire 'occulto' un edificio che viene tranquillamente bombardato dall'aviazione sionista. Alle menzogne i sionisti aggiungono il ridicolo di considerare Damasco responsabile della sperimentazione atomica sostenendo che però resta un punto oscuro relativo a come i siriani intendessero estrarre plutonio usabile per armamenti in assenza di un impianto chimico d'estrazione...della serie se le dicono e se le cantano da soli senza rendersi conto neanche dell'incongruità di quanto sostengono.
Dulcis in fondo ecco come l'editorialista del "Jerusalem Post" si permette pure la 'chiosa' nel suo 'memorabile' intervento - autentica sequela di falsità e menzogne nel miglior stile giudaico - sostenendo: "La ripetuta opposizione alla trasparenza da parte di Damasco solleva naturalmente degli interrogativi su cosa stia nascondendo il regime di Assad. Ma il comportamento della Siria esige anche una risposta su una questione altrettanto sostanziale: la comunità internazionale come deve trattare i violatori, attuali e futuri?" (3)
Già , ci chiediamo, come dovrebbero trattare coloro i quali si sono arrogati il diritto alla fabbricazione unilaterale, senza firme di trattati internazionali, violando tutte le leggi vigenti, facendosi beffa dell'AIEA e dell'ONU e di tutti gli organismi preposti al controllo internazionale dell'energia atomica e disponendo da quarant'anni di uno dei più formidabili arsenali nucleari che peraltro sarebbe anche strategicamente e ricattatoriamente inserito su ordigni puntati contro diverse capitali arabe ed europee?
Come l'ONU e l'AIEA dovrebbero trattare i violatori di sempre, soli destabilizzatori della pace nel Vicino Oriente, entità criminale occupante una terra altrui, direttivo di sedizione e menzogna e centro della violenza che da oltre sessant'anni viene perpetrata nella Palestina occupata? E cosa dovrebbero fare qualora "Israele" inimicandosi qualche esecutivo europeo minacciasse nucleari rappresaglie?
Niente! Perchè l'ONU esiste solo per rispondere ai desiderata e ai diktat sinagogico-sistemici dell'establishment mondialista composto da soggetti ebrei e filo-ebraici che, da Washington a Roma, da Parigi a Londra e fino a Tel Aviv rispondono unicamente agli imput direttivi ed alle 'consegne' della Sinagoga Mondiale che controlla esecutivi e apparati, politica ed economia, commerci e finanza dell'Occidente pecorilmente belante in 'osanna' alla gloria eterna passata, presente e futura d'Israele che si ritiene orologio della storia e barometro delle intemperie della politica mondiale.
La questione del nucleare, concludendo, si ricollega direttamente al diritto dei paesi produttori di petrolio di avere la facoltà di investire su altre forme di energia in vista della fine dell'epoca dell'oro nero. E' in questa direzione che si sono mossi i principali paesi musulmani, l'Iraq, l'Iran e le petrolmonarchie del Golfo, che puntano su forme di energia rinnovabile e sul nucleare civile come venne apertamente dichiarato e sottoscritto anche in occasione del summit della Lega Araba del 2007.
Niente di più ma niente di meno. E se consideriamo che la Siria non è neanche un paese produttore di petrolio ed è costretta ad importarlo da Iran e Libia si può arrivare a comprendere anche l'eventuale interesse siriano alla ricerca nucleare che non ha niente a che vedere con l'ipotesi avanzata dai sionisti e dai loro compari americani di fabbricare armamenti e ordigni atomici.
Richiesta quella di arrivare al nucleare civile peraltro ribadita proprio dallo stesso presidente siriano, Bashar el Assad, in occasione del summit arabo del giugno 2008 quando Damasco dichiarò indiscutibile il diritto che hanno i paesi arabi di accedere all'energia nucleare per scopi civili.
L'arrogante atteggiamento sionista, le reiterate accuse statunitensi e l'opinionismo sinagogico-sistemico che a livello mondiale intende creare "casi" laddove non esistono non possono intromettersi nè bloccare una scelta di civiltà che è diritto insindacabile di ogni nazione la quale - sia che si tratti dell'Iran o della Corea del Nord, dell'Italia o di altre nazioni al di là delle 'attenzioni' dei controllori di "Israele" - deve rispondere principalmente alle proprie esigenze di sviluppo industriale ed alle pianificazioni della propria produzione. Il resto sono solo 'ciancie' sioniste e propaganda a stelle e strisce che non modificano nè spostano di un millimetro la volontà nè dell'Iran nè della Siria di sfruttamento, ricerca, applicazione della tecnologia moderna.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_attenzioni_si...
Note -
1 - Farid Ghadry - "L'iniziativa nucleare siriana è una minaccia strategica" - dal "New York Sun" del 21. Giugno 2008 articolo riportato dal sito internet filosionista www.loccidentale.it ;
2 - Bennet Ramberg - "Non dimentichiamo l'atomica siriana" - dal "Jerusalem Post" del 21. Ottobre 2009;
3 - Bennet Ramberg - articolo citato;
11:45 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: SIRIA | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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24/10/2009
Video della conferenza "La verità vi renderà liberi" - Torino 19 Settembre 2009
Intervento di Dagoberto Husayn Bellucci alla conferenza "La verità vi renderà liberi" organizzata dall'Associazione Alleanza per la Terrasanta
Torino 19 settembre 2009 - In tre parti
http://www.youtube.com/user/terrasantalibera#p/c/ED1BAD0C...
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Libano - La tensione resta alta al confine con l'entità sionista e sul fronte interno
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LIBANO - LA TENSIONE RESTA ALTA AL CONFINE CON L'ENTITA' SIONISTA E SUL FRONTE INTERNO
di Dagoberto Husayn Bellucci
All'indomani del vertice siro-saudita che ha visto riaprire il negoziato diretto tra due dei principali soggetti geopolitici del Vicino Oriente - la Siria di Assad e l'Arabia Saudita di re Abdullah ovvero i due principali referenti dei partiti libanesi che da quasi cinque anni si stanno contendendo il potere a Beirut e dintorni - sono stati in molti a tirare un sospiro di sollievo e, forse troppo frettolosamente, a palesare l'accordo che avrebbe dovuto portare alla formazione del governo di unità nazionale al quale continua a lavorare il premier in pectore Sa'ad Hariri, giovane rampollo della principale famiglia che guida e dirige le sorti della comunità sunnita in un paese confessionale diviso tra etnie e fedi spesso contrapposte da secoli di odio.
L'accordo che sembrava raggiunto nel vertice di Damasco tra siriani e saudita resta invece in sospeso così come restano piuttosto lontane le prospettive di dare stabilità ad un paese uscito malconcio dal conflitto scatenato dai sionisti nell'estate di tre anni fa e lacerato da infinite contese interne fra i partiti filo-occidentali della maggioranza e i filo-siriani dell'opposizione: il voto dello scorso 7 giugno che ha premiato la lista della Corrente Futura di Hariri non ha attenuato la tensione nè eliminato i problemi che, in Libano, sono all'ordine del giorno.
Problemi economico-finanziari, con una crisi che registra picchi di disoccupazione pari anche al 30% e che sfiora record storici; problemi connessi alle infrastrutture con intere aree del paese assolutamente depresse e lasciate a sè stesse dal governo centrale; problemi infine militari e strategici con le reiterate e non nuove minacce lanciate dai confini meridionali dall'entità criminale sionista la quale non lesina 'attenzioni' piuttosto interessate al paese dei cedri verso il quale i dirigenti di Tel Aviv non nascondono velleità di vendetta.
La batosta subita nell'estate 2006 dinanzi alla Resistenza Islamica del Partito di Dio filo-iraniano è una ferita che non è stata ancora completamente riemarginata dai criminali dalla stella di Davide che, dopo aver spalancato l'abisso dell'ignominia terroristica contro la striscia di Gaza lo scorso gennaio, stanno riprendendo in seria considerazione l'opzione bellica per "chiudere i conti" con Hizb'Allah. In Libano ne sono tutti consapevoli tutti che la partita non è mai finita: in qualunque momento - approfittando delle diverse crisi internazionali o semplicemente quando e se si sentiranno sufficientemente 'forti' - i sionisti potrebbero decidere di riaprire il 'valzer mortale' e tornare a colpire.
Hizb'Allah è il primo a esserne cosciente e i suoi dirigenti non hanno mai nascosto di essere pronti, qualora la situazione lo richiederà, ad opporsi a qualsivoglia genere di iniziativa militare israeliana. Mentre gli occhi della diplomazia internazionale sono puntati sulle vicende interne iraniane (contrapposizione sul nucleare, attentati, dichiarazioni e annunci di 'morti' fasulle orchestrati arditamente dalla propaganda sionista-occidentale e nuova tensione ai confini orientali con il vicino Pakistan a causa dell'infiltrazione di elementi e cellule terroristiche di matrice al-qaedista) il Libano 'bolle'.
Sale la tensione nuovamente ai confini meridionali dove fra sabato e domenica scorsa sono stati fatti esplodere con congegni a distanza diversi ordigni di fabbricazione israeliana rinvenuti, secondo quanto riferito da Hizb'Allah in un comunicato ufficiale citato dall'agenzia nazionale di stampa di Beirut "Nna", "lungo la rete telefonica terrestre tra Hula e Meis al Jabal". A quanto si apprende sarebbero stati gli stessi militari israeliani a far detonare i dispositivi spionistici piazzati nel sud del paese immediatamente dopo l'aggressione terroristica del 2006 e rinvenuti dalla Resistenza Islamica che aveva scoperto l'esistenza di questi sensori i quali sono un'ennesima aperta violazione della risoluzione Onu nr 1701 che, dal 14 agosto di tre anni fa, sancì la tregua e stabilì peraltro il posizionamento della nuova missione militare Unifil 2 comprendente anche contingenti italiani operanti a sud del fiume Litani.
Così mentre il Libano è diventato dal 15 ottobre scorso un membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e continua a rimanere precaria la situazione al sud il paese cerca di ritrovare una stabilità politica interna difficile ma fondamentale per fuoriuscire da quattro anni dominati da incertezza e violenze, terrorismo e autobombe, polemiche e diatribe di ogni sorta che hanno portato le fazioni libanesi vicine ad un nuovo conflitto civile.
Hariri prosegue le sue consultazioni e spera di riuscire a formare il suo esecutivo, il primo che il giovane rampollo della famiglia sunnita legata a doppio filo con Ryadh andrebbe a presiedere, coinvolgendo Hizb'Allah e partiti dell'opposizione.
Raggiunto un accordo sulla formula 15-10-5 per quanto concerne i dicasteri (15 andrebbero alla maggioranza filo-occidentale, 10 all'opposizione nazionalpatriottica e 5 sarebbero direttamente nominati dal Capo dello Stato, il Presidente, Gen. Michel Souleiman in carica dall'estate 2008) che dovrebbe essere una garanzia tra le opposte fazioni evitando poteri di veto da ambodue le parti rimane invece aperto il 'toto-ministri' sul quale, per ora, non sembra esserci intesa.
Lo scoglio che Hariri deve superare per la formazione del suo esecutivo sembra ancora quello legato al ministero delle Telecomunicazioni che il Gen. Michel Aoun (leader cristiano-maronita di Tayyar - la Corrente Patriottica Libera - principale alleato di Hizb'Allah) rivendica per il suo delfino, Jibran Bassil, che l'opposizione vorrebbe veder riconfermato.
Evidente che il ruolo-chiave rappresentato dal dicastero delle Telecomunicazioni rappresenti un contenzioso spinoso sul quale ci sarà ancora molto da lavorare in un paese suddiviso anche a livello di informazione tra i diversi partiti: Hariri e i sunniti controllano "Future Television", "LBC" (Lebanese Broadcasting Corporation) rappresenta da sempre la voce pubblica del blocco falangista (che comprende il partito di Amin Gemayel e i suoi alleati delle Forze Libanesi di Samir Geagea), "Al Manar" (Il Faro) è la televisione di 'rappresentanza' di Hizb'Allah, "NBN" fa riferimento a Haraqat 'Amal - partito sciita 'gemello' di Hizb'Allah guidato dall'avvocato Nabih Berry presidente dell'assemblea parlamentare, "Orange Tv" - l'ultima nata nel panorama televisivo libanese - è invece la tv di Aoun.
Un labirinto difficile da comprendere quello del settore delle telecomunicazioni libanesi che, sotto molti aspetti, ricorda vagamente l'epoca in cui anche la nostra televisione pubblica era spaccata in tre con il primo canale democristiano, il 2 in mano ai socialisti e il terzo ai comunisti. Il problema è che in Libano i partiti che si confrontano anche a colpi di interviste, inchieste e approfondimenti tv sono almeno una dozzina e, fra questi, almeno sei sono determinanti per l'assetto di potere interno e per la costituzione del prossimo esecutivo nazionale.
Hizb'Allah e 'Amal rappresentano il blocco della Resistenza sciita e la comunità di riferimento prevalente nella Beka'a settentrionale, in tutto il sud e nei quartieri-cittadella delle banlieu's meridionali della capitale; la Corrente Futura di Hariri è il principale partito della comunità sunnita che in Libano ha un peso economico enorme e viene sostenuta a spada tratta dai capitali sauditi e dalle politiche statunitensi; Tayyar - CPL - è il principale partito della comunità maronita e risponde alla volontà di Aoun di voltar pagina con i conflitti etnico-confessionali, riaprire stabilmente relazioni con Damasco e mantenere salda l'alleanza con Hizb'Allah e i partiti dell'opposizione per modernizzare il paese e riformare la politica fuoriuscendo dalle antiche logiche clientelar-mafiose dei clan e delle famiglie; infine esiste ancora il blocco falangista (Gemayel-Geagea) radicalmente ostile alla Siria e ai suoi alleati interni, il PSP (socialprogressisti) del druso Wale'ed Jumblatt ed infine i partiti minori filo-siriani che comprendono i comunisti, i socialnazionali siriani, il Ba'ath libanese e molte altre formazioni.
Ma al di là di quella che sarà la decisione di Hariri sul ministero delle Telecomunicazione resta incerto l'intero negoziato. Da un lato i principali dirigenti della maggioranza filo-occidentale paiono spazientirsi dinanzi al blocco relativo alle nomine dei neo-ministri; dall'altro lato Hizb'Allah ed alleati non hanno fretta di concludere senza aver ottenuto ciò che rappresenta per loro una condizione determinante.
Il leader della Falange Libanese, ed ex Capo di Stato, Amin Gemayel ha sostenuto una settimana fa che “la richiesta da parte dei gruppi dell’opposizione di ottenere la nomina di determinate persone a specifici ministeri non è altro che un pretesto per mascherare la loro determinazione ad evitare la formazione di un nuovo governo” mentre l'altro leader del fronte di Bristol (l'alleanza del 14 marzo composta dai partiti filo-occidentali) , il capo delle Forze Libanesi Samir Geagea, ha rinnovato il suo appello al premier designato Hariri di assumersi le proprie responsabilità e di superare l'attuale impasse creando un governo della maggioranza come, peraltro, aveva richiesto un mese e mezzo or sono il patriarca maronita mons. Nasrallah Sfeir intervenendo pesantemente nella vita politica interna (l'influenza della Chiesa maronita è stata spesso determinante e non sempre lungimirante nel corso degli ultimi trent'anni di vita libanese).
Le opposizioni continuano il loro 'pressing' sul premier e rivendicano posti-chiave nel nuovo esecutivo. Il leader di Hizb'Allah , Sayyed Hassan Nasrallah, e gli altri esponenti del partito sciita hanno da mesi diversi 'fronti' caldi verso i quali riporre la loro attenzione: dalla situazione instabile ai confini meridionali a quella determinata dalla presenza di elementi della galassia terroristica al-qaedista infiltrati all'interno dei campi profughi palestinesi di cui, non più di una settimana fa, è stata rintracciata una nuova cellula come ha dichiarato l'intelligence militare libanese che avrebbe individuato 10 soggetti, di cui tre arrestati, operanti all'interno del campo di Ain el Helwe (a Sidone , sud del paese) appartenenti al gruppo Fatah al Islam, organizzazione salafita responsabile nell'estate di due anni fa dell'insurrezione nell'altro campo palestinese di Nahr el Bared (a Tripoli, nel settore nord del paese).
In attesa di una conferma dell'accordo che porti alla creazione del nuovo governo di unità nazionale o di un'ennesimo fallimento dei negoziati che rinvierebbero a data da destinarsi un'intesa sempre più complicata l'attenzione si sposta su quanto potrà essere determinato all'estero: sono le situazioni regionali, i contrapposti interessi di Iran, Arabia Saudita, Siria e Egitto da un lato e le politiche d'intromissione e interferenza atlantiche a favorire o meno una svolta attesa oramai da anni.
La normalizzazione del paese dei cedri appare ancora lontana: echi di guerra lontani, tensioni internazionali, strategie di destabilizzazione atlantico-sioniste e minacce dirette o indirette provenienti da Tel Aviv o Washington non aiutano nè Hariri nè le forze politiche libanesi in cerca di un accordo finale.
La diplomazia internazionale rimane in piena attività per trovare una soluzione al guazzabuglio libanese: i fili della matassa politica del paese dei cedri si intersecano e si confondono con quelli regionali e con il clima di rinnovata tensione che soffia dal Golfo persico. In Libano dunque si continua a navigare a vista alla 'cerca' di un accordo risolutivo al momento piuttosto difficile.
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
22/10/2009
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20/10/2009
L'Islam shi'ita e la questione ebraica
L'ISLAM SHI'ITA E LA QUESTIONE EBRAICA
di Dagoberto Husayn Bellucci
"Troverai che i più feroci nemici dei credenti sono i giudei e i pagani, mentre troverai che i più cordialmente vicini ai credenti sono quelli che dicono "Siamo cristiani"
( Sacro Corano - Sura V - Vers. 86 )
L'Islam, Religione Universale e Ultima Rivelazione abramitica, ha da sempre identificato nella questione ebraica il principale referente di tendenze tellurico-demoniache, nell'opera dell'ebreo un pericoloso agente sovvertitore della Legislazione Islamica (Shariya) e nell'azione plurisecolare dell'elemento giudaico un virus verso il quale vigilare attentamente.
Pur operando una legittima distinzione tra gli ebrei in quanto popolo del Libro e la religione mosaica in quanto insieme legislativo conforme alla Tradizione Primordiale ed al comune ceppo monoteistico abramitico da una parte e l'azione nefasta sul piano sociale economico-politico del mondo ebraico perfidamente 'accampato' nelle società non ebraiche (Goyim = gentili) dall'altro lato; l'Islam ( = sottomissione al Dio Unico ) ha maturato, fin dai primordi dell'Hegira (anno dell'inizio della predicazione profetica e della Rivelazione Coranica che si situa nel 622 dell'era cristiana) nei confronti del mondo ebraico una propria visione di contrasto mirante a irretire, frenare e complessivamente ridurre la sfera d'azione di quello che a tutti gli effetti si è dimostrato nel corso dei secoli come lo strumento più efficace di influenze satanico-discendenti, vettore di disintegrazione dei Valori e della Morale nonchè assoluto strumento di decomposizione, deformazione e disintegrazione dell'azione unificatrice e universale, rettificatrice e normalizzatrice delle Grandi Verità monoteistiche ricomprese tanto nel Cristianesimo delle origini quanto nell'Islam.
La storia della stessa predicazione mohammadica, le vicende terrene relative al Profeta dell'Islam Mohammad (la Pace su di Lui e la Sua Famiglia) e la successiva espansione della religione musulmana hanno confermato quest'attitudine guardinga e lungimirante peraltro organica alla stessa Legislazione Coranica e assolutamente legittima sia dottrinariamente che a livello di pratica di governo ed amministrazione della Comunità dei Credenti.
Alle origini della storia musulmana, nel momento in cui andava edificandosi la società islamica conforme ai dettati del Profeta (a.s.) e al corpo legislativo coranico divinamente ispirato, è possibile ravvisare una maggiore mobilità sociale, una più visibile tolleranza ed un rispetto inesistente se confrontiamo il nascente blocco geopolitico, culturale, socio-economico musulmano con l'Europa cristiana o l'India induista dell'epoca ossia con le due grandi tradizioni con le quali l'Islam verrà in contatto più o meno nel volgere di pochi secoli dal momento della Rivelazione Coranica.
Religione egalitaria che predica una uguaglianza giuridica di tutti gli esseri umani dinanzi alla Legge l'Islam ha saputo trasformarsi nel corso dei secoli senza per questo rinunciare ad alcuna delle sue prerogative di Ultima Rivelazione e quindi di Verità Assoluta ed insindacabile. La natura universalistica, l'appello e la chiamata rivolti dal Profeta (a.s.) a tutti i popoli, le parole d'ordine egualitarie dinanzi al fondamento della Legge fanno della religione musulmana l'ultimo esempio di contributo e interazione ierofanica, presenza del Sacro e sua manifestazione nella storia dell'uomo, ed assieme tendono a divenire un prototipo di società-ideale, sul modello platonico, nella quale siano rispettate quelle che sono le principali caratteristiche derivate dall'esperienza mohammadica, dalla costituzione di un primo gruppo di fedeli raccoltisi attorno al Profeta (a.s.) nella città di Medina e dall'ordine instaurato e creato quale esempio determinante, archetipico, originario ed irripetibile.
"L'Islam è stato spesso descritto - scrive lo storico ebreo tra i massimi "islamisti" contemporanei Bernard Lewis (1) - come una religione egalitaria, e per molti versi senza dubbio lo è stata, se prendiamo in esame i mutamenti introdotti dall'Islam all'epoca del suo avvento nell'Arabia del settimo secolo; ancor di più, se paragoniamo il mondo musulmano dell'epoca medievale con le caste dell'India in Oriente, o con i privilegi dell'aristocrazia dell'Europa cristiana in Occidente, allora l'Islam appare senza dubbio come una religione egalitaria in una società egalitaria. Per principio e per legge, esso non riconosce nè caste nè aristocrazia. Dato che la natura umana è quello che è, caste ed aristocrazia tendono tuttavia, di tanto in tanto, a imporsi; ma quando questo accade è qualcosa che si verifica malgrado l'Islam, e non come parte di esso, e tali deviazioni dall'uguaglianza sono state ripetutamente condannate sia dai tradizionalisti che dai radicali come innovazioni non islamiche o anti-islamiche. Nel complesso vi era una mobilità sociale di gran lunga maggiore nell'Islam di quanto non fosse permesso nell'Europa cristiana o nell'India induista. Tuttavia questa parità di status e di opportunità era limitata per alcuni importanti aspetti. Il rango di membro della società a tutti gli effetti era limitato ai soli musulmani maschi liberi. Colo che erano privi di una di queste tre qualifiche essenziali, e cioè lo schiavo, la donna e l'infedele, non erano sullo stesso piano di parità.".
Evidenziare queste sostanziali differenze interne alla società musulmana è conforme alla Tradizione ed allo sviluppo storico, socio-politico ed economico che interesserà per secoli la nascente civiltà islamica.
"L'idea musulmana di Stato (califfato o khilàfa) - scrive Maurizio Lattanzio (2) - è conforme all'archetipo della sovranità tradizionale, fondato sull'unità dell'autorità spirituale e del potere civile. Non esiste separazione fra dimensione divina e sfera terrena, poichè la città del mondo è l'effetto di una proiezione che, sul piano del divenire, ricompone i principi trascendenti nella forma dell'ordine politico statuale e della organizzazione economica solidaristica. L'ordine politico è una ierofania che disciplina la comunità islamica nel quadro della legge divina denominata Sharì'a."
In conformità ad una visione tradizionale legittima e ortodossa l'Islam destina il proprio messaggio a livello universale con l'obiettivo della 'ordinato ad unum' ovvero dell'universalità cioè quel progetto di uniformazione ed integrazione di distinte civiltà e di diverse esperienze comunitarie all'interno di costruzioni politiche di civilizzazione e nel quadro di un ordine gerarchico a contenuto etico-spirituale, radicato nei valori dell'Essere e culminante nella dimensione metafisica o Unità Principale che rappresenta il senso profondo, l'essenza basilare e la massima aspirazione di tutte le Tradizioni.
In questo senso deve intendersi il principio d'identificazione dell'egualitarismo universale islamico quale motore immobile, axis mundi, di un moto livellatore ascendente, mirante l'abolizione delle ingiustizie e del disordine creato dai sistemi iniqui e perversi costituiti dalo "spirito di menzogna" che ha fatto la sua comparsa fin dalle origini rappresentando la più manifesta delle sovversioni e il massimo grado di iniquità.
"Una sola legge, la Sharì'a ("il retto sentiero") - scrive Antonio Medrano (3) - legge di origine divina che ha per base il Corano, ispira tutta la vita politica e sociale della comunità islamica (Ummat al Islàm). Tutto fa parte di una medesima unità; e questa unità è retta in un equilibrio e in un'armonia perfetti dalla Sharì'à, legge sovraindividuale e sovraumana che tutta la comprende. (...) La politica assume la forma di metapolitica, di via di salvezza e di mezzo per la realizzazione delle più alte possibilità dell'essere umano; e la religione forza trasformatrice e trasfiguratrice della realtà terrena.".
All'interno di questo quadro armonico, diretto da un'autorità che dev'essere Garante dell'attuazione della Legislazione Coranica e "luogotenente" (= khalifa) di Allah, si situano pertanto i rapporti sociali, il ruolo, la funzione e le istanze delle differenti unità che, considerate a livello di grande insieme, formano la società musulmana così come delineata, idealizzata, realizzata e promossa dal Profeta Muhammad (a.s.) e da lui diretta nel periodo immediatamente successivo alla fuga da Mecca che segnerà, con la costituzione del primo nucleo islamico a Medina, la nascita dell'era islamica.
Viene così naturale, anche all'interno di una visione (welthanshauung) della vita e dell'uomo - di una fede che diviene ordinatrice di società e di una dottrina teologico-politica che fornisce i mezzi e gli strumenti adeguati per divenire assoluta e insindacabile legislatrice sociale - che siano inseriti all'interno del corpo sociale musulmano elementi (quali quelli individuati precedentemente dal Lewis) altrimenti alieni.
Elementi che formano da sempre e costituiscono validamente la prova sensibile dello sviluppo armonico e della validità legislativa dell'Islam nel suo essere verità, realtà soggettiva e comunitaria, spazio di intersezione e forma 'scolpita' di una Ierofania che riesce a plasmare e ricomprendere nel proprio ordinamento socio-economico forme e civilizzazioni eredità di preesistenti Tradizioni (come dimostreranno i secoli di dominio musulmano in India, nella Persia e nella penisola iberica).
Il ruolo assegnato all'interno della comunità islamica ai non musulmani, agli schiavi e alle donne - pur nella loro particolare situazione e con le limitazioni prescritte dalla Legge Coranica - veniva così ad essere riconosciuto e valorizzato conformemente ai principii esposti ed attuati proprio durante l'epoca mohammadica e funzionalmente a quelle che erano le necessità della società.
"Le tre differenze fondamentali fra padrone e schiavo, uomo e donna, fedele e infedele - scrive Lewis (4) - non erano semplicemente riconosciute; esse erano codificate e regolate dalla Santa Legge. I tre gruppi di inferiori erano considerati necessari, o per lo meno utili, e tutti avevano il loro posto e la loro funzione (...) Una delle principali differenze fra le tre categorie è l'elemento della scelta. Una donna non può scegliere di diventare uomo. Uno schiavo può essere liberato, ma solo per scelta del padrone, non per sua scelta. Sia la donna che lo schiavo sono quindi in una condizione di involontaria, e per la donna anche immutabile, inferiorità. L'inferiorità dell'infedele, tuttavia, è totalmente opzionale, e costui può in ogni momento porvi fine con un semplice atto di volontà. Adottando l'Islam, egli diventa membro della comunità dominante, e il suo status di inferiorità legale ha fine. (...) Lo status di inferiorità a cui l'infedele era soggetto era quindi interamente volontario; da un punto di vista musulmano, potrebbe essere descritto senza dubbio come il frutto dell'ostinazione. Per i musulmani, ebrei e cristiani erano gente a cui era stata offerta nella sua forma finale e perfetta la verità di Dio, di cui le loro religioni rappresentavano forme più antiche, imperfette e superate; essi tuttavia l'avevano ostinatamente e stoltamente rifiutata. (...) La storia dei rapporti fra lo stato musulmano da una parte e i suoi sudditi non musulmani, e in seguiti i vicini, dall'altra, comincia con la carriera del Profeta. Il Corano e la tradizione musulmana ci parlano dei rapporti avuti da Maometto con gli ebrei di Medina e del Hijaz settentrionale, con i cristiani di Najràn a sud e con altri cristiani a nord, e con i pagani che costituivano la maggioranza della popolazione araba. Per i pagani la scelta era chiara: islam o morte. Per ebrei e cristiani, detentori di quelle che erano riconosciute come religioni rivelate basate su autentiche anche se superate rivelazioni, la scelta includeva anche una terza possibilità: islam, morte o sottomissione. Sottomissione significava il pagamento di un tributo e l'accettazione della supremazia musulmana. La morte poteva essere commutata in schiavitù. In una fase iniziale della sua carriera come governatore di Medina, il Profeta entrò in conflitto con le tribù ebraiche là residenti. Tutte e tre furono sopraffatte e,secondo la tradizione musulmana, a due fu concessa la scelta fra conversione o esilio, e alla terza, i Banù Qurayza, fra la conversione e la morte. L'amarezza causata dall'opposizione delle tribù ebraiche a Maometto si riflette nei riferimenti agli ebrei, per lo più negativi, contenuti nel Corano, nella biografia e nelle tradizioni relative al Profeta. Una situazione diversa si verificò con la conquista nell'anno 7 dell'Hijira (corrispondente al 629 d.C.) dell'oasi di Khaybar, a circa novantacinque miglia da Medina. Questa oasi, abitata da ebrei, alcuni dei quali si erano insediati là dopo essere stati cacciati da Medina, fu il primo territorio conquistato dallo stato musulmano e posto sotto il suo governo. Gli ebrei di Khaybar si arresero al Profeta dopo un mese e mezzo circa di ostilità, e fu stipulato un accordo in base al quale era loro concesso di restare nell'oasi e di coltivare la loro terra; tuttavia avrebbero dovuto consegnare la metà del prodotto ai musulmani. (...) I contatti con i cristiani durante la vita del Profeta furono meno importanti e molto meno contenziosi di quelli con gli ebrei. Le relazioni con le tribù e gli insediamenti cristiani nello Hijaz settentrionale e più tardi nell'Arabia meridionale furono in genere regolate da accordi, il più famoso dei quali fu quello concluso con i cristiani di Najràn. In base a tale accordo era consentito ai cristiani di praticare la loro religione e di concludere i loro affari, a condizione che pagassero un tributo fisso, dessero ospitalità ai rappresentanti del Profeta, fornissero rifornimenti ai musulmani in tempo di guerra e si astenessero dall'esercitare l'usura. Indubbiamente a causa delle più pacifiche relazioni fra il Profeta e i cristiani, i riferimenti ad essi nel Corano sono più favorevoli di quelli relativi agli ebrei."
Questo per quanto concerne le origini della predicazione islamica e il primo sviluppo dei rapporti fra stato islamico e comunità non islamiche.
In merito alla 'percezione' musulmana di ebrei e cristiani va da sè la fondamentale differenza che si può rilevare anche dalle parole del Lewis in merito alla profonda ostilità che suscitarono nello stesso Profeta dell'Islam (a.s.) gli ebrei in contrasto con i tanti attestati di stima e rispetto per le comunità cristiane che si ritroveranno anche nel Corano laddove sovente viene indicata ed esaltata la figura di Gesù Cristo (il Messia, profeta dell'Islam e dell'unicità divina secondo la dottrina islamica) e della di Lui madre Maria (la pace su di Loro).
Medina, l'antica Yathrib, che diverrà la prima sede di un governo musulmano e il primo esempio di città-stato retta secondo i principii e la dottrina coranica era, all'epoca della sua conversione all'Islam, abitata da tribù ebraiche o ebraizzanti oltre alla maggioranza pagana. L'ostilità con la quale gli ebrei di Medina resistettero alla predicazione mohammadica, la loro avversione e derisione della nuova fede, il loro coalizzarsi fin dall'inizio contro i musulmani causarono un'immediata sfiducia reciproca ed aprirono il contenzioso teologico-dottrinario, politico-sociale e militare che, nella sua versione 'modernizzata', si ripropose con l'occupazione territoriale sionista della Terrasanta palestinese.
Arroganti, scettici, sdegnosi e assolutamente restii ai numerosi appelli del Profeta (a.s.) ad abbracciare la nuova religione, gli ebrei condussero una guerra di bassa intensità contro il nascente governo musulmano soprattutto contro la nuova dottrina, risultando spesso i principali falsificatori, i manipolatori occulti e i dispregiatori palesi delle Verità Coraniche.
"Già sufficientemente potente da poter usare la maniera forte - scriverà lo storico ebreo Lèon Poliakov nella sua essenziale opera sull'antisemitismo (5) -, il profeta deluso espulse una parte degli Ebrei, e con la benedizione di Allah massacrò gli altri. Si spiegano così le contraddizioni del Corano (sic! ndr) a proposito degli Ebrei, che in alcuni passi vengono esaltati (allora sono i "Figli d'Israele"), e in altri più recenti sono messi alla berlina (allora sono i 'yahud'). Si spiegherebbe anche così la sostituzione di Gerusalemme con la Mecca come luogo di orientamento della preghiera (kibla), e la sostituzione del digiuno di Jòm Kippùr col Ramadan."
Ma, al di là di quella che sarà l'esperienza diretta del Profeta e del primo stato musulmano con gli ebrei, risulterà ancor più evidente la contrapposizione fra nuova fede e Giudaismo nella pratica quotidiana, nella vita sociale e nell'evoluzione storica dal momento in cui l'Islam inizierà la sua cavalcata trionfale verso il Mediterraneo estendendosi ad Occidente fino alle porte della Francia e lungo tutto il Maghreb e ad Oriente occupando e convertendo le popolazioni dell'antico impero persiano e raggiungendo l'India.
In particolar modo gli ebrei subiranno il dominio musulmano che sarà, un pò come accadeva del resto nell'Europa cristiana dell'epoca, a fasi alterne: ora tollerante e moderatamente prevaricante e limitante i diritti stabiliti dalla Legislazione Coranica; ora maggiormente duro e repressivo sfociando, sovente, in una maggior diffidenza verso le comunità ebraiche che si traduceva inevitabilmente in azioni anche legislative che venivano applicate dai califfi e sovrani islamici per limitare ad esempio l'esercizio della pratica usurocratica del prestito con interesse o sollecitando anche veri e propri "pogrom" popolari contro la presenza ebraica.
Sarà tra gli sciiti che si diffonderà maggiormente l'ostilità nei confronti degli ebrei come documenta lucidamente lo stesso Bernard Lewis. E sarà proprio nell'Iran sciita che l'avversione verso gli ebrei si caratterizzerà per attacchi popolari, restrizioni legislative e azioni miranti il contenimento, l'esclusione o la messa al bando dell'elemento giudaico.
"...contrariamente all'antisemitismo cristiano, l'atteggiamento musulmano verso i non musulmani non è di odio, di paura o di invidia, ma semplicemente di disprezzo. Ciò viene espresso in vari modi. (...) Gli attributi negativi imputati alle religioni assoggettate e ai loro seguaci vengono generalmente espressi in termini religiosi e sociali, molto raramente in termini etnici o razziali, nonostante anche questo aspetto ricorra talvolta. Il linguaggio dell'ingiuria è spesso molto forte. (...) I musulmani sciiti danno inoltre grande importanza alla questione della purità rituale. La purità (tahàra) e l'impurità (najàsa) sono questioni di grande importanza per i musulmani osservanti. La contaminazione, secondo i giuristi musulmani, produce uno stato di impurità rituale e può essere causata dai rapporti sessuali, dalle mestruazioni e dal parto; dalla minzione e dalla defecazione, o dal contatto con cose e creature impure come il vino, i maiali, le carogne e certe secrezioni del corpo. Fra gli sciiti più rigidi, i non musulmani rientrano anch'essi in questa categoria e il contatto con essi, o con abiti, cibo o utensili da loro manipolati dà origine all'impurità rituale che richiede al musulmano di purificarsi prima di intraprendere doveri religiosi o rituali. Alcune autorità in Iran erano ancora più rigide sulla questione della purità rituale. Così la prima di una serie di regole risalenti al tardo diciannovesimo secolo in Iran proibiva agli ebrei di uscire di casa quando pioveva o nevicava, presumibilmente per la paura che la pioggia o la neve portassero ai musulmani l'impurità degli ebrei. Una simile ossessiva preoccupazione riguardo al pericolo di contaminazione da parte di persone impure di un gruppo estraneo è limitata in realtà solo allo sciismo iraniano e può essere stata influenzata da pratiche zoroastriane, è invece sconosciuta alla corrente principale dell'islam sunnita. Nei primi anni del ventesimo secolo tali credenze e le pratiche conseguenti furono gradatamente dimenticate. Più di recente, tuttavia, sono state di nuovo richiamate. L'Ayatollah Khomeinì, in un libro assai diffuso, scritto per i musulmani come guida per le questioni rituali e simili osserva: "Ci sono undici cose che danno impurità: 1. urina; 2. feci; 3. sperma; 4. carogna; 5. sangue; 6. cane; 7. maiale; 8. infedele; 9. vino; 10. birra; 11. il sudore di un cammello che si ciba di cose impure." (6)
Queste regole di vita pratica ristabilite a livello dottrinale dall'Imam Khomeini riguarderanno anche i rapporti con i non musulmani. E sovente, nei suoi scritti e discorsi, la Guida della Rivoluzione Islamica metterà l'accento sul pericolo rappresentato dai giudei all'interno delle società islamiche quali principali agenti sovversivi al servizio dell'imperialismo. Se potrà pertante risultare "ossessivo" agli occhi dei più l'atteggiamento 'consigliato' dai dottori della legge musulmani nell'Iran sciita dobbiamo sottolineare come sarà sostanzialmente affine ad una identica 'percezione' che, praticamente in modo alterato, accompagnerà le decisioni in fatto di amministrazione dello Stato, legislazione e provvedimenti presi nei primi secoli e per tutta l'epoca compresa tra il Medio Evo e l'età moderna dai califfi e dalle autorità arabe o ottomane a maggioranza sunnita in particolare per ciò che riguardava l'abbigliamento.
Agli ebrei - e ai non musulmani in generale - era fatto obbligo di un segno distintivo, di contrassegni colorati, di vestiti particolari. Fin dai primordi dell'Islam le autorità musulmane saranno unanimi nell'istruire i fedeli esortandoli a differenziarsi nel vestiario dai non musulmani. Ergo se i musulmani non dovevano vestirsi come i non musulmani a maggior ragione, e per il loro rango inferiore, questi ultimi erano obbligati a non adottare o imitare l'abbigliamento dei dominatori islamici.
Secoli prima che nell'Europa cristiana i Papi e gli Imperatori, i Re e le autorità ecclesiastiche, istituissero i Ghetti o legiferassero bolle o editti per obbligare gli ebrei a portare determinati segni distintivi, cappelli di particolari colori o altre forme restrittive o impositive di un 'marchio' che ne identificasse pubblicamente l'appartenenza religiosa negli Stati governati dall'Islam erano state prese analoghe misure volte a ricordare ai "dhimmì" (non musulmani, infedeli) il loro status di inferiorità.
"Le restrizioni dell'abbigliamento - prosegue Bernard Lewis (7) - imposte ai dhimmì erano tratte da numerose fonti diverse e si ispiravano a più di un motivo. In un certo senso, esse conservavano e confermavano indubbiamente alcuni stili di abbigliamento che erano stati in precedenza - o divennero in seguito - la forma accettata di autoespressione dei gruppi stessi per quanto riguardava il costume. (...) Lo stigma dell'inferiorità è espresso in un gran numero di modi. Il requisito che gli ebrei e i cristiani, le loro famiglie e i loro schiavi indossassero mantelli e copricapi di colori particolari non è di per sè necessariamente ostile. Tuttavia, il requisito che indossassero una toppa di colore diverso sugli abiti esterni è chiaramente concepito per umiliare quanto per differenziare. Lo stesso vale per la regola marocchina che imponeva agli ebrei di andare a piedi scalzi o di indossare pantofole di paglia quando camminavano fuori dal ghetto. Ancora più significative sono le norme designate a dimostrare, e senza dubbio a sottolineare, che i dhimmì non appartengono alle classi che portano le armi. Il dhimmì deve cavalcare un asino, e non un cavallo; non deve sedersi sulla bestia a gambe divaricate, ma su una sella laterale, come le donne. Il punto più grave è che non deve portare armi, ed è quindi alla mercè di chiunque decida di assalirlo. (...) Le donne dhimmì e le schiave avevano il permesso, e talvolta erano obbligate ad andare con il volto scoperto.".
Queste restrizioni e divieti - comuni all'epoca ovunque tanto nel mondo islamico quanto nell'Europa cristiana - venivano legittimamente applicati dalle autorità musulmane per evidenti motivi di organizzazione sociale, limitando e frenando sul nascere le possibili velleità, una certa dose di arroganza ed eventuali sempre probabili attività cospirative dei sudditi non musulmani. Questo era tanto vero quando lo Stato islamico si trovò a fronteggiare militarmente gli Stati dell'Europa cristiana ma sarà sostanzialmente sempre applicato in particolar modo nei confronto degli ebrei - visti quali quinte colonne sempre disponibili all'intrigo e al tradimento - verso i quali non mancheranno esempi, anche a noi temporalmente vicini, di autentica esclusione dalla vita sociale come quelli documentati dall'Alliance Israèlite Universelle (8), sorta di "Anti Defamation League" ante-litteram creata a metà del XIXmo secolo dall'Internazionale Ebraica per intromettersi negli affari interni dei singoli paesi con l'obiettivo di "combattere l'antisemitismo".
In proposito la situazione più dura per gli ebrei sarà proprio quella che soffriranno nell'Iran sciita come si evince dai documenti presentati dalla stessa Alliance Israèlite Universelle e dal panorama presentato in Occidente sulla loro condizione dal viaggiatore ebreo J.J. Benjamin e contenuti nel suo volume "Eight Years in Asia and Africa peraltro concordanti con le descrizioni riportate da altri studiosi ebrei fra i quali Ephraim Neimark nel suo libro "Masa 'be-eretz ha-Kedem" (9), quelle di David d'Beth Hillel (10) o di J.E. Polak (11) tutte relative alla condizione ebraica in terra persiana nel XIXmo secolo.
Scrive in merito Bernard Lewis: "Nello stesso periodo gli ebrei dell'Iran subirono le stesse se non maggiori sventure, e non godettero degli stessi vantaggi dei loro fratelli in terra ottomana. Isolati in mezzo ad una popolazione ostile e fanatica, raramente protetti dalle autorità pubbliche, ebbero l'ulteriore svantaggio di essere in un paese remoto in cui pochi visitatori, cristiani o ebrei, avrebbero potuto osservare e riferire sulla loro condizione. Ve ne furono tuttavia alcuni, e le loro descrizioni, che in genere concordarono tra loro, sono confermate dai rapporti della Alliance, stesi quando, dal 1865 in poi, furono create le scuole in Iran. Il viaggiatore ebreo J.J. Benjamin, che viaggiò in Iran verso la metà del secolo, riassumeva le miserie degli ebrei persiani in quindici punti:
"1. In tutta la Persia gli ebrei sono costretti a vivere in una zona della città separati dal resto degli abitanti; questo perchè sono considerati creature impure, che portano la contaminazione con il loro contatto e la loro presenza.
2. Non hanno diritto di esercitare il commercio delle stoffe.
3. Anche nelle strade del loro quartiere della città non gli è permesso tenere un negozio aperto. Possono vendere solo spezie e droghe, o commerciare in gioielli, cosa in cui hanno raggiunto una notevole perfezione.
4. Con il pretesto che sono persone impure, sono trattati con la massima durezza, e se per caso devono entrare in una strada abitata da musulmani, vengono colpiti dai ragazzi e dalla plebaglia con sassi e sporcizia.
5. Per lo stesso motivo è loro proibito uscire quando piove; poichè si dice che la pioggia potrebbe lavare via il loro sporco, che poi insozzerebbe i piedi dei musulmani.
6. Se un ebreo viene riconosciuto come tale per strada, viene esposto ai peggiori insulti. I passanti gli sputano in faccia e talvolta lo picchiano senza pietà a tal punto, da farlo cadere a terra ed essere portato a casa di peso.
7. Se un persiano uccide un ebreo e la famiglia del defunto può presentare due musulmani che hanno assistito al fatto, l'assassino viene punito con una multa di 12 tumaun (600 piastre); ma se non possono essere prodotti due testimoni di questo tipo, il crimine resta impunito, anche se è stato commesso pubblicamente ed è risaputo da tutti.
8. La carne degli animali macellati secondo le norme ebraiche, ma dichiarata taref, non deve essere venduta a nessun musulmano. I macellai sono obbligati a bruciare questa carne, dato che neppure i cristiani si azzardano a comprarla, per timore del disprezzo e degli insulti dei persiani.
9. Se un ebreo entra in un negozio per acquistare qualcosa, gli è proibito esaminare la merce, ma deve tenersi a una rispettosa distanza e chiedere il prezzo. Se la sua mano dovesse incautamente toccare la merce, egli deve prenderla a qualsiasi prezzo il venditore decide di dargliela.
10. Talvolta i persiani si introducono nelle abitazioni degli ebrei e si impossessano di ciò che vogliono. Se il proprietario fa la minima resistenza in difesa della sua proprietà, corre il rischio di pagare con la vita un simile gesto.
11. Alla minima disputa fra un ebreo e un persiano, il primo viene immediatamente condotto davanti all'Achund (autorità religiosa), e, se il querelante è in grado di produrre due testimoni, l'ebreo viene condannato a una forte multa. Se è troppo povero per pagare la sua pena in denaro, la deve pagare di persona. Viene spogliato fino alla vita, legato ad un palo, e riceve quaranta colpi con un bastone. Se il condannato dovesse emettere il minimo grido durante l'esecuzione, i colpi già dati non contano e la punizione viene ricominciata da capo.
12. Allo stesso modo i bambini ebrei, se entrano in discussione con quelli dei musulmani, vengono immediatamente condotti davanti all'Achund e puniti a bastonate.
13. Un ebreo che viaggia per la Persia viene tassato in ogni taverna e in ogni caravanserraglio in cui entra. Se esita a soddisfare qualunque richiesta gli venga fatta, si gettano su di lui e lo malmenano finchè non si sottopone alle loro condizioni.
14. Se, come già ricordato, un ebreo si mostra per la strada durante i tre giorni del Katel (ricorrenza commemorativa della morte del fondatore persiano della religione di Alì), può essere certo di essere ucciso.
15. Ogni giorno ed ogni ora nuovi sospetti vengono sollevati contro gli ebrei, al fine di ottenere la scusa per nuove estorsioni; il desiderio di guadagno è sempre il più forte incitamento al fanatismo". (....) I documenti della Alliance - prosegue Lewis - elencano numerose storie di maltrattamenti, umiliazioni e persecuzione. Verso la fine del secolo lo scià intervenne talvolta per difendere gli ebrei dalla violenza della plebaglia e dall'ostilità religiosa, ma questo accadde di rado e in genere non ebbe grande effetto. Perfino l'accusa di omicidio rituale, sconosciuta in passato, raggiunse l'Iran e un caso particolarmente grave accadde a Shiraz nel 1910. Appelli a governanti stranieri, alla regina (e in seguito al re) d'Inghilterra, al presidente francese, al Sultano di Turchia, furono ugualmente di scarso aiuto. Non vi fu un reale mutamento fino alla rivoluzione costituzionale del 1905, e nessun miglioramento sostanziale fino a dopo la caduta della dinasta Qajar nel 1925." (12)
Venendo, infine, a fatti più recenti e ad una documentazione di chiara matrice ebraica relativa alla 'percezione' che i sionisti, i filo-sionisti e in generale tutti i giudaizzanti avranno nei confronti della Rivoluzione Islamica iraniana contro la quale tutta la pubblicistica ebraica continua la sua opera di disinformazione in Occidente e nel mondo ecco quanto scrive l'altro ebreo Guido Fubini analizzando l'"antisemitismo" arabo-islamico e la situazione iraniana:
"In passato si era saputo vedere nel movimento sionista l'espressione della presa di coscienza delle masse proletarie e sottoproletarie ebraiche dell'impero zarista, nata dal rifiuto dell'umiliazione e dell'alienazione. Dalla presa di posizione dell'Assemblea dell'O.N.U. nel 1975, volta a denunciare nel sionismo una forma di razzismo e di discriminazione razziale (...perchè cos'altro è?...ndr) , la demonizzazione del sionismo ha trovato la solidarietà di quanti, in Occidente, non oserebbero proclamarsi antisemiti. Ciò non ha impedito che il significato mitico assunto oggi dal termine "sionista" (e il mito è alimentato dal fatto che manca una definizione di "sionista" **) ricordi quello di "ebreo" nel Medio Evo: personaggio uomo solo all'apparenza, in realtà diabolico, con la coda nascosta sotto il pastrano, che lascia dietro di sè un leggere odore di zolfo. Un personaggio contro il quale si deve sparare a vista, ovunque si trovi, secondo quanto si legge in un messaggio di Khomeini pubblicato sull'"Avanti" del 31 dicembre 1978. E' ancora "Le nouvel Observateur" (del 29 giugno 1981) che, a proposito di una caricatura di Bani Sadr con la stella di Davide sulla fronte- agitata dai rivoluzionari islamici per le vie di Teheran - scrive "Conoscevamo l'antisemitismo che dice che tutto ciò che è ebreo è cattivo. Khomeini ci insegna che tutto ciò che è cattivo è ebreo." (13)
Noi possiamo solo concludere ricordando, non senza sottolineare la lucida, determinata e inflessibile direzione di 'marcia' - anti-imperialista e anti-sionista, anti-giudaica e anti-plutocratica - intrapresa dalla Repubblica Islamica dell'Iran e dalle avanguardie rivoluzionarie combattenti delle Resistenze Nazionali di Hizb'Allah in Libano e di Hamas nella Palestina Occupata; con il Sommo Poeta , Dante Alighieri, "Uomini siate e non pecore matte si che di voi, tra voi, 'l giudeo non rida".
L'Islam rivoluzionario e tradizionale..."una freccia puntata al cuore dell'Imperialismo e del Sionismo internazionali"!
DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI
DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"
il 15 ottobre 2009
Per TerraSantaLibera.org
http://www.terrasantalibera.org/islam_sciita_e_questione_ebraica.htm
documento anche in PDF
Note -
1 - Bernard Lewis - "Gli Ebrei nel mondo islamico" - ediz. "Sansoni" - Firenze 1991;
2 - Maurizio Lattanzio - articolo-recensione "Islam ed Europa - Tracce di lettura" dal mensile "Avanguardia";
3 - Antonio Medrano - "Islam ed Europa" - ediz. di "Ar" - Padova 1978;
4 - Bernard Lewis - op. cit.;
5 - Lèon Poliakov - "Storia dell'antisemitismo - Da Maometto ai marrani" - Vol. 2 - Ediz. "La Nuova Italia" - Scandicci (Firenze) 1974;
6 - Bernard Lewis - op. cit.;
7 - Bernard Lewis - op. cit.;
8 - L'Alleanza Israelitica Universale venne fondata a Parigi nel 1860 dall'ebreo e frammassone Isaac Adolphe Cremieux con il contributo ricevuto a livello finanziario dai di lui correligionari Moses Montefiore e Benjamin Disraeli i quali dirigevano un'organizzazione ebraica (l'Ordine di Sion) che nel 1843 , unitamente agli influenti Rothschild, creerà negli Stati Uniti il massonico ordine del B'nai B'rith di rito scozzese, massoneria esclusivista ebraica che da allora determinerà dietro le quinte le sorti della politica americana. Cremieux e l'A.I.U. interverranno invece in diversi paesi dell'Europa Orientale e nell'impero ottomano per la difesa della causa ebraica. Una delle prime 'apparizioni' pubbliche del gruppo umano che comporrà il primo direttivo dell'A.I.U. sarà proprio in occasione del processo contro i giudei di Damasco accusati dalle autorità ottomane dell'omicidio rituale contro Padre Tommaso da Calangianus dell'ordine dei capuccini torturato e martirizzato nel Ghetto ebraico della capitale siriana durante i giorni della pesah (pasqua ebraica).
In merito a questo essenziale episodio della storia della presenza ebraica nel Vicino Oriente musulmano si ricorda che in Siria, nel 1983, uscì un'opera assolutamente di indiscutibile valore storico a cura dell'allora ministro della difesa della Repubblica Araba di Siria, il Gen. Mustafa Tlass, intitolata "Azzima di Sion" che documenta con tutti gli atti del procedimento avviato dalle autorità ottomane e le missive della legazione diplomatica francese in terra di Siria il crimine rituale ebraico. Volume scomodo e boicottato immediatamente dalla stampa ebraica mondiale. Il Gen. Tlass che doveva ricevere una laurea honoris causa dall'Università francese della Sorbona sarà anche minacciato da ambienti sionisti che obbligheranno la prestigiosa accademia di Francia a ritirare invito e premio. Inutile dire che, in tutto il Vicino Oriente, unitamente ai "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" e ad altre opere di pubblicistica anti-ebraica il volume di Tlass è considerato al pari di un vero e proprio best-seller.
In merito all'"affaire" damasceno ha scritto , recensendo (*) un volume di un docente di storia ebraica della Hebrew University di Gerusalemme, Massimo Introvigne:
"... Frankel aggiunge alla problematica corrente una serie di punti interrogativi e di sfumature importanti attraverso lo studio del più famoso caso di presunto omicidio rituale del secolo XIX, relativo al cappuccino sardo padre Tommaso da Calangianus, missionario apostolico, scomparso a Damasco il 5 febbraio 1840 insieme al suo servitore locale Ibrahim Amara. Purtroppo Frankel è parco di dettagli su padre Tommaso, che sembra una figura interessante, apostolo insieme della fede e della sanità pubblica, che si era reso noto per aver vaccinato migliaia di bambini di tutte le religioni. Il frate diventa un caso internazionale quando, nella comunità cristiana di Damasco, si sparge la voce che è stato vittima di un omicidio rituale da parte degli ebrei — forse adirati, si dice, perché Tommaso aveva affisso proprio fuori della sinagoga un avviso relativo a una vendita di beneficenza — e quando queste voci trovano credito presso le autorità. Sottoposto a tortura, un barbiere ebreo, Solomon Halek, confessa di aver partecipato all’omicidio insieme a esponenti delle più note e ricche famiglie di ebrei di Damasco: gli Harari, i Farhi e i Picciotto. A sua volta, arrestato e torturato, il rabbino Moses Abu el-Afieh confessa, annuncia una clamorosa conversione all’islam — dove prende il nome di Muhammed Effendi — e dichiara di aver raccolto in un’ampolla il sangue di padre Tommaso per consegnarlo al rabbino capo di Damasco, Jacob Antebi; quest’ultimo resisterà alle torture e rifiuterà di confessare. Il 28 febbraio vengono trovati resti umani in una tubatura; si dichiara che appartengono a padre Tommaso e si celebra un solenne funerale il 2 marzo. Di qui inizia una lunga istruttoria, che durerà parecchi mesi, con undici ebrei successivamente incarcerati — uno morirà a causa delle torture — e un interesse della stampa che a poco a poco si estende al mondo intero, con centinaia, poi con migliaia di articoli.
Frankel non riesamina la storia delle accuse di omicidio rituale nei confronti degli Ebrei, rimandando alle opere ormai classiche di Ronnie Po-Chia Hsia. Osserva che "nelle sue grandi linee il caso di Damasco non presenta problemi d’interpretazione. Un duplice caso di omicidio è formalmente risolto sulla base di un mito e dell’impiego spietato della tortura". Tuttavia, quando — alla ricerca delle ragioni dell’enorme risonanza internazionale del caso — lo storico passa a esaminare gli schieramenti e i protagonisti "[...] le risposte diventano meno evidenti. Damasco è, all’epoca, sotto il controllo — esercitato tramite il governatore Sherif Pasha — del viceré dell’Egitto Mohammed Ali, il cui potere è di fatto — anche se non di diritto — indipendente da quello del suo superiore teorico, il sultano ottomano di Costantinopoli. Prima che, alla fine del 1840, l’Impero Ottomano riprenda manu militari il controllo della Siria, questa si trova al centro di una complessa partita diplomatica dove la Francia cerca di utilizzare Mohammed Ali — un grande ammiratore della cultura francese e di Napoleone Bonaparte — per estendere la sua influenza nella regione, contrastata dall’Austria e dall’Inghilterra. Ci si potrebbe attendere — a proposito del caso di Damasco — una divisione delle influenze internazionali lungo linee prevedibili e quasi stereotipe: la Francia e l’Inghilterra — a vario titolo "democratiche" — difendono gli ebrei ingiustamente incarcerati mentre le forze "reazionarie" — la Santa Sede, l’Impero Ottomano e l’Austria — li considerano colpevoli. La situazione, osserva Frankel, è interessante proprio perché le cose non vanno affatto così. L’Impero Ottomano — nonostante il sentimento popolare ostile in diverse aree del suo vasto territorio — era tradizionalmente tollerante nei confronti degli ebrei, e le autorità ottomane avevano archiviato negli anni precedenti al 1840 una buona decina di casi di presunto omicidio rituale considerando l’innocenza degli accusati come ovvia. Se a Damasco si procede agli arresti e alle torture, conclude Frankel, è a causa dell’impegno incessante profuso a sostegno delle tesi accusatorie dal console francese, il conte Benoît de Ratti-Menton, che presiede personalmente — forte di un diritto di protezione della Francia nei confronti dei cappuccini — alle prime fasi dell’indagine. Né si tratta di una figura isolata: i documenti sempre tenuti segreti negli archivi francesi e messi a disposizione per la prima volta dello storico Tudor Parfitt nel 1980 rivelano un fronte sostanzialmente omogeneo. Ratti-Menton è sostenuto dal suo superiore, il console generale francese ad Alessandria Adrien-Louis Cochelet. Ma il segreto più interessante svelato dagli archivi riguarda lo stesso capo del governo francese, il liberale Adolphe Thiers. Mentre rassicura l’influente banchiere ebreo barone James de Rotschild — che si è rivolto allo stesso re Luigi Filippo d’Orléans —, Thiers rimane personalmente convinto della colpevolezza degli imputati di Damasco e sostiene, sia pure con prudenza, Cochelet e Ratti-Menton. I diplomatici inglesi in Medio Oriente esitano. Finalmente, se gli imputati non vengono semplicemente giustiziati — tutti, tranne due, hanno anzi modo di ritrattare le confessioni, attribuendole al timore o alla tortura, compreso il rabbino convertito all’islam el-Afieh — è per l’azione decisiva dei diplomatici dell’Impero Asburgico, gli italiani Giovanni Merlato a Damasco e soprattutto Antonio Laurin ad Alessandria. Merlato, per la verità, ritiene all’inizio gli ebrei colpevoli, ma si ricrede rapidamente. Anche in questo caso non si tratta di iniziative isolate: a Vienna il capo del governo principe Clemens von Metternich sostiene con convinzione gli sforzi di Merlato e di Laurin. Quest’ultimo dà prova di un’energia straordinaria, che è stata diversamente interpretata dagli storici. Frankel sottolinea come la storiografia non debba ignorare a ogni costo gli aspetti umani e individuali, in questo caso "l’onestà e il coraggio" del triestino — e profondamente cattolico — Laurin, già salutato dallo storico ebreo Abraham J. Brawer come "[...] un uomo che ha meritato una pagina d’onore nella storia ebraica, un esempio preclaro di "giusto gentile"". Quanto alla Santa Sede, è vero che — nonostante i suggerimenti di Metternich — non interviene direttamente in favore degli imputati di Damasco. Tuttavia, non si muove certamente nella direzione opposta e a Roma viene imposto ai giornali cattolici un prudente e pressoché totale silenzio sull’intera questione.
Il caso di Damasco viene ricordato come un momento di presa di coscienza dell’identità ebraica in Europa soprattutto per la missione in Medio Oriente a sostegno degli imputati guidata da due importanti rappresentanti dell’ebraismo europeo, l’inglese Sir Moses Montefiore e il francese Adolphe Crémieux. La loro "missione in Oriente" raggiunge lo scopo della liberazione di tutti gli imputati il 6 settembre 1840, ma il successo non è completo perché non si ottiene una sentenza formale che li dichiari innocenti. Nella storiografia ebraica la missione — turbata dalla rivalità fra Crémieux e Montefiore — ha assunto talora proporzioni mitiche, che aiutano a dimenticare la paradossale posizione assunta in Germania da una minoranza di rivoluzionari di origine ebraica — ma ormai passati all’ateismo — pronti a usare anche i fatti di Damasco per sostenere che gli ebrei devono liberarsi della loro religione, che rischia di spingerli ai più tragici misfatti. Alcuni di questi rivoluzionari sostenevano del resto che anche i cristiani avevano mantenuto la tradizione del sacrificio umano, e Frankel riesuma un discorso particolarmente violento del 1847 dove si sosteneva senza vergogna che anche i cristiani "[...] macellavano esseri umani e consumavano vera carne e sangue umano nell’eucarestia". L’oratore sarebbe presto diventato famoso: si trattava di Karl Marx.
Il mondo che ruota intorno al caso di Damasco — un giallo senza soluzione, anche se Frankel, come probabili assassini di padre Tommaso e del suo servitore, punta il dito su commercianti musulmani con cui aveva avuto un diverbio — sembra così talora un mondo alla rovescia, dove i "reazionari" aiutano gli ebrei e i "progressisti" — dal liberale Thiers a Marx — credono alle accuse di omicidio rituale o le utilizzano per i propri fini. Frankel non difende certo, nel suo volume, la Chiesa cattolica in quanto tale: lamenta, per esempio, l’assenza di reazioni romane — nonostante, anche in questo caso, l’opinione di Metternich — contro un documento colpevolista del patriarca greco-cattolico di Damasco, Maximos, e il fatto che una lapide che definisce padre Tommaso "assassinato dagl’Ebrei" non sarebbe stata ancor oggi rimossa. Cause celèbre per eccellenza nella storia dell’antiebraismo — Adolf Hitler voleva trarne un film, e ancora nel 1992 il delegato siriano a una conferenza dell’ONU sui diritti umani la citava come esempio evidente di perfidia ebraica —, la vicenda di Damasco mostra però, nell’analisi di Frankel, come parlare semplicemente de "i cattolici" quando si esaminano i colpevoli e le responsabilità nella transizione dall’antigiudaismo all’antisemitismo rischi di essere semplicistico e fuorviante. Di fronte a un momento di crisi come quello di Damasco la religione s’intreccia con la politica internazionale, e il mondo cattolico non appare come un monolito, ma piuttosto come un campo complesso in cui si confrontano posizioni diverse."
* Articolo anticipato, senza note e con il titolo redazionale 1840, omicidio a Damasco, in Avvenire. Quotidiano di ispirazione cattolica, anno XXXI, n. 146, 23-6-1998, p. 22.
Il volume in questione porta il titolo originario di The Damascus Affair. "Ritual Murder", Politics, and the Jews in 1840, Cambridge University Press, Cambridge-New York-Melbourne 1997 e rappresenta uno dei tanti libelli della pubblicistica ebraica tesa a negare la verità storica, la realtà fattuale e il mistero di sangue degli omicidi rituali ebraici che rappresentano senza alcun dubbio una delle manifestazioni più eloquenti dell'affioramento di tendenze satanico-demoniache all'interno della contro-tradizione ebraica in particolar modo di quella relativa al cabalismo e al tradizionale odio espresso dal Talmud.
Si veda in proposito Don Curzio Nitoglia, L’omicidio rituale ebraico. La secolare accusa del sangue: tesi e documenti a confronto, Ediz. "Effepi", Genova 2004
In merito Don Nitoglia conclude il libro affermando la fondatezza dell’intenzione sterminazionista propugnata dall’Ebraismo talmudico verso i cristiani, e dichiara: «mi sembra perciò, che si possa affermare, senza paura di sbagliarsi, la veridicità storica della tesi dell’Omicidio Rituale ebraico, senza cadere in eccessi di fanatismo, che lo vedono ove non c’è, ma senza neanche cadere nell’errore di scetticismo che si ostina a negarlo, dopo prove storiche e magisteriali così probanti».
Non è da sottostimare l'importanza e l'eco avute dalla vicenda del volume dello storico ebreo Ariel Toaff , "Pasque di sangue - Ebrei d'Europa e omicidi rituali"; pubblicato una prima volta qualche anno fa, ritirato immediatamente dal commercio dopo la 'scomunica' del Rabbinato della "kehillah" italica e infine "riammesso" alla libera circolazione e ristampato in due volumi per le edizioni de "Il Mulino" di Bologna nel 2008.
9 - volume pubblicato a Gerusalemme in lingua ebraica nel 1946;
10 - David d'Beth Hillel - "Travels from Jerusalem...to Madras" - Madras (India) 1832;
11 - J.E. Polak - "Persien, das Land und seine Bewohner" - Lipsia 1865;
12 - Bernard Lewis - op. cit.;
(**) Noi propendiamo per quella di criminale, assassino, terrorista e nemico dell'uomo conformemente alla pubblicistica arabo-islamica!
13 - Guido Fubini - "L'antisemitismo dei poveri" - Ediz. "La Giuntina" - Firenze 1984;
http://www.jerusalem-holy-land.org/islam_sciita_e_questio...
18:37 Scritto da: metropolista in Islam, Judaica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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Manifesto abusivo
di Dagoberto Husayn Bellucci - 19/10/2009
Fonte: Arianna Editrice [scheda fonte]
"Comincia a ingiallirsi il nero del livido
non è più così tanto nitido
e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo
ho cambiato la scheda al telefono
ho lavato nel lago lo spirito
e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo
è un periodo pieno di sorprese e non si contano più le offeso
che per decenza mi rimangerei
ma ero stanco di sentirmi come
uno straccio sotto ai tuoi piedi
mi sarebbe esploso il cuore prima o poi
alla parte non mi presto del povero cristo
e perchè mai tu l’hai data a me
puoi rispodere perchè io dove finisco
in quale labirinto se non c’è
uscita o speranza di evadere
continua a ingiallirsi il nero del livido
non è più di dominio pubblico
e da oggi il ricordo diventa eternamente contemporaneo
la vendetta è servita sul tavolo
da strapparti dei fili dal cofano
ma nel farlo il piacere sarà quello si momentaneo
è un periodo pieno di sorprese
in sottofondo a queste imprese
la musica pian piano salirà
voglio prendermi un registratore per tenerci dentro le parole
di quel proverbio che mi servirà
alla parte non mi presto di chi è crocifisso
e perchè mai tu l’hai data a me
puoi rispondermi perchè io dove finisco
in quale meccanismo se non c’è
uscita o speranza non c’è
nessuna certezza di evadere
alla parte non mi presto del povero cristo
e perchè mai tu l’hai data a me
puoi rispodere perchè io dove finisco
in quale labirinto se non c’è
uscita o speranza
non c'è
nessuna certezza di evadere"
(Samuele Bersani - "E' un periodo pieno di sorprese" - album "Manifesto
abusivo" - 2009)
"....io sto qua
A giocare tra le sponde
con le pozzanghere profonde
buttando l’amo nell’acquario
della mia fantasia"
(Samuele Bersani - "Ferragosto" - album "Manifesto abusivo" - 2009)
"...troppo cerebrale per capire che si può star bene senza
calpestare il cuore
ci si passa sopra almeno due o tre volte i piedi come sulle aiuole
Leviamo via il tappeto e poi mettiamoci dei pattini
per scivolare meglio sopra l'odio
Torre di controllo, aiuto, sto finendo l'aria dentro al serbatoio..."
( S. Bersani - "Giudizi Universali" - album "Samuele Bersani" - 1997 )
Nell'inquietante spaccato antropologico-esistenziale del 'contorsionismo'
cerebroleso catodico abbiamo 'rilevato' e non da oggi l'assoluta svalutazione
'impressa' dall'emersione di deficienze oramai surclassanti il 'tollerabile'
relativamente alla situazione politica e sociale di un paese alla deriva, di
soggetti - individui, partiti e istituzioni - assolutamente clowneschi che
'deambulano' liberamente esprimendo, al 'meglio', lo stato confusionale (siamo
al "ballo di san vito" della politica e all'ipertrofizzazione del sociale...
mutamenti e inversioni di esistenze malate ed etat's d'esprits in 'fermento'...
eteree 'reazioni' subliminali, esondazioni di psicopatologie da Ottavo
Padiglione degli Spedali Riuniti di Livorno...il girone 'infernale' della
pazzia manifesta) di un insieme sgangherato, contorto e confuso denominato
"Italia".
La rappresentazione dell'imbecillità elevata a modus operandi dai "signori"
della politica ci induce a 'riflessioni' d'altro 'ordine'...musica, poesia,
cinema, televisione, gossip e arte iniziano ad 'interessarci' molto più di
quanto 'passa' il 'convento' partitocratico-istituzionale...Così - 'rientrati'
nei 'ranghi' della magmatica ed informe società del nulla della contemporaneità
post-modernista, dominata dall'alienazione di massa, dall'imperversare di
'tendenze' dissolutive e da soggetti senza storia, senza senso e senza identità
- 'riprendiamo' ad occuparci di quanto, emozionalmente, riesce a
'suggestionare' il nostro 'ego' e la nostra idiosincrasia cronica...
Paradigma del niente dominante preferiamo 'dedicare' il nostro 'tempo'
all'ultima programmazione Rai della terza serie di "Nebbie e Delitti" (...
ottimamente reinterpretato da Luca Barbareschi...e con la sempre deliziosa Anna
Valle...), occuparci delle 'grazie' e della sensualità 'esplosiva' di Matilde
Brandi o arrabattarci tra i meandri impervi dell'art nouveau teletrasmessa
dall'emittente "Telemarket"...notti insonni da 'dimenticare' 'segnate' da
'litri' di caffè ingurgitati noiosamente e sigarette fumate stancamente..'vizi'
che , comunque non ci hanno impedito di 'rigustare' l'affascinante visione
catodica del ritorno a "Uno Mattina" di Eleonora Daniele, 'presenza' ammaliante
e 'glamour' del principale programma mattutino dell'ammiraglia Rai (di strada
ne ha fatta la bionda ex inquilina de "Il Grande Fratello" e con eleganza e
'classe' da vendere...).
'Questo' ovviamente quando il 'dovere' non ci chiama....siamo 'vocati' a
'sollazzare' l'altrui emozionalità...al di là di quelle che 'dovrebbero' essere
le 'corrispondenze' , vere o presunte, 'sentimentali'...
Soffermandoci su Barbareschi&'dintorni' sottolineiamo che non sia irrilevante
il cambio di palinsesto al quale è stata costretta la 'fiction' (...mah...le
'chiamano' così ...noi diciamo 'gialli' d'autore...peraltro 'discreti') "Nebbie
e delitti" , 'spostata' dal martedì al venerdì per "coerenza editoriale" tra le
tre reti pubbliche..., che ha visto il deputato PDL sottolineare come "alcuni
prodotti sono destinati alla morte" commentando che "ogni volta che tento di
difendere i miei prodotti mi danno del pazzo" (...non è il 'solo' si
'tranquillizzi' Barbareschi...) e , da parlamentare, stigmatizzare che "la Rai
sta andando allo sfascio. ...la linea editoriale è pubblicamente sconosciuta. E
come se qualcuno volesse far fuori la Rai e di conseguenza Mediaset che, senza
confronto e competizione, non avrebbe più motivo di essere. Il tutto a favore
di internet." (intervista da "Il Messaggero dell'8 ottobre scorso).
Probabilmente le recenti dichiarazioni 'bulgare' rilasciate durante l'ultimo
viaggio ufficiale dal presidente del consiglio Silvio Berlusconi, che ha
chiaramente attaccato il servizio pubblico, dovrebbero aver aperto gli occhi al
deputato alleanzino del quale - sia detto per inciso - abbiamo apprezzato il
deciso, intelligente e lucido intervento alla Camera in occasione della
discussione sui tagli dei fondi pubblici al Fondo Unico per lo Spettacolo.
'Tanta' 'libertà' d'espressione evidentemente si paga ...anche se poi si
'scende' a 'passeggio' nel cuore del ghetto capitolino per degustarsi un gelato
'kosher'... (non ci 'stupisce' affatto il filo-semitismo espresso
dall'interprete di "Nebbie e delitti"...'meglio' le sue 'bandierine' sioniste
del falso anti-sionismo degli 'antagonisti' di 'comodo' e di 'sponda').
Tant'è tralasciando quant'altro di demenziale viene propinato dalla
televisione, pubblica o privata poco cambia, e 'frequentando' con affascinanti
'compagnie' sale cinematografiche nelle quali, in altri 'tempi', mai avremmo
messo piede (...il cinema d'essai ...chi l'avrebbe mai 'detto' che riuscivamo a
districarci anche lì alla 'menopeggio'...) ci 'concediamo' una recensione
musicale 'degna' di un periodo d'introspezione che 'segnerà' l'ennesima
ripartenza o, al massimo, la più silenziosa e tranquilla "uscita di scena"
perchè...parafrasando Edoardo Bennato..."lo show finisce qua/ ognuno se ne va/
il musicista adesso/ è solo con se stesso...".
Samuele Bersani ha appena pubblicato il suo
ultimo, nell'ordine l'ottavo,
album..."Manifesto abusivo". 'Merita' attenzione non foss'altro per la
rivalutazione, a distanza, della produzione del cantautore riminese, nostro
coetaneo e empiricamente nostro 'sodale' di 'vita'....
Avevamo apprezzato, fin dai primi anni Novanta, l'ironia spesso disincantata
altre volte 'acida' di Bersani: dall'assoluta descrizione 'canora' del "paese
'cchiu stupete du munne" compresa nella canzone "Chicco e Spillo" (..."...
vecchi materassi, copertoni, lavandini, cessi rotti/ cazzi disegnati sul
palazzo del cornuto/ gli africani alla stazione, l'avvocato del barbiere/
ancora un altro film di Alberto Sordi alla televisione (...) Tubi di cemento,
scatoloni, pannolini/ sacchi d'immondizia messi come pali dai bambini/
l'ambulanza della Croce Rossa, c'è qualcuno che sta male/ il prete prepara la
chiesa per il funerale..."...) - dall'album d'esordio "C'hanno preso tutto"
(1992) - al meritevole tentativo di 'disegnare' un'atmosfera , quella post-11
settembre 2001, di incertezza e insicurezza generale (..."perché da quella data
di settembre/ è aumentato il senso/ corrisposto del sospetto"...)
'affrescato' nella canzone "Che vita" (2002) e passando attraverso una serie di
successi che - da "Freak" a "Spaccacuore" ('discreta' anche la cover della
Pausini ma preferiamo l'originale) da "Cosa vuoi da me" ("Si ... lo so che sono
stupido, che bastavano due coccole/ Che sei anche un'altra cosa da me/ Non un
nemico da combattere/ Sì, per me che sono libero/ ma c'è anche il lato comico
con te/ io sarò davvero libero
confondendomi con te nel cielo limpido...(...) Siamo fatti come nuvole che
nel cielo si confondono/ fino a quando arriva il vento dell'est/
inevitabilmente si dividono..." perchè i rapporti 'sentimentali' sono
odio/amore e senza qualche 'salutare' 'sprazzo' di 'tempesta' non sarebbero mai
'perfetti'...anche soprattutto considerando la 'voluttà' femminile che è
quintessenza d'irascibile follia sempre pronta ad esplodere...oltre ogni
'logica' e al di fuori di un qualunque 'ragionevole' "perchè"...non esiste un
"perchè" nell'universo femminile...esistono solo 'etats d'esprits' che si
'volatizzano' così come si formano...) - dall'album "Freak" del 95 - fino a
"Giudizi universali" (assolutamente da riascoltare ...'merita') di due anni
dopo che varrà al cantautore romagnolo il premio Lunezio 98 come miglior testo
letterario e giungendo infine alla partecipazione sanremese dell'edizione 2000
con la canzone "Replay" piazzatasi al quinto posto nella categoria 'big', sono
parecchie le canzoni 'azzeccate' da Bersani.
E se l'album "L'oroscopo speciale" del 2000 rappresenta, a nostro avviso
unitamente a "Freak", uno dei migliori della produzione è sempre nel 2000 che a
Bersani viene conferito il premio Tenco, tra i più ambiti della musica
d'autore, e parteciperà 'vocalmente' con alcune delle sue canzoni alla colonna
sonora del film "Chiedimi se sono felice" del trio comico Aldo, Giovanni e
Giacomo, seconda esperienza 'cinematografico-musicale' che segue di due anni e
mezzo il brano "Siamo gatti" (formidabile) composto per la colonna sonora del
cartoon "La gabbianella e il gatto" canzone interpretata, ma non scritta, dal
cantautore riminese.
Gli album seguenti rappresentano una conferma nella continuità, dalla
raccolta "Che vita" del 2002 - che comprende, tra le altre "Milingo" e la
stupenda "Le mie parole" (...la mettiamo al pari di "Ci vuole un fisico
bestiale" di Luca Carboni ...musica e parole da incorniciare...) - fino alle
collaborazioni eccellenti con alcuni dei nomi più prestigiosi della musica
nazionale da quella con Mina (con il brano "In percentuale" del 2002) a quella
con Ornella Vanoni ("Isola" del 1998); passando per la pubblicazione di nuovi
album ("Caramella smog" del 2003 vincitore di due targhe Tenco con il brano
"Cattiva" premiato come canzone e miglior disco dell'anno) , la realizzazione
nel 2005 di un pezzo per l'album "Seguendo Virgilio - dentro e fuori il
Quartetto Cetra" (omaggio a Virgilio Savona del noto quartetto televisivo-
musicale parte integrante di un pezzo di storia della musica e della
televisione italiana) in cui Bersani compare con il brano "Sette piccole
streghe" e fino alla partecipazione alla raccolta , nel 2006, dedicata a Lucio
Battisti (Innocenti evasioni 2006) nella quale Bersani canta "Il leone e la
gallina".
E' del 2006 l'album "L'aldiquà" che contiene, tra le altre, la canzone "Lo
scrutatore non votante" , 'tuffo' nella vita politica nazionale e ironica
invettiva con un briciolo di ferocia surrealista che Bersani 'riserva' alle
vicende inutili e vacue del presente italiota, "Lascia stare" e "Una delirante
poesia" mentre saranno di quest'anno le sue ultime importanti apparizioni
televisivo-musicali: l'11 gennaio scorso in occasione dei dieci anni dalla
scomparsa di Fabrizio De Andrè, partecipando alla trasmissione "Che tempo che
fa" di Fabio Fazio, reinterprete la canzone "Il bombarolo" (...che anche a
distanza di quasi quarant'anni riesce a far sussultare e 'fremere'...assoluta
poesia e rabbia da 'vendere' del Grande, G maiuscola d'obbligo, poeta-
chansonnier genovese...) mentre tre mesi più tardi sarà tra i tanti artisti
italiani che daranno vita al progetto "Artisti Uniti per l'Abruzzo" e alla
realizzazione della canzone e video "Domani 21-04-09" per sostenere le
popolazioni terremotate di L'Aquila e dell'Abruzzo.
Infine il 24 luglio scorso la pubblicazione del singolo "Ferragosto" che
preannunciava l'uscita del nuovo album ..."Manifesto abusivo" uscito il 2
ottobre scorso per i suoi 39 anni....ovviamente già 'acquisito' e
'metabolizzato' a 'dovere'.
E la 'recensione' ci chiederete? ....Noi vi 'diciamo' semplicemente che
'merita'...prodotto di qualità e marchio d'origine controllata e garantita...
perchè Bersani può essere annoverato tra i cantautori che - poesia e emotività,
estro e ironia talvolta amara, retrospettive d'autore e rischiose 'fughe'
esistenziali, 'romanze' di rapporti al limite e racconti di amori passati -
meritano di essere 'seguiti' al di là e oltre un panorama musicale 'ridotto' ...
perchè...si...è un periodo pieno di soprese ...e ci 'piace' restare, anche a
Noi, "con il sorriso sulla fronte/
tra le pozzanghere profonde... al largo dell’acquario/della mia fantasia"...
Au revoir e ...buon 'ascolto'.
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=28...
18:33 Scritto da: metropolista in Musica e Spettacolo | Link permanente | Commenti (1) | Segnala | OKNOtizie |
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