21/09/2009

Sayyed Qutb - L'Islam davanti all'occidentalizzazione del pianeta - Tradizione e rivoluzione nel pensiero politico contemporaneo dei Fratelli Musulmani

SAYYED QUTB - L'ISLAM DAVANTI ALL'OCCIDENTALIZZAZIONE DEL PIANETA

 TRADIZIONE E RIVOLUZIONE NEL PENSIERO POLITICO CONTEMPORANEO DEI FRATELLI MUSULMANI

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

 

 

Nella panoramica politica relativa ai movimenti rivoluzionari in terra d'Islam un posto di rilievo merita il teorico egiziano - fra i principali esponenti del movimento dei Fratelli Musulmani - Sayyed Qutb al quale si devono molte delle idee attualmente in circolazione nel Sunnismo ortodosso.

 

La ricognizione d'analisi su al Qutb risulterà conforme pietra miliare di 'posizionamento tattico' nel quadro strategico-politico della insindacabile 'traiettoria' anti-ebraica determinante gli esiti della 'battaglia finale' tra le forze della Tradizione informale e quelle della Sovversione. La validità analitico-ideologica e l'incisiva influenza avuta da Qutb

nella teorizzazione di una 'imminente' contrapposizione radicale tra le schiere in armi del mondo arabo-islamico ed il nemico dell'uomo ( efficace metafora utilizzata dagli ambienti musulmani per l'identificazione del cancro sionista quale multiforme organizzazione internazionale di spoliazione, sfruttamento e sovvertimento dei valori spirituali nonchè rappresentazione simbolica di un'identità leviatanica sovranazionale, onnicomprensiva e organizzata su basi speculativo-parassitarie mediante lo strumento della Grande Usura capitalistica ) rappresenta un contributo fondamentale nel percorso di milizia rivoluzionaria anti-ebraica e anti-mondialista oltre ad una traccia storico-scrittoria di assoluto valore.

 

Qutb nasce da una famiglia benestante il 9 ottobre del 1906 a Mùshà un villaggio situato nella provincia di Asyùt nella zona settentrionale dell'Egitto. Dopo aver frequentato le scuole superiori passa, dal 1929 al 1933, alla "Dar al ulùm" (Casa della scienza) un'università che coniuga le tendenze laiche con il conservatorismo religioso della più nota università coranica di Al-Azhar. Nel 1939 Qutb viene assunto al Ministero dell'Istruzione nazionale dove lavorerà sei anni sia come insegnante che in qualità di funzionario attento in particolare alle problematiche sociali del paese: sarà la sua polemica aperta contro il nazionalismo britannico che lo porterà a fondare un giornale "Al Fikr al-Jàdid" (Il Pensiero Nuovo) che diventerà in breve un punto di riferimento per gli ambienti nazionalisti in fermento contro l'influenza inglese nell'area.

 

Nel 1948 Qutb viene inviato dal governo egiziano negli Stati Uniti per alcune ricerche sul sistema scolastico statunitense: frequenterà il master presso il Colorado State College of Education oggi University of Northern Colorado.

Sarà durante questo soggiorno negli Stati Uniti, durato due anni, che Qutb scriverà il suo più importante volume di critica sociale del sistema occidentale partendo dalle contraddizioni della società statunitense e basandosi su quelli che sono i pilastri, gli insegnamenti e la sociologia islamica: "Al 'adàla al-ijtimà'iyya fì al-Islàm" (La giustizia sociale nell'Islam) sarà probabilmente il suo più importante contributo scrittorio contro le disuguaglianze e il razzismo presenti negli Usa. Da questo testo saranno successivamente estratte analisi che interesseranno anche i successivi contributi teorico-ideologici di Qutb ripresi nei suoi testi del periodo compreso tra la seconda metà degli anni Cinquanta e la prima metà dei Sessanta scritti prevalentemente in carcere al Cairo.

Infatti dopo il rientro in Egitto e l'adesione ai Fratelli Musulmani , organizzazione radicale musulmana fondata nel 1928 da Hassan al Banna e principale referente ideologico e politico di gran parte dei movimenti islamici d'ispirazione sunnita del mondo arabo, di cui Qutb diventerà il principale ideologo e ispiratore, Qutb finirà i suoi anni in carcere.

Dopo aver partecipato nel 1952 al colpo di stato del movimento dei Liberi Ufficiali di Muhammad Nagìb e Gamal 'Abd al Nasser che abbatterà la monarchia di re Faruq I, il suo rapporto con Nasser e il movimento da lui diretto si farà dapprima teso ed infine di aperta ostilità. Dopo il fallito attentato contro Nasser, organizzato dai Fratelli Musulmani (che accuseranno il 'rais' di non rispettare i principii dell'Islam) Qutb e parecchi dirigenti dell'organizzazione islamica finiranno in galera.

La dicotomia ideologica e la distinta prassi politica esistente tra Qutb ed i Fratelli Musulmani da un lato ed il nasserismo al potere sarà sostanzialmente quella che verrà ad aprirsi tra Islam e nazionalismo fino a quel momento sinergici in funzione anti-imperialista e anti-sionista.

"Il radicalismo islamico è un movimento politico-culturale - scrive Youssef M. Choueiri (1) - che afferma l'esistenza di un conflitto insanabile fra la civiltà occidentale e la religione dell'Islam. L'Islam è una visione globale e universale che esclude la validità di tutti gli altri sistemi di credenza e di valore, una visione fuori del tempo e non contaminata dai cambiamenti della storia. Le manifestazioni storiche e contingenti dell'Islam sono pallidi riflessi o peggio deformazioni del vero e integrale contenuto della fede. E' per queste ragioni dogmatiche e teoretiche che Sayyid Qutb affermava con una certa sicurezza che "i fondamenti dottrinali dell'Islam erano sfuggiti alla distruzione, nonostante gli incessanti attacchi portati dai suoi numerosi oppositori", fondamenti, ovviamente, giudicati sempre validi e capaci di animare l'azione collettiva di "una nuova generazione di credenti".".

La visione politica di Sayyid Qutb sarà, dal momento della rottura con il regime nasseriano, oltremodo radicale e sarà durante gli anni della prigionia che scriverà due opere tra le più siginificative prodotte dal pensiero politico islamico contemporaneo: "Fi zilal al-Qur'àn" (All'ombra del Corano) e "Ma'alim fi al-Tariq" (Pietre miliari o Idee Guida") che rappresenteranno per molti anni il 'breviario' ideale, sia teoretico che d'azione militante, delle future generazioni di militanti islamici forgiati dai Fratelli Musulmani.

"In verità - prosegue Choueiri (2) - il radicalismo di Qutb è in gran parte una risposta al riformismo islamico e al nazionalismo arabo. E' il tentativo di dimostrare la differenza che passa fra una dottrina autosufficiente e assoluta - l'Islam - e l'affannosa ricerca di una ideologia che prende a prestito da altri contesti culturali idee e concetti, votandosi così inevitabilmente all'insuccesso. Da qui la strenua difesa dell'esclusività e dell'unicità della weltanshauung islamica, e la condanna di tutti i tentativi volti a riconciliare l'Islam con altri sistemi di pensiero. Le idee più radicali di Qutb sono state pubblicate, fra il 1960 e il 1966, in quattro libri: "Le caratteristiche della concezione islamica e i suoi fondamenti" (1960), "Islam e problemi di civiltà" (1960), "Idee Guida" (1964) e l'esegesi coranica dal titolo "Sotto gli auspici del Corano" (1958-1966)".

A livello puramente politico l'opera più importante che Qutb produce è "Idee Guida" per taluni sorta di "Mein Kampf" in versione islamica che produrrà un enorme effetto a livello di influenza e ispirerà gli ambienti religiosi islamici in crisi dinanzi alle vittorie apparenti del nazionalismo panarabista d'ispirazione nasseriana.

Il periodo in cui Qutb scrive i suoi testi appare comunque dominato dalle ideologie laiche di stampo occidentale: gli anni Sessanta sono quelli che vedranno ovunque avanzare all'interno del mondo arabo idee ispirate al nazionalismo, al panarabismo e al socialismo. E' di quel periodo la costituzione tra le fila dei palestinesi dell'OLP di Yasser Arafat che assumerà una dominante ideologia ispirata ai principii del socialismo. In Iraq e Siria di lì a qualche anno sarà invece il partito Ba'ath - laico, socialista e nazionalista - che prenderà il sopravvento ed il potere scindendosi poi in due tronconi che domineranno con Hafez el Assad e Saddam Hussein il panorama politico rispettivamente a Damasco e a Baghdad per diversi decenni.

Infine in Libia, ispirandosi direttamente al nasserismo panarabo egiziano, Gheddafi prenderà nel 1969 il potere cercando - con la pubblicazione del "Libro Verde" - un'improbabile coniugazione di idee islamiche e dottrine laico-nazionaliste moderne.

Rimane inoltre essenziale, nella formazione politica e ideologica di Qutb, la sua direzione culturale di intellettuale e letterato che aderì soltanto agli inizi dei Cinquanta all'organizzazione dei Fratelli Musulmani osservandone e analizzandone il fallimento come movimento di massa mirante alla conquista del potere. Il movimento era, quando Qutb vi aderì, diretto da Hassan al Hudaybi, un giudice di corte piuttosto moderato e privo del carisma appartenuto al vecchio leader e fondatore - Hassan al Banna - che aveva condotto i Fratelli Musulmani come una autentica avanguardia combattente durante le rivolte palestinesi degli anni Trenta e intendeva la politica come arena di scontro tra concezioni diverse nella quale l'Islam avrebbe affermato la sua validità eterna.

Per Qutb, come per al Banna, la politica  doveva essere onnicomprensiva, essenziale, priva di compromessi e fondata sui principi ideologici e la dottrina islamica.  Tale visione del mondo - all'interno della quale situava anche le grandi questioni economiche e sociali che riteneva essere il riflesso di una visione globale del mondo necessaria per affermare un modello organico assoluto - porrà Qutb in rotta di collissione con Nasser, pragmatico, scaltro e che - da politico arrivato a conquistare il potere, considera l'ideologia esclusivamente quale strumento necessario al regime e alla salvaguardia dell'Autorità del nuovo Stato che intendeva costruire sulle basi del suo socialismo nazionale e del panarabismo. Qutb , al contrario, vedeva nell'ideologia un insieme di principii non negoziabili. 

Nell'autunno 1964 Sayyid Qutb verrà rilasciato su pressioni irachene ma la sua libertà sarà di breve durata: il governo di Nasser lo rimetterà in galera nell'agosto successivo con l'accusa di attentare alla sicurezza nazionale e di aver progettato un tentativo di colpo di stato basandosi sui concetti espressi nel volume "Idee Guida" nel quale Qutb lancia la sua condanna irreversibile contro tutti i sistemi politici moderni - anche quelli che intendono utilizzare l'Islam per i loro interessi - accusandoli di rappresentare una moderna "Jàhiliyya" (l'epoca oscura, l'epoca dell'ignoranza precedente l'avvento dell'Islam e la Rivelazione Coranica).

Il governo di Nasser procederà quindi contro Qutb accusandolo apertamente di fomentare disordine e caos. L'accusa difatti rivolta alla società egiziana dal teorico dei Fratelli Musulmani è diretta in primo luogo contro il potere ed i detentori di questo potere: l'autorità (incarnata dal Rais) diviene illegittima e l'accusa di apostasia che Qutb rivolge al potere politico suona direttamente come un'accusa rivolta a Nasser, il "Faraone" come sarà anche apostrofato spregiativamente dai militanti islamisti.

Le accuse contenute nel volume di Qutb sono un durissimo colpo per il prestigio, all'epoca all'apice del successo personale, di Nasser. Qutb sarà dunque sottoposto a processo assieme ad altri sei esponenti dei Fratelli Musulmani. Il processo susciterà un'acceso dibattito all'interno della società egiziana e nel mondo arabo avrà una vastissima ripercussione mediatica. La sentenza emessa contro Qutb ed i suoi collaboratori sarà la pena di morte: il 29 agosto 1966 saranno infine giustiziati mediante impiccagione. Nell'ultimo periodo di reclusione Qutb scriverà un resoconto finale della sua attività all'interno dei Fratelli Musulmani intitolato "Li madha 'adanuni?" (Perchè mi hanno giustiziato?) ultimo atto di accusa contro Nasser e il regime egiziano.

Per comprendere Qutb occorre ricordare l'assoluta validità ed insindacabilità delle Verità Coraniche le quali rappresentano il motore centrale dell'ideologia islamica.

Tutti i principali teorici islamici insistevano sul concetto che l'ideologia rappresentasse il perno attorno alla quale doveva costruirsi e muoversi l'intera società, in particolare nella visione islamica come fosse necessario strutturare qualunque società sui precetti coranici e sulla giustizia islamica. Qutb, come Abu 'Ala Maududi , auspicava la rinascita islamica la quale eliminava tutte le contraddizioni ideologiche ed i compromessi tanto del riformismo islamico della fine Ottocento quanto dei moderni ibridi ideologici nazionalisti e socialisti che attingevano da dottrine estranee alla cultura ed alla civilizzazione araba e islamica.

"L'universo - scrive Qutb (3) - è regolato da una sola legge che lega tutte le sue parti in una sequenza armoniosa e ordinata. Questa disposizione organica e congruente è frutto dell'atto creativo di una sola potenza, l'espressione di un solo Dio. La molteplicità degli esseri, o essenze, conduce ad una molteplicità di volontà, e dà origine a diverse norme e a diversi orientamenti. La potenza è l'espressione reale di un'essenza dinamica, e la legge ne è il segno manifesto. Se non fosse così, l'unità dell'ordine cosmico e la logica del suo ordinato sviluppo sarebbero compromesse e si creerebbe uno stato di disordine.".

I concetti quì compresi sono cristallina oggettivizzazione di una realtà metafisica e metastorica che rappresenta l'irruzione del Divino nella sfera metapolitica: è il Sacro che ordina e determina i meccanismi, le dinamiche, le strutture di riferimento sia a livello individuale che collettivo; ed è il messaggio religioso che si manifesta quale asssoluta e immutabile Verità ordinatrice, insieme legislazione e modello concettuale sul quale modellare l'intera azione sia politica sia economica che sociale.

Qutb ed i militanti islamici sono fermamente convinti della irrinunciabilità di riferirsi ed applicare con fermezza i precetti religiosi: è l'Islam il faro che guida l'attività dell'organizzazione e che sarà il riferimento costante di tutte le successive evoluzioni che interesseranno sia i Fratelli Musulmani che le altre formazioni ad ispirazione islamica (ricordiamo come Hamas sia nata quale sorta di sezione palestinese del movimento di al Banna e che diversi partiti islamici presenti sulla scena politica araba - dall'Ennadha tunisina di Rachid Ghannouchi (4) al F.I.S. algerino - si ispirano alle idee ed alle pubblicazioni di Qutb) che dalla metà dei Sessanti affioreranno nel mondo arabo.

L'influenza esercitata dalle idee di Qutb - che sono un naturale proseguimento ed un'evoluzione del pensiero politico tracciato fin dalla fine degli anni Venti da Hassan al Banna - sarà notevole per tutti i decenni successivi: fondamentalmente Dio è il Creatore assoluto dell'universo e l'essere umano deve seguirne, accoglierne e applicarne le direttive. Queste direttive, le norme divine, sono immutabili, incontestabili e irrinuciabili perchè portano alla formazione di una società equa e alla realizzazione di una vera giustizia sociale che tutti gli altri sistemi di produzione e sviluppo, che tutte le altre dottrine politiche e le altre ideologie, non sono in grado di offrire perchè incomplete e frutto del pensiero umano.

A livello di influenza e impatto sulle società musulmane l'idea del risveglio islamico come inteso fin dai primi anni Venti dai Fratelli Musulmani appare sostanzialmente come una forma di "rivoluzione conservatrice" sul modello di quanto, più o meno analogamente, avvenne in Europa nel periodo compreso tra le due guerra mondiali con il Fascismo. L'Islam politico che si erge a difensore di una civiltà rappresenta difatti un punto di riferimento ideale, welthanshauung e stile di vita, che riporta ad un passato avvertito e rappresentato come sorta di "età dell'oro" alla quale fare ritorno. Sotto molti punti di vista questa volontà di potenza che intende riportare indietro le lancette della storia è, in tutta la sua estensione e multiformità, l'estrema ratio dell'intero pensiero politico islamico il quale, rispetto alla modernità, si pone in netta contrapposizione per quanto concerne i sistemi di sviluppo e le forme di Stato laiche o desacralizzate mentre può tranquillamente aspirare a 'concorrere' sul piano dei mezzi e della tecnologia usufruendo dei benefici della tecnica, delle scienze e del sapere moderni, integrandoli all'interno della forma culturale musulmana - da sempre peraltro capace di inglobare senza deformare qualunque novità (e ricordando come furono gli arabi e i musulmani a rappresentare l'avanguardia di civilizzazione nel periodo compreso tra il IX e il XV secolo prima dell'avvento dell'umanesimo e del rinascimento europei).

 

Queste caratteristiche dell'Islam ci portano a identificare il rapporto che viene vissuto dai movimenti islamici rispetto alla società moderna: condanna inevitabile per le sue derive edonistico-consumistiche, rifiuto dei sistemi di sviluppo capitalistici e comunistici (e più vastamente di tutto ciò che non rientri organicamente all'interno della Shariya=Legge islamica) ma ampi spazi di interazione con i sistemi, i mezzi, gli strumenti e le nuove tecnologie.

"Nell'idea del risveglio islamico - scrive la professoressa Scarcia Amoretti (5) - ci sono più elementi negativi che positivi, almeno nella nostra valutazione (ovviamente noi dissentiamo pur valutando ottimamente quest'analisi ndr). Questa espressione equivale spesso a una volontà di conservazione, se non proprio di reazione. E' un pò come dire che tutta un'area del mondo vuole tornare a forme primitive di civiltà, mette in discussione le grandi scoperte tecnologiche, fa subire una battuta d'arresto all'evoluzione sociale. Viene chiamato in causa il Medioevo, con tutto l'apparato di oscurantismo connesso; e si cerca di dimostrare che i paesi islamici, ancora medievali, intendono per di più rimanere tali. (...) Islam politico significherebbe una teoria islamica, fissa nel tempo, che verrebbe a condizionare e a determinare delle scelte, un progetto e un programma, rigidi, stabiliti in base a uno schema fisso e immobile. (...) Il mondo islamico sarebbe, per così dire, fuori della storia, e  lo sarebbe oggi in modo particolare."

Dobbiamo soffermarci e analizzare attentamente questa analisi - comune del resto al 'sentire' generale che si ha in Occidente delle società islamiche - e svelarne gli errori che sono essenzialmente caratteristici di una "mentalità" che uniforma, o tende inevitabilmente ad uniformare, tutto in funzione di quelli che sono i propri interessi particolaristici: in questo caso l'Occidente intende necessariamente livellare e omologare , riportando sotto i propri contrassegni distintivi e le proprie parole d'ordine, l'Islam e le società musulmane, ricomprenderle all'interno dei suoi meccanismi, immetterle dentro il 'villaggio globale' inserendole giocoforza nelle dinamiche della globalizzazione economica e dei processi di democratizzazione e liberalizzazione esportati sovente anche manu militari.

E ciò rende difficile qualsiasi comprensione della realtà e del 'fattore' Islam. L'Occidente non riuscendo a comprenderne le dinamiche storiche, la direzione politica e sociale, il rifiuto aperto o 'moderato' della modernità che le realtà socio-economiche musulmane de facto determinano con i loro atteggiamenti che non sono affatto di "chiusura" ma semplicemente una naturale reazione a difesa dell'esistente. La modernità , frutto delle scelte in campo economico-produttivo capitalistiche occidentali, viene avvertita come lacerante e destabilizzante e come tale rifiutata. L'idea del risveglio islamico contrariamente a quanto scrive l'autrice rappresenta invece l'affermazione di identità, valori, di una visione etica e morale che, qualora non difese, finirebbero inevitabilmente travolte e sommerse nel mare della modernità.

L'Islam è per sua natura tradizionale e conservatore nè potrebbe essere altrimenti e, ci si permetta, non si capirebbe come potrebbe divenire 'progressista'....L'idea di un compromesso con la società modernità, con la modernità (o modernismo) e con i suoi prodotti è idea tipicamente occidentale che ha investito, deformato e infine distrutto (o quantomeno modificato sostanzialmente) l'idea-base ed i concetti fondamentali di autorità sui quali, per fare un semplice esempio, si fondava l'istituto ecclesiastico e la stessa sovranità dell'Istituzione religiosa cristiana. Nel mondo islamico quest'opzione - quasi inevitabile e avvertita quale diktat imposto dai flussi storici e dalle dinamiche sociali - non sussiste: sfera temporale e sfera spirituale, i due poteri, sono indivisibili. La natura propria della religione musulmana non permette il riflusso nella modernità, la scomparsa dell'Islam quale fattore di sviluppo decisivo, la sua omologazione mondialista.

Al di là di immagini 'medievali' le società musulmani dimostrano vitalità, dinamismo, ampi spazi di interazione con il 'nuovo', con il 'moderno', con ciò che è lo 'strumento' della modernità riuscendo a conservarsi e a mantenere le loro caratteristiche, rifiutando appunto l'etat d'esprits modernisti.

L'Islam politico è semplicemente l'Islam. Perchè, parafrasando il compianto Imam Khomeini- fondatore della Repubblica Islamica dell'Iran e Guida Suprema della Rivoluzione Islamica (una rivoluzione che ha utilizzato tutti i più moderni sistemi tecnologici per abbattere il regime taghuti dello shah) - "l'Islam o è politico o non è" ovvero non esiste, non può esistere nè deve esistere un'Islam apolitico, esterno al telaio istituzionale e sociale delle nazioni, confinato al di fuori dello sviluppo e del dibattito sullo sviluppo. E' questa la principale forza dell'Islam: porsi al centro comunque del dibattito sullo sviluppo e sulle forme che esso dovrà assumere, rendersi perno dell'eventuale direzione di marcia, motore immobile delle dinamiche sociali e politiche indipendentemente da quali siano le 'forme' esteriori assunte dall'autorità.

Anche un'autorità laica, 'modernizzatrice', che intenda coniugare nazionalismo e socialismo o altre dottrine politiche occidentali deve, in terra d'Islam, fare i propri conti con il ruolo inestinguibile e inesauribile dell'Islam, con la sua cultura e la sua civilizzazione che sono - in particolare - anche forme di governo, sistemi di potere, autorità. L'Islam politico dunque non è 'fisso' ed 'immobile': è continuamente in perenne movimento, dinamico, attivo e reattivo.

Laddove l'Islam è al potere - pensiamo alla Repubblica Islamica dell'Iran - l'evoluzione, il progresso scientifico-tecnologico, il dibattito sul rapporto con la modernità e lo studio e l'analisi dei meccanismi di funzionamento delle società moderne sono in pieno sviluppo...uno sviluppo che non è 'progressista', non è 'laico-illuminista', nè 'democratico' secondo le percezioni e le idee occidentali, e soprattutto non consente alla modernità di deformare il tessuto sociale, economico e politico di una nazione autarchicamente inquadrata nella scintillante forma-ierofanica della Teocrazia Shi'ita duodecimana.

Affermare da questo punto di vista che il mondo islamico sia "per così dire, fuori della storia" equivale a non comprendere il 'senso' profondo della stessa evoluzione intrapresa dalle società musulmane a partire dall'avvento della rivoluzione islamica iraniana ovvero da quando è possibile affermare l'evidenza lapalissiana di un autentico "risveglio islamico" il quale scuote dalle fondamenta i vecchi sistemi di produzione, rimette in discussione l'autorità, rifiuta le vecchie ideologie, elimina le influenze straniere e determina una spinta emozionale collettiva verso la riappropriazione della propria identità religiosa.

Identità religiosa che è fondamentalmente dottrina e legge per l'Islam poichè come scrive Choueiri "i fondamenti o i principi basilari non cambiano nè si evolvono: il cambiamento, quando si produce o per necessità storiche o per volontà degli uomini, intacca la superficie delle cose, non è che una increspatura delle onde dell'oceano. L'intelletto umano, per quanto raffinato ambizioso o scientifico possa essere, deve invariabilmente "nuotare nel mare dell'ignoto", dove tutt'al più s'imbatte in "isolotti galleggianti sui quali approda come un naufrago in una situazione di grande pericolo". (...) Un esempio per Qutb è il libro dell'"ateo" Huxley, "Man stands alone" (L'uomo è solo). Secondo Qutb è una pretesa infondata contrapporre la conoscenza scientifica alla verità di fede. Pensare in questo modo degrada l'uomo, il quale non diventa pienamente umano e non trascende la sua animalità, perchè la fede nell'ignoto (al-ghayb) non diventa parte integrante della sua vita e del suo pensiero." (6)

L'Islam ovviamente non si limita semplicemente a rispondere a quelle che sono le naturali questioni individuali e collettive ma legifera e crea una serie di disposizioni che rappresenteranno i valori di riferimento morali ed etici della società ecco perchè, come rileverà Qutb, la conoscenza fondata sulla fede islamica sarà contemporaneamente metafisica e scientifica. Per Qutb la scienza moderna è relativa e suscettibile di trasformazioni continue: si basa su congetture e calcoli approssimativi sempre invalidati da nuove prove e nuovi calcoli. La Verità Coranica al contrario è immutabile, perfetta e onnicomprensiva.

Accettare l'Islam per Qutb significa accettare qualcosa di eternamente valido, rifiutarlo significa cadere nello stato di "jahiliyya" (ignoranza) e di approssimazione e relativismo nelle quali affondano le società contemporanee senza idee-guida, basi solide, ordinamenti stabili e valori di riferimento insindacabili.

"La jahiliyya - scrive (7) - ha le stesse caratteristiche, indipendente da tempo e spazio. Ogni volta che il cuore dell'uomo è privo di una dottrina divina che governi i suoi pensieri, ed anche di norme legali che regolino la sua vita, la jahiliyya ricompare prepotentemente (...) La condizione di ignoranza in cui si trovano le società contemporanee non è di natura diversa da quella in cui versava l'antica Arabia prima del sorgere dell'Islam (...) L'umanità vive oggi in un grande bordello. Basta dare un'occhiata alla stampa, al cinema, alle sfilate di moda o ai concorsi di bellezza, alle sale da ballo, ai bar e alle trasmissioni radiotelevisive! O osservare la sua folle brama di corpi nudi, posizioni provocanti o affermazioni allusive in letteratura, nell'arte e nei mass-media! A ciò si aggiunga il sistema dell'usura che alimenta l'avidità dell'uomo per il denaro, per il quale l'uomo è disposto a ricorrere a mezzi spregevoli per accumularlo e investirlo, la frode, l'inganno e l'estorsione, magari ammantati di legalità."

Sul piano politico, oltretutto, c'è da sottolineare come questa 'intransigenza' dottrinaria, con la conseguente coerenza tra teoria e azione dimostrata dalla maggior parte dei movimenti islamici, ha cominciato - dalla fine degli anni Settanta - a guadagnare terreno politico, fiducia, popolarità tra le masse arabe e islamiche deluse dai compromessi, dai mezzi risultati, dai fallimenti prodotti dai precedenti movimenti nazionalisti o socialisti dell'epoca nasseriana. L'Islam politico e rivoluzionario ha progressivamente eroso quello spazio d'azione politica dal quale si erano andati costituendo i movimenti nazionalisti. Questa dinamica di sostituzione appare tanto più evidente laddove i movimenti "laici" hanno cercato di normalizzare la loro politica (in particolare in Palestina dove l'OLP ha progressivamente svenduto la causa nazionale accettando infine supinamente gli accordi di Oslo e gli inutili processi di pace con l'entità sionista).

Hamas e Jihàd Islamica in Palestina, i Fratelli Musulmani nel vicino Egitto, il FIS in Algeria hanno pesantemente messo in discussione i principii e le basi sulle quali erano stati creati l'OLP da un lato e i regimi egiziani e algerino dall'altro lato.

In Egitto si è arrivati al paradosso di un collasso economico senza precedenti (provocato anche dalla politica di infitah = apertura economica avviata da Sadat e perseguita dal suo successore Murabak) tenuto in piedi esclusivamente grazie agli aiuti del FMI e dalla 'carità' statunitense e occidentale. Il Cairo, dopo gli accordi di Camp David e la normalizzazione dei rapporti con i sionisti, è diventata la principale alleata nel Vicino Oriente di Washington - indispensabile quanto se non più della stessa Arabia Saudita.

In questa situazione come ha rilevato il giornalista britannico David Hirst "la nuova generazione non sa più se la diga di Assuan sia stata una cosa buona o cattaiva, nè se la guerra del 1956 sia stata una vittoria o una sconfitta, se l'evacuazione degli inglesi abbia avuto effetti positivi o negativi, o se la riforma agraria fosse necessaria per lo sviluppo economico e sociale". Le basi ideologiche del nasserismo ed il suo imponente apparato propagandistico si sono progressivamente erosi non risultando più funzionali nè sul piano interno nè su quello della politica estera del post-Camp David. A ciò devesi aggiungere lo stato di degrado delle istituzioni, la corruzione, il malfunzionamento dei servizi sociali, situazioni di precarietà diffusa, mancanza di lavoro e per le nuove generazioni di un futuro.

"In queste condizioni - scrive Alain Greish (8) su Le Monde Diplomatique - il movimento islamico - largamente finanziato dall'Arabia Saudita e dai paesi del Golfo, incoraggiato in un primo tempo dalle forze al potere e dagli occidentali per lottare contro la sinistra, nasseriana o marxista - è riuscito a imporsi. Ha rimpiazzato lo Stato vacillante, assicurando cure mediche gratuite, istruzione, sussidi ai più poveri. L'adesione di milioni di egiziani - o di algerini - alla sua lotta non significa che essi desiderano vedere instaurare uno "Stato religioso", ma esprime principalmente le loro aspirazioni a una maggiore giustizia sociale e a una maggiore libertà."

In Palestina, dove infine Hamas ha preso il potere a Gaza e avviato un processo di islamizzazione della società, così come nei primi anni Novanta in Algeria, Egitto e in quasi tutti i paesi dell'Africa del Nord i movimenti islamici hanno sostituito nell'ideale popolare i vecchi partiti che avevano condotto le guerre per l'indipendenza nazionale (il Fronte di Salvezza Nazionale algerino ma anche l'idea panarabista nasseriana egiziana). Quando il FIS vinse il primo turno delle elezioni legislative in Algeria nel dicembre 1991 - a meno di un anno dalla crisi-guerra mondialista per il petrolio lanciata dall'amministrazione Bush contro l'Iraq di Saddam Hussein - l'Occidente, le democrazie occidentali, preferirono 'delegare' il regime militare di Algeri alla repressione - con tutti i mezzi - del "pericolo islamista": sette anni di guerra civile, oltre 200mila vittime, un massacro quotidiano vennero giustificati in nome della 'salvaguardia della democrazia' quella stessa democrazia abolita e negata dai militari al potere che - esercitando tutto il loro potere e con il disco verde occidentale - blindarono i dirigenti del FIS, dichiararono fuorilegge il movimento islamico algerino e provocarono l'inizio della lunga crisi algerina.

Ma anche laddove i movimenti islamici non hanno preso il potere - Egitto, Marocco, Giordania - rimane forte la loro influenza e alta la loro popolarità. Questo perchè, "come osserav Ghassan Salam, "gli islamici si sono conquistati la popolarità cercando di applicare il programma che i regimi nazionalisti avevano formulato ma erano stati incapaci di porre in atto". Non è contro la modernità che si sono mobilitati, ma contro il suo surrogato: in Algeria come in Egitto, ceti molto ristretti godono dei mille privilegi delle società del Nord, mentre la massa si dibatte in una miseria senza scampo." (9).

Ai problemi reali, quelli della quotidianità, l'Islam offre soluzioni che il nazionalismo ha solamente teorizzato. L'influenza che è stata esercitata dalle teorie degli ideologi sunniti della "rinascita dell'Islam" è profonda: "chi avesse modo di leggere i testi, che i leader del FIS hanno prodotto in questi ultimi anni, troverebbe - scrive Enzo Pace  nell'introduzione al libro di Choueiri (10) - frequentemente un interessante "gioco degli specchi" linguistico: ciò che dice o scrive Abbassi Madani (leader del FIS algerino) è lo specchio fedele di ciò che ha detto o scritto Sayyd Qutb (...) , il cui pensiero, a sua volta, rappresenta il riflesso speculare di una linea dottrinaria che rimonta al teologo riformatore sunnita Ibn Taymiyya .... (...) Si potrebbe dire, con una battuta, che al collasso dello Stato-Provvidenza che si verifica soprattutto in modo più drammatico nei paesi del vicino Maghreb, una parte della società si rivolge alla Provvidenza di Allah."

 

Influenza profonda e insindacabile soprattutto perchè Qutb partirà dall'analisi e dal rifiuto di tutte le altre forme di governo importate dall'Occidente e delineerà una dottrina politica di lotta conforme ai tempi moderni indicando nella fine del ciclo storico occidentale una delle costanti dalle quali dovrà muovere il militante o il dirigente islamico. Per Qutb l'Occidente è giunto al capolinea: la missione-storica dell'uomo occidentale comincia a venir meno, il suo ruolo di guida planetaria viene messo sempre più in discussione, democrazia e liberalismo perdono ovunque di fascino sopratttutto nelle società del Terzo Mondo.

 

In questa situazione e in prospettiva per Qutb tutte le teorizzazioni occidentali e le loro realizzazioni pratiche sono destinate a un lento ma inesorabile declino: democrazia, parlamentarismo, socialismo, nazionalismo attraversano crisi profonde. Per Qutb occorrerà salvaguardare ciò che di valido, sul piano delle conquiste scientifiche e tecnologiche, è stato prodotto in questi decenni dall'Occidente ma affidarsi all'Islam per creare "una leadership in grado di conservare e sviluppare l'attuale cultura materiale, prodotta dal genio creativo europeo, immettendo nuove energie, nuovi ideali, nuovi valori capaci di riplasmare i modi di vita delle persone. Solo l'Islam - affermava (11) - possiede questi valori e la saggezza necessaria per rifondare la vita morale dell'umanità.".

 

"Per l'Islam - scrive Choueiri (12) - si pone una splendida opportunità per rivendicare la leadership del mondo. L'Islam è non solo dottrina religiosa, ma un compiuto sistema sociale e politico, stile di vita e pratica interiore. Il suo risveglio fu in questo senso necessariamente legato all'emergere di un "movimento dinamico" e alla restaurazione della nazione araba che era stata assente dalla scena della storia per molti secoli. La comunità musulmana non era nè una porzione di territorio in cui veniva applicata la shari'à, nè il nome di un popolo i cui antenati una volta vivevano in un ordinamento islamico. La comunità dei credenti era piuttosto un'associazione di persone la cui vita spirituale e materiale era perennemente governata dall'Islam: una nazione di questo genere è stata unica ed irripetibile e non esiste più in nessun luogo del mondo. Per ricollocare l'Islam alla testa delle nazioni della terra occorre un gesto coraggioso e straordinario: eliminare tutte le forme di idolatria e restaurare l'ordine delle cose profane sulle fondamenta sacre. Il successo di questa operazione dunque dipende solo dalla capacità di riscoprire le proprie radici e la propria vocazione all'altezza dei nuovi tempi storici. La vocazione dei musulmani è tutta chiaramente delineata dalla dottrina e dalla metodologia dell'Islam."

 

E la contrapposizione con tutto quanto non sia Islam diverrà radicale nel pensiero politico - tanto per Qutb quanto per Maududi. Nella sua dottrina di lotta Sayyid Qutb riconosce un ruolo rilevante al concetto del "Jihàd", lo sforzo anche militare sulla strada di Allah. Per Qutb il jihàd dev'essere considerato uno dei primi doveri religiosi per il militante islamico e sostanzialmente il movimento doveva essere considerato come e più di una avanguardia rivoluzionaria sempre pronta all'insurrezione e alla rivolta.

 

Nel quadro dottrinario di Qutb l'Islam politico e rivoluzionario assumerà i connotati avuti negli anni Venti e Trenta dal marxismo, dal fascismo e dal nazionalsocialismo europei. Come questi infatti l'Islam doveva porsi quale idea-guida e con questi condivideva la stessa ambizione di conquista del potere con ogni mezzo pur differendo da essi nei suoi obiettivi finali. Idee non nuove: lo stesso Abu Ala Maududi riteneva l'Islam un'ideologia rivoluzionaria e , di conseguenza, tutti coloro che aderivano all'Islam erano da considerarsi come una sorta di "partito rivoluzionario internazionale" sul modello di quelli comunisti.

 

A differenza dei comunisti però la lotta per l'affermazione dell'Islam nella società non è diretta ad un gruppo sociale particolare nè si rivolge a razze, etnie o nazionalità particolari come nel fascismo e nel nazionalsocialismo: l'Islam si rivolge a tutti gli esseri umani incitandoli a unirsi alle fila dei credenti. Il "partito rivoluzionario internazionale" concentrerà tutta la sua attività ed i suoi sforzi per conquistare un potere che dovrà instaurare un ordine più equo e più giusto. Lo scopo di questa battaglia è il disarmo degli sfruttatori e la fine dell'oppressione e il trasferimento del potere nelle mani dei "rappresentanti" (per Maududi 'funzionari') di Dio.

 

"Spogliata dalla sua retorica rivoluzionaria - scrive Choueiri (13) - la concezione del jihàd di al-Mawdudi equivale ad un putsch ben programmato , sferrato per sostituire un governo con un altro.".

 

In questa prospettiva che la storia ha dimostrato attuabile (si pensi ad Hamas e al suo "colpo di Stato" nella striscia di Gaza con il quale nell'estate 2007 ha desautorato dei poteri gli uomini di Fatah per assumere la direzione generale degli "affari di Stato" muovendosi proprio come un vero e proprio governo in pectore dello Stato Islamico Palestinese di Gaza) occorre riconoscere una certa similarità soprattutto di pensiero tra la metodologia politica nazionalsocialista e quelle che saranno le formulazioni di Qutb.

 

Abbiamo altrove rilevato il rapporto simbiotico e le analogie operative esistenti tra Nazionalsocialismo e Islam politico (14) in merito occorre sottolineare l'influenza esercitata su Sayyd Qutb da un volume di Alexis Carrel , "L'homme, cet inconnu" (1935); testo fondamentale della sociologia europea degli anni compresi tra le due guerre mondiali peraltro riferimento valido per altri autori e pensatori islamici anche sciiti fra i quali ricordiamo l'iraniano Alì Shariati e la guida degli sciiti iracheni , martire Mohammad Baqer al Sadr.

 

"In Occidente Alexis Carrel non è un nome molto familiare, ma nella letteratura islamica le sue idee sulla civiltà moderna, sulla moralità e sulle conoscenze umane sono citate di frequente, ma spesso di seconda mano. Fu forse lo studioso religioso indiano al-Nadawi a farlo conoscere al pubblico musulmano negli anni Cinquanta. Qutb ricavò dalle idee di Carrel una teoria politica radicale. Prima di discutere il libro di Carrel è necessio per ragioni connesse alle sue idee, dare qualche notizia sulla sua carriera. Alexis Carrel studiò all'Università di Lione dove, dopo la laurea in Medicina nel 1900, insegnò anatomia. Più tardi si trasferì al Hull Phsiological Laboratory dell'Università di Chicago. Successivamente, nel 1906, divenne membro del Rockfeller Institute of Medical Research di New York. Lì sviluppò quella che divenne nota col nome di "sutura di Carrel" per ricucire i vasi sanguigni. Per questo ottenne il Premio Nobel per la Medicina nel 1912. (...) Allo scoppio della seconda guerra mondiale Carrel tornò in Francia ed entrò nel Ministero della Sanità francese. Nel 1940 il governo filo-nazista di Vichy lo nominò direttore della Fondation pour l'Etude des Problèmes Humains. (...) La liberazione di Parigi da parte degli Alleati nel 1944 pose fine alla sua carriera: accusato di aver collaborato con i nazisti, fu licenziato e morì in quello stesso anno. Nel leggere il libro di Carrel nel 1959 o nel 1960 Qutb ebbe la sensazione che tutti i pezzi di un puzzle andassero nel loro posto. E per un pò sembrò che la concezione di Carrel e i versetti del Corano parlassero la stessa lingua. Ad esempio, Carrel sottolinea quanto poco si conosca della natura umana, dichiarando: "E' ben evidente che le conquiste di tutte le scienze che hanno come oggetto l'uomo sono limitate e la conoscenza di noi stessi è ancora molto rudimentale". A sua volta Qutb citava alcuni eminenti versetti del Corano per confermare l'opinione di un eminente scienziato: "Però ecco che molti degli uomini negano il futuro incontro col loro Signore. Essi conoscono l'esterno della vita terrena". e "Essi ti interrogheranno riguardo allo Spirito. Tu dì: "Lo Spirito viene per comando del mio Signore. A voi non è stato dato, della vera scienza, se non poco"." (15)

 

Le idee di Carrel , intrise di una profonda critica alla società moderna - tipica di quella "letteratura della crisi" che da Spengler a Guènon passando per Huizinga e Evola aveva interessato i principali pensatori della cosiddetta "rivoluzione conservatrice" europea nel periodo compreso tra le due guerre mondiali - coinvolgevano

direttamente sia i modelli democratici che quelli marxisti, le società occidentali quanto quelle orientali eterodirette dai due imperialismi dell'Occidente e dell'Oriente.

Qutb, riprendendo quanto Carrel aveva analizzato, metteva alla berlina il "mito" dell'egualitarismo e l'ideale progressista che ispiravano sia le tesi di Marx che quelle dei pensatori e filosofi del liberalismo e della democrazia. Tutto l'Occidente per Qutb - come per Carrel - era avviato verso un lento ma inesorabile declino e con esso le sue dottrine menzognere e i suoi prodotti: parlamentarismo, democrazia, liberalismo, uguaglianza fra uomo e donna, la tecnologia applicata caoticamente e in modo ossessivo per gli interessi di una piccola casta dominante, la natura oligarchica delle società, i miti edonisti, il meccanicismo e il materialismo dominanti tanto nell'Occidente capitalista quanto nell'Oriente comunista.

 

"Carrel, infine, credeva che misticismo, telepatia, chiaroveggenza, intuizione, ascetismo, illuminazione spirituale e ricerca di Dio fossero tutte forme per stabilire un contatto diretto con "la verità ultima". Questi fenomeni, egli dichiarava, sono esperienze reali che devono essere studiate e devono trovare la giusta collocazione in una nuova scienza dell'uomo. Si comprende allora come mai un radicale come Qutb possa definire Carrel un "uomo di grande conoscenza, profonda sensibilità, estrema sincerità e mentalità liberale. Un ribelle che ha contestato la civiltà industriale" (16)

 

Qutb riconosce l'importanza delle conquiste tecnologiche e scientifiche occidentali, non le rifiuta a priori ma intende inserirle in un nuovo più organico sistema di governo all'interno del quale siano ricollocate al loro giusto posto. L'importanza che avranno le tesi di Carrel su Qutb è indiscutibile considerando che il teorico dei Fratelli Musulmani sul piano sociale auspicava il ritorno all'equità e alla giustizia islamica così come sul piano economico rifiutava i sistemi affamatori dell'usura che dominava l'economia mondiale.

 

In questa prospettiva si può capire la critica fondamentale riservata da Sayyd Qutb al sistema economico internazionale dominato da quello che per il teorico egiziano era un "potere invisibile" , un'entità sovranazionale che si muoveva come una piovra al di sopra di popoli, Stati e Nazioni.

La teoria del complotto ebraico contro l'Islam prenderà il sopravvento e risponderà perfettamente al 'puzzle' di Qutb. Non nuova, importata dall'Europa, profondamente influenzata dalla letteratura complottista russa (i Protocolli) e dalla pubblicistica nazionalsocialista tedesca l'idea della congiura planetaria ebraica si muove nella storia dell'ultimo secolo spostandosi di nazione in nazione e confermando palesemente quelle che sono le 'tappe' del percorso del cosiddetto Serpente Simbolico disegnato nella sua introduzione alla prima edizione dei "Protocolli" da Sergeij Nilus e straordinaria metafora del viscido 'affioramento' di tendenze tellurico-demoniache dell'elemento ebraico una volta asceso al potere.

 

Teorie che sono 'conformi' peraltro a verità fattuale come evidenzierà nitidamente Henry Ford: "La finanza del mondo intero - scriverà il magnate dell'automobile americana (17) - obbedisce esclusivamente agli ebrei, le cui decisioni e i cui piani equivalgono a leggi irrecusabili. (...) L'idea principale del trionfo finale d'Israel è familiare a tutti gli ebrei che non abbiano perduto il contatto col loro popolo...(...) ...si arriva alla conclusione che se oggi esiste un programma ebreo per arrivare all'egemonia mondiale, esiste necessariamente per l'aiuto e la cooperazione di un certo numero d'individui che debbono riconoscere un loro capo ufficiale. (...) L'idea di un sovrano ebreo risulta troppo assurda per chi non è in contatto permanente con la questione primordiale. Eppure non esiste nessuna razza che si sottometta con maggior buona volontà all'autocrazia come la razza ebrea, nessuna che più di essa desideri e rispetti il potere. (...) L'ebreo è cacciatore di fortune per il semplice fatto che fino ad oggi il denaro è stata l'unica fonte che gli ha procurato i mezzi di raggiungere il potere. L'ebreo non si oppone ai re propriamente detti, ma a quelle forme di Stato che non ammettono un re ebreo. Il futuro autocrate sarà un re ebreo seduto sul trono di David: su questo punto coincidono tutte le profezie antiche e tutti i documenti del programma di egemonia mondiale."

 

 

Teorie peraltro riprese e ampliate, riviste ed aggiornate alla luce degli avvenimenti legati all'instaurazione dell'entità criminale sionista in Terrasanta da Sayyd Qutb e nell'avvento di strutture di potere - politico ed economico - sovranazionali quali l'Onu, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale.

 

L'intero sistema economico mondiale, ad Est come ad Ovest, è un insieme di regole inique che servono ad una piccola oligarchia per mantenere il potere e  dominare il pianeta: gli ebrei ovvero i fondatori storici del sistema usurocratico e gli inventori del sistema commerciale e finanziario moderno.

Per Qutb questa aberrazione è il frutto di una plurisecolare azione disgregatrice e sovvertitrice dell'ordine naturale e divino, un delitto commesso contro le leggi imposte dall'Onnipotente agli uomini ed un crimine contro l'intera umanità.

"Liberando l'economia dall'usura, spiega Qutb, si innescherebbe un circolo virtuoso di attività produttive, fondato sulle leggi divine. Non è il capitale, di per sè, la radice del problema; sono piuttosto i metodi e i sistemi di transazione che ne decidono la bontà. Ricollocato il capitale entro una visione globale della vita, l'Islam può recuperarne la sua funzione sociale e produttiva: l'uomo diventa un "fiduciario" di Dio, delegato a intraprendere certe attività e ad astenersi da altre; lucrare interessi in qualunque forma o metodo è proibito in modo vincolante dal Corano. L'usura (riba), come per il paganesimo, può variare nel suo aspetto esterno da periodo a periodo, ma la sua natura resta sempre la stessa. (...) In altre parole il capitalismo produttivo è incoraggiato, mentre l'usura parassitaria è proibita. Nel Corano, in realtà, non si trovano le ragioni addotte contro gli effetti perversi del prestito ad interesse in una società moderna. (...) Non resta quindi altra possibilità di cercare la genesi delle idee di Qutb in periodi più recenti. L'unica fonte che può essere ricordata è costituita dagli scritti di Werner Sombart (1865-1941). Il suo libro "Die Juden und das Wirtschaftsleben" (Gli Ebrei e la vita economica), pubblicato a Lipsia nel 1911, enunciò per la prima volta la teoria delle origini ebraiche del capitalismo, teoria questa che più tardi farà dire a Hitler che l'ebraismo è all'origine sia del capitalismo che del marxismo." (18)

 

E che farà del resto dire a Qutb che tutta l'economia mondiale moderna era in mano all'ebraismo così, allo stesso modo, che il comunismo sia "uno dei movimenti ebraici, organizzati per diffondere l'ateismo" (19). Sulle orme dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion per Qutb tutte le moderne teorie , dal darwinismo al freudismo fino al marxismo non sono altro che piani e dottrine ispirati da elementi ebraici che mirano "a realizzare i terribili piani sionisti che intendono distruggere i valori spirituali dell'umanità" (20).

 

"Qutb spiega che il capitalismo occidentale è completamente basato sul prestito ad usura. - scrive Choueiri (21) -Tutte le classi principali - operai, industriali, uomini d'affari, dirigenti d'azienda, proprietari d'immobili e proprietari terrieri - lavorano come prestatori d'opera in favore dei banchieri. Controllando l'emissione delle azioni, i depositi e le disponibilità liquide gli istituti di credito determinano l'ammontare dei prestiti da concedere a questi gruppi sociali e i tassi di interesse da imporre. Quindi l'aspetto più sinistro del capitalismo non è solo il modo in cui la finanza internazionale sfrutta intere nazioni e governi,  ma "la classe particolare" che orchestra tutta l'operazione. E' questa classe di usurai che diffonde la corruzione, incoraggia la pornografia, favorisce la prostituzione, la diffusione dell'alcool e della droga. Qutb mette in evidenza come la maggior parte dei banchieri o dei finanzieri del mondo sono ebrei. Basta leggere, aggiunge, i "Protocolli dei Saggi Anziani di Sion" per rendersi conto delle strategie messe in atto dagli ebrei per dominare il mondo (*). Questa concezione del capitalismo, nella quale si possono chiaramente distinguere echi del Mein Kampf di Hitler, non altera il rapporto di mutua comprensione fra Qutb e Carrel. Ciò che evidentemente li distingue ancor più è la meta finale che i due autori indicano alla fine del processo della creazione di una nuova società. Per Carrel era il Cristianesimo, per Qutb l'Islam. Con una differenza però non di poco conto: mentre per Carrel il peccato della società moderna è la violazione delle leggi della natura, per Qutb esso è la violazione delle "leggi iscritte da Dio nel cuore delle sue creature". In questo senso l'Islam può alle stesso tempo appropriarsi delle "scienze dell'uomo" e parlare dell'uomo in termini trascendenti. Per cui mentre il nazismo svaluta l'uomo storico pensando al superuomo, il radicalismo islamico lo esalta: l'essere umano è il punto di congiunzione fra religione e scienza."

 

Analisi insindacabile che, a distanza di oltre quarant'anni dalla scomparsa del pensatore egiziano, trova riscontro totale nel disastro ontologico, materiale e spirituale delle società occidentali moderne.

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

 

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)

 

 

per TerraSantaLibera.org

http://www.terrasantalibera.org/DagobertoHB_SAYYED_QUTB.htm

 

 

 


Note -

 

1 - Youssef M. Choueiri - "Il fondamentalismo islamico" - ediz. "Il Mulino" - Bologna 1993;

 

2 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

 

3 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit. , vol. IV, pp. 2373-2374;

 

4 - Ràchid Ghannouchi (Balhama (Tunisia) 1941) è considerato il principale ideologo del radicalismo islamico tunisino. Dopo aver studiato i primi rudimenti di teologia islamica presso la Zaytùna di Tunisi - il principale centro di studi islamici del Nord Africa dopo l'Università di Al-Azhar al Cairo) Ghannouchi a metà anni sessanta sarà in Egitto affascinato dal panarabismo nasseriano e successivamente in Siria dove si avvicinerà ai movimenti islamici. Come molti altri intellettuali arabi sarà la sconfitta del 67 che lo avvicinerà all'ideologia radicale islamica nella sua versione salafita fortemente influenzata dal wahabismo saudita. Nel 1968 in Francia si laureò in filosofia quindi iniziò a militare nella Tablìgh-e-Jamaà organizzazione musulmana vicina alle tesi di Qutb e Maududi. Sul finire degli anni settanta fondò a Tunisi il Movimento della Tendenza Islamica 'Haraqat-al-Ittijah-al-Islàmì ma finirà presto in carcere (1984) e successivamente verrà condannato a morte (1987) dal regime laico tunisino. Amnistiato assieme a molti altri esponenti dell'MTI Ghannouchi prenderà parte alle elezioni legislative dell'aprile 1989 presendandosi alla guida del suo nuovo movimento il Partito della Rinascita (Hizb' al-Nahda) e ottenendo il 14,5% dei consenso. L' "Ennahda" come viene chiamato il partito sarà sciolto d'ufficio due anni più tardi e dichiarato fuorilegge. Ghannouchi dal 1991 vive rifugiato a Londra.

 

5 - Biancamaria Scarcia - "Il mondo dell'Islam - L'attualità alla luce della storia" - editori Riuniti - Roma 1981;

 

6 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

 

7 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit., vol. 1 , pp. 510-511;

 

8 - Alain Gresh - articolo "Quando l'Islam minaccia il mondo..." da "Le Monde Diplomatique" - traduz. in italiano e pubblicaz. su "L'Internazionale" 22 Gennaio 2004;

 

9 - Alain Gresh - articolo citato;

 

10 - Enzo Pace - introduzione a Youssef M. Choueiri - vol. cit.;

11 - Sayyid Qutb - "Ma'alim fi al Tariq" - cit. , pp.98-101;

12 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

13 - ibidem;

14 . si consultino , tra gli altri, i nostri articoli: "La Germania, il Nazionalsocialismo e l'Islam" al link informatico:  http://dhb.altervista.org/historia.htm e "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion nel mondo arabo e islamico" pubblicato in data 31 Luglio 2007 sul sito www.italiasociale.org ;

15 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

16 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

17 - Henry Ford - "L'Ebreo Internazionale"  - ediz. di "Ar" - Padova 1971;

18 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

19 -  Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - cit. vol. II , p 1087;

20 - Sayyid Qutb - "Fi Zilal al Quran" - vol. IV , p. 1959;

21 - Youssef M. Choueiri - op. cit.;

(*) -  la citazione è dal volume di Qutb "Al Islam wa Mushkilat al-Hadara" - pp.98-102 - 147-149 e 179-180;

 

 

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Libano nell'impasse - slitta la formazione del nuovo esecutivo mentre aumenta la tensione ai confini meridionali

LIBANO NELL'IMPASSE

 

SLITTA LA FORMAZIONE DEL NUOVO ESECUTIVO  MENTRE AUMENTA LA TENSIONE AI CONFINI MERIDIONALI

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

 DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA MARJHAIOUN (LIBANO MERIDIONALE)

 

  

Tensione politica e tensione militare ai confini meridionali: il Libano ritorna nel suo 'quotidiano' e normale caos ....niente esecutivo di unità nazionale, almeno per il momento, e il premier designato, Sa'ad Hariri, che rimette il mandato nelle mani del Presidente della Repubblica, il Gen. Michel Souleiman, proprio mentre sembrava che infine le consultazioni tra tutti i partiti avessero portato ad un accordo generale.

 

A far saltare il 'banco' degli accordi intercorsi per tutto il mese di agosto tra maggioranza filo-occidentale e opposizione patriottica è stato il secco rifiuto dell'asse Hizb'Allah-Tayyar (la Corrente Patriottica Libera del Gen. Michel Aoun, eroe nazionale e miglior alleato del partito di Dio sciita filo-iraniano) dopo che il premier mandatario, Hariri, aveva iniziato a stilare la lista definitiva per la formazione del suo primo esecutivo. "Tayyar", il partito 'orange' del vecchio combattente anti-siriano, pretendeva almeno 4 ministeri nel nuovo governo anche in considerazione della sua forza parlamentare (disponendo di 19 deputati su un totale dei 57 assegnati dalle ultime consultazioni elettorali dello scorso giugno all'opposizione e dei 128 complessivi) e del suo ruolo di primo partito all'interno dell'elettorato cristiano-maronita: Hariri avrebbe rifiutato queste condizioni, in particolare di assegnare ad un uomo di Aoun il delicatissimo ministero delle Telecomunicazioni, e le intese fino a quel momento raggiunte fra i due poli della politica libanese sono saltate in aria.

 

Hizb'Allah, determinante per la costituzione di qualsivoglia esecutivo di unità nazionale, per rispetto all'alleato maronita ha rifiutato la lista dei ministri presentata da Hariri al quale non è rimasto nient'altro che rimettere il mandato sottolineando, da parte sua, come "sia andata sprecata un'ottima occasione" dopo 73 giorni di trattative "difficili, complesse e articolate".

 

Dopo il voto del 7 giugno scorso a livello di seggi il primo partito rappresentato in parlamento è quello del leader sunnita, figlio dello scomparso ex premier ed imprenditore Rafiq Hariri ucciso in un'attentato nel giorno di San Valentino di 4 anni or sono, il quale rappresenta anche la principale forza politica della comunità sunnita libanese (direttamente collegata all'Arabia Saudita): "Tayyàr el Mustaqbal" (la Corrente Futura) di Hariri con i suoi 30 seggi è il primo movimento parlamentare del cosiddetto "fronte di Bristol" o "raggruppamento del 14 marzo" filo-occidentale e che comprende anche i socialprogressisti del druso Jumblatt (10 seggi), le Forze Libanesi di Samir Geagea e la vecchia Falange (i Kataeb) di Amin Gemayel (entrambi con 5 deputati eletti) e infine una composita lista di movimenti e formazioni minori fra i quali spicca il Partito Liberale Nazionale. In totale alla maggioranza sono andati 71 seggi.

 

Per contro all'opposizione nazionale (o fronte dell'8 marzo dalla grande manifestazione indetta da Nasrallah e dal partito di Dio nel 2005 per sostenere l'alleanza con la Siria in contrapposizione alla piazza 'colorata' eterodiretta dalle potenze occidentali) sono stati assegnati 57 seggi così ripartiti: 19 al partito di Aoun, 13 ad Hizb'Allah, 11 ad 'Amal (il partito 'gemello' di Hzb guidato dal presidente dell'assemblea parlamentare, lo sciita Nabih Berry, e tradizionale alleato di Damasco), 4 all'altro movimento laico della comunità cristiano maronita, Tayyar al Marada, di Souleiman Franjie ex ministro dell'agricoltura; 2 ciascuno infine ai socialnazionali siriani di Alì Qanso, al Partito Democratico del druso Talal Irslan al partito armeno "tashnag" e al Ba'ath libanese.

 

In questa situazione eterogenea e multipartitica nella quale si contendono poltrone e potere all'interno del prossimo governo di unità nazionale libanese i diversi partiti rimane l'incertezza per il recente fallimento che oltre a ritardare la nascita del primo esecutivo diretto da Hariri sicuramente aprirà un periodo di stallo che potrebbe rivelarsi dannoso per il paese. La crisi come hanno osservato i principali quotidiani libanesi è tornata al punto di partenza: un nuovo incarico potrebbe essere affidato allo stesso Hariri e la soluzione stavolta passerebbe dal Qatar che si è detto disponibile per rilanciare il dialogo tra le opposte fazioni ad ospitare una conferenza nella sua capitale Doha.

 

Secondo quanto ha riportato il portale internet Naharnet, molto informato sui fatti di politica locale, sarà il Presidente, Gen. Souleiman, che nelle prossime ore tra sabato 12 e lunedì 14 riaprirà le consultazioni nella speranza di riuscire ad assegnare l'incarico in tempi brevi. Per "L'Orient Le Jour" quotidiano di Beirut di lingua francese la nuova proposta per una mediazione sarebbe arrivata dal governo dell'emirato del Qatar che si sarebbe dichiarato disposto per ospitare una nuova riunione nella sua capitale, Doha, sulla falsariga di quella che nella primavera 2008 sbloccò lo stallo politico libanese permettendo infine l'elezione presidenziale e la scalata al palazzo di Ba'abda dell'attuale Capo di Stato, il Gen. Michel Souleiman. Nel frattempo sono in molti tra i commentatori a pensare che un accordo, ammesso che si trovi, non potrà portare alla formazione di un esecutivo a Beirut prima della metà di ottobre mentre potrebbe riprendere vigore l'ipotesi - peraltro ventilata e desiderata dal patriarca della chiesa maronita, monsignor Nasrallah Sfeir (che il 17 ottobre sarà a colloquio con il Pontefice a Roma) - per Hariri di abbandonare l'idea di costituire un governo di unità nazionale e formarne uno con i partiti dell'attuale maggioranza filo-occidentale.

 

Ipotesi che rimetterebbe in discussione gli equilibri politici interni e che, inevitabilmente, porrebbe nuovamente il paese al centro delle bufere e dei conflitti regionali: ipotesi che non piace a nessuno soprattutto dopo le ultime avvisaglie di scontri che si sono registrate nella giornata di venerdì 11 e che hanno interessato i confini meridionali alla frontiera con la Palestina occupata.

 

Incidente considerato ancora "isolato" e a livello di "scaramuccia" di "bassa intensità" secondo quanto riportano nelle ultime ventiquattr'ore i media arabi e libanesi ma che hanno alzato notevolmente la tensione lungo la linea di frontiera che segna il confine con l'entità criminale sionista. Nel primo pomeriggio di venerdì un paio di razzi a corto raggio sarebbero caduti sull'Alta Galilea provocando solo panico tra la popolazione e danni ad un pilone dell'elettricità. Questo ha provocato l'immediata reazione israeliana che si è concretizzata in una serie di colpi d'artiglieria diretti contro alcuni villaggi libanesi e un fitto sorvolo di aerei con la stella di Davide  che hanno interessato tutto il terriotorio a ridosso della cosiddetta linea blu che divide Libano e Palestina.

 

A ricostruire l'accaduto è stato il portavoce dell'Unifil, ten. col. Diego Fulco, il quale ha sottolineato come "almeno due razzi sono stati lanciati dalla zona di Qlalieh, sei chilometri a sud della città libanese di Tiro, e sono caduti a nord della città israeliana di Nahariya" provocando la reazione dell'esercito israeliano "che ha aperto fuoco con la sua artiglieria in direzione della zona di tiro libanese". Immediatamente comunque sembra essere entrata in vigore una veloce tregua mentre Unifil ed esercito libanese hanno aperto un'inchiesta per individuare i responsabili (probabilmente gruppi dissidenti della galassia palestinese più o meno vicini al salafismo di matrice al-qaedista) e accertare la dinamica dell'accaduto.

 

Parlando alla radio nazionale sionista all'indomani del lancio dei razzi il vice-ministro degli esteri Danny Ayalon ha dichiarato che "Israele riterrà responsabili di ulteriori attacchi l'Unifil e l'esercito libanese" sostenendo che Tel Aviv è pronta ad una "azione massiccia" in caso di nuove aggressioni. "Non c'è interesse - ha dichiarato il numero due degli affari esteri israeliano - ad alzare la tensione nè ad aggrevare la situazione. Dobbiamo però dire che se Israele fosse costretto, se la tregua venisse meno, sapremo come riportare la calma" lanciando nuove accuse in direzione del governo di Beirut che, a suo dire, non avrebbe fermato il traffico di armi diretto da Iran e Siria verso il loro alleato in terra dei cedri: Hizb'Allah.


Israele ha presentato all’Unifil una protesta formale, nella quale ha ricordato che «il governo libanese è responsabile per la prevenzione di attacchi dal suo territorio contro Israele». Al di là delle proteste più o meno 'formali' dell'entità sionista - che da mesi continua con la sua azione di provocazione sia con spostamenti di uomini e mezzi alla frontiera sia mediante sorvoli sui cieli del Libano che sono una aperta violazione della risoluzione Onu nr 1701 che nell'estate 2006 pose fine al conflitto tra sionisti ed Hizb'Allah - rimane l'incertezza per una crisi politica interna che potrebbe, in questa situazione, provocare nuove tensioni e scatenare le forze contrapposte.

I sionisti, ricordiamolo, solo poche ore prima del lancio di razzi dal territorio libanese avevano compiuto manovre militari nella zona di frontiera compresa tra Libano e Siria, nelle fattorie di She'eba sotto occupazione che - da un mese a questa parte - sono tornate ad essere centro strategico militare e perimetro di possibili nuove 'scintille' tra il regime d'occupazione israeliano e il paese dei cedri.

Mentre Beirut rimane ancora senza un esecutivo, mentre i partiti libanesi si 'accapigliano' in nuove infruttuose discussioni sulla composizione del prossimo esecutivo e la contrapposizione tra i due schieramenti libanesi resta paurosamente alta; la tensione sale ai confini meridionali.

Quo vadis Libano? Difficile rispondere....in Libano niente può essere considerato certo nè sicuro. E' una costante da queste parti della quale sono oramai avvezzi tutti i libanesi. Il Libano: un vulcano sempre pronto ad esplodere

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA MARJHAIOUN (LIBANO MERIDIONALE)

 

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06/09/2009

In direzione ostinata e contraria

IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA



di Dagoberto Husayn Bellucci





"Quello che non ho è una camicia bianca
quello che non ho è un segreto in banca
quello che non ho sono le tue pistole
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole.

Quello che non ho è di farla franca
quello che non ho è quel che non mi manca
quello che non ho sono le tue parole
per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.

Quello che non ho è un orologio avanti
per correre più in fretta e avervi più distanti
quello che non ho è un treno arrugginito
che mi riporti indietro da dove sono partito.

Quello che non ho sono i tuoi denti d'oro
quello che non ho è un pranzo di lavoro
quello che non ho è questa prateria
per correre più forte della malinconia.

Quello che non ho sono le mani in pasta
quello che non ho è un indirizzo in tasca
quello che non ho sei tu dalla mia parte
quello che non ho è di fregarti a carte.

(...) Quello che non ho... "



( Fabrizio De Andrè - "Quello che non ho" - album "Indiano" 1981 )





Nella vuota dimensione del presente, contemporaneità rappresentativa di stati d'animo contorti e di vite sospese nel nulla della lacerante voragine etico-ideale, determinata dall'implosione post-ideologica che ha schiantato individui e società, e nel crepuscolo senza fine dell'indecifrabile percezione di avvenimenti e 'storie' collettive e personali, abbiamo spesso fatto riferimento alla metastorica apparizione dell'insuperabile 'figura' dell'Autarca nichilista, archetipo di una 'disinvolta' e 'spavalda' concezione politica, offensiva rispetto alle paraplegiche e compulsorie 'agitazioni' sinagogico-sistemiche, ovvero ai 'canoni' d'attuazione rivoluzionaria di una ripartenza strategica (...l'"azzardo" come stile di vita...) conforme alla quotidianità insondabile e depauperizzante dell'Occidente giudaico-mondialista.



In questa ricognizione analitica sugli sviluppi e l'evoluzione delle 'forme' del "Politico" e sul ruolo della politica nelle società massificate del Terzo Millennio, risulterà opportuno anche il riconoscimento dell'idea anarco-sindacalista che ha rappresentato il principale 'fermento' originario delle grandi ideologie rivoluzionarie che hanno 'attraversato' il Novecento: fascismo, nazionalsocialismo, bolscevismo, marxismo-leninismo.



L'anarco-sindacalismo o sindacalismo rivoluzionario rappresenterà la 'radice' comune che ha formato l'humus ideale per i successivi sviluppi dell'una o dell'altra 'sponda' ('destra' o 'sinistra') del pensiero politico antagonista alla concezione liberaldemocratica dei partiti politici borghesi. Socialdemocrazia e sinistra democratica da un lato, Liberalismo e destra conservatrice dell'altro lato si configurano come i presidi parlamentari del dell'istituto democratico che sarà, fin dalla sua apparizione, nient'altro che il 'ricettacolo' contenutistico delle rivendicazioni della classe borghese. La partecipazione alla politica parlamentare occidentale sarà pertanto 'scandita' dalla 'difformità' degli interessi dell'oligopolio del partito unico della borghesia che 'individuerà' nel parlamentarismo e nelle istituzioni democratiche i principali 'catini' d'elezione per il bivacco mercantilistico-usurocratico delle diverse lobbie's in 'conflitto' intra-sistemico.



Il termine "lobby" (gruppo di pressione) viene usato correntemente per indicare un certo numero di gruppi, organizzazioni e individui collegati tra loro dal comune interessi di incidere ed influenzare in una determinata direzione le istituzioni legislative. Comunemente il fenomeno lobbistico deve riferirsi al telaio istituzionale - o presidio secondario del Sistema mondialista - ed ad un contesto de-ideologizzato all'interno del quale l'adesione con un gruppo di interessi non implica necessariamente alcuna coincidenza a una visione del mondo comune (ideologica o di altra natura) ma si concretizza e manifesta in un sostegno a singole o specifiche contrattazioni negoziali con le istituzioni ed in una attività di 'informazione' rispetto a progetti politico-amministrativi e pressione sui rappresentanti politici mediante il condizionamento derivato dai rapporti d'interazione economicistico-affaristici esistenti all'interno del sistema mondialista.



"L'istituzionalità mondialista è occulta, o se si preferisce, per dirla con Bordiot, "discreta" - scrive Maurizio Lattanzio (1) - E' quindi necessario l'uso di una metodologia interpretativa storico-politico e sociologico-giuridica che miri alla individuazione di due soggetti o, meglio, di due 'aree' di indagine situate in dimensioni diverse: quelle dell'istituzionalità pubblica e quella dell'istituzionalità occulta. Queste due nozioni sono meri rilievi descrittivi; per quanto riguarda l'aspetto sostanziale, è più appropriato parlare, rispettivamente, di società "strumentalizzate" e di società "strumentalizzanti". Il complesso istituzionale pubblico è il quadro di riferimanto giuridico-costituzionale nel cui ambito si 'snoda' la vita politica 'ufficiale' delle nazioni (governi e parlamenti, partiti e sindacati, dichiarazioni politiche e prese di posizione diplomatiche ecc.). L'istituzionalità pubblica presenta dei profili e delle dinamiche esterne, apparenti , palesi, a volte addirittura 'appariscenti', che si articolano in una serie di atti e di fatti, i quali, ripresi, rilanciati e,soprattutto, 'gonfiati' dai mass media, servono alla fabbricazione delle opinioni che saranno poi 'propinate' come materia di 'dibattito', nel 'libero' confronto democratico alle turbe di imbecilli che 'infestano' l'epoca contemporanea."



L'oligarchia ovviamente si situa in posizione 'esterna' rispetto al telaio istituzionale ed è la 'fabbricante' dell'opinionismo sistemico che 'rappresenterà' su di un piano 'propositivo' i 'desiderata' delle lobbie's. Nel "Lobbyng Act" approvato dal Congresso degli Stati Uniti nell'aprile del 1945 la "lobby" è definita quale un gruppo di pressione che "...direttamente o indirettamente sollecitata, raccoglie e riceve denaro o altre cose di valore da usare principalmente per aiutare, o il cui fine principale è di aiutare, l'approvazione o la bocciatura di qualsiasi legge da parte del Congresso..." (2)

In breve la "lobby" è "il neologismo - scrive il giudeo Massimo Franco (3) - più duraturo del vocabolario americano. Si è radicato profondamente (...) nel costume degli Stati Uniti e viene usato per definire chiunque, persona o gruppo, tenti di influenzare il processo legislativo...".



'Sovente' e, per 'convenzione scrittoria', abbiamo utilizzato l'espressione "lobby" per riferirci alla 'asfittica' presenza di elementi giudei ai vertici delle Istituzionali Occulte...occorrerà 'rettificare' riconoscendo assieme a Maurizio Lattanzio che "l'ebraismo internazionale non è una "lobby" poichè esso 'manovra' le diverse "lobbies" quali 'segmenti' organizzativi della dittatura sinagogica planetaria. Nell'Occidente giudaico-plutocratico non esiste alcuna "lobby" ebraica tra altre "lobbies" essendosi costituita e 'assestata' la dittatura computatoria del partito unico della sinagoga che, nelle istituzioni e nelle strutture dell'insieme sistemico, tramite i presidì oligosociali denominati destra, centro e sinistra, di un unico interesse - 'quello' della razza ebraica - 'rappresentato' quale tirannia democratica giudaico-mondialista." (4)



Istituzionalità occulte, consigli amministrativi di aziende multinazionali e trust's economico-finanziari, logge massoniche, fondazioni, istituti bancari rappresentano, unitamente alle istituzionali palesi - Parlamento, partiti, confederazioni industriali e sindacali e di 'categoria' commerciali, forze dell'ordine e forze armate -, le 'apparenti' strutture decisionali e di controllo sistemiche.



'Questa' , in 'sintesi', la piramidale 'strutturazione' dei presidì oligarchici primari e secondari che formano l'insieme sistemico asservito agli interessi della Sinagoga Mondialista.



Le ideologie rivoluzionarie 'affioranti' dal magma in ebollizione socio-politico del primo Novecento rappresenteranno invece l'ordinamento in forme spartano-militanti delle volontà autenticamente popolari determinanti il nuovo stilema figurale dell'Autarca nichilista e l'inquadramento marzial-combattentistico'dietro' alle parole d'ordine rivoluzionarie e al 'fascinoso' magnetismo carismatico della carica figura ierofanica del Capo Supremo.... i partiti 'borghesi' 'invece' hanno i 'leader's'...

"Tempeste di ghiaccio" è la 'rappresentazione' simbolica 'conforme' di una nuova 'essenzialità' nichilistica che, nella divisa interiore del soldato politico nazionalcomunista affermante l'ordine del Nulla, imprimerà la propria interiorità 'scarnificata' al di sopra degli di esiti di distruzione della 'elementarietà infuriante'... La 'lunga' marcia verso il 'niente' o, parafrasando Ernst Junger, l' "...azione in uno spazio privo di valori e di dèi (fino) a nuove realizzazioni".



Si deve all'ingegnere francese Georges Eugène Sorel (Cherbourg, 2 novembre 1847 – Boulogne-sur-Seine, 29 agosto 1922) gran parte del 'lascito' rivoluzionario che informerà di sè i partiti rivoluzionari e popolari delle 'estreme' politiche all'inizio del secolo scorso. Non intendiamo riferirci in questa ricognizione d'analisi alle idee, marxiste e socialiste, nè alle posizioni filoebraiche 'espresse' dal filosofo, pensatore, sociologo e teorico del sindalismo transalpino in occasione dell'affaire Dreyfuss.



Intendiamo invece analizzare i punti salienti del sindacalismo rivoluzionario da lui teorizzato. Per Sorel il proletariato può addivenire ad una autoconsapevole coscienza rivoluzionaria senza bisogno di alcuna guida ma attraverso l'autonoma organizzazione di sè e della sua funzione. Contro la tesi marxista dominante che assegna al proletariato il ruolo di "ariete" e agit-prop sovversivo dell'ordine borghese ed al Partito Comunista la direzione delle dinamiche di sviluppo delle diverse fasi rivoluzionarie Sorel propone invece che sia l'azione diretta lo strumento privilegiato dell'attività rivoluzionaria senza mediazioni di sorta. Più Proudhon che Marx le idee di Sorel riprendono anche alcune premesse del pensiero anarchico (soprattutto nella loro evoluzione e prassi in determinati ambienti franco-spagnoli) ma anche del liberismo economico specie in Italia (5). L'elemento unificatore sarà comunque un diffuso anti-statalismo.



In quest'ottica anti-Stato Sorel esalta il primato dell'azione richiamandosi alle tesi di Giambattista Vico e ripresa dal giudeo Mordechai Marx secondo le quali l'individuo conosce e percepisce solamente quello che fa.



Nella concezione soreliana l'idea della coscienza di classe si forma nell'azione con l'acquisizione progressiva di capacità tecniche e morali dellla classe proletaria. Tale evoluzione dovrebbe realizzarsi solamente quando la classe operaia rimane totalmente estranea alla società borghese (principio dell'autonomia operaia che è centrale nella tematica soreliana).

Nasce in questa fase l'idea centrale del "sindacalismo rivoluzionario" che ha per principio fondamentale l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti che dello Stato. Questo principio ha due cardini - di cui Sorel si farà 'profeta' - ovvero l'autonomia operaia e l'azione diretta in particolare, con riferimento al primo Novecento, mediante lo strumento 'politico' dello sciopero generale e attraverso la violenza.



Gli obiettivi del sindacalismo rivoluzionario sono dunque 'immediati': il fine dell'azione diretta non è la conquista del potere politico - attraverso la partecipazione elettoralistica o per mezzo di moti rivoluzionari - ma la soppressione del salariato e la creazione di una società autonoma di produttori liberamente associati.

Due saranno i 'testi' di riferimento dei sindacalisti rivoluzionari prodotti da Sorel: le "Riflessioni sulla violenza" e "Le illusioni del progresso".



Nel primo dei due saggi Sorel esalta l'azione che diviene 'mito sociale' quando assimilato dalle masse come principale punto di riferimento. Il mito sociale è l'espressione della volontà e non dell'intelletto, diversamente dall'utopia che è propriamente un prodotto intellettuale.



Molti hanno criticato ed esecrato le "riflessioni sulla violenza" soreliane come una pura e semplice apologia della violenza, che l’autore certo non condanna, sebbene il senso dell’opera sia da ricercare piuttosto nella difesa ad oltranza della libertà dell’uomo di contro a ogni forma di Stato. Sorel ironizza sui marxisti, più che su Marx, grigi e ottusi burocrati di una rivoluzione che, in maniera quasi profetica, egli ritiene potrebbe creare uno stato con il medesimo grado di alienazione di quello borghese, basato cioè sulla forza di una minoranza che opprime le masse. La violenza invece viene da Sorel letta come unica e vera potenza rivoluzionaria, una sorta di onda distruttrice e creatrice, capace di distruggere ogni potere coercitivo.



Scrive Sorel: " Lo studio dello sciopero politico ci porta a meglio comprendere una distinzione che bisogna avere sempre presente quando si riflette sulle questioni sociali contemporanee. Si usano infatti i termini forza e violenza parlando sia di atti di autorità sia di atti di rivolta. È chiaro che i due casi danno luogo a conseguenze assai diverse. A mio parere sarebbe estremamente vantaggioso adottare una terminologia che non dia luogo ad ambiguità e bisognerebbe riservare il termine violenza alla seconda accezione; diremo dunque che la forza ha lo scopo di imporre l'organizzazione di un certo ordine sociale nel quale governa una minoranza, mentre la violenza tende a distruggere tale ordine. Lo borghesia ha fatto ricorso al la forza fin dall'inizio dei tempi moderni mentre il proletariato reagisce adesso contro di essa e contro lo stato con la violenza. Sono convinto ormai da molto tempo che sarebbe assai opportuno approfondire la teoria delle potenze sociali che si possono in larga misura paragonare alle forze dinamiche che agiscono sulla materia; ma non avevo ancora colto la distinzione fondamentale di cui stiamo qui parlando prima di avere riflettuto sullo sciopero generale. Non mi sembra del resto che nemmeno Marx abbia esaminato costrizioni sociali diverse dalla forza." (3)



La violenza operaia è, per Sorel, la conseguenza della violenza borghese esercitata anche attraverso il ricorso agli strumenti di repressione creati dall'autorità statale che salvaguardano gli interessi del Capitale e della classe borghese sua tenutaria.



"Nei Saggi di critica del marxismo - continua Sorel (4) - avevo cercato, qualche anno fa, di riassumere le tesi marxiste sull'adattamento dell'uomo alle condizioni del capitalismo e le avevo così presentate, alle pagine 38-40:


1° C'è un sistema in un certo senso meccanico nel quale l'uomo sembra sottoposto a vere e proprie leggi naturali; gli economisti classici situano all'origine questo automatismo che è il prodotto. ultimo del regime capitalistico. «Si sviluppa - dice Marx - una classe operaia che per educazione, tradizione, abitudine riconosce come leggi naturali ovvie le esigenze di quel modo di produzione.» L'intervento di una volontà intelligente nella coercizione appare come un'eccezione.


2° Interviene un regime di emulazione e di grande concorrenza che trascina gli uomini ad allontanare gli ostacoli tradizionali, a cercare costantemente il nuovo, a immaginare condizioni di vita che sembrano loro migliori. Secondo Marx la borghesia eccelle in questo compito rivoluzionario.


3° Vige il regime della violenza che ha un compito importantissimo nella storia e che riveste numerose forme distinte:

a) Al livello più basso abbiamo una violenza dispersa, simile alla concorrenza per la vita, che agisce attraverso la mediazione delle condizioni economiche e opera una espropriazione lenta ma sicura; tale violenza si manifesta soprattutto con l'aiuto dei regimi fiscali;

b) Segue la forza concentrata e organizzata dello stato che agisce direttamente sul lavoro «per regolare il salario, cioè per costringerlo entro limiti convenienti [...] per prolungare la giornata lavorativa e per mantenere l'operaio stesso a un grado normale di dipendenza. È questo un momento essenziale della cosiddetta accumulazione originaria»;

c) «Infine abbiamo la violenza propriamente detta che occupa uno spazio rilevantissimo nella storia dell'accumulazione primitiva e che costituisce l'oggetto principale della storia.»



Non sono qui inutili alcune osservazioni complementari. Bisogna osservare, innanzitutto, che questi diversi momenti sono distribuiti lungo una scala logica partendo dagli stati che ricordano di più un organismo e nei quali non appare nessuna volontà distinta, per salire verso quelli in cui le volontà mettono in evidenza i loro piani meditati; ma l'ordine storico è tutto il contrario. All'origine dell'accumulazione capitalistica troviamo fatti storici ben distinti che emergono ognuno a suo tempo, con caratteristiche proprie e in condizioni rilevanti al punto da essere registrate nelle cronache. Così si incontra l'espropriazione dei contadini e la soppressione dell'antica legislazione, legislazione che avevano costituito «la servitù e la gerarchia industriale». Marx aggiunge: La storia di questa espropriazione degli operai non è materia congetturale, «è scritta negli annali dell'umanità a tratti di sangue e di fuoco». Più oltre Marx ci mostra come l'aurora dei tempi moderni sia segnata dalla conquista dell'America, dalla schiavitù dei negri e dalle guerre coloniali: «I vari momenti dell'accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno, in successione cronologica specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del XVII secolo quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società, gravida di una società nuova. È essa stessa una potenza economica.» Vediamo dunque come le potenze economiche si intreccino strettamente con il potere politico e come alla fine il capitalismo si perfezioni al punto da non avere più bisogno di fare direttamente appello alla forza pubblica, tranne che in casi del tutto eccezionali. «Per il corso ordinario delle cose, l'operaio può rimanere affidato alle "leggi naturali della produzione" cioè alle dipendenze del capitale, che nasce dalle stesse condizioni della produzione che viene garantita e perpetuata da esse.» Giunta all'ultimo termine storico, l'azione delle volontà distinte scompare e l'insieme della società, a questo punto, somiglia a un corpo organizzato che funziona da sé; gli osservatori possono allora fondare una scienza economica che appare loro esatta quanto le scienze della natura fisica. [...] Marx ha descritto con estrema minuzia i fenomeni di questa evoluzione; ma è estremamente sobrio di particolari sull'organizzazione del proletariato. (...) Questa insufficienza dell'opera di Marx ha avuto la conseguenza di far deviare il marxismo dalla sua vera natura. Coloro che si piccavano di essere marxisti ortodossi non hanno voluto aggiungere niente di essenziale a ciò che il loro maestro aveva scritto e hanno pensato di dovere utilizzare, per ragionare sul proletariato, ciò che avevano imparato nella storia della borghesia. Non hanno dunque immaginato che si dovesse stabilire una differenza fra la forza che si dirige verso l'autorità e la violenza che vuole infrangere questa autorità."



La critica alla tesi marxista è dunque per Sorel 'metodologica'. Non si tratta affatto di una semplice esaltazione della violenza e del suo uso politico ma di una inevitabilità dello scontro di classe che dovrebbe portare i lavoratori in lotta, la classe operaia, ad assumere un alto livello di coscienza rivoluzionaria mediante il ricorso allo sciopero e all'azione diretta contro lo Stato e le istituzioni borghesi.



Il pensiero soreliano si caratterizzerà espressamente per una feroce critica anti-borghese: questa classe lasciva, meschina e vigliacca per natura, secondo Sorel si accontenta della propria mediocrità ed è attirata dalla vita comoda, dal benessere materiale e dal denaro. Niente la 'smuove', niente provoco nel borghese alcuna 'fibrillazione' interiore nè 'scomponimenti' esteriori, tutto sembra lasciarlo insensibile...non esiste 'traccia' di 'idealismo' nella classe 'media' del sistema. Il suo ruolo è quello di 'produrre' per consumare. La sua mentalità è codarda e vile. Il suo 'ricettacolo' naturale è, infine, il parlamento - luogo-simbolico dello "scontro intrasistemico" dei 'difformi' interessi del Partito Unico della Borghesia e "novello tempio di Mammona" - che serve a salvaguardare e preservare lo status quo, condizione necessaria - 'esiziale' - per l'evoluzione e la continuità del parassitismo borghese.



Ma Sorel non lesina critiche profonde anche alle "lunghe barbe del socialismo" (per utilizzare un'efficace metafora mussoliniana in voga nei primi anni del Novecento tra i sindacalisti-rivoluzionari) in quanto il socialismo parlamentare rappresenta una degenerazione ed una triste parodia del vero Socialismo in quanto legittima lo Stato e quindi, inevitabilmente, le strutture create per la sua difesa dalla classe borghese. In realtà la borghesia non 'difende' lo Stato ma solo, ed esclusivamente, i suoi interessi di 'classe'. L'alternativa al riformismo socialista e al parlamentarismo dell'epoca si chiama azione diretta rivoluzionaria del proletariato e, considerando che si stava consolidando una 'tradizione' socialistica parlamentare, per Sorel va da sè che la rivoluzione non potrà essere condotta dal partito bensì dal sindacato. Lo sciopero porterà alla rivoluzione in quanto questa forma di lotta popolare e sociale dei lavoratori potrà rappresentare un vero e proprio 'tirocinio rivoluzionario' che permette alla classe operaia di acquisire una coscienza rivoluzionaria.



Dallo sciopero generale condotto non tanto per motivi sindacali quanto per motivi politici, si genererà prima il fastidio per lo sconvolgimento dell'ordine sociale, e, in seguito la reazione repressiva violenta della borghesia che farà nascere la spontanea e violenta controreazione rivoluzionaria del popolo guidato dal proletariato. Lo sciopero generale è punto creatore della rivoluzione: porta all’abolizione delle differenziazioni sociali; non ha, però, una tempistica e dei confini precisi, è un’essenza di riscatto sempre presente nelle coscienze dei proletari. Lo sciopero generale è “il mito nel quale si racchiude tutto intero il socialismo”; lo sciopero non potrà mai essere strumento di contrattazione in quanto “tirocinio rivoluzionario" o, per usare le parole dello stesso Sorel: "La nuova scuola ragiona ben diversamente; non può accettare l'idea che il proletariato abbia come sola missione l'imitazione della borghesia; non concepisce che una rivoluzione così prodigiosa come quella che sopprimerebbe il capitalismo possa essere tentata per un risultato minimo e sospetto, per un cambiamento di padroni, per la soddisfazione di ideologi, politicanti e speculatori, tutti adoratori e sfruttatori dello stato. Essa non vuole attenersi alle formule di Marx: se questi non ha elaborato altra teoria che quella della forza borghese, ciò ai suoi occhi non è buona ragione per limitarsi rigorosamente a imitare la forza borghese. Nel corso della sua carriera rivoluzionaria, Marx non sempre ha ricevuto buone ispirazioni e troppo spesso ne ha seguite che appartengono al passato; nei suoi scritti è anche arrivato a introdurre una gran quantità di vecchiume proveniente dagli utopisti. La nuova scuola non si crede affatto tenuta ad ammirare le illusioni, i difetti, gli errori di colui che ha fatto tanto per elaborare idee rivoluzionarie; si sforza invece di stabilire una separazione fra ciò che nuoce all'opera di Marx e ciò che deve renderne immortale il nome; quindi dice il contrario di quel che dicono i socialisti ufficiali che in Marx ammirano soprattutto ciò che non è marxista. Non attribuiremo dunque molta importanza ai molti testi che è possibile contrapporci per dimostrare che Marx spesso ha concepito la storia alla maniera dei politici. Oggi conosciamo la ragione del suo atteggiamento: egli non conosceva la distinzione che oggi ci sembra così chiara fra la forza borghese e la violenza proletaria perché non ha vissuto in ambienti che avessero acquisito una concezione soddisfacente dello sciopero generale. Oggi noi disponiamo di abbastanza elementi per comprendere sia lo sciopero sindacale sia quello politico; sappiamo in che cosa il movimento proletario si differenzia dagli antichi movimenti borghesi; nell'atteggiamento dei rivoluzionari rispetto allo stato troviamo lo strumento che ci consente di distinguere delle nozioni che nella mente di Marx erano ancora molto confuse." (5)



Nel suo altro libro fondamentale, Le illusioni del progresso, edito nel 1908, Sorel critica il positivismo che veicola una fiducia sproporzionata nella capacità della scienza a risolvere tutti i problemi e l'ideologia illuministica del progresso che crea l'illusione pericolosa della felicità prodotta naturalmente dall'operare borghese. Da qui l'accostamento con il pensiero antipositivista di Bergson, anche se non proprio con la sua teoria dello "slancio vitale" dalla quale si discosta esplicitamente.

Ora ci si domanderà il 'senso' di una 'ricognizione analitica' sul pensiero politico sindacalista-rivoluzionario...effettivamente la 'rilettura' delle tracce d'azione rivoluzionaria 'lasciate' da George Sorel e dai sindacalisti rivoluzionari appaiono 'pallidi' epigoni ed echi lontani di "mondi lontanissimi" (parafrasando Franco Battiato).



'Antichità' ideologiche e 'rottami' del pensiero politico del primo Novecento decisamente fuori luogo e fuori tempo massimo. Nella società contemporanea obnubilata e disarticolata di massa 'discutere' su parole d'ordine quali "classe" e "proletariato" risulta un vaniloquio fine a sè stesso... Noi sottolineiamo che, al di là della 'teoretica' d'impianto marxista-leninista - astrusa e noiosa, pedante e professorale, auto-referenziale e dicotomica, assolutistica ed inamovibile nella sua assurda pretesa di 'scientificità' (...due palle mortali sul "ruolo dell'operaio" e su veri, presunti, "assalti al cielo"....) - ; si sono dimostrate 'azzeccate' le 'profezie' nietzschiane sulla deriva 'borghese' e materialistica della società...laddove borghesi nello spirito saranno e aspireranno ad esserlo tutte le classi e le professioni dal prete all'industriale, dal commerciante all'operaio.

Viviamo nel mondo del 'burattinismo' sinagogico-sistemico dei complessati sottoposti alla dittatura ebraica che 'maschera' la propria asfittica e maggioritaria 'presenza' (...sul territorio coloniale italiota 'dice' che i giudei siano solo "trentacinquemila"....'poveri' "illusi"...la 'conta' del 'nulla'..) in seno alle società goyim = non ebraiche mediante le parodistiche 'dicotomie' intrasistemiche classiste. La società massificata, edonista, consumistica di massa creata dai crani ebraici degli alchimi stregoni del Mondialismo ha spazzato definitivamente il campo dagli equivoci 'classisti': non più operai e contadini, non più industriali e padroni....tutti borghesi e tutti kippizzati a dovere.



Il 'resto' sono solo 'ciancie' di crani giudei. Il mondo si divide in due categorie: chi sostiene, avalla, garantisce, difende e approva la dittatura sinagogica dell'Internazionale Ebraica e chi continua ad andare "in direzione ostinata e contraria".

Come 'sempre' au revoir...



DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI



DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)





per TerraSantaLibera.org

http://www.terrasantalibera.org/Dag...a_contraria.htm





Note -

1 - Maurizio Lattanzio - articolo "Il Mondialismo" dal mensile "Orion" nr 15 - Dicembre 1985;

2 - "Federal Regulation of Lobbing Act of 1946" riportato nell'appendice del "Congressional Quarterly" , ottobre 1974;

3 - Massimo Franco - "Lobby - Il parlamento invisibile" - ediz. del Sole 24 Ore - Milano 1988;

4 - Maurizio Lattanzio - articolo/recensione a Dagoberto Bellucci - "I-Tal-Yà - Ebrei e lobbies ebraiche in Italia" - da Agenzia di Stampa "Islam Italia" - Anno 3 Nr. 25 - Modena - Febbraio 2003;

5 - In Italia il sindacalismo rivoluzionario nasce in seno al partito socialista come corrente di sinistra. I suoi leaders saranno gli economisti Arturo Labriola e Enrico Leone che riusciranno a costituire nuclei di sindalisti rivoluzionari attorno alle due riviste "Il Divenire Sociale" di Roma e soprattutto "Pagine Libere" stampata a Lugano in Svizzera centro del fuoriuscitismo anarco-sindalista e socialista. A tre anni dalla sua prima apparizione pubblica con la partecipazione allo sciopero nazionale del settembre 1904 il movimento deciderà, durante il congresso ferrarese del 1907, di scindersi dal PSI. Principali attivisti all'epoca saranno Alcese De Ambris, Filippo Corridoni, Ottavio Dinale, Michele Bianchi. Nel 1912 nasce l'Unione Sindacale Italiana (USI) al quale aderirà idealmente un anno più tardi anche Benito Mussolini, allora direttore de "L'Avanti" organo socialista. Il giornale, contro le direttive del partito e della CGdL sostenne il 19 maggio 1913 lo sciopero dei metalmeccanici indetto dall'USI. Le anime inquiete del magma sindacalista-rivoluzionario italiano entrarono in crisi con lo scoppio della Grande Guerra: la sezione milanese dell'USI, diretta da Alceste De Ambris, si espresse per un intervento al fianco della Francia. Analoga posizione sostenuta su "Pagine Libere" dal giudeo Angelo Oliviero Olivetti. Questa componente che difendeva un nazionalismo tardo-ottocentesco di stampo mazziniano (...e che intendeva la partecipazione alla prima guerra mondiale semplicemente quale prosecuzione del 'risorgimento'...) verrà espulsa dall'USI diretta dall'anarchico Armando Borghi che rimase su posizione neutrali e internazionaliste. Nell'immediato dopoguerra il sindacalismo-rivoluzionario sparì dividendosi tra Fascismo e Comunismo: da un lato molti confluirono nella CGdL, subendo la concorrenza delle parole d'ordine incendiarie del massimalismo socialista di stampo leninista e del nascente PCdI; dall'altro lato altrettanti finirono all'interno del sindacalismo fascista - fra tutti Michele Bianchi e Angelo Oliviero Olivetti. Rossi o neri i sindacalisti-rivoluzionari non poterono sopravvive alla tempesta ideologica sementata dall'esperienza bellica. Sull'esperienza sindacalista rivoluzionaria in Italia si consultino:

Alceo Riosa, "Il sindacalismo rivoluzionario in Italia", ediz. "De Donato" - Bari 1976;

"Il sindacalismo rivoluzionario nella storia del movimento operaio internazionale" in "Ricerche Storiche", gennaio-aprile 1981;

Willy Gianinazzi - "Intellettuali in bilico. "Pagine libere" e i sindacalisti rivoluzionari prima del fascismo" ediz. "Unicopli" - Milano 1996;

6 - George Sorel - "Riflessioni sulla violenza" - ediz.

7 - George Sorel - op. cit.;

8 - George Sorel - op. cit.;

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Televi(sion)e

TELEVI(SION)E

di Dagoberto Husayn Bellucci







"Attenzione, concentrazione - ah!
sguardo fisso al televisore - ah!
prova di assuefazione
scambio d'identità
tutti pronti attenzione,
concentrazione - ah!

Ad ognuno la giusta dose - ah!
a seconda della sua ingenuità
tutti sospesi al filo
della pubblicità
ce né per tutti ma a ognuno,
la giusta dose ah!

Una panoramica sul mondo,
non stancarti usa il telecomando
che vuoi ancora, che vuoi di più?....

Attenzione, concentrazione - ah!
allenarsi per ore ed ore - ah!
prova di resistenza, e di elasticità
come ballare questo ballo
per ore ed ore ah....

Ispirare profondamente ah!
prova tecnica della mente ah!
codice programmato della felicità
metodo pratico ed immediato
di assuefazione,
assuefazione, assuefazione!..."

( Edoardo Bennato - "Assuefazione" - album "E' arrivato un bastimento" 1983 )





"Nella società dei consumi la razza umana si è consumata anche il cervello."


"La televisione ? Il potere ipnotico della stupidità."



( Aforismi sui mass media di Carl William Brown )




Il ruolo, la preponderanza e le modalità di penetrazione a livello subconscio dei messaggi veicolati a livello massmediatico fanno del mezzo televisivo - e delle sue 'estensioni' computatorio-informatiche via Internet - i principale strumento di assuefazione e omologazione di massa delle società contemporanee.

Uno strumento essenzialmente nella società moderna dominata dalle immagini e sostanzialmente aliena dall'analisi critica che di queste dovrebbe e potrebbe essere anche attuata dal singolo individuo.



Il problema essenziale dell'inondazione di immagini, video, informazioni visive e musicali è rappresentata dalla saturazione più o meno per 'compensazione' dell'immaginario collettivo ovvero dall'obnubilamento generale di qualunque forma di reazione rispetto al flusso costante, quotidiano, endemico di 'visioni' più o meno corrispondenti a determinati "flussi culturali".



Quanto propinato costantemente dalle principali televisioni e dai media mondiali risponde difatti a precise direttive sistemiche le quali imporranno alla cosiddetta "opinione pubblica" quelli che saranno i demenziali usi, costumi e mode 'determinanti' lo stereotipo dell'imbecille moderno il quale 'raccatterà' e 'metabolizerà' tutto quanto verrà 'offerto' su di un piatto d'argento dai sapienti meccanismi di omologazione e livellamento denominati modelli comportamentali di massa.



Il mondo contemporaneo, in particolar modo le società occidentali dalle quali si diffondono gli 'influssi' ed i modelli comportamentali dominanti, rappresenta il terreno fertile all'interno del quale il Sistema Mondialista ha elaborato le proprie strategie di controllo, assuefazione e normalizzazione attraverso quelle che sono le principali 'fascinazioni' della società contemporanea: dalle mode 'stilistiche' a quelle 'linguistiche' passando attraverso quei grandi diffusori di menzogna che sono il cinema, lo star-system, la musica, lo sport e tutto quanto ruota attorno allo 'scatolotto magico' alias televisione; il mezzo di 'seduzione' di massa più potente e funzionale alle volontà omologanti dei controllori sistemici.



L'abbondanza di immagini che sono quotidianamente veicolate su tutte le reti televisive, la loro influenza ed il loro impatto a livello sociale fanno difatti della tv una delle principali armi di condizionamento utilizzate per irretire e dominare e successivamente plasmare e governare le coscienze dei singoli quanto delle masse.



Film, fiction, programmi d'intrattenimento, dibattiti e dossier come qualsivoglia altro programma 'teletrasmesso' sono, per loro natura, 'veicoli' di indottrinamento e di 'educazione': difficilmente il singolo può evitare quest'autentico bombardamento che si esplica in particolare mediante le immagini le quali, molto più delle parole e dei messaggi scritti si applicano alle esigenze di condizionamento per il quale sono utilizzati a livello di Potere.



"Filtri "culturali" a senso unico partono dai paesi del Centro e inondano il pianeta: immagini, parole, valori morali, norme giuridiche, codici politici, criteri di competenza si riversano dalle unità creatrici sul Terzo Mondo tramite i mezzi di comunicazione di massa (giornali, radio, televisione, cinema, libri, dischi, videocassette). L'essenziale della produzione mondiale di "segni" è concentrata nel Nord oppure vene fabbricato da esso controllato, secondo le sue norme e modalità. Il mercato dell'informazione è il quasi monopolio di quattro agenzie: Associated Press e United Press (Stati Uniti), Reuter (Gran Bretagna) e France-Presse. Tutte le radio, tutte le catene di televisione, tutti i giornali del mondo sono abbonati a queste agenzie. Il 65 per cento delle "informazioni" mondiali partono dagli Stati Uniti. Dal 30 al 70 per cento delle trasmissioni televisive è importato dal Centro. Tuttavia il Terzo mondo consuma cinque volte meno cinema, otto volte meno radio, quindici volte meno televisione, sedici volte meno carta di giornale del Centro." (1)



Il "Centro" dal quale si decidono strategie commerciali e di 'marketing' 'scaraventate' successivamente via etere è il Nord del pianeta: l'"Occidente" secondo un'espressione che rende un'idea ma non determina assolutamente niente nè geograficamente nè idealmente. Perchè l'Occidente è un "etat d'esprit" più che un luogo fisico, una 'sensazione', un concetto che si accompagna inevitabilmente con quelli di progresso e civilizzazione dominanti, scienza, tecnica e dominio meccanicistico-materialista.



L'idea costante dell'individuo occidentale è quella di progredire nel proprio benessere materiale, sulla strada infallibile - o che presumibilmente viene riconosciuta e 'avvertita' come tale - del progresso, della cieca, assoluta fiducia che viene riposta nell'evoluzione della civiltà meccanica che scienza,tecnica e volontà creatrici hanno plasmato nel corso degli ultimi tre-quattro secoli.



La rincorsa verso il benessere, verso la felicità dell'uomo moderno riflette questa costante ricerca di uno sviluppo che, dal piano materiale, non ha saputo riprodurre alcuna compensazione al vuoto spirituale e di valori etico-morali prodotti nell'ultimo secolo ed in costante progressivo aumento. E' il nichilismo che avanza, l'ospite inquietante, l'invitato non atteso al 'banchetto' materialista occidental-modernista.



Quali siano i principali strumenti attraverso i quali l'Occidente ha plasmato di sè l'immaginario collettivo mondiale è assolutamente evidente: i media, le immagini, il fascino diabolico delle visioni catodiche, le 'apparizioni' via etere che hanno inondato dapprima le società occidentali ed infine il resto del pianeta.



"Questi flussi d'informazione non possono non 'informare' i desideri e i bisogni, le forme di comportamento, le mentalità, i sistemi educativi, i modi di vivere di chi li riceve. Questa propaganda insidiosa è un "dono" irresistibile che attesta la vitalità straripante delle società ipersviluppate ma asfissia qualsiasi creatività culturale presso i ricettori passivi dei messaggi. (....) La transnazionalizzazione delle comunicazioni via satellite e l'informatica accentueranno ulteriormente l'uniformità dei modelli e la dissimetria dei flussi. Si può parlare in proposito di un imperium culturale dei paesi ricchi a condizione di coglierne bene il meccanismo. E' attraverso il dono e non la spoliazione (o il saccheggio caro ai terzomondisti) che il Centro risulta investito di uno straordinario potere di dominazione." (2)



Il Sistema di potere domina e 'vince' sulle resistenze dei popoli molto più efficacemente attraverso i mezzi di comunicazione e assuefazione di massa che non attraverso l'uso terroristico della moderna tecnologia militare: un popolo bombardato da immagini, visioni, notizie 'conformi' ai desiderata del Centro Mondialista diventerà un popolo facilmente controllabile al quale potranno essere 'elargite' qualunque genere di notizie, qualsiasi opinione e tutte le forme di depravazione possibile perchè - una volta 'controllato' - non opporrà alcuna resistenza; quella stessa resistenza che, al contrario, saprà opporre se aggredito manu militari.



Prendiamo, per esempio, la pubblicità. Chi potrebbe resistere al messaggio pubblicitario? In sè e per sè innocuo e apparentemente irrilevante questo messaggio penetra subliminalmente a livello inconscio e tende a permanere nel subconscio per poi fuoriuscire e ordinare alla mente l'acquisto di questo o quel bene di consumo. Tecniche collaudate da anni, utilizzo spregiudicato di mezzi di assuefazione e di messaggi subliminali sono oramai una costante dell'attività di professionisti, solerti e occulti, che dirigono le grandi aziende di "marketing" alle quali le multinazionali di qualunque continente 'delegano' la promozione dei loro prodotti...



Identici meccanismi sono ovviamente operativi per ciò che riguarda la promozione di questo o quel personaggio pubblico, per il lancio dell'ultimo disco come per la promozione dell'ultimo film o dell'ultimo best-seller. Non esiste un limes alla programmazione ed alla propagazione delle immagini, della loro pubblicizzazione che avviene anche per 'tizio' o 'caio' o 'sempronio' di turno sia che si tratti del campione di calcio, dell'ultima attrice più o meno hooliwodiana, del cantante o del politico.



Tutto rientra perfettamente nel mondo televisivo dove, essenzialmente, regna una regola: "parlatene male, parlatene bene, purchè ne parliate!".



Al lato del mezzo televisivo e prima che questo facesse la sua 'vorace' comparsa (inglobando e omologando qualsiasi opinione, moda e costume), si pone la stampa da sempre il principale strumento per veicolare opinioni e rendere schiavi le masse e, fin dall'inizio, mezzo di persuasione pubblico nelle mani dell'Internazionale Ebraica.



Scrive Carlo Alberto Roncioni: "Lo strumento che più facilitò agli Ebrei la scalata al potere effettivo è stata la stampa. Anche gli Ebrei italiani si diedero perciò alla conquista della stampa." (3). E che la stampa prima, la televisione poi e internet infine rappresentino un vero e proprio 'feudo' ebraico, in mano a padroni di 'eletta' ascendenza, gestito da produttori ebrei e funzionalmente diretto e controllato da soggetti kippizzati (...disseminati qua e là in tutte le redazioni giornalistiche, anche in quelle che si 'presumerebbero' "antagoniste" o addirittura "rivoluzionarie" ...del 'resto', verità non 'nuova' nel panorama politico mondiale, se per 'magia' venisse fondato un movimento politico autenticamente antigiudaico probabilmente il segretario, il tesoriere e i principali responsabili sarebbero inevitabilmente 'agenti-doppi' della Sinagoga...ovunque e comunque 'Sion' deve 'controllare' e delega alla 'dispensa' soggetti 'idonei' raccattati tra le sue fila o giudaizzanti di ogni risma e colore 'politico'...) risulta una verità lapalissiana per chiunque, nell'Occidente mondialista, riesca a guardare poco più in là del proprio naso.



La strategia giudaica di occupazione 'campale', asservimento e uso spregiudicato dei mezzi d'informazione è, del resto, 'consegna' protocollar-sinagogica: "La realizzazione della libertà di parola - si legge nel Documento Programmatico di conquista mondiale elaborato dall'Internazionale Ebraica ossia nei "Protocolli dei Savi Anziani di Sion" (4) - nacque nella stampa, ma i governi non seppero usufruire di questa forza ed essa cadde nelle nostro mani. Per mezzo della stampa conquistammo influenza pur rimanendo dietro le quinte.".



L'influenza esercitata 'discretamente', dietro le quinte appunto, per decenni dagli oligarchi del Sistema è servita a omologare definitivamente mode e costumi soprattutto in seno alle società occidentali direttamente controllate dall'Establishment. E' difatti nell'Occidente che sono state partorite, ideate e realizzate le principali strategie di contenimento, imbarbarimento culturale e sovversione socio-politica alle quali hanno fatto seguito processi di decomposizione e schiantamento ontologico che hanno castrato l'individuo moderno rendendolo succube delle dinamiche disgreganti e delle influenze culturali contemporanee.



Influenze culturali che rispondono ovviamente ad uno specifico piano di livellamento planetario delle coscienze in quanto "nessuna integrazione politica ed economica - che non si voglia ferocemente imporre manu militari - è pensabile senza una preliminare e contemporanea assimilazione culturale. L'ideologia dei Grandi Fratelli prevede quindi che debbano andare gradualmente a sparire, o venire svuotate di ogni significato reale, tutte le differenze storiche - costumi, tradizioni religiose e civili, specifici ordinamenti politici e giuridici, culture specifiche - che rappresentano intollerabili ostacoli alla pianificazione; soprattutto le differenze di razza devono essere svuotate di ogni senso e di ogni valore, così da consentire il più rapido possibile processo di amalgama etnico." (5)



La 'realizzazione' mediante il melting pot, ovvero la società multirazziale, dei desiderata sistemico-sinagogici miranti all'imbastardimento razziale e al crogiuolo informe di un'umanità privata dell'anima e della propria identità storica e razziale si unisce ad un'azione di persuasione occulta che, proprio mediante i mezzi di comunicazione di massa, mira all'esportazione planetaria delle parole d'ordine dell'american way of life le quali, sia detto per inciso, riportano sempre ad una concezione materialistico-edonistica funzionale alle logiche di asservimento e controllo dell'Oligarchia.



Qual'è l'ideologia dell'Oligarchia? A quale concezione politico-filosofica fanno riferimento gli oligarchi sistemici? Verso quale realizzazione - al di là del programma finale di costituzione di un One World onnicomprensivo e onnipotente diretto dalla 'piramidale' influenza dell'ideologia massonica dei Lumi e attraverso la 'santificazione' definitiva del progresso, della scienza e della tecnica ovvero l'innalzamento dell'Uomo e la glorificazione del suo potere al di sopra e contro ogni Autorità Divina - effettiva 'tende' il Sistema Mondialista?



Una delle 'fasi' contemplate dal progetto mondialista per il 'traghettamento' dell'umanità verso la "nuova era" messianico-escatologica che dovrebbe liberare gli individui dal "giogo" "oscurantistico" delle religioni e delle filosofie tradizionali è quella contraddistinta dall'avvento dell'epoca dominata dai tecnocrati auspicata fin dalla fine del XVIIImo secolo da Claude-Henry de Rouvroy più noto come 'conte di Saint Simon'.



La tecnocrazia è sostanzialmente un 'passaggio', sicuramente essenziale, verso la società unidimensionale 'retta' dal Sinedrio Ebraico Mondiale; un passaggio comunque inevitabile che risponde perfettamente alle esigenze di livellamento generale attraverso il quale l'Internazionale Ebraica sottometterà l'intero pianeta.



"I mezzi che i tecnocrati si propongono di usare non possono essere valutati adeguatamente se non in funzione dello scopo che essi si prefiggono. E' sempre il problema della finalità che domina tutto il resto. (...) Innanzitutto bisogna essere inseriti in una certa dinamica, bisogan diffidare di tutto ciò che è permanente, di tutto ciò che potrebbe indurci a "fuggire l'avvenire", perchè il passato vale solo nella misura in cui esso prepara l'avvenire - quello dei tecnocrati ben inteso. "La vastità delle trasformazioni che i nostri sistemi di valori hanno subito sulla scia della rivoluzione industriale ci dà la misura dei mutamenti di significati che dobbiamo aspettarci nei prossimi vent'anni." La famiglia ovviamente è uno dei valori minacciati...(...) Ed ecco come viene formulata l'idea di Educazione permanente, che si è ormai istituzionalizzata: "Adattandosi in un modo più elastico a finalità più coscienti (la formazione) dovrà sfociare nell'educazione degli individui sia come consumatori, che come cittadini, che come produttori e permettere loro di accedere nel migliore dei modi a tutte le felicità possibili...". Dietro l'enfasi di queste parole è chiaramente riconoscibile una concezione puramente materialistica del mondo, l'edonismo, è l'idolatria dell'Evoluzione. Incapace di scorgere il vero fine dell'uomo creato a immagine di Dio, e concepito per servirlo, il tecnocrate considera l'individuo uno strumento di produzione e un organo di consumo. Il tutto è coronato da un vasto estetismo: poichè, secondo il tecnocrate, il fine dell'uomo si identifica con il suo ruolo di produttore e di consumatore, è proprio assumendo al meglio queste funzioni che egli troverà, per ciò stesso, la felicità alla quale aspira. Ci troviamo dunque di fronte a un capovolgimento totale della gerarchia dei valori che aveva instaurato il cristianesimo: la tecnocrazia non è che una forma particolarmente insidiosa della sovversione" (6).



Tale è dunque il sistema di 'valori' rovesciato della società moderna che, per esistere, ha essenzialmente bisogno di autoprodurre beni di consumo e artificiali forme di benessere materiali, vive di autofunzionamento e proietta determinate immagini e visioni che rappresentano le principali 'fascinazioni' per l'individuo massificato moderno.



In questo contesto risulta evidente quale sia il ruolo fondamentale assegnato alla televisione e ai mezzi d'informazione e comunicazione di massa: strumento di livellamento sociale, depauperizzazione individuale, decomposizione e frammentazione delle resistenze e influente mezzo di disintegrazione dell'Io.



La rappresentazione del mondo quale grande parco-giochi massmediatico - all'interno del quale occorre 'esistere' a livello di immagine, 'investendo' pertanto sulla proiezione deformata di sè, insistendo sull'immaginario collettivo deviato da stereotipi strumentali creati ad hoc dal Sistema - si accompagna con l'adorazione permanente del novello Vitello d'oro altra edonistica immagine della sconsacrazione suprema di tutti i valori conseguita dalle società contemporanee dopo l'avvento inarrestabile e travolgente del Nichilismo.



E' questo il mondo 'rovesciato' contemporaneo dove all'essere si è sostituito il materialistico 'avere' e all'individuo la sua 'immagine' ...perchè al di fuori della 'scatoletta magica' (ma anche della 'rete' internet o di qualunque altro mezzo, strumento, di informazione) i deambulanti 'moderni' non esistono!



'Giocateci' voi con la Televi(Sion)e e le sue parodistiche 'rappresentazioni' 'immaginarie'.... Aveva perfettamente ragione Leonardo Sciascia quando, analizzando le dinamiche di autorità e potere, sentenziava che: "La sicurezza del potere si fonda sulla insicurezza dei cittadini.". Verità lapalissiana cinicamente sostenuta, rafforzata e quotidianamente ripetuta da tutti i mezzi d'informazione.



DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI



DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)



Note -



1 - Serge Latouche - "L'Occidentalizzazione del mondo" - ediz. "Bollati Boringhieri" - Torino 1992;



2 - Serge Latouche - op. cit;



3 - Carlo Alberto Roncioni - "Il potere occulto" - ediz. "Sentinella d'Italia" - Monfalcone 1974,



4 - dal Protocollo nr 2 - "I Protocolli dei Savi Anziani di Sion" - ediz. "Mondadori" - Milano 1944;



5 - Sergio Gozzoli - "Sulla pelle dei popoli - viaggio nel labirinto del potere mondialista" - nr speciale de "L'Uomo Libero" - Anno IX Nr. 27 - Giugno 1988;



6 - Louis Damènie - "La Tecnocrazia - Punto di incontro della sovversione" - ediz. "Il Falco" - Milano 1985;





Link a questa pagina :

http://www.terrasantalibera.org/Dag...televi_sion.htm

14:36 Scritto da: metropolista in Judaica, Mondo Moderno | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

"...Dormendo sospeso a due stelle nel cielo..." - L'irresistibile tentazione tragica: il Nichilismo

"...DORMENDO SOSPESO A DUE STELLE NEL CIELO..." -

L'IRRESISTIBILE TENTAZIONE TRAGICA: IL NICHILISMO





di Dagoberto Husayn Bellucci







"...Gli anni '70
avrei lasciato tutto per seguire un corso
di campana tibetana,
con il mio cane e l'amaca,
dormendo sospeso a due stelle nel cielo,
ma qui
trovami un posto per rifarlo qui
in un recinto chiuso non ci sto, oh no ...
né con la destra, ma nemmeno col P.C.I.
che bestia, che bestia."

( Samuele Bersani - "Freak" - album "Il meglio di Samuele Bersani" - 2002 )



"Cosa chiede tutta la folla moderna? Chiede di mettersi in ginocchio davanti l'oro e davanti la merda"

(Louis Ferdinand Celine)



"Emanciparmi dall'incubo delle passioni
cercare l'Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un'immagine divina di questa realtà"

( Franco Battiato - "E ti vengo a cercare" - album "Fisiognomica" - 1988 )



"L'apolitia è la distanza interiore irrevocabile da questa società e dai suoi valori; è il non accettare di essere legati ad essa per un qualche vincolo spirituale o morale. Ciò restando fermo, con un diverso spirito potranno anche essere esercitate le attività che in altri presuppongono invece tali vincoli."

( Julius Evola - "Il cammino del Cinabro" - ediz. "Scheiwiller" - Milano 1972 )





La nostra accidiosa idiosincrasia rispetto alle paraplegiche estroversioni dei deambulanti contemporanei, unitamente al caldo libanese che - sia detto per inciso - 'basta' e 'avanza' per squagliarci quanto e più possibile l'inveramento mitofanico della perfezione sferico-platonica ovvero le palle (...Giotto non avrebbe saputo far di 'meglio'...); renderebbe superflua l'ennesima ricognizione scrittoria relativa alla deriva ontologica del 'presente'... Tant'è ci 'concediamo' anche il lusso di 'insistere'.

L'unidimensionalità edonistico-materialista delle società contemporanee di massa, il non luogo delle percezioni 'dissolte' dell'individualità 'assente' dell'uomo moderno occidentale, ci permettono e 'suggeriscono' una nuova disamina analitica relativa alla società del Niente post-nichilista esemplarmente incarnata dal modello occidentale di sviluppo capitalistico contorto e degenerato. L'Occidente è l'incarnazione dei non valori di società perennemente in affanno che riproducono stereotipate e ripetitive immagini e parole d'ordine 'fascinanti' ovvero la "società liquida", mondo 'sommerso' di pulsioni e desideri, priva di una centralità e di un contorno definibile e costantemente assediata dall'incedere costante di quel fantasma - materializzatosi per 'magia' dalle tenebrose e tortuose dinamiche involutive dell'individuo contemporaneo - che già Friedrich Nietzsche definì come "il più inquietante fra tutti gli ospiti: il nichilismo".

Il problema che maggiormente occupa i dibattiti delle società contemporanee - al di là delle più o meno momentanee 'crisi' economiche e delle altrettanto più o meno 'affioranti' tensioni sociali - e indiscutibilmente investe qualunque settore d'analisi risulta essere quello relativo alla natura umana, alle preoccupazioni dell'individuo moderno ed alle risposte che esso saprà dare rispetto alla moltitudine di questioni aperte dall'avanzata del Nichilismo.

La domanda che l'individuo moderno si pone al presente non è solo di ordine individuale (chi sono, dove vado, da dove vengo) ma si ricollega al malessere più profondo che viene avvertito a livello generale e che ha schiantato le società moderne: la deriva. Il mondo che è stato 'disegnato' e pianificato dagli apprendisti stregoni del Nuovo Ordine Mondiale è un pianeta di naufraghi, utilizzando la splendida metafora di Serge Latouche, ossia la società alla deriva, 'persa' tra quotidianità, disincanto e fuoriuscita a pezzi dal marasma post-ideologico del Novecento, secolo dominato dalle grandi ideologie che hanno segnato la storia recente dell'umanità, e dal traumatico ritorno alla 'normalità'. La vita di milioni di individui è stata, nell'arco di qualche anno talvolta pochi mesi o qualche settimana, trasformata radicalmente: il crollo delle utopie ideologiche del secolo scorso ha lasciato una massa informe, depauperizzata, castrata interiormente e priva di stimoli e reazioni rispetto all'imprevedibile avvento della società edonistica di massa.

Improvvisamente, dall'Europa Orientale all'Africa, dal Sud America all'Estremo Oriente, il riordino del sistema economico mondiale e le nuove dinamiche di sviluppo e d'interazione dei capitali finanziari 'fluttuanti' attraverso i netwoork informatici hanno rappresentato la "fine della storia" o, per esser più esatti, la fine di mitologie politiche alle quali guardavano con speranza milioni di individui. Il crollo dell'utopia marxista e l'avvento di un'epoca dominata dalle multinazionali della Finanza cosmopolita e dai meccanismi di sfruttamento capitalistici hanno rimodellato e trasformato la percezione di un'umanità sciabordata improvvisamente da un ordinamento socio-politico semifeudale, o non completamente sviluppato, qual'era quello del Socialismo reale verso i 'lidi' dorati delle menzognere società dell'opulenza e del benessere di massa occidentali... Inevitabili i 'contraccolpi' esistenziali: il trauma inferto ai singoli e alle collettività del Terzo Mondo - con le inevitabili 'scosse d'assestamento che hanno colpito anche le stesse società capitalistiche occidentali - non poteva essere più completo e profondo.

Vie di uscita dal cataclisma prodotto da questa nuova situazione di fluttuante e onnipresente precarietà non se ne intravedono all'orizzonte. Scrive Latouche: "I naufraghi dello sviluppo non sono in grado di acquistare alcunchè. Sono condannati a farlo. La sopravvivenza dipende ormai dalla capacità di sbrogliarsela. Non si tratta di un altro sviluppo ma di un al di là sul modello dell'al di qua. Si è letteralmente altrove, al di fuori dello sviluppo, e per certi aspetti ci si ricollega a quel che c'era prima, superando la frattura della modernità. Si è anche dopo. Si tratta di un doposviluppo al tempo stesso perchè le dinamiche informali si manifestano dopo il passaggio della modernità e dopo il maremoto dello sviluppo, ma anche perchè il pianeta dei naufraghi assume tutta la sua ampiezza soltanto dopo il naufragio della grande società. (...) I temi dei "bisogni fondamentali", dell'autosufficienza alimentare, delle "tecnologie appropriate", si collocano al punto d'intersezione di strade orientate in direzioni opposte e costituiscono incroci pericolosi. L'opposizione tra sviluppo "alternativo" e alternativa allo sviluppo è essenziale, radicale e inconciliabile in astratto e nell'analisi teorica. Questo non è manicheismo o dogmatismo, ma conseguenza di un minimo di rigore onde evitare le confusioni e i loro pericoli. Si tratta di stare attenti a non ricadere nei tranelli che si denunciano." (1)

E la situazione non va certamente migliorando ove spostassimo l'orizzonte di analisi su di un piano ontologico, psicologico o sociale onnicomprensivo dei riflessi che questa alienazione di massa, generata da falsi miti di progresso e da altrettanto menzognere promesse di realizzazione materiale, hanno prodotto su milioni di individualità.

Siamo indiscutibilmente nel regno del nichilismo puro, nella svalutazione suprema di tutti i valori, nel vuoto a 'perdere' della contemporaneità che diviene già post-modernità quando 'attraversa' il punto 'zero', il punto di non ritorno dell'uomo moderno. Quello che abbiamo dinanzi è il mondo rovesciato delle anime perse deambulanti senza meta, in perenne stato di 'agitazione', furiosamente e affannosamente alla 'cerca' di un qualcosa che non trovano nè troveranno mai...(la 'cerca' del 'nulla). L'apparizione del Nichilismo in tutta la sua essenza ha schiantato, com'era inevitabile, tutto quanto si sia trovato sulla propria strada: certezze, sicurezze, idee, ideologie, valori e morali. L'etica è saltata per aria sommersa dalla furia nichilistica, la morale si è frantumata, la fede ha dovuto inevitabilmente arretrare, andando ad occupare la sfera privata del singolo, l'ideologia è stata superata dall'incedere di 'abbacinanti' visioni edonistiche, dal clamore dei rumori, dei suoni, delle immagini di un mondo virtuale, di un business-system (sistema artificiale creato per una ristretta minoranza di benestanti) al quale tutti tendono e aspirano per esistere su di un piano orizzontale non potendo, altrimenti, aspirare ad alcuna dimensione verticale di riconnessione con il Sacro.

L'uomo moderno vive, senza neanche rendersene pienamente conto, nella società del nichilismo puro.

"Il mondo nichilistico - scrive Ernst Junger (2) - è per sua essenza un mondo ridotto e che sempre più si va riducendo, ciò che corrisponde necessariamente a un movimento verso il punto zero. La sensazione dominante è quella del ridurre e dell'essere ridotto. A ciò il romanticismo non può più opporsi, riporta solo un'eco della realtà svanita. Si esaurisce la sovrabbondanza, l'uomo si sente sfruttato da molteplici punti di vista e non solo dal punto di vista economico. La riduzione può essere spaziale, spirituale, psichica; può riguardare il bello, il buono, il vero, l'economia, la salute, la politica - ma in definitiva sarà sempre avvertita come uno svanimento."

Non occorre essere filosofi nè sociologi per accorgersi dello svanimento circostante, dell'incedere costante di un vuoto che erode la terra sotto i piedi anche agli uomini di 'razza' che intendessero restare "in piedi tra le rovine" della società contemporanea. Il nichilismo eroderebbe il terreno sotto i piedi anche a questi uomini 'differenziati' prim'ancora che essi se ne renderebbero pienamente conto. La corrente nichilista è come uno tsunami, la sua corsa inarrestabile, la sua violenza senza limiti, i suoi effetti devastanti: il vuoto disintegra le coscienze, annichilisce anche i più tenaci tentativi di reazione, disintegra irrimediabilmente qualunque bastione - collettivo o individuale - di resistenza.

Contro un simile avversario non esistono nè resistenze nè rimedi nè soluzioni. E non sono accettati 'compromessi' di sorta. Il nichilismo spazza via tutto quanto: identità, storie e ricordi. L'individuo svanisce nella marea nichilista circostante: un naufrago in un oceano in tempesta, abbandonato a sè stesso, in preda alle correnti e alle variabili indipendenti dalla sua volontà. La volontà individuale può nulla contro una simile tragedia che ha investito completamente le società moderne.

"Si potrebbero - continua Junger (3) - citare molti altri campi nei quali lo svanimento è pienamente visibile, come quello dell'arte o dell'erotismo. Si tratta infatti di un processo che intacca il tutto e che alla fine lascia dietro di sè paesaggi quanti mai sterili, squallidi o perfino devastati. Nella migliore delle ipotesi emerge la cristalizzazione. La caratteristica peculiare di tutto ciò non è il nuovo, ma piuttosto ciò che avvolge ampiamente il mondo. Per la prima volta osserviamo il nichilismo come stile. Si è già visto spesso, nella storia dell'uomo, rispetto a individui singoli come a unità più o meno grandi, il crollo delle gerarchie immortali con tutte le conseguenze relative. Ma erano pur sempre disponibili potenti riserve, nel mondo dei semplici o in quello dei dotti. C'era ancora terreno vergine in abbondanza, e intere civiltà rimasero inviolate. Oggi lo svanimento, che non è semplicemente svanimento, ma nello stesso tempo accelerazione, semplificazione, potenziamento e pulsione verso mete sconosciute, afferra il mondo intero."

Abbiamo sovente fatto riferimento al modello di sviluppo turbocapitalistico, alias Globalizzazione, come ad un autentico leviatano, una mostruosa creazione che tutto fagocita, sottomette e tende ad ordinare e controllare. Il mondo del nichilismo puro non abbisogna di alcun 'riordinamento' nè di controlli: è , per sua essenza, il mondo del caos, del caos in quanto materia informe, incontrollata, dinamica...Nel nichilismo non esiste un 'dopo', non vi sono possibilità di 'redenzione' nè 'salvezze' per quanto auspicate dalla massa incosciente: questa dimensione ancora 'sacrale' dell'esistenza è sconosciuta al Nichilismo.

L'attraversamento dei gelidi camminamenti del nichilismo, pur affascinante, è sempre sconvolgente e traumatico; non lascia insensibili nè indifferenti perchè agisce su tutti i livelli nella vita di un individuo scombussolandone le consuetudini, disarticolandone i sistemi di 'protezione' ovvero i censori interni, distruggendone le fondamenta con un lento lavorio che esteriormente e interiormente produce solo disastri.

Non casualmente siamo, con l'avvento del nichilismo, in presenza di una società "liquida": quest'immagine metaforica delle società moderne riporta immediatamente alla mente e rievoca qualcosa di perennemente precario, instabile, non corporeo nè fisico ed assieme soprattutto qualcosa di fluttuante, incerto, indeciso.

Incoscientemente l'uomo 'attraversato' da un simile sconquasso psico-fisico (...più 'psichico' che fisico a dire il vero...) reagirà nella sola maniera possibile: autodefinendo una nuova 'percezione', e quindi stabilendo autonomamente e assumendo interiormente nuove 'leggi' che comporteranno inevitabilmente anche una diversificazione degli atteggiamenti 'esteriori' dinanzi al caos imperante, di sè e della sua individualità (..."...dovrei cambiare l'oggetto dei miei desideri/ non accontentarmi di piccole gioie quotidiane/ fare come un eremita/ che rinuncia a sé...." 'canta' il sulfureo Franco Battiato in "E ti vengo a cercare" ....'canzone' non 'solo' d'"amore" se 'letta' come si 'deve'..."...Questo secolo ormai alla fine/ saturo di parassiti senza dignità/ mi spinge solo ad essere migliore/ con più volontà..."
...'ineguagliabile' e disincantato autodistacco dal pullulante 'deambulamento' di esistenze 'marce'...).

La parola che meglio e più spesso è stata utilizzata per definire l'epoca attuale è "crisi". Crisi di valori, di ideali, di identità, di coscienze. La crisi ha attraversato l'intero novecento per lasciare dietro di sè immagini devastanti di panorami sociali - ma anche politico-economici - disintegrati e intossicati dall'avanzata costante della precarietà, dell'incertezza, delle dinamiche distruttive prodotte dalla folle corsa di sistemi di produzione e di sviluppo ingestibili, depauperizzanti, alienanti: le società moderne di massa con la loro brama di benessere e il loro potere tecnologico-scientifico che si riteneva sterminato e onnicomprensivo non sanno offrire più alcuna risposta - nè d'ordine spirituale ma neppure d'ordine materiale - ai tanti problemi emersi con l'espansione planetaria e l'evoluzione tecnicistico-informatica di un universo di valori distorto dove le macchine progressivamente vanno sostituendosi agli uomini e dove il nulla circostante, il deserto nichilistico, avanza erodendo inesorabilmente qualunque valore.

" "Crisi" - scrive Giuliano Borghi (4) - è la parola che sempre più spesso ricorre in questo nostro tempo instabile e magmatico. Antiche certezze sembrano definitivamente tramontate e i vecchi valori appaiono "sfumare sempre più in un crepuscolo in cui il rapporto tra la 'ragione' umana e il suo tempo va declinando fino ad alterarsi profondamente. Le strade del passato risultano impraticabili, quelle del tempo che verrà si rivelano incerte e problematiche, quando addirittura non si presentano sbarrate. L'uomo, così, resta immobile, pietrificato nel vuoto della sua impotenza razionale, dove, se ci si attiene alle nozioni abituali di "soggetto", "storia", "coscienza", "verità", "dialettica" e tante altre ancora, il tempo presente corre il rischio di risultare impensabile. Se parliamo di "soggetto", che è per così dire l'equivalente filosofico di uomo, non riusciamo più a raffigurarci alcunchè di preciso, qualcosa in cui si possa riconoscere noi e quello che ci sta attorno. All'idea tradizionale di un soggetto monolitico, si è sostituita la concezione che il "soggetto" sia una funzione illusoria, un effetto di codice, un burattino dell'Altro."

L'emersione pullulante di "marionette sistemiche", soggetti disumanizzati, depauperizzati dell'anima, disarticolati ontologicamente e privi di una coscienza individuale risulta un dato lapalissiano rappresentativo del vuoto cosmico interiore espressione delle moderne derive esistenziali contemporanee.

In una società consumata dal vuoto, lacerata dal niente, e pervasa dal nulla risulterà impossibile qualsivoglia forma di ricollegamento a Tradizioni 'morte', insufficienti per restaurare, inadatte a custodire e incapaci di produrre qualcosa che sia più di un semplice, momentaneo e illusorio, fuoco 'fatuo'...

Qualunque forma, qualunque tentativo e qualsiasi volontà di resistere alla 'desertificazione' ontologica dell'individuo, all'avanzata inarrestabile di dune in movimento dentro i meandri dell'anima e della coscienza umana, risulteranno inadeguati e privi di efficacia quando non inerenti a forme tradizionali vive, reali, agenti nelle dinamiche contemporanee tipiche della modernità, delle sue forme, delle sue manifestazioni. Forme tradizionali che, sia detto per inciso, non appartengono più alla società nichilistica per eccellenza ovvero all'Occidente moderno.

"...le circostanze - scriverà Julius Evola (5) - stanno a mostrarci in modo sempre più evidente che partendo dai valori della Tradizione (...) è estremamente improbabile che si possa provocare una qualche modificazione di rilievo nello stato attuale generale delle cose attraverso azioni o reazioni efficaci di un certo raggio. Dopo gli ultimi sconvolgimenti mondiali, a tanto oggi sembra mancare ogni punto di presa sia nelle nazioni che nella stragrande maggioranza degli individui, sia nelle istituzioni e nelle condizioni generali della società che nelle idee, negli interessi e nelle forze predominanti dell'epoca."

Il nichilismo, inteso come volontà del nulla, diviene nuda realtà quando da puro orientamento filosofico tardo-settecentesco diventa quotidianità costante onnipervadente di intere società. Il Nulla non è 'casualmente (...il 'caso' non esiste...) 'entrato' nella vita di milioni di individui in un dato momento storico nè, soprattutto, abbandonerà facilmente la 'presa': l'assenza di valori e la dimensione 'vuota' prodotta dall'incedere del Nichilismo sono la naturale conclusione di un'insieme di processi storico-sociali di involuzione delle società occidentali lentamente ma progressivamente andati ad estendersi verso il resto del pianeta.

Un pò di 'storia' del e sul 'nichilismo' forse non 'guasterà' per comprendere pienamente l'"ospite" inatteso nè desiderato che alberga nel subconscio delle fragili e contorte individualità contemporanee....quando 'parliamo' di 'dimensione nichilistica' parliamo, prevalentemente, di una dimensione individuale, di un atteggiamento psichico, di una irresistibile componente di disorientamento cronico e depauperizzazione costante della volontà individuale degli individui delle società moderne soprattutto di quelle occidentali e comune in particolar modo tra le nuove generazioni, facili prede dei 'venti' e delle 'illusioni dell'anima'... (il Nichilismo esistendo anche, prevalentemente, come 'etat d'esprit', malessere senza fine e senza spiegazione di un soggetto che si lascia "morire a sè stesso" non, come riconosciuto dal mondo della Tradizione Informale ed in senso 'verticale' ascendente, per impossibili 'aneliti' verso dimensioni 'spirituali' superiori ma, al contrario, come proiezione orizzontale distorta - lo 'specchio infranto' - di sè che provoca una discesa senza fondo nella dimensione obliqua del Nulla discendente.

Innanzitutto è bene chiarire fin d'ora come lo 'spirito' del nichilismo sia concepibile solo ed esclusivamente nel quadro di una forma cristiana. Diversamente qualunque analisi risulterebbe incompleta e priva di alcun senso: non tanto perchè la 'tentazione tragica' prodotta dall'avvento del nichilismo sul palcoscenico delle vicende umane sia impensabile presso altre forme tradizionali (...come 'possibilità' latente la dimensione nichilista ovviamente 'trascende' una o l'altra manifestazione spirituale...) ma in quanto è nel cuore del Vecchio Continente, presso e all'interno della strutturata società cristiana che la filosofia moderna ha partorito, generato, allevato e 'nutrito' il 'Tentatore' nichilista. Non è casuale che già Sant'Agostino identificava con questo termine gli atei.

Il primo a parlar di nichilismo e ad utilizzare questo termine (dal latino NIHIL= nulla) in epoca moderna fu Friedrich Heinrich Jacobi il quale caratterizzò la filosofia trascendente kantiana e in particolar modo quanto ripreso dal Fichte come sistemi della ragione pura che "annichila ogni cosa che sussista fuori di sè" = nichilismo.

Jacobi difenderà la validità della fede come sentimento dell'incondizionato ovvero di Dio. Secondo il filosofo di Dusseldorf nessun ragionamento raziocinante potrà mai giungere alla dimostrazione sull'esistenza di una Realtà creatrice divina. Per ciò criticherà il metodo cartesiano ed il suo fautore che hanno cercato di dimostrare l'indimostrabile. Cartesio - secondo Jacobi - ha semplicemente dimostrato l'unità di tutte le cose, la totalità del mondo. Analoghe critiche rivolgerà anche alle filosofie panteiste in particolare a quelle di Spinosa, Giordano Bruno e Shaftesbury rifiutate e identificate come ateismi in quanto l'identificazione di Dio con il mondo creato null'altro sarebbe che l'identificazione del condizionato con l'incondizionato, dell'invio con l'Inviante.

Successivamente sarà Arthur Schopenhauer ha riprendere in chiave nichilista il problema della conoscibilità e dell'essenza del reale (Il mondo come volontà e rappresentazione) sostenendo che la realtà fenomenica è null'altro che apparenza nullificante e dolorosa di una Volontà irrazionale e inconscia, punto di origine del tutto verso il quale tutto ritorna. Un altro autore che riprenderà la polemica sul nichilismo e sui suoi aspetti terrificanti, dissacranti e destabilizzanti sarà Dostoevskij che riconoscerà nella concezione nichilista una pericolosa deriva rispetto ai valori tradizionali cristiani e l'inevitabile destino della modernità dopo "la morte di Dio".

Dostoevskij suo malgrado però cercherà di andare incontro all'inevitabilità del nichilismo affermando che la morte e la negazione di ogni spiritualità e di Dio da un lato, e la fede nel Dio negato ma redentore (e capace quindi di salvazione rispetto alla sofferenza dell'umanità) proprio perchè sofferente dall'altro avrebbero potuto ricondurre, attraverso il magma incandescente del nichilismo, la religione cristiana al rinnovamento.

I nichilisti russi, anche il romanziere I.S. Turgenev che nel 1862 darà alle stampe "Padri e figli" - nel quale incentrerà il romanzo sulla figura del nichilista Bazarov - ; vedranno comunque nella manifestazione nichilistica più una concezione socio-politica, destinata soprattutto e prevalentemente alle giovani generazioni, che non una specifica dottrina filosofica. Questa verrà ordinata successivamente in Germania da Friedrich Nietzsche.

Più di ogni altro, sarà Friedrich Nietzsche a portare all'estremo la sua polemica ("filosofeggiando con il martello") sul nichilismo che apparterrebbe interamente alla vicenda storica e allo sviluppo del cristianesimo: al filosofo di Rocken non sfuggirà la dimensione 'altra' dell'insegnamento cristiano, la sua trascendenza 'posteriore', che invita i fedeli a cercar la verità in un altrove metafisico e li condanna, con il mondo e Dio stesso, al nulla inevitabile di una vita 'terrena' vuota in attesa di una salvezza postuma

Nietzsche, che rivendicò per sè il titolo di primo nichilista della storia, sosteneva che tutti i sistemi etici e tutte le filosofie religiose elaborate nel corso dei secoli dall'Occidente fossero interpretabili come stratagemmi ideali per infondere sicurezza alla popolazione, a tutti colo che non riuscivano ad accettare la natura imprevedibile e l'avverso fato della vita e che cercavano rifugio in una realtà trascendente. Per Nietzsche quest'insicurezza popolare doveva essere nutrita da un'attesa messianica, dall'avvento di un Regno di Giustizia, dall'intercessione di un Redentore. Quest'atteggiamento secondo il filosofo tedesco rifletteva un'insicurezza ed una mancanza di carattere di individui spaventati dalla loro stessa natura (dalle passioni, dall'istinto, dalle emozioni del 'vivere') ed incapaci di accettarsi nella loro pienezza. Per Nietzsche la massima espressione di questa nullificazione dell'uomo è stata la religione ebraico-cristiana: l'etica dell'amore, della pietà e della mortificazione del corpo in vista di una ipotetica felicità ultraterrena è solo una perversione dello spirito, una patologia dell'umanità.

Il filosofo di Rocken squarcia il velo di un certo ipocrita buonismo dei benpensanti dell'epoca e scrive: ""Ciò che io racconto e' la storia dei prossimi due secoli. Io descrivo ciò che viene, ciò che non può fare a meno di venire: l'avvento del nichilismo. Questa storia può già ora essere raccontata; perché la necessità stessa e' qui all'opera. Questo futuro parla già per mille segni, questo destino si annunzia dappertutto; per questa musica del futuro tutte le orecchie sono già in ascolto. Tutta la nostra cultura europea si muove in una torturante tensione che cresce da decenni in decenni, come protesa verso una catastrofe: irrequieta, violenta, precipitosa; simile ad una corrente che vuole giungere alla fine, che non riflette più ed ha paura di riflettere. - Chi prende qui la parola sinora non ha fatto altro che riflettere: come filosofo ed eremita d'istinto, che ha trovato vantaggio nell'appartarsi, nel restar fuori, nel ritardare, come uno spirito audace, indagatore e tentatore che già si e' smarrito in ogni labirinto dell'avvenire;…che guarda indietro mentre narra ciò che avverrà, come il primo nichilista compiuto d'Europa, che ha già vissuto in sé sino il nichilismo sino alla fine, e ha il nichilismo dietro di sé, sotto di se, fuori di se" (Wille zur Macht)" (6)

Nietzsche individuerà l'esistenza di due tipologie di nichilismo: uno attivo e positivo, l'altro passivo e negativo. Al primo si ispirerà per la caratterizzazione del "superomismo" con il quale cercherà di dare risposte alla situazione contingente dell'individuo che, dinanzi ad una scoperta così tragica (la morte di Dio) ne accetta la realtà e con essa la fine di ogni metafisica e si autorizza a viverne, senza possibilmente subirne, le estreme conseguenze anche, soprattutto, su di un piano psicologico.

Il nichilismo "attivo" nichiano , segno di forza e di potenza e crescita dello spirito, doveva nelle intenzioni dell'autore opporsi ad un secondo tipo di "nichilismo passivo" che comportava l'accettazione rassegnata e traumatizzante della crisi della propria epoca.

Sotto questi riguardi, il nichilismo si rivela chiuso in un equivoco che lascia aperta la possibilità di essere "per l'una o per l'altra, ma anche per l'una e per l'altra"

Nietzsche intese con nichilismo soprattutto la morte di Dio, ossia la condizione dell'uomo moderno, che a partire dall'Illuminismo ed a causa di una "accresciuta potenza dello spirito", crede sempre di meno nei valori tradizionali. Vi è quì da ricordare come l'epoca dei 'Lumi' - con l'affermazione dei valori razionalistici - accrebbe questa 'sensazione' di onnipotenza e di onnicomprensività individuale arrivando all'affermazione suprema della negazione di Dio - massimo grado di blasfemia e di indiscutibile presunzione demoniaca - e al disconoscimento di tutti i Valori Supremi. Quella che si palesa dinanzi all'uomo del tardo Ottocento è una crisi di una civiltà che Nietzsche riassume con la formula "Dio è morto", dove Dio è il simbolo di tutte le fedi e di tutte le metafisiche. Nietzsche descrisse in termini efficaci questo nichilismo (la crisi di valori) dell'epoca attuale: notò ad esempio come il venir meno di ogni certezza, l'abbandono di ogni prospettiva religiosa o oltremondana, provochino nell'uomo contemporaneo un forte senso di fallimento e smarrimento esistenziale.

La situazione attuale, si noteranno le analogie, non è 'difforme' da quella indicata da Nietzsche...semplicemente la sua estensione 'globale' la rende, attualmente, più pervasiva e 'pericolosamente' fascinosa. Il nichilismo 'rapisce' i cuori, offusca le menti e disintegra le coscienze lasciando vuote le anime, mortificando gli individui in una costante morte metafisica...( "Ho visto/ La gente della mia età andare via/ Lungo le strade che non portano mai a niente/ Cercare il sogno che conduce alla pazzia/ Nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già/ Lungo le notti che dal vino son bagnate/ Dentro le stanze da pastiglie trasformate/
Lungo le nuvole di fumo, nel mondo fatto di città/ Essere contro od ingoiare la nostra stanca civiltà..." ci 'ricorda' il Grande e compianto Augusto Daolio dei Nomadi...).

In quest'assedio dell'anima l'individuo tenderà ad una 'alimentazione' della propria fede perduta: il suo istinto a credere lo porterà, come effettivamente accadrà durante tutto il Novecento, a sostiture l'antica spiritualità con nuove forme di "sacro": lo saranno le ideologie (in particolare il marxismo che, su di un piano meramente emozionale, agirà proprio come una sorta di "nuova religione" contro-Chiesa per eccellenza e catalizzatore di tutti i più bassi e materialistici istinti individuali...il marxismo è l'ideologia degli invidiosi per eccellenza... anche per 'questo' non saremmo mai nè mai potremmo divenire 'marxisti'...) ma anche le nuove forme di spiritualità "fai da te", fenomeni neo-spiritualisti, il proliferare delle sette a sfondo messianico, il ritorno di culti ancestrali, forme neo-gnostiche di conoscenza che si presume e si presenta come 'sacra', il persistere di credenze magiche (dall'astrologia alla parapsicologia finendo alla stessa ondata 'ufologica' contemporanea) e di quelle a sfondo 'mistico' (le apparizioni mariane). ...In tutte queste forme di sacro, alle quali si sommeranno le 'derive' New Age, il teosofismo, le diverse meditazioni orientali e quant'altro prodotto dal "supermercato del sacro fai da te", è possibile riscontrare una volontà nichilistica di "credere ad ogni costo a qualcosa" foss'anche il demonio (...e difatti la 'deriva' contempla pure il pulluleggiante andirivieni di 'sette' a sfondo satanico-sessual-demoniaco...dove la componente sessuale, peraltro, ha una predominante 'fascinazione' sugli 'incauti' 'adepti' del demonio... 'altrimenti' perchè 'cercar Satana'....).

E' in questa situazione di sconforto generale e di generale ricerca che il Nichilismo viene avvertito, utilizzando le parole del filosofo Pier Paolo Ottonello, come ".. negazione radicale o metafisica, è dunque negazione del senso dell'essere e degli enti in quanto significato e realtà sostanziali e valorativi, che possono essere tali solo in quanto fondati nell'assolutezza dell'essere. Nichilismo è dunque, essenzialmente, l'assoluta negazione di ogni assolutezza, che percorre le strade o dell'indeterminazione dell'essere e degli enti o dell'univocità radicale essere nulla. "

In questa deriva generale tutto diviene 'numero' e tutto risulterà 'quantità' nella società nichilistica il che produrrà effetti ancor più devastanti perfino in quelle stesse istituzioni alle quali sarebbe, teoricamente, demandata la funzione di fare da argine alla modernità e allo sconquasso generale. Anche questi istituti cedono inesorabilmente il passo all'avanzata nichilistica, incapaci di frenarne le dinamiche caotiche e difformi e di impedirne gli effetti devastanti nella società e sugli individui le stesse istituzioni religiose, le stesse autorità spirituali, preferiscono cedere alle parole d'ordine del modernismo, in un estremo - quanto inutile e velleitario - tentativo di "salvare il salvabile" di una società oramai avvertita metaforicamente proprio come una barcarola in mezzo ad un oceano in tempesta; accettando compromissorie forme di interazione e sinergiche collaborazioni con le forze apparentemente meno radicali del nichilismo le Istituzioni tradizionali - specie in seno all'Occidente mondialista - perdono la loro funzione, il loro ruolo - e quì ci riferiamo precisamente alla Chiesa cattolica - di "kathekon"

Alcuni anni or sono il filosofo e futuro sindaco di Venezia Massimo Cacciari, spirito critico di una Sinistra allora - si parla della metà anni Ottanta - ancora troppo legata al dogmatismo ideologico d'impianto marxista-leninista per essere "conforme" ai 'desiderata' del laicissimo 'metafisicamente' pericoloso filosofo veneziano - si riferì all'azione di papa Giovanni Paolo II con una alquanto strana ma interessante domanda chiedendosi "perchè il papa continua a voler fare da kathekon?" (7)


Ricordiamo che "kathekon" in senso teologio (cfr. alla teoria gelasiana e al tomismo) è inteso come "ostacolo [al prevalere delle forze dissolutorie dell'Anticristo]".

Kathekon, parola greca che letteralmente significa "colui (o qualcosa) che trattiene" con riferimento alla dottrina cattolica si riferisce in modo predominante proprio all'azione che dovrebbe svolgere l'istituzione religiosa ecclesiastica, la Chiesa cattolica, e il suo pontefice = facitore di ponti tra l'umano ed il divino.

Senza analoghe implicazioni teologiche anche presso gli antichi latini "kathekon" si riferiva ad un'azione conforme alla natura propria degli individui al "fare ciò che deve essere fatto".


"Il kathekon come azione che a noi conviene in conformità con la natura universale, costituisce il nostro dovere. - spiega il prof. Poliseno (8) - Poiché questo concetto comprende tutto ciò che è conforme alla natura umana è giustificato dal punto di vista del logos. In seguito il concetto si restrinse ed indicò le azioni che, nell'ambito della comunità, ci vengono imposti come doveri della legge razionale. La cultura romana lo mutuò dallo stoicismo classico arricchendolo ed arricchendosi. Questa evoluzione si accentuò quando i romani adottarono il concetto stoico e lo identificarono con il loro termine officium. I romani avevano i loro valori, tramandati dal mos maiorum: pietas: il dovere religioso che impegnava l'uomo nei rapporti con gli dei, la patria, i parenti. Virgilio chiama Enea pius, per la sua devozione al padre.; la fides, la lealtà che ispira fiducia. Tutte queste qualità avevano la loro radice nella disposizione naturale del vir, nella virtus che racchiudeva tutte le qualità, in una unità indivisibile, che un uomo dovrebbe possedere e che faceva del vir un vir bonus. Lo stoicismo portava dentro di sé l'alternativa tra l'adesione al logos e le esigenze della physis; i romani cercano con maggiore impegno la loro conciliazione. Il kathekon-officium per i romani era tutto ciò che è compiuto in vista di una ragione.".

Mancando attualmente un'Istituzione che degnamente faccia da "kathekon" all'incedere devastante della modernità, alla oramai progressiva e generale erosione di tutti i valori, alla disintegrazione di ogni etica e allo sprofondamento radicale di qualunque morale anche, se non soprattutto, una determinata ritualità, una quotidiana prassi che dovrebbe contenere elementi tradizionali di riferimento, si svuota e perde di senso nel grande, informe, magma prodotto dal nichilismo circostante.

Nelle società devastate dall'avanzata nichilistica che porta alla sconsacrazione suprema di tutti i valori ciò che diviene fondamentale sarà la materia, la quantità (9), l'effimero ed il superfluo ovvero l'esteriore.

"Ininterrottamente, diventa più importante la quantificabilità di tutti i rapporti. - scrive Ernst Junger (10) - Si continua a consacrare, benchè non si creda più all'eucarestia. Allora, per renderla più comprensibile, la si interpreta diversamente. Un tipo superato è il dandy; egli è ancora, esteriormente, il portatore di una cultura il cui senso comincia a venir meno. Qui si colloca anche la prostituzione come sessualità spogliata di simboli. Vi si aggiunge quindi non solo la vendibilità, ma anche la quantificabilità. La bellezza diventa valutabile in cifre, in larga misura qualcosa che hanno tutti. La riduzione più ampia è quella che si esercita sulla pura causalità; alle sue sottospecie appartengono la considerazione economica del mondo storico e sociale. Uno dopo l'altro, tutti i campi lasciano ricondurre a questo denominatore, perfino in sedi tanto lontane dalla causalità come il sogno. Con questo tocchiamo la distruzione dei tabù, che dapprima spaventa, sconcerta e può anche essere eccitante; in seguito, ciò che è stato così depurato diventa ovvio. All'inizio è azzardato motorizzare un carro funebre, poi diventa un fatto economico.".

Soprattuto, sottolineiamo, diviene solamente un fatto economico. La disintegrazione della morale e la distruzione di qualunque etica hanno costituito la progressiva prassi di erosione dell'insieme sovversivo e delle forze tellurico-demoniache rispetto alle società occidentali europee estesasi progressivamente al resto del pianeta.

Dalla disintegrazione di qualunque morale viene fuori una società priva di tabù (e quì si potrebbe, all'infinito, aprire ricognizioni analitiche sui disastri provocati dalle moderne 'scienze' psichiche, sulla psicanalisi e la psicologia contemporanee procedenti da crani ebraici e ad essi 'conformi' ovvero legittimamente correlati ad un 'piano' di destabilizzazione ontologica dell'Io individuale...'precariato' e 'dissoluzione' della coscienza umana) dove si liberano "etat's d'esprits", stati informi dell'essere, dissolutivi e pericolosissime 'sirene' neo-spiritualistiche... Una considerazione oggettiva della moderna sessualità, vissuta 'male' e ancor più malamente 'percepita', determina comportamenti sessuali 'deviati' dei quali sono oramai 'sature' le società moderne (per le quali l'omosessualità e il lesbismo rappresentano una condicio sine qua non esiste normalità....il 'teatrino' dell'assurdo).

I tentativi di reazione alla tempesta nichilistica scatenatasi sul e contro il mondo moderno, d'altro canto, si sono finora rivelati vani se non addirittura controproducenti. E' il caso anche di tentativi, pure effettuati con sincerità d'animo, di 'raddrizzamento' mediante la restaurazione di simboli, idee o valori appartenenti alla "Tradizione occidentale".

Scrive Renè Guènon in proposito: "...già da tempo il deposito della tradizione primordiale si è trasferito in Oriente e che là si possono ancora trovare le forme tradizionali derivate più direttamente da essa; (...) allo stato attuale delle cose, volendo ancora trovare dei rappresentanti autentici del vero spirito tradizionale con tutto quel che esso implica, è in Oriente che, malgrado tutto, bisogna cercarli. Per completare questa precisazione, dobbiamo esaminare certe idee di restaurazione di una "tradizione occidentale" affacciatesi in diversi ambienti contemporanei. Il solo interesse che esse presentano è, in fondo, di mostrare che alcuni spiriti non sono più soddisfatti della negazione moderna, che essi sentono il bisogno di alcunchè d'altro di là da quanto viene loro offerto dalla nostra epoca, che essi in un possibile ritorno alla tradizione, sotto l'una o l'altra forma, presentono l'unica via d'uscita dalla crisi attuale. Disgraziatamente il "tradizionalismo" è cosa ben diversa dal vero spirito tradizionale: come tanti casi ce lo mostrano di fatto, esso può ridursi ad una mera tendenzialità, ad una aspirazione più o meno vaga non presupponente nessuna conoscenza reale; e - bisogna pur dirlo - nello scompiglio mentale dei nostri tempi questa aspirazione genera soprattutto concezioni fantastiche e chimeriche, prive di ogni serio fondamento. Specie nel campo spirituale, molti, non trovando alcuna tradizione autentica a cui appoggiarsi, finiscono con l'immaginare delle pseudo-tradizioni mai esistite e tanto prive di principì, quanto ciò a cui esse vorrebbero sostituirsi." (11)

L'affioramento di 'retaggi' tradizionali, o per utilizzare l'espressione evoliana dei 'residui di spiritualità', rappresentano quasi sempre una costante delle società giunte all'apice della loro crisi: sono, per così dire, espressioni di un malessere sociale che investe tutti i piani e tutti i livelli fomentando improbabili 'ritorni' e impossibili 'riconessioni' con il Divino. Il nichilismo erode inesorabilmente tutto e, funzionalmente alla sua 'prassi' di svuotamento generale, utilizza anche queste forme 'pattumieristiche' di "spiritualità defunta".

Meglio, molto meglio dal nostro punto di vista, 'recidere' nettamente tutto assestando un colpo mortale a ciò che vacilla, che si tiene paraplegicamente in piedi per inerzia, a quanto non appartiene più nè potrà mai più ritornare.

"Di fatto - scrive Julius Evola (12) - , quando oggi si parla di crisi, i più hanno in vista appunto il mondo borghese: sono le basi della civiltà e della società borghese a subire questa crisi, ad essere colpite dalla dissoluzione. Non è il mondo che noi abbiamo chiamato della Tradizione. Socialmente, politicamente e culturalmente sta sfasciandosi il sistema che aveva preso forma a partire dalla rivoluzione del Terzo Stato e dalla prima rivoluzione industriale, anche se ad esso erano spesso commisti alcuni resti di un ordine più antico, però ormai svigoriti nel loro contenuto vitale originario. (...) In molti casi, nei fenomeni attuali di crisi va effettivamente vista una specie di nemesi o di azione di rimbalzo: son proprio le forze che a suo tempo furono messe in opera contro la precedente civiltà tradizionale europea (...) a ritorcersi contro coloro che le avevano evocate, scalzandoli a loro volta e portando più oltre, verso una fase ulteriore più spinta, il processo generale di sgretolamento. (...) Così stando le cose, una soluzione è senz'altro da scartare: quella di chi volesse appoggiarsi a quanto sopravvive del mondo borghese, difenderlo e servirsene come base contro le correnti più spinte della dissoluzione e del sovvertimento. (...) Le trasformazioni già avvenute sono troppo profonde per essere reversibili. Le forze passate allo stato libero, o in via di passare allo stato libero, non sono tali da poter venire ricondotte entro le strutture del mondo di ieri.".

E che si sia oramai superato il punto limite appare una verità talmente lapalissiana sulla quale non occorre neanche spendere troppe parole. Siamo in pieno 'Kali Yuga' , al centro di una profonda trasformazione dell'esistente, nel cuore di una tempesta che devasta e scuote gli spiriti e le coscienze, inseriti in quell'età oscura che rappresenta lo sconsacramento totale di tutti i valori, che non suscita reazioni, non tollera 'resistenze', ma certificata la morte per decomposizione dello Spirito e il passaggio 'funereo' di un'intera civiltà da elementi acquisiti, noti e assimilati verso una fase indeterminata, incerta, inesplorata.

La crisi che è oramai in uno stato troppo avanzato per poter essere ricondotta a freno ha determinato l'affioramento informe di ogni sorta di tendenze...il suicidio diviene un'opzione 'programmabile' per l'uomo-massa contemporaneo, la morte una presenza costante, la fine viene avvertita onnipresente.

L'ordine totale, regolare, tradizionale e la sua continuità sono stati spazzati via. Si è rotto irrimediabilmente un meccanismo, le regole si sono modificate, non esiste alcun genere di surrogato. E' stata devitalizzata l'anima, disintegrata la carne, ogni concretezza dell'ordinamento individuale e collettivo è stata spezzata. Da un lato mancano le certezze ideali dall'altro si manifesta, erompe nella sua eruzione, la certezza di esser dinanzi ad una crisi inarrestabile.

La stessa dimensione della crisi attuale diventa onnicomprensiva e avvertita: è un'atmosfera, uno stato interiore individuale e più vastamente esteriore e collettivo quello che ci si para dinanzi. Il parlar diffuso di "crisi" (13) è un sintomo evidente di questa che non è più solo una 'sensazione' ma una indiscutibile realtà evidente: la crisi è presente, si diffonde, le coscienze individuali e collettive ne 'respirano' le drammatiche conseguenze ed essa si manifesta in tutta la sua portata.

Sono analisi riscontrate oramai in terra d'Occidente fin dalla fine dell'Ottocento e durante tutto il secolo successivo: "Nella celebre conferenza del 1919, Paul Valery apre il suo intervento con una affermazione che sarà poi ripetuta per anni: "Noi, civiltà, sappiamo ora di essere mortali.". L'idea che percorre tutto il testo della conferenza è che la civiltà occidentale può perire e che è giunto il momento, dopo il grosso rischio di collasso totale provocato dalla guerra, di riflettere sul grande vuoto di idee, di sentimenti e di personalità in cui l'Europa si è venuta a trovare. Un anno prima aveva conosciuto un successo enorme di pubblico l'opera di Spengler, "Il tramonto dell'Occidente", destinata a estendere la propria influenza sulla cultura contemporanea per molti anni ancora. L'opera di Spengler significava la critica dell'evoluzionismo lineare dell'umanità, la sua sostituzione con una concezione ciclica della storia che vedeva espansioni, crolli e rinascite delle civiltà, significava, inoltre, non parlare più della civiltà al singolare, modello mondiale inglobante i singoli destini dei popoli, ma delle civiltà nella loro particolarità e nel loro ritmo vitale di nascita, crescita e morte. Significava pensare alla possibile fine di un mondo, significava indicare che l'Occidente era ormai entrato nella fase di decadenza, senza speranza di futuro. (...) Huizinga è l'autore di un altro di quei testi che sanno esprimere il sentimento di un'epoca, in questo caso di un'epoca che si sente perire, che avverte i sintomi della perdita delle certezze e del vacillamento dei valori acquisiti attraverso i secoli. A questa sensazione di una fine dei tempi e alle cupe diagnosi sulla condizione dell'epoca, che erano entrate ben presto anche nei romanzi, basti pensare a "La montagna incantata" di Thomas Mann, si affianca anche la considerazione che il "moderno" non è più un aggettivo da usare con leggerezza, e soprattutto non possiede più connotati decisamente positivi. Anzi, la "decadenza" aspetta il "moderno" (14)

Dunque dinanzi allo sfascio generale e alla constatazione dell'impossibilità e vacuità e di resistere e di opporsi quanto l'assoluta inutilità di assecondare la corrente disgregatrice, parafrasando la celebre domanda di Lenin, sorge spontanea la questione: che fare? Quali risposte 'dare' a chi voglia, nella fase avanzata di sfascio generale, tentare un 'tentabile' che appare pia illusione? E cosa offrire al di là della consegna 'irrevocabile' di "esser Testimonianza"?

Già l'opera di "testimonianza" e di fedeltà ad una determinata visione del mondo è sufficientemente rilevante nel presente ciclo spazio-temporale. Per chiunque fosse 'vocato' all'"azione" potrebbero risultare conformi alcune indicazioni di massima desunte dalla concezione tradizionale del pensiero evoliano: la prima è quella relativa al concetto di "apolitia" operativa ovvero l'ipotesi nient'affatto pellegrina della possibilità di forme di "resistenza", più o meno attiva, nei confronti della valanga nichilistica della modernità. Anche perchè è necessario ricordare che "il mondo del nichilismo, della modernità, il deserto dei valori sono paradossalmente occasioni potenziali per un risveglio; dal momento che "nel dominio politico e sociale non esiste più nulla che meriti veramente una piena dedizione e un profondo impegno" (15)

Tale concezione nella visione evoliana assume soprattutto i connotati di un orientamento, esistenziale e politico, per gli uomini differenziati che sapranno vivere nella modernità senza parteciparvi, senza prendervi parte nè attivamente nè passivamente. Evola indirizza questi soggetti ad un'azione consapevole volta alla formazione di un polo di riferimento, di un contenitore, che "serva a creare nuovi rapporti, nuove distanze, nuovi valori (...) che varrà a trasmettere a qualcuno la sensazione della libertà. Sensazione che potrà esser principio di qualche crisi liberatrice." (16).

Ma occorre saper affrontare con determinazione anche i 'contraccolpi' che un simile distacco interiore potrebbe provocare (...il 'corto circuito' dell'anima...) e le conseguenze, già sperimentate tragicamente dallo stesso Nietzsche in un'epoca 'altra' dove la 'corrente' sovversiva e il 'magma' era ancora 'contenuto' da forme che - volenti o meno - sapevano ancora far da argine.

In questa cornice occorre anche riferirci a Martin Heiddeger (17) che fu, sicuramente, tra i principali pensatori del Novecento a ripercorrere filosoficamente il 'percorso' esistenzial-nichilistico del Nietzsche e, soprattutto, ad elaborare una teoria del "superamento della metafisica" (scritto del 1938-39) che egli riteneva essersi definitivamente compiuta proprio con gli interventi del Grande di Rocken.

Nel volume in questione Heiddeger esprime la tesi secondo la quale la metafisica è l'origine e l'essenza stessa del nichilismo che ne costituisce per così dire il suo tratto fondamentale. L'essenza della metafisica secondo Heiddeger, viene a manifestarsi nella soppressione della differenza ontologica per la quale l'essere viene considerato come un ente a sè fra gli altri e deunque dell'essere stesso, letteralmente "non ne è più ni-ente".

Secondo uno dei maggiori allievi di Heiddeger, Karl Lòwith (1897-1973) mentre Nietzsche con la dottrina dell'"eterno ritorno" aveva pensato il nichilismo come un principio filosofico, Heiddeger - in un tentativo di superamente del Maestro - penserà e interpreterà il pensiero filosofico come nichilismo.

Resta comunque sostanzialmente aperta la questione di un possibile 'superamento' del nichilismo o, per esser più esatti, di una risposta chiara all'esigenza d'azione dell'uomo differenziato che intenderà "signoreggiare il vortice" (...psichico e materiale...) della contemporaneità nichilista.

A questa domanda offre 'spunti' interessanti d'analisi Ernst Junger quando scrive che "Lo sfruttamento è il tratto fondamentale del mondo delle macchine e automatizzato. Esso cresce insaziabilmente dove compare il Leviatano. Non ci si deve lasciare ingannare neppure quando una grande ricchezza sembra indorare le squame. Egli è ancora più terribile nel benessere. Come Nietzsche aveva pronosticato, è cominciato il tempo degli Stati mostro. La sconfitta è sempre deplorevole. Ma essa non rientra tra i mali che portano solo svantaggi; presenta anche dei vantaggi. Tra questi, un rilevante vantaggio morale, in quanto esclude dall'azione e perciò dalla complicità che ad essa è legata. In questo modo può crescere una coscienza del giusto superiore a quella di chi si impegna nell'azione. (...) Il confronto con il Leviatano, che si impone come tiranno ora esterno ora interno, è il più vasto e universale del nostro mondo. Due grandi paure dominao infatti l'uomo quando il nichilismo è al suo apice. L'una riposa sul terrore del vuoto interiore e lo costringe a manifestarsi esteriormente ad ogni costo: con lo spiegamento di forza, con il dominio dello spazio e un'accresciuta velocità. L'altra agisce dall'esterno verso l'interno come attacco del mondo e della sua potenza insieme demoniaca e automatizzata." (18).

E' quest'aspetto tenebroso e fascinoso insieme, depauperizzante e disgregativo l'ordine ontologico, che rende il Leviatano nichilista apparentemente invincibile, la sua forza appare irriducibilmente superiore, la sua estensione onnipervasiva e quindi onnicomprensiva. Si avrà la 'tentazione' di rinunciare all'azione per l'azione, a evitare di impegnarsi in uno scontro titanico che si 'palesa' come assolutamente insostenibile.

Attenzione! Si palesa....perchè il Leviatano nichilista non è invincibile...nè, sotto altri aspetti più eminentemente politici lo è il Sistema di potere, controllo e omologazione che ha creato nelle diverse nazioni. Tutt'altro..."L'invincibilità del Leviatano nel nostro tempo - prosegue infatti Junger (19) - si fonda su questo doppio gioco. Essa è illusoria; ma proprio questa è la sua forza. La morte che essa promette è illusoria e perciò più terribile della morte sul campo di battaglia. Neanche valenti guerrieri le tengono testa: i loro ordini non contemplano la sconfitta delle illusioni. Dove conta la realtà ultima, superiore all'apparenza, la fama guerriera non può che sbiadire. Se si riuscisse ad abbattere il Leviatano, lo spazio reso libero dovrebbe essere riempito. Ma di ciò è incapace il vuoto interiore, la disposizione di colui che non crede. Per questo motivo, quando vediamo crollare un'immagine del Leviatano, vediamo subito emergere come teste dell'Idra nuove creazioni. Il vuoto stesso le esige.".

Quest'immagine metaforica della caduta del Leviatano nichilista ci riporta ad altre, non idonee, immagini del passato: i crolli dei grandi Imperi, delle grandi civiltà tradizionali, della grandi civilizzazioni umane. Ma la situazione attuale, come detto, presenta poche analogie rispetto al mondo di ieri: non esiste una civiltà attualmente capace di sostituirsi alla presenza demoniaca del Leviatano. O, per esser più chiari, non esiste civiltà in terra d'Occidente che possa pretendere di adempiere ad una siffatta missione apocalittica: l'Armageddon è la sola prospettiva di lotta possibile ai 'guerrieri del nulla', soldati-politici e ribelli anarco-nichilisti in lotta tra le rovine abbandonate da qualunque spiritualità sulle quali continua a stagliarsi onnipresente l'ombra del Leviatano.

Questa 'milizia' senza tempo, senza identità, senza storia dovrà assumersi l'ingrato compito dunque di divenire l'avanguardia di un'altra civilizzazione, di un'altra civiltà estranea totalmente all'arido deserto occidentale. Le rovine che il nichilismo ha lasciato dietro di sè - e per molti anni, decenni forse secoli ancora, dinanzi a sè - sono insormontabili: doloroso sarà il compito di coloro i quali saranno chiamati a rimuovere queste macerie dell'anima. E profonde e laceranti le ferite che permarranno come sigilli di una decomposizione della quale - si badi bene - al momento non se ne vede che una millesima parte.

"Lunga sarà la fine" 'canta' Franco Battiato...."Vuoto di senso crolla l'Occidente/ per ingordigia e assurda sete di potere/ e dall'Oriente orde di fanatici..." (dalla canzone "Zai Saman" contenuta nell'album "Fisiognomica" 1988).

Due le 'indicazioni' di milizia che Junger lascerà per l'affrontamento su di un piano 'orizzontale' del mostro nichilista: la libertà e l'eros.

Si tratta di indicazioni non 'vincolanti' ma lucide espressioni di una disamina attenta e approfondita del problema-nichilismo. La prima è quella relativa al "...problema se almeno in ambiti limitati sia ancora possibile la libertà" alla quale Junger risponde affermativamente sottolineando che "Di certo non la si ottiene con la neutralità (...). Non si può neppure raccomandare la scepsi, soprattutto quando essa porta a esporsi. Le menti che hanno esercitato il dubbio e ne hanno tratto profitto hanno poi ottenuto il potere, e ora il dubbio nei loro confronti è sacrilegio. Essi esigono per sè, per le proprie dottrine e i propri padri della chiesa una venerazione quale nè un imperatore nè un papa hanno mai preteso. Qui, solo chi non teme la tortura e i lavori forzati può ancora avere il coraggio del dubbio. Ma non saranno molti: esporsi in questo modo significa rendere al Leviatano proprio il servizio che gli sta più a cuore, quello per il quale mantiene armate di poliziotti. Consigliare questo agli oppressi, magari da un tranquillo pulpito radiofonico, è semplicemente criminale. I tiranni odierni non hanno nessuna paura di coloro che parlano (e neanche di coloro che 'scrivono' aggiungiamo noi...'scrittori'...ndr). ...E' molto più temibile il silenzio... (...) Nella misura in cui il nichilismo diventa normale, i simboli del vuoto diventano più temibili di quelli del potere. Ma la libertà non abita nel vuoto, essa dimora piuttosto nel disordinato e nell'indifferenziato, in quei territori che sono, sì, organizzabili ma che non appartengono all'organizzazione. Vogliamo chiamarli "la terra selvaggia" (die Wildnis); la terra selvaggia è lo spazio dal quale l'uomo può sperare non solo di condurre la lotta, ma anche di vincere. Non è più naturalmente una terra selvaggia di tipo romantico. E' il terreno primordiale della sua esistenza, la boscaglia da cui egli un giorno irromperà come un leone." (20)

E' ciò che lo stesso Junger definisce come il "passaggio al bosco". Il bosco è una metafora perfetta per il combattente romantico-nichilista che intenda contrapporsi frontalmente al Sistema del Leviatano: esso 'occulta', protegge e compenetra di sè , fortificandolo, l'uomo differenziato che saprà riconoscerlo quale propria 'dimora', elemento costitutivo e insieme trincea dalla quale 'ripartire' strategicamente per colpire il nemico.

Il bosco di cui parla Junger è ovunque. Non è una realtà 'fisica'. Si cela all'interno delle stesse strutture organizzative della società edificata dal Sistema. Il bosco può essere per il ribelle in lotta contro il mondo moderno ovunque ed ovunque egli saprà riconoscere il 'suo' habitat naturale là 'segnerà' la sua "linea di combattimento", il suo 'fronte', dinamico, penetrante, mobile. Questa caratteristica renderà il soldato-politico anarca nichilista immensamente più forte rispetto a tutto l'esercito di forze 'schierate' a difesa del Sistema.

"La seconda potenza fondamentale è l'eros; quando due persone si amano, sottraggono terreno al Leviatano, creano spazi che egli non controlla. L'eros trionferà sempre, come vero messaggero degli dèi, su tutte le creazioni titaniche. Non ci si sbaglierà mai stando dalla sua parte (..è una 'lezione' 'appresa', questa, dalla oramai 'lontana' età adolescenziale...e non ci siamo mai 'sbagliati'...ndr). (...) Esso riscatta dalle ferree costrizioni dell'epoca; dedicandosi ad esso si annienta il mondo delle macchine. L'equivoco sta nel fatto che questo annientamento è puntuale e deve essere potenziato di continuo. Il sesso non contrasta con i processi tecnici, è anzi il loro corrispettivo nell'ambito organico. A questo livello è affine al titanico esattamente allo stesso modo in cui lo è, per esempio, l'insensato spargimento di sangue: le pulsioni infatti non fungono da elemento di contrasto se non quando debordano, vuoi nell'amore vuoi nel sacrificio. Questo ci rende liberi." (21)

Non 'casualmente' (...il 'caso' non esiste...'ripetiamolo' per i 'duri' di comprendonio...) non abbiamo mai provato alcuna 'fascinazione' per qualsivoglia 'rapporto' sessuale privo di erotismo e sensualità ovvero l'amore al di sopra e all'interno di qualunque 'attività' 'fisiologicamente' connaturata alla natura umana. Anche perchè, sia detto per inciso, la sessualità per la sessualità rappresenta una forma 'ginnica' piuttosto ripetitiva e anche, dopo un pò, sufficientemente monotona... (..."Fidati di me, non sono un latin lover/ canto alle donne ma, parlo di me...(...) Fidati di me, un latin lover/ non canta l'amore: lo vuole per sè/ Ecco perché non sono un latin lover/ io canto l'amore si, ma solo per donarlo a te..." ci 'ricorda' Cesare Cremonini...un'altro cantautore verso il quale nutriamo particolari attenzioni da sempre...sonorità mai banali, testi conformi e romanticismo da 'vendere'...).

"L'eros vive anche nell'amicizia, che di fronte la tirannia affronta le prove estreme. Qui, come l'oro nel crogiolo, essa viene purificata e messa alla prova." (22). Verità assoluta.... Ora, per concludere quella che nient'altro vuol'essere che una semplice ricognizione analitico-scrittoria sul nichilismo e l'epoca contemporanea da esso pervasa, ci riferiamo a quella che infine Junger definisce la 'possibilità' di "attraversamento della linea , il passaggio del punto zero" che è segnato dalla parola niente e pervaso dal nulla circostante.

'Sentenzierà' lucidamente Junger: "Chi non ha sperimentato su di sè l'enorme potenza del niente e non ne ha subito la tentazione conosce ben poco la nostra epoca."

Noi, attraversatori del Nulla e quotidianamente 'sperimentatori' del Niente della vuota contemporaneità post-nichilista, siamo affermatori di un'ordine della Razza e sostenitori di una inversione radicale, rivoluzionaria, dello status quo o, per esser più esatti, propugnatori della disintegrazione del Sistema giudaico-mondialista e del mondo e dello spirito borghesi.

Non disponendo, parafrasando l'insuperata 'traccia scrittoria' lucidamente lasciata quale consegna di lotta e di testimonianza da Franco Giorgio Freda ne "La disintegrazione del Sistema", di 'facoltà taumaturgiche' che ci consentirebbero la creazione di un'insieme 'conforme' di 'automi' anarco-rivoluzionari ci 'contenteremo' di 'raccogliere' la 'sfida'...La 'pelle sullo zero'.

Punto di non ritorno.

Perchè il mondo si divide in due categorie: chi ha la pistola 'carica' e chi 'scava'.... Non abbiamo mai 'vangato' una zolla in vita nostra.

Nell''attesa', 'presidiando' un 'fronte' ideale di combattimento ci permettiamo un 'meritato' riposo (..."con il mio cane e l'amaca/dormendo sospeso a due stelle nel cielo"...) nella terra di nessuno ai confini con la Palestina occupata...

'Dolce' far 'niente'.... Del 'resto' si sa...l'ozio è il padre dei vizi. E noi siamo, 'anche', 'viziosi'! Ci 'piace' esserlo....

Au revoir.


DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI



DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)



Note -



1 - Serge Latouche - "Il pianeta dei naufraghi" - ediz. "Bollati Boringhieri" - Torino 1993;

2 - Ernst Junger - "Oltre la linea" - E.Junger/M.Heiddeger - "Oltre la linea" - ediz. "Adelphi" - Milano 1989;

3 - Ernst Junger - op. cit.;

4 - Giuliano Borghi - "La politica e la tentazione tragica - La "modernità" in Machiavelli, Montaigne e Gracian" - ediz. "Franco Angeli" - Milano 1991;

5 - Julius Evola - "Cavalcare la tigre" - ediz. "All'insegna del pesce d'Oro - Scheiwiller" - Milano 1971;

6 - Friedrich Nietzsche - "Frammenti Postumi 1887-1888" in "Opere complete" - Vol. VIII Tomo II - ediz. "Adelphi" - Milano 1971;

7 - con riferimento si consulti, di notevole interesse, il saggio di Maurizio Blondet su "Gli Adelphi della dissoluzione - Strategie culturali del potere iniziatico" - ediz. "Ares" - Milano 2002;

8 - A. Poliseno - Intervista sullo stoicismo nell'Antica Roma - si consulti all'indirizzo internet www.novaroma.org ;

9 - con riferimento si consulti di Renè Guènon - "Il Regno della quantità e i segni dei tempi" - ediz. "Adelphi" - Milano 1982;

10 - Ernst Junger - op. cit.;

11 - Renè Guènon - "La crisi del mondo moderno" - ediz. "Mediterranee" - Roma 1972;

12 - Julius Evola - op. cit.;

13 - per una lettura introduttiva di quella "letteratura della crisi" sorta agli inizi del primo Novecento consigliamo, tra le altre, le seguenti opere:

- E. De Martino - "La fine del mondo" - Torino 1977;

- C. Curcio - "Europa - Storia di una certa idea" - Firenze 1958;

- J. Huizinga - "La crisi della civiltà" - Torino 1966

Per una antologia dei testi della cosiddetta "letteratura della crisi" si consulti di M. Nacci - "Tecnica e cultura della crisi" - Torino 1982;

14 . Giuliano Borghi - op. cit.;

15 - Julius Evola - "Apolitia - Scritti sugli "orientamenti esistenziali" 1934-1973" - ediz. "Controcorrente" - Napoli 2004;

16 - Julius Evola - "Rivolta contro il mondo moderno" - ediz. "Mediterranee" - Roma 1998;

17 - di Martin Heiddeger si veda oltre al testo citato anche "L'essenza del nichilismo" (1946-48);

18 - E. Junger - op. cit.;

19 - E. Junger - op. cit.;

20 - E. Junger - op. cit.;

21 - E. Junger - op. cit.;

22 - E. Junger - op. cit.;





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14:34 Scritto da: metropolista in Politica | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Disinformazione sionista e strategie di destabilizzazione: Siria e Libano nel mirino

DISINFORMAZIONE SIONISTA E STRATEGIE DI DESTABILIZZAZIONE: SIRIA E LIBANO NEL MIRINO

di Dagoberto Husayn Bellucci


Il perimetro geopolitico e strategico siro-libanese resta ad alta tensione malgrado le ultime, rassicuranti, dichiarazioni del premier in pectore libanese Sa'ad Hariri che, auspicando la formazione di un esecutivo di unità nazionale che comprenda anche esponenti di Hizb'Allah, ha infine lasciato cadere la riserva sulla presenza dei ministri dell'opposizione nazionale al prossimo governo di Beirut.



La situazione che sembra maggiormente preoccupare i politici libanesi è quella relativa alla composizione del futuro esecutivo che dovrebbe riservare 15 dicasteri a esponenti dell'attuale maggioranza filo-occidentale e 10 ai membri dell'opposizione filo-siriana. Le prossime settimane dovrebbero comunque sciogliere il nodo sui nomi che comporranno il prossimo governo libanese sorvegliato "speciale" della politica internazionale dopo le dichiarazioni bellicose provenienti dai confini meridionali dove l'entità criminale sionista non sembra affatto aver gradito il ritorno del partito di Dio sciita filo-iraniano nel prossimo consiglio dei ministri libanese.



A tentare di rendere agitata la situazione nel paese dei cedri sembra pensarci invece la stampa araba, in particolare in questo caso il quotidiano kuwaytiano "al-Siyasa",

che ha rilanciato notizie di intelligence europee su presunti depositi di armi chimiche disseminati nel Libano meridionale ed in possesso della Resistenza Islamica.



A riferire queste nuove rivelazioni non casualmente è un quotidiano del Kuwait tradizionale feudo filo-occidentale ed emirato retto dalla famiglia al Sabah da sempre su posizioni di dipendenza-amicizia con Washington. Secondo quanto riportato dalla stampa kuwaytiana Hizb'Allah avrebbe avuto in dotazione armamenti chimici dei quali si sarebbero trovate "tracce" dopo l'esplosione del deposito di armi saltato per aria nella mattinata del 14 luglio scorso nei pressi del villaggio di Hirbet Salim al confine con la Palestina occupata.



Come si ricorderà l'esplosione del deposito fu immediatamente ammessa dagli esponenti del partito sciita che impedirono per ventiquattr'ore sopralluoghi sia alle truppe regolari dell'esercito libanese che ai reparti dell'UNIFIL subito accorsi per accertamenti e per aprire un'indagine conoscitiva. Hizb'Allah avrebbe perso nell'incidente undici esponenti della Resistenza dei quali, citiamo testualmente il quotidiano kuwaytiano, "tre sarebbero rimasti vittime di intossicazione tossica".



A riferire di depositi di armi chimiche sarebbero sembra non meglio precisati "servizi d'intelligence europei" operanti nell'area del Libano meridionale i quali - a detta di "al-Siyasa" - hanno inoltre accertato che la Resistenza Islamica avrebbe recentemente ricevuto in dotazione una dotazione di maschere anti-gas ed altro equipaggiamento da guerra chimico-batteriologica oltre a nuove granate e missili a corto raggio con testate chimiche provenienti da Teheran via Damasco.



Hizb'Allah disporrebbe, a detta del quotidiano del Kuwayt, una trentina di depositi di armi chimiche disseminati lungo tutta la frontiera con la Siria, al centro del paese e sulle due sponde del fiume Litani , in particolare intorno alla zona di Tiro, al di fuori dell'area nella quale sono dispiegate le forze UNIFIL.



I servizi tedeschi, citati, sosterrebbero che Hizb'Allah si stia preparando ad un conflitto "totale" contro Israele nel prossimo futuro.



In merito a queste nuove rivelazioni, - che appaiono esclusivamente come l'ennesima boutade giornalistico-provocatoria rivolta a far salire la tensione nel paese dei cedri e aumentare il nervosismo di Washington e Tel Aviv da tempo impegnate in una vasta operazione di destabilizzazione che coinvolge l'Iran, la Siria e il Libano ovvero la cosiddetta "mezzaluna sciita" - il numero due del Partito di Dio, Sheick Naim Qassem vice-segretario di Hzb, ha sottolineato che "non c'è stata alcuna violazione della risoluzione 1701" e commentando quanto accaduto nel luglio scorso ha ribadito "ciò che è successo è un incidente, un normale incidente, conseguenza delle operazioni di sminamento che vanno avanti dalla ritirata israeliana dal Libano nel 2000 e dall'ultima aggressione del 2006" invitando a non drammatizzare e rifiutando di rispondere a quelle che ha sostenuto essere "veleni" e "provocazioni" di stampa.





Anche la notizia secondo la quale Hizb'Allah avrebbe ammassato oltre quarantamila razzi di media-lunga gittata al confine con la Palestina occupata è stata smentita categoricamente, nei giorni scorsi, sia dalle autorità militari di Beirut che dai responsabili Unifil.



Cui prodest quindi la serie di nuove rivelazioni provenienti da Kuwayt City? A quali 'teoremi' e nuove 'strategie' risponde una simile operazione di disinformazione che mira esclusivamente ad alzare pericolosamente la tensione in una zona ad alta intensità dove, non più di tre settimane or sono, si sono registrate manovre militari sioniste che hanno messo in stato di allarme l'esercito nazionale e i reparti delle Nazioni Unite?



Al momento si dovrebbe trattare di 'avvertimenti', moniti, messaggi lanciati da diversi ambienti in direzione del Partito di Dio e del futuro esecutivo libanese che, una volta insediato, dovrà vedersela con la pesante situazione economica e con il problema della riconciliazione nazionale dopo gli attriti e la lunga parentesi di stallo politico che ha paralizzato la vita politica libanese per quasi tre anni. La nuova era libanese, come del resto le precedenti, si preannuncia gravida di funeste aspettative e orizzonti cupi come hanno sottolineato numerosi osservatori della stampa locale. L'opinione pubblica a Beirut non sembra eccessivamente preoccupata dell'immediato futuro ma, analizzando la situazione interna a Hizb'Allah molti vedono nero anche alla luce dell'altra notizia che, da qualche giorno, tiene banco sulle prime pagine della stampa locale ovvero la bancarotta finanziaria di Salah Ezzedine, il "Madoff" libanese com'è stato immediatamente soprannominato l'eminente uomo d'affari sciita che, per anni, ha gestito l'editoria d'ispirazione religiosa del Partito di Nasrallah attraverso la sua casa editrice "Dar el Hadi" rovinosamente in crisi.



Cinquecento miliardi di euro, ripete la stampa libanese, oltre 800 secondo il quotidiano "As-Safir" sarebbe il 'buco' provocato da una gestione a dir poco scellerata. Una crisi che, com'era ovvio, è stata immediatamente utilizzata dagli avversari di Hizb'Allah per accusare l'intero partito di aver coperto un bancarottiere precipitato con la crisi petrolifera dell'estate 2008.



Mentre Hizb'Allah fa fronte a questa situazione e ai risvolti che potrebbero derivare dal crack del suo editore di fiducia la Siria di Assad, tradizionale alleato degli uomini di Nasrallah e ago della bilancia della situazione geopolitica regionale del Vicino Oriente, deve vedersela con l'ultima crisi con il vicino Iraq.



Una crisi che sembra aver raggiunto l'apice dopo le dichiarazioni rilasciate quarantott'ore fa dal Presidente Bashar el Assad che ha definito "immorali" le accuse che vorrebbero Damasco responsabile degli ultimi attentati terroristici che hanno colpito la capitale irachena a metà agosto.



"Quando si accusa la Siria, che ospita 1,2 milioni di iracheni, di uccidere dei cittadini iracheni, questa viene considerata un'accusa immorale", ha detto Assad in una conferenza stampa organizzata insieme al presidente cipriota, Demetris Christofias, in visita a Damasco.



"Quando la Siria è accusata di supportare il terrorismo, mentre lo sta combattendo da decenni, ebbene questa è un'accusa politica che, però, non segue alcuna logica politica. E quando queste rimostranze vengono avanzate senza nessuna prova, allora non c'è neanche alcuna logica legale".



La tensione tra Siria e Iraq aumenta: dopo il richiamo dei due ambasciatori e la confessione televisiva di un presunto "terrorista" legato ad al Qaeda che ha sostenuto di essere stato addestrato dai Muqabarat di Damasco la Repubblica Araba Siriana ha rinnovato al vicino di produrre le prove di quanto asserito respingendo al mittente ogni addebito e qualsiasi accusa compreso quella di fungere da base operativa per elementi del disciolto partito Ba'ath iracheno.



Il ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu è stato ieri a Baghdad per cercare di stemperare le tensioni, dopo che gli stessi funzionari turchi avevano detto di aver ricevuto la promessa del primo ministro iracheno Nuri al-Maliki di abbassare i toni, promessa che pare - al momento - esser caduta nel vuoto.



Una domanda appare obbligatoria: chi sta cercando di soffiare sul fuoco in Libano come in Siria per aumentare instabilità e tensione?

La situazione nell'area appare fondamentalmente in una fase di pericolosa transizione: da un lato si profilano alti i rischi all'orizzonte di una nuova possibile conflagrazione bellica mentre dall'altro lato in molti, specie a Beirut, si aspettano una nuova stagione di dialogo che possa portare ad una normalizzazione delle relazioni politiche anche a livello regionale.

I timori, fondati, che esista una regia occulta mirante a rimettere in discussione anche i recenti accordi intercorsi tra Hariri e Hizb'Allah appaiono purtroppo realistici.



La situazione rimane, allo stato dei fatti, sospesa.



DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

DIRETTORE RESPONSABILE AGENZIA DI STAMPA "ISLAM ITALIA"

DA NABATHIYEH (LIBANO MERIDIONALE)



per TerraSantaLibera.org

http://www.terrasantalibera.org/Dag..._sionista.h tm

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03/09/2009

Saddam Hussein: Condanna, vendetta o tattica geopolitica e militare degli USA

Saddam Hussein: Condanna, Vendetta o Tattica Geopolitica e Militare degli Usa.

 

di Dagoberto Husayn Bellucci

 

L'esecuzione dell'ex presidente iracheno Saddam Hussein la mattina dello scorso 30 dicembre ha il sapore amaro di un ennesimo affronto che le forze atlantico-sioniste hanno voluto imporre ad un mondo arabo gia' deluso e lacerato dai recenti avvenimenti internazionali.

 

Un affronto ed un onta che, agli occhi della minoranza sunnita irachena (maggioranza nel Vicino Oriente), potrebbero rappresentare nuovo combustibile incendiario per le forze della Resistenza nazionale in particolare per quei movimenti e gruppi direttamente legati al vecchio partito Ba'ath.

 

Le forze dell'eterogenea coalizione anti-americana potrebbero dunque riaccendere il mai sopito conflitto civile nella martoriata terra dei due fiumi con il rischio di un escalation senza precedenti del terrore e della violenza, come la stessa opinione pubblica occidentale si attende e come ha previsto l'amministrazione sionista statunitense.

 

Violenza e terrorismo che si indirizzeranno ,una volta di piu', contro la comunita' sciita irachena rea , agli occhi della minoranza sunnita ieri al potere ai tempi di Saddam, di essersi accaparrata i principali posti nella nuova amministrazione e accusata neanche troppo velatamente di cooperare con gli occupanti anglo-statunitensi e le altre truppe mercenarie accampate in quello che fu l'indiscusso "regno" di Saddam Hussein.

 

La situazione invero non e' proprio così semplicistica: sul terreno geopolitico iracheno si stanno affrontando da tre anni e mezzo diverse forze spesso apparentemente accomunate da identici obiettivi di massima ma in realta' perseguenti le proprie mire geoeconomiche e politiche.

 

La Repubblica Islamica dell'Iran, spesso accusata a ragione o a torto, di svolgere un ruolo ambiguo nell'Iraq del post-Saddam aveva certamente tutto l'interesse ad una stabilizzazione della situazione alle sue frontiere occidentali e la presenza di una fortissima comunita' sciita nelle regioni meridionali irachene (con i due luoghi santi di Najaf e Karbala) indiscutibilmente hanno giocato un ruolo fondamentale nella strategia iraniana nell'area.

 

Da anni settori incontrollati di un'informazione asservita alle centrali sionistico-atlantiche e diverse "voci" che si dichiarano fuori dal coro "dominante" dei mass media sistemici hanno preteso stabilire un inesistente equazione Iran-Stati Uniti per quanto concerne le vicende irachene.

 

Convergenze o strategie geoeconomiche e geopolitiche della superpotenza statunitense , secondo taluni soggetti, avrebbero favorito l'espansionismo iraniano nella regione...

 

La condanna a morte con la quale e' stato eliminato l'ex presidente iracheno e' oramai un dato di fatto consegnato agli annali della storia: la democrazia manu militari esportata da Washington dunque si copre di un ennesimo crimine in barba alle voci belanti dell'inutile diplomazia europea, delle proteste di Mosca e della paraplegica attitudine pacifista dei "no Global" di tutte le risme e 'colori'.

 

Non c'e' niente di nuovo nel copione hooliwoodiano della messinscena giuridico-sanzionatoria che ha caratterizzato le fasi del processo-farsa contro l'ex Rais e i suoi piu' stretti collaboratori. La democrazia occidentale si nutre di sangue come sempre.

 

Nell'estate del 1943 il neocostituito Governo Badoglio - che di li' a poco avrebbe svenduto l'Italia ai nuovi padroni venuti d'oltreoceano e al nemico britannico per fondare una "repubblica democratica fondata sul lavoro" e sull'antifascismo militante - pose il suo sigillo di morte e d'infamia quale fondamenta delle future istituzioni repubblicane con l'assassinio dell'Eroe Alato e ultimo segretario prima del conflitto mondiale del PNF , Ettore Muti.

 

La farsa democratica che abbiamo dunque visto messa in scena a Baghdad ci ricorda un altro infame Tribunale Internazionale: quello di Norimberga.

 

L'infamia dell'impiccagione dell'ex Presidente dell'Iraq ce ne ricorda altre compiute dalle stesse mani dei boia giudeo-statunitensi una 'nota' notte del Purim di sessant'anni or sono....

 

Saddam Hussein e' soltanto l'ultimo in ordine di tempo tra i tanti "agenti" funzionali alle strategie statunitensi. Non dobbiamo dimenticarci come per molto tempo l'Iraq ba'athista e il suo Rais abbiano apertamente goduto del benestare politico e finanziario del Grande Satana a stelle e strisce.

 

Ne' come l'Iraq in guerra contro l'Iran durante gli anni ottanta fosse stato armato e sorretto dalla finanza e dalla plutocrazia mondialista per arginare il 'pericolo' dell'espansione della Rivoluzione khomeinista nel mondo arabo.

Un Saddam double-face dunque che per molti anni ha svolto il ruolo di agente dell'Imperialismo americano nella regione e che, dopo l'occupazione del Kuwait (al quale venne 'costretto' da una insanabile situazione debitoria e verso la quale fu 'indirizzato' dall'allora ambasciatrice americana a Baghdad tal madame Glaspie che di fatto dara' al Rais tutte le garanzie di non intervento attivando quella che si sarebbe rivelata come una autentica trappola mondialista ad un Iraq troppo armato per non impensierire l'entita' sionista e le mire geostrategiche statunitensi) , sara' eretto dalla carta-straccia sistemica occidentale a nuovo "pericolo per la pace mondiale" ....

 

Un Saddam Hussein che ha , per dircela tutta, pagato infine per i molti errori di politica estera e di strategia commessi nel corso della sua sanguinaria carriera di leader delle masse arabe.

 

Novello Saladino. Nuovo Nabucodonosor. Neo-Hitler secondo l'opinionismo bushista della prima guerra del Golfo dell'inverno 1991.

 

I giudizi su Saddam Hussein li lasciamo alla Storia. Quelli sulla sua condanna a morte e relativa esecuzione da parte dei massacratori yankee e dei loro complici iracheni vanno invece affrontati alla luce della cronaca e dell'attualita' politica di una nazione, l'Iraq, in preda da oramai tre anni e mezzo di una cruenta guerra civile.

 

Cui prodest la sentenza di morte dell'ex Rais? A chi infine risultava funzionale eliminare fisicamente Saddam Hussein?

 

Dietro a quella che piu' che una condanna pare una vera e propria vendetta dell'Oligarchia Mondialista (quasi a voler lanciare moniti ad 'altri' futuri candidati all'odio "patibolare" sinagogico-statunitense) si cela infatti un disegno strategico infame e criminale: esasperare la contrapposizione confessionale tra sunniti e sciiti e perseverare nel bagno di sangue quotidiano che ininterrottamente ha segnato la recente storia irachena.

 

Una strategia che, con tutta probabilita', Washington e i suoi sodali kippizzati dell'Entita' Criminale Sionista occupante la Terrasanta palestinese vorrebbero esportare al di la' dei confini iracheni , verso i confini settentrionali in direzione Damasco e Beirut.

 

La morte del Rais di Baghdad riaccendera' le mai sopite velleita' dei gruppuscoli jihaidisti siriani e le mai occultate volonta' delle forze pro-Usa libanesi? Accenderanno la miccia a Damasco e a Beirut, soffiando sull'odio confessionale e sulla reazione emotiva delle masse sunnite,  i burattinai del Terrore di Washington e Tel Aviv?

 

Nel complicato puzzle geostrategico del Vicino Oriente anche la morte di un Saddam Hussein potrebbe rappresentare il pretesto per incendiare l'intera regione: un pretesto che soprattutto le centrali della destabilizzazione atlantico-sionista stanno aspettando da settimane.

30.12.06

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17:42 Scritto da: metropolista in Mondo Arabo: IRAK | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |  Facebook

Intervista a Zaher al Khatib

Intervista a Zaher al Khatib - dal nostro inviato a Beirut

 

Abbiamo conosciuto e intervistato domenica 12 dicembre scorso il dr. Zaher al Khatib storica figura della sinistra rivoluzionaria libanese.

Al Khatib, marxista sunnita, da anni e' il principale dirigente della Lega dei Lavoratori formazione rivoluzionaria della Sinistra libanese anti-sionista e anti-imperialista.

Al Khatib ci ha accolto nel quartier generale del movimento un tempo sotto assedio israeliano. Nella sede del quartier generale della Lega dei Lavoratori alcune foto di al Khatib assieme al defunto presidente siriano Hafez el Assad e al compianto Imam Khomeini ci hanno 'positivamente' confermato di trovarci dinanzi ad un autentico rivoluzionario.

Al Khatib oltre ad esser stato Ministro per le Riforme del Governo Libanese dal 1991 al 1992 (e autore della riforma di Stato e di quella elettorale) ha preso parte - assieme alla rappresentanza politica dei partiti libanesi - agli accordi internazionali di Taef (Arabia Saudita) che nell'autunno 1990 posero fine alla guerra civile dando il via libera alla "pacificazione" siriana del Libano.

Un intervista in esclusiva per "Rinascita" (che comparira' completa su "Eurasia" prossimamente) nella quale Al Khatib ci spiega le ragioni del fronte patriottico e le linee-guida della Resistenza.

 

DAGOBERTO HUSAYN BELLUCCI

 

INTERVISTA

 

1) D - Dr. Al Khatib riguardo ai recenti avvenimenti libanesi qual'e' il vostro ruolo, personale e come Lega dei Lavoratori, in queste giornate di manifestazioni e proteste di piazza contro l'esecutivo Siniora?

 

1) R: "Io personalmente come segretario generale della Lega dei Lavoratori ho organizzato e preso parte ad un convegno, un mese fa, che si e' svolto nel mio collegio elettorale a Iqlim al Kharroub nello Chouf a maggioranza druso-sunnita. Il convegno , dal titolo "Conferenza arabo-resistente di Iqlim al Kharroub" , ha deciso di costituire una Associazione di sostegno alla Resistenza. Anche ieri (9 dicembre scorso ndr) abbiamo avuto una riunione con i nostri dirigenti per ribadire il nostro appoggio al fronte nazionalista-patriottico in piazza e decidere la presenza alla manifestazione di oggi. Siamo in piazza con le nostre bandiere e i nostri militanti al fianco di tutti gli altri movimenti e partiti politici rivoluzionari."

 

 

2) D - Il governo Siniora pare aver dichiarato una vera e propria guerra personale contro l'Opposizione. In particolare l'esecutivo e il 14 Marzo che lo sostiene non perde l'occasione per attaccare Hizb'Allah. E anche ieri abbiamo saputo di un attacco personale contro di voi da parte di alcuni manifestanti della Corrente Future di Hariri (la sera prima la casa di Al Khatib era stata circondata e la sua auto distrutta ndr): cosa ne pensate?

 

2) R: "Per farvi capire esattamente la situazione dovete sapere qual'e' la situazione attuale del Governo. Dopo il ritiro dei cinque ministri sciiti quest'esecutivo non rappresenta nient'altro che la volonta' dell'ambasciata americana a Beirut. E' l'ambasciatore americano Feltman che decide e Siniora lavora per gli interessi Usa. Interessi che sono in crisi ovunque nel Medio Oriente: in Iraq come in Afghanistan. L'America cerca una nuova strada per continuare il suo piano egemonico-imperialista contro le nazioni arabo-musulmane. E' il Libano la loro ultima vittima: hanno trovato in Siniora il loro Qarzai (premier dell'Afghanistan) o il loro Maliki (premier dell'Iraq). Ma non funzionera': la societa' e la maggioranza dei libanesi hanno capito le strategie sioniste e americane." 
 

17/12/2006

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Sayyed Hassan a un milione e mezzo di libanesi: "Via il governo amerikano!"

Sayyed Hassan a un milione e mezzo di libanesi: “ Via il governo amerikano”

 

di Dagoberto Husayn Bellucci - da Beirut

 

Giovedi' sera , via satellite attraverso il canale di "al Manar", il Segretario Generale di Hizb'Allah, Sayyed Hassan Nasrallah, e' tornato a parlare.

 

Parlando dai due schermi giganti allestiti rispettivamente nelle piazze Riyadh el Sohl e in quella adiacente dei Martiri il Capo di Hizb'Allah ha rivolto parole "come pietre" nei confronti dell'Esecutivo Feltman pro-americano.

 

"Quest'esecutivo ha sostenuto apertamente l'aggressione sionista e non e' stato capace di prendere alcuna decisione per risolvere i problemi post-bellici - ha esordito Sayyed Hassan che ha ricordato la giovane vittima sciita degli scontri di una settimana or sono - "diciamo loro che il tempo del dialogo e' finito: devono andarsene a casa: tutti!".

 

Parlando davanti a due piazze dove si sono assiepate non meno di un milione e mezzo di persone Sayyed Hassan ha accusato il premier Siniora di doppiogiochismo , di essersi piegato alle "pressioni americane" e di aver approntato un piano - mediante l'Esercito Libanese - per disarmare la Resistenza.

 

"Hanno cercato di impedire il munizionamento , i rifornimenti e la capacita' difensiva della Resistenza in piena aggressione" ha accusato Nasrallah invitando Siniora a dimettersi in fretta. "Il primo ministro sa che non diciamo menzogne. E sa anche che esistono molti testimoni anche all'interno del suo stesso entourage".

 

Secondo Sayyed Hassan e' il momento dell'Unita' Nazionale e di restituire orgoglio e onore al paese dei cedri. Dopo aver ringraziato i libanesi di tutte le fazioni, confessioni ed etnie per essere accorsi in questa prima settimana di manifestazioni "numerosi e partecipi" il Capo di Hizb'Allah - oramai venerato tanto dai maroniti di Aoun e Franje quanto dagli altri alleati del blocco sciita  come vero e proprio Capo carismatico di questo popolo - ha invitato tutti a partecipare al Venerdi' di Preghiera islamico del giorno successivo dove , a presiedere la funzione rituale, sara' un sheick sunnita giusto per rimarcare che "non esiste e non deve esistere in Libano alcuna divisione confessionale".

 

A una settimana dall'inizio delle manifestazioni anti-governative i partiti del fronte nazionalista sono piu' che mai agguerriti: comunisti, nazional-socialisti siriani, sciiti, sunniti, drusi, aounisti si assomano in un mare di drappi multicolorati, poster e foto di leader politici, sciarpe e striscioni.

 

La tendopoli costruita in fretta e furia dalla sicurezza Hzb si e' allargata a vista d'occhio: sono oramai migliaia i giovani che continuano il sit-in giorno e notte davanti al palazzo di Siniora. Abbiamo incontrato i militanti social-nazionali, quelli comunisti, gli aounisti, i "drusi" di Wahab - ai quali e' piaciuto il nostro "aggettivo" di "buldozer" utilizzato per presentare il loro leader su "Rinascita" la scorsa settimana - ma anche quelli di Haraqat Shab, del partito nasseriano libanese, dei partiti sunniti pro-Resistenza.

 

I giovani militanti dei diversi militanti solidarizzano tra loro si scambiano sciarpe e materiale di propaganda, gadget e sciarpe: mai vista prima d'oggi un unita' di popolo e di obiettivi cosi' profonda in questo paese.

 

E' davvero bello vedere le ragazzine maronite dello "tsunami orange" di Tayyar scandire a squarciagola slogan pro Nasrallah e sentire i loro coetanei sciiti rispondere con boati pro "General" come viene comunemente chiamato l'anziano "combattente" di tante battaglie della Guerra Civili, Michel Aoun.

 

Giovani, adolescenti, ma anche tantissime famiglie con bimbi appresso: la tenda delle donne Hzb in piena piazza Riyad el Sohl e' un brusio di voci femminili miste a pianti di natanti in carrozzina. E poi anziani, venditori ambulanti di gadget e di caffe' senza il quale nessuno tirerebbe avanti.

 

Il servizio di sicurezza , a cominciare da quello di Hzb, e' efficiente ma squisitamente cordiale: specialmente con i giornalisti e gli inviati. E da queste parti essere sciiti e italiani decisamente aiuta. Abbiamo avuto il piacere di salutare oggi Sheick Abdelqarim Obeid tra i quattrocento libanesi liberati due anni e mezzo fa nel megascambio di prigionieri intercorso tra Hzb e sionisti. E ci siamo volentieri intrattenuti con i colleghi di "Al Manar" e di radio "al Nour" emittenti Hzb che trasmettono dal vivo ventiquattr'ore su ventiquattro umori e opinioni dalla piazza.

 

Il clima di festa non e' stato guastato dagli scontri delle scorse serate. Nessuno vuole rinunciare a contestare quest'esecutivo inetto e incapace senza continuare a divertirsi perche', tutto sommato, queste giornate sono servite anche - se non soprattutto - ad avvicinare mondi fino a qualche mese or sono pressoche' lontanissimi.

 

I colori si confondono: alla marea gialloverde di Hzb replica l'oceano arancione di Tayyar , il movimento aounista sceso in massa nelle piazze di Beirut. Ma ci sono anche gli altri che non vogliono essere da meno: dai comunisti che ricordano il loro detenuto storico - Samir Kantar - da ventisette anni prigioniero nelle mani dei sionisti alle formazioni druse del principe Talal Erslan e Whiam Wahab.

 

Ovunque rispetto, cortesia e voglia di raccontarsi. La piazza e' composta da una marea umana composita dov'e' difficile capire chi appartenga all'una o all'altra formazione politica. Donne in chador o hejab con sciarpe aouniste o foto di Franje miste a militanti di Tayyar con immagini di Sayyed Hassan. Musiche patriottiche e pro-Resistenza. Celebrazione di messe e preghiere islamiche si susseguono. All'orario scandito dalla vicina moschea centrale i militanti del servizio d'ordine e i fedeli musulmani iniziano le abluzioni in piena strada pronti a eseguire la loro preghiera.

 

Nessuno ha disturbato alcuna funzione tanto degli uni quanto degli altri: il rispetto reciproco, la stima e la simpatia tra quelli che solo qualche anno fa erano realmente mondi separati hanno preso il sopravvento.

 

Le manifestazioni dunque continueranno: avanti dunque fino alla caduta di quest'esecutivo sordo e irresponsabile che non vuole comprendere la voce di un intero popolo ne' accettare di essere minoranza nel paese. Un paese che vuole cambiare.

Il nuovo Libano sta nascendo in queste giornate storiche: e' un Libano che vuole lasciarsi alle spalle odio e rancore e rifiuta le logiche atlantico-sioniste dei destabilizzatori e dei criminali.

 

Un  Libano che non ha colore politico, etnia o confessione.

Il Libano di tutti i libanesi.

 

 

10/12/2006

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Libano - Il generale Aoun all'attacco dell'esecutivo Siniora

Libano - Il generale Aoun all’attacco dell’esecutivo Siniora

Dal nostro corrispondente Dagoberto Husayn Bellucci - direttore responsabile Agenzia di Stampa "Islam Italia" da Haret Hreik , Beirut sud

Il capo della Corrente Patriottica Libera, il Generale Michel Aoun, ha lanciato una nuova serie di accuse contro la maggioranza di governo che definisce "illegale e menzognera".

In un escalation verbale senza precedenti per la vita politica libanese dunque riprende il fuoco incrociato di accuse e controaccuse tra il fronte nazionalista e quello atlantista.

Aoun , incontrando una delegazione di studenti provenienti dal quartiere cristiano di Rabieh dopo le recenti vittoriose elezioni universitarie, ha dichiarato che "la menzogna, assieme alla corruzione generalizzata, sono diventate un comportamento patologico nei responsabili della politica che hanno finito per trasmetterle ai giovani e agli universitari.".

"La menzogna ci ha condotto alla guerra in passato - ha sottolineato il Generale - Hanno mentito alla gente e a Hizb'Allah prima e durante l'ultima campagna elettorale (quella dell'estate 2005 che aveva visto liste comuni tra il partito di Sayyed Hassan e i due partiti dell'ultra-destra maronita delle Forze Libanesi e della Falange di Pakradoumi ndr) dichiarando di esser pronti a difendere la Resistenza e le sue armi.".

"In poco tempo si sono appoggiati alle potenze straniere per disarmare Hizb'Allah" ha ribadito Aoun che , oltre a ricordare le molte promesse contraddittorie e le menzogne dei vari Geagea, Jumblatt, Hariri e dell'insieme del fronte del 14 Marzo , ha anche ribadito come "hanno creato solo confusione e portato instabilita' politica nel nostro paese.".

In merito a quella che ha definito come "la patologia della menzogna" il Generale Aoun e' stato una volta di piu' chiaro sottolineando come anche sulla questione del Tribunale Internazionale le forze atlantiste continuino a mentire: "Abbiamo dichiarato di appoggiare quest'idea. Siamo pronti per accogliere l'instaurazione di un Tribunale Internazionale. Continuano a inondare i media di informazioni false accusandoci di rifiutare questo progetto."

Il movimento Tayyar ancora una volta alza la sua voce contro i nemici dell'indipendenza nazionale e del Libano , di quel Libano forte e orgoglioso che sognano i sostenitori della Resistenza e i partiti sciiti.

 

10/12/2006

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